ALCUNI
ESTRATTI DA "UN ALTRO MONDO E' POSSIBILE SE..." DI SUSAN GEORGE
[Dal sito
www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di Susan George, Un
altro mondo e' possibile se..., Feltrinelli, Milano 2004.
Susan George,
nata negli Stati Uniti ma cittadina francese dal 1994, e' tra figure piu'
autorevoli di Attac; economista, tra i maggiori esperti internazionali dei
rapporti Nord/Sud, una delle piu' autorevoli studiose sulla questione della
fame nel mondo, direttrice del Transnational Institute di Amsterdam, impegnata
nei movimenti ambientalisti, pacifisti, nonviolenti, di solidarieta'. Tra le
opere di Susan George: Come muore l'altra meta' del mondo. Le vere ragioni
della fame mondiale, Feltrinelli, Milano 1978; Il debito del Terzo Mondo, Edizioni
Lavoro, Roma 1989; Il boomerang del debito, Edizioni Lavoro, Roma 1992; Il
boomerang del debito estero, in Susan George, Massimo Micarelli, Antonio
Papisca, Un'economia che uccide, L'altrapagina, Citta' di Castello 1993;
Crediti senza frontiere, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Il rapporto
Lugano, Asterios, Trieste 2000; Un altro mondo e' possibile se..., Feltrinelli,
Milano 2004; cfr. anche il libro di Roberto Bosio, Verso l'alternativa.
Intervista a Susan George, Emi, Bologna 2001. Cfr. anche il sito www.tni.org]
Indice del
volume: Introduzione; Parte prima. Un altro mondo e' possibile se...: 1. Un
altro mondo e' possibile se... sappiamo di che cosa stiamo parlando; 2. Un
altro mondo e' possibile se... tuteliamo la salute del pianeta; 3. Un altro mondo
e' possibile se... identifichiamo gli attori della globalizzazione; 4. Un altro
mondo e' possibile se... identifichiamo i veri avversari; 5. Un altro mondo e'
possibile se... l'Europa vincera' la guerra all'interno dell'Occidente; Parte
seconda. Un altro mondo e' a portata di mano se...: 6. Un altro mondo e' a
portata di mano se... sapremo essere inclusivi e stringere alleanze; 7. Un
altro mondo e' a portata di mano se... uniremo il sapere alla politica; 8. Un
altro mondo e' a portata di mano se... gli educatori fanno bene il proprio
mestiere; 9. Un altro mondo e' a portata di mano se... abbandoniamo le
illusioni piu' care; 10. Un altro mondo e' a portata di mano se... pratichiamo
la nonviolenza; Conclusioni; Note.
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Da pagina 7 e
seguenti
Introduzione
Negli articoli
di giornale, l'eterogenea moltitudine di persone che spesso scende in piazza
per manifestare e' generalmente definita come il "movimento no
global" o "antiglobalizzazione". Gli interessati si riferiscono
collettivamente a se stessi come al "movimento di giustizia globale"
o "movimento della societa' civile" o "dei cittadini". Alla
peggio, se lo spazio per il titolo e' davvero ridotto, si accontenteranno di un
"altro-" ("altramondializzazione"): sempre meglio dello
scorretto, e perfino insultante, "anti". Il movimento non e'
"anti": e' internazionalista, e intensamente partecipe delle
tematiche globali e della sorte di ogni singolo abitante del pianeta. La
ricchezza di proposte concrete di cui si e' mostrato capace lo rende piu'
qualificato a essere definito "proglobalizzazione" di quanto in
realta' non lo siano i suoi avversari. Tutto dipende da quale tipo di
globalizzazione si intende, e a vantaggio di chi.
Le persone che
si sentono parte di questo movimento sono sicuramente una combriccola molto
varia, ma se c'e' una cosa che le unisce e' la convinzione che "Un altro
mondo e' possibile". Questo slogan ormai familiare compare sui manifesti,
sulle magliette, sugli striscioni; tanti oratori, me compresa, lo scandiscono
alla fine dei loro discorsi, e i brasiliani, ne hanno ricavato una samba:
"Um outro mundo e' possivel".
Ma lo e'
veramente? Io credo che la risposta possa essere affermativa, se...
Questo libro
e' dedicato a esplorare quelle due lettere che possono cambiare ogni cosa.
Quando mi sono
unita al "movimento", come lo si chiamava, senza aggettivi, alla fine
degli anni Sessanta, si poteva dire (o gridare) "Fuori gli Usa dal
Vietnam" e tutti capivano di che cosa si stesse parlando. Trentacinque
anni dopo, se voi dite - di gridarlo neanche a parlarne - "Imponiamo una
moratoria sul Gats" o "Aboliamo l'aggiustamento strutturale", e'
probabile che siate ricambiati da uno sguardo privo di espressione. Conquistare
un altro mondo possibile oggi richiede cittadini molto ben informati.
Spero che
anche gli attivisti piu' collaudati e i piu' esperti militanti del cambiamento
trovino utile questo libro, che e' anche, in parte, una specie di manuale su
"La globalizzazione e il movimento di giustizia globale per
principianti". Il divario tra politica e conoscenza si sta ampliando, e
molti non si sentono all'altezza di partecipare a una politica di cambiamento,
anche se ammettono di sentirne terribilmente il bisogno.
Inoltre, la
crescita dell'astensionismo in tutte le elezioni nazionali dimostra che molti
hanno scarsa fiducia nella democrazia rappresentativa; o sono disgustati dai
politici tradizionali, che accusano di essere "tutti uguali" o,
peggio, "tutti corrotti"; o, ancora, giudicano semplicemente
inadeguati sia i politici sia i partiti. Rifiutandosi di mescolarsi con la vita
pubblica, preferiscono ritirarsi nella loro dimensione privata.
Il problema di
questo atteggiamento e' che oggi la dimensione privata non puo' piu' - se mai
ha potuto - restare disgiunta dal mondo esterno e dalla sfera piu' ampia in cui
e' calata. La politica si insinua in tutte le nostre vite. In misura sempre
crescente, i problemi si rivelano tali da non poter essere risolti a livello
individuale, locale e neppure nazionale; perche' la globalizzazione e' piu' di
uno slogan o di un'ideologia: e' anche uno spostamento del potere a un livello
cosi' stratosferico che le voci dei cittadini vi arrivano deboli e lontane.
Prendendo atto, implicitamente o esplicitamente, di questo, le persone possono
sentirsi ancora piu' frustrate e impotenti, ritirarsi ancor piu' nel privato,
innescando cosi' un circolo vizioso.
Questo libro
cerca di chiarire il significato di quella sfera piu' ampia e di quel piano
irraggiungibile. E' rivolto a tutti coloro, e sono molti, che sperano e credono
che il cambiamento sia possibile e stanno gia' lavorando per realizzarlo. Fino
a che non si entra attivamente nel movimento di giustizia globale, e'
impossibile immaginare quante altre persone coraggiose, energiche,
intelligenti, siano animate dalle nostre stesse convinzioni e siano pronte a
battersi per difenderle - questa, almeno, e' stata la mia felice esperienza.
E' dedicato a
tutti coloro che esitano e dubitano che si possa fare qualche cosa, come pure a
quelli che non sanno come fare a tuffarsi nella mischia. Anche chi e' solo
interessato a capire il movimento di giustizia globale come nuovo fenomeno
politico e attore sulla scena mondiale potra' trovare utile questo libro, che
spiega quali sono le molle che lo fanno - e ci fanno - girare: le nostre
motivazioni, le nostre visioni del mondo, le nostre speranze, i nostri
obiettivi.
E' dedicato a
quelle persone che hanno alzato la mano durante il dibattito seguito a una
delle mie conferenze dicendo: "Probabilmente troverete stupida questa
domanda, ma..." (errato: nessuna domanda e' stupida e tanti fenomeni sono
davvero difficili da comprendere). Ai tre studenti liceali, visibilmente
intelligenti, che mi hanno detto: "Abbiamo letto il manifesto di Attac e
non lo abbiamo capito"; alle donne che hanno ammesso di avere rinunciato a
frequentare le riunioni del gruppo locale di "altramondializzazione"
perche' non riuscivano a seguire i discorsi. E' dedicato ai molti che esprimono
indignazione e rivolta contro la politica convenzionale ma non vedono
alternative, nonche' a quella celebre e certamente mitica creatura che e' il
"cittadino medio", ovvero il "lettore generico
intelligente".
Che vi
annoveriate tra questi ultimi o tra i militanti con piu' esperienza, se avete
letto fin qui sarete probabilmente come me sgomenti per le tortuose
oscillazioni dell'economia mondiale, scioccati per le scoperte quotidiane di
corruzione nelle alte sfere, nauseati alla vista delle grandi multinazionali
che "smarriscono" miliardi di dollari con la complicita' dei propri
revisori, dei banchieri e dei presunti "cani da guardia" del governo.
Vedete che la disoccupazione e il lavoro precario continuano ad aumentare e che
a esserne colpiti sono soprattutto i giovani; sapete che l'ambiente e'
sull'orlo del collasso e che il mutamento climatico mette a rischio la nostra
sopravvivenza con devastanti periodi di calura, con cicloni, inondazioni,
inaridimento delle colture, incalcolabile distruzione e forse perfino
estinzione delle specie.
Siete
preoccupati per la crescente poverta' che assilla centinaia di milioni di
persone, e pensate che sia collegata alla guerra e al terrorismo. Avete visto
scatenarsi senza freno le ambizioni dell'unica iper-mega-superpotenza mondiale,
in particolare in una guerra che milioni di persone hanno cercato di evitare e
le cui conseguenze a lungo termine ancora oggi e' impossibile prevedere.
In breve,
vedete che la "globalizzazione" sta gia' avendo effetti estremamente
negativi su di voi, sulla vostra famiglia, sui vostri amici e sulla comunita'
in cui vivete, sull'economia e la societa' del vostro paese, sulla pace e la
sicurezza mondiali e sul pianeta nel suo insieme.
E' davvero
impossibile controllare tutti questi processi? L'opinione dei cittadini conta
ancora qualcosa? Come rispondiamo all'annosa domanda "che fare"?
Io rispondo che
un altro mondo e' realmente possibile soltanto se il piu' alto numero di
persone, con il piu' ampio bagaglio di esperienze, concezioni, capacita', si
uniranno per farlo accadere. Le cose cambiano perche' un numero sufficiente di
persone non si stanca di volerlo e di darsi da fare in quel senso. Nessuno
dovrebbe essere escluso, o autoescludersi per timore di non essere in grado di
dare un contributo. Nessuno che desideri contribuire a costruire un mondo
diverso dovrebbe, per mancanza di informazioni o collegamenti, restare a
guardare fuori campo.
Con modestia
cerchero' di condividere una parte delle informazioni e dei collegamenti di cui
dispongo. Non c'e' bisogno di avere competenze nell'ambito dell'economia o di
altre discipline, per mia fortuna dato che non sono un'economista. Ma bazzico
molto in questi territori, e so che cosa vuole dire attraversare le loro aride
steppe e fitte foreste in cerca di spiegazioni. Questo viaggio mi ha aiutata a
comprendere le persone che ritengono, erroneamente, di non poter capire o
influenzare il modo in cui il mondo attualmente funziona. Garantisco che
possono riuscire sia nell'uno sia nell'altro intento.
Un altro mondo
sara' inoltre possibile se eviteremo alcuni degli errori piu' frequenti, se
individueremo i giusti obiettivi e applicheremo le giuste strategie. Non
pretendo certamente di fornire tutte le risposte, ma forse la mia esperienza di
scrittrice, di conferenziera e di militante del cambiamento, acquisita
nell'arco di decenni, mi qualifichera' se non altro a porre alcune domande
pertinenti, a indicare alcuni percorsi e a dare alcuni avvertimenti. Nelle
pagine che seguono non esitero' a fare riferimento a questa esperienza
personale, se riterro' che possa essere utile ad altri.
Molte risposte
potranno solo essere frutto di uno sforzo collettivo all'interno di un
dibattito democratico. Il momento che abbiamo di fronte non ha precedenti nella
storia: nessuno ha mai cercato di democratizzare lo spazio internazionale e di
assicurare una vita dignitosa a ogni abitante del pianeta. Queste conquiste non
sono piu' un'utopia ma una prospettiva concreta: dichiariamo che un altro mondo
e' possibile perche' realmente lo e'.
*
Da pagina 24 e
seguenti
Il
"Consensus di Washington"
La
globalizzazione neoliberista non e' stata di certo un fenomeno improvviso, un
ciclone storico che ha avuto la forza di spazzar via tutto cio' che esisteva in
precedenza, qualche cosa che nessuno poteva prevedere ne' tanto meno
controllare. Al contrario, e' l'esito di piu' di vent'anni di scelte politiche
precise, compiute dagli attori piu' potenti sulla scena mondiale.
L'insieme
delle politiche da essi propugnate viene spesso indicato come il
"Consensus di Washington", perche' quella visione del mondo e' nata
negli Stati Uniti. La dottrina neoliberista appoggiata dal governo
statunitense, adottata e praticata dalle istituzioni internazionali, e' stata
implacabilmente imposta in tutto il mondo, determinando palesi disuguaglianze,
indegne del progresso e in stridente contrasto con le conoscenze raggiunte nel
XXI secolo.
In quale modo
e' stata imposta? Spesso attraverso il meccanismo del debito. I paesi del Sud
in via di sviluppo e quelli in via di "transizione" (le ex
repubbliche dell'Unione Sovietica e i paesi satellite) - in tutto piu' di un
centinaio -, pesantemente oberati dal debito, per evitare la bancarotta hanno
dovuto piegarsi alle ingiunzioni del Fondo monetario internazionale. Il Fmi e'
una delle istituzioni che hanno maggiormente contribuito a rendere operativo il
"Consensus di Washington" (Washington Consensus, che di qui in avanti
chiameremo semplicemente Wc). L'esistenza del debito gli permette di agire come
una sorta di sbirro internazionale e di dare ordini a governi ipoteticamente
sovrani, perche' senza il suo sigillo essi non potrebbero ottenere credito da
nessuna fonte, ne' pubblica ne' privata. Altri sostenitori del Consensus sono
la Banca mondiale e il Wto, le cui politiche assomigliano vistosamente a quelle
del dipartimento del Tesoro statunitense.
Quando i vari
elementi della dottrina del Wc vengono applicati ai paesi indebitati, vengono
definiti come "programmi di aggiustamento strutturale" o, piu'
adeguatamente, "terapie d'urto". I dettami della dottrina del Wc
rappresentano una specie di breviario economico e politico della globalizzazione
neoliberista, e possono essere sintetizzati come segue:
- Incoraggiare
la concorrenza in tutti i campi e a ogni livello. Le persone, le aziende, le
regioni, le nazioni sono in concorrenza tra loro. A esprimere questo spirito si
prestano gli slogan piu' triti come "la sopravvivenza del piu'
adatto", "l'ultimo e' del diavolo", "chi si ferma e'
perduto". In un'epoca in cui gli scienziati sono indotti sempre piu' a
riconoscere il ruolo vitale della cooperazione nella conservazione della specie
e dei sistemi naturali, gli economisti e gli uomini d'affari dell'ortodossia
imperante si appellano come mai prima d'ora a un primitivo darwinismo o a
valori di stampo ottocentesco nel promuovere la guerra di tutti contro tutti.
A questa legge
di competizione selvaggia si sottraggono solo le maggiori aziende
multinazionali, che sui prezzi si fanno sempre meno concorrenza. Mentre il
forte fagocita il debole, in molti settori si afferma sempre piu' decisamente
l'egemonia di cartelli, strutturati o informali, controllati da un ristretto
numero di multinazionali.
- Tenere bassa
l'inflazione, cioe' prevenire la spirale di aumento di salari-prezzi-salari che
riduce il potere di acquisto della moneta. Al minimo segnale di inflazione,
aumentare i tassi d'interesse. Questo rendera' il credito oneroso e conterra'
l'offerta di denaro. L'unico mandato della Banca centrale europea e' quello di
controllare l'inflazione: non una parola sull'occupazione o sull'espansione
economica. L'occupazione viene favorita dai bassi tassi d'interesse perche'
questi consentono alle aziende e ai singoli di prendere in prestito denaro,
specie per l'acquisto di beni costosi come l'auto o gli arredi domestici,
contribuendo in definitiva a far girare l'economia e a incrementare i posti di
lavoro.
Ma talvolta le
economie rimangono incagliate in una fossa, dove, pur non essendoci inflazione,
l'attivita' economica e' pigra o inerte. Molti sostengono che in Europa e negli
Stati Uniti i tassi d'interesse siano stati abbassati troppo poco o troppo
tardi, e che queste politiche sarebbero responsabili della stagnazione
economica e della perdita di posti di lavoro. In ogni caso, per i neoliberisti
del Wc, il nome dell'insigne economista inglese John Maynard Keynes, che
predicava le politiche espansionistiche e l'intervento dello stato, non e'
certo oggetto di venerazione.
- Concentrarsi
sull'esportazione e aumentare il volume degli scambi commerciali. Gli scambi
commerciali sono buoni per definizione, non importa se sconvolgano l'ambiente e
rovinino i produttori locali. Che dispongano o no di reali alternative
economiche, ancora una volta ci si aspetta che questi si "adattino",
e alla fine tutto si risolvera' per il meglio. Ormai si suppone che lo scambio
sia libero, anche se a questa regola vi sono decine di eccezioni, molte delle
quali intese a proteggere il Nord dalle esportazioni provenienti dal Sud. Tutti
i negoziati sono volti a renderlo ancora piu' libero. Le "tigri"
asiatiche (Corea, Taiwan, Singapore, Hong Kong, ma a volte all'elenco se ne
aggiungono altre) sono grandi paesi esportatori. Nell'arco di pochi decenni
sono passati dalla produzione di merci a basso costo a quella di articoli ad
alto valore commerciale, e hanno incominciato a rifornire i mercati dei paesi
industrializzati.
L'hanno fatto
usando le barriere doganali per proteggere dalle importazioni le loro industrie
neonate, e attuando altre politiche interventiste che oggi sono considerate
un'eresia in quanto contrarie alla dottrina del Wc. In tempi piu' remoti,
nazioni oggi avanzate come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la
Germania, il Giappone hanno fatto esattamente lo stesso; per tutte, la ricetta
del successo e' stata una miscela di protezionismo e interventi mirati dello
stato. Oggi, le regole del Wc impediscono una politica del genere. Ogni paese
tende di conseguenza a rimanere congelato nel posto che occupava prima di
entrare nel gioco della globalizzazione, con ovvio vantaggio per quelli che si
trovano in cima alla piramide e hanno gia' conseguito la prosperita'.
- Permettere
al capitale, e anche a quello speculativo a breve termine, di migrare
liberamente da un paese all'altro, benche' sia stato dimostrato a piu' riprese
che tali movimenti finiscano immancabilmente per produrre crisi finanziarie e
quindi sociali. Il capitale speculativo a breve termine investito in titoli e
azioni di imprese locali puo' abbandonare un paese - come infatti avviene - nel
giro di pochi secondi, se le cerchie affaristiche influenti di New York o
Londra iniziano ad avvertire difficolta'. In questo modo, centinaia di aziende
locali falliscono, e migliaia di persone perdono il posto di lavoro.
Durante la
crisi finanziaria asiatica del 1998, la Malaysia e la Cina applicarono misure
di controllo per impedire l'esodo dei capitali. Di conseguenza, furono colpite
molto meno dalla crisi, rispetto ai paesi vicini. Non essendo pesantemente
indebitate, ed essendo quindi piu' libere dai condizionamenti del Fmi, poterono
contravvenire alla dottrina del Wc; ma pochi paesi sono in grado di permettersi
questa scelta, come Messico, Brasile, Thailandia, Indonesia, Corea, Russia e
altri hanno imparato a proprie spese.
- Diminuire le
tasse alle grandi imprese e ai singoli capitalisti: cosi', secondo la teoria,
cio' che essi risparmieranno sara' "investito" generando nuovi posti
di lavoro. In realta', il risparmio sulle imposte viene piu' spesso collocato
negli investimenti a breve termine gia' menzionati, o depositato in paradisi
fiscali fuori dal paese.
- Non
procedere tuttavia alla chiusura dei paradisi fiscali, in cui numerose aziende
e singoli capitalisti ricoverano il proprio denaro al sicuro dalle grinfie del
fisco. Il pagamento delle tasse all'erario statale ricade cosi' in misura
crescente sulle spalle dei lavoratori stipendiati e salariati, sui consumatori
e sulle piccole aziende, di solito radicati in un luogo fisico e non alla
portata di paradisi come Monaco o le Isole Cayman. La quota dei bilanci statali
coperta dal contributo delle grandi aziende e' notevolmente diminuita
nell'ultimo ventennio, mentre quella derivante dalle imposte sul reddito, sui
consumi e sul lavoro dipendente e' aumentata nella stessa proporzione.
-
Privatizzare, privatizzare, privatizzare. Uno dei postulati del Wc e' che i
mercati, lasciati a se stessi, produrranno i migliori risultati in ambito
economico, e quindi anche sociale, tanto all'interno del paese quanto a livello
internazionale. I mercati sono "efficienti", i governi non lo sono.
L'ideale sarebbe che lo stato avesse solo un ruolo di supervisione a distanza,
imponesse solo le regole che le imprese stesse richiedono, e intervenisse
esclusivamente nei rari casi di "insufficienza del mercato". I
governi dovrebbero avere scarsa parte, o nessuna, nella produzione di beni e
servizi, tra cui anche i cosiddetti "servizi pubblici".
"Privatizzazione"
e' l'eufemismo che viene usato in luogo di "alienazione" o
"svendita" dei beni pubblici. L'impresa statale che viene
"privatizzata" e' il prezioso risultato di anni di impegno di
centinaia e migliaia di lavoratori. Con la privatizzazione, essa viene sbrigativamente
ceduta a ricchi investitori, singoli o istituzioni. Decine di studi, in
particolare riguardanti la Gran Bretagna, che di questa tendenza e' stata la
punta avanzata, dimostrano che la privatizzazione e' nociva in base a qualunque
parametro: qualita', prezzo, possibilita' di accesso, efficienza, sicurezza.
Pensate a quanto sono insicuri e inefficienti i treni inglesi.
- Rendere
"flessibile" il mercato della forza lavoro e aumentare la
competizione tra i lavoratori. Abolire le misure che tutelano i lavoratori,
come le norme che regolano l'assunzione e il licenziamento; eliminare le
indennita' sociali obbligatorie come le ferie pagate, l'assistenza sanitaria,
il congedo di maternita'/paternita', i minimi salariali; ridimensionare i
sussidi di disoccupazione. Questi costi indesiderati e ingiustificati dovranno
essere soppressi in nome della "concorrenza".
- Praticare il
"recupero dei costi". Per esempio introdurre una tassa per la
fruizione di servizi un tempo gratuiti come le scuole e gli ambulatori, pur
sapendo che le conseguenze saranno disastrose, soprattutto per le ragazze e le
donne.
Alcuni
imprenditori ed esponenti del Wc auspicano perfino la completa liberalizzazione
dei movimenti di persone, ritenendo, del resto giustamente, che la migrazione
non regolamentata condurrebbe rapidamente e ovunque alla riduzione dei salari e
delle indennita' sociali a livelli da Terzo mondo. Essi cercano inoltre di far
abbassare gli standard relativi all'impiego di manodopera facendo pressione sui
governi, e di solito ci riescono senza che nessuno realmente vi si opponga. Di
solito ma non sempre: in Francia, in Italia e in altri paesi ci sono stati
grandi scioperi e sono nati forti movimenti in seno alla societa' civile per
difendere i diritti dei lavoratori e dei pensionati.
*
Da pagina 36 e
seguenti
Un altro mondo
e' possibile se... tuteliamo la salute del pianeta
Economia ed
ecologia
Oltre a non
curarsi degli esseri umani e delle societa', i giganti dell'economia sono
ciechi anche alla natura quando essa non serva direttamente ai loro scopi in
termini di profitto o immagine.
A mio avviso,
del resto, capitalismo e sostenibilita' ambientale - come oggi si usa chiamarla
- sono termini incompatibili sul piano sia logico sia concettuale. Due visioni
del mondo - la visione economica e la visione ecologica - si affrontano oggi in
una guerra che non sempre e ovunque e' riconosciuta. L'esito di questa guerra
decidera' nientemeno che il futuro dell'umanita', anzi decidera' se l'umanita'
avra' o no un futuro.
So che il mio
tono puo' sembrare apocalittico; d'altra parte, l'antagonismo tra economia ed
ecologia e' cosi' profondo che ignorarlo significa andare incontro a gravi
rischi. Malgrado lo slogan "Turtles and Teamsters united at last"
[tartarughe e camionisti finalmente uniti] dipinto sugli striscioni di Seattle,
temo che gran parte del movimento di giustizia globale non abbia ancora
inserito l'ambiente tra i suoi temi di azione e di riflessione. Sotto questo
aspetto, purtroppo, non e' molto piu' avanti dei suoi avversari.
L'"eco"
di economia ed ecologia rimanda alla radice greca oikos, la tenuta, il dominio,
la casa con i suoi abitanti. L'eco-nomos e' la legge (o l'insieme di leggi) con
cui si amministra il dominio. L'eco-logos e' il principio istitutivo, lo spirito,
la ragione di tutto: nel senso inteso da Giovanni all'inizio del suo vangelo:
"In principio era il logos", abitualmente tradotto come il
"Verbo".
Considerando
la radice greca, verrebbe da pensare che il logos debba essere ritenuto il piu'
importante tra i due, e quindi sopravanzi il nomos. Normalmente, lo spirito e
il principio istitutivo vengono prima delle leggi e dei regolamenti, e anzi li
determinano, per cui dovrebbe essere l'eco-logos la forza che dirige
l'economia.
Non avviene
cosi' nell'economia capitalistica globalizzata, che detta le regole alla
societa'. A modellare la maggior parte dei rapporti tra gli uomini, e degli
uomini con il mondo naturale, sono le forze del mercato. L'eco-nomos,
l'economia globalizzata, il luogo di mercato, non vuol essere secondo al logos
ne' ad alcuna altra cosa. Il nomos rivendica l'autorita' su tutto il pianeta.
Segnali di
pericolo
Oltre a essere
consapevoli degli orrori economici della globalizzazione, molti di noi hanno
gia' familiarita' con il catalogo dei rischi ambientali: i mutamenti climatici
e il riscaldamento del pianeta, l'assottigliamento della fascia di ozono,
l'abbattimento delle foreste, l'estinzione di una grande varieta' di specie,
l'inquinamento dell'aria e dell'acqua, la deturpazione delle coste, la desertificazione,
salinizzazione e cementificazione della terra - e l'elenco non e' ancora
esaurito.
Lo stato del
Mar Mediterraneo, un tempo culla della civilta' europea, e' un esempio che
rende l'idea in tutto il suo orrore. Oggi il Mediterraneo offre di se' un'immagine
alquanto deprimente. Lungo i suoi quarantaseimila chilometri di coste vivono
stabilmente centotrenta milioni di persone, cui si aggiungono ogni anno almeno
cento milioni di turisti. Il bacino mediterraneo accoglie un buon terzo di
tutto il turismo mondiale. Questa massa di persone produce annualmente intorno
ai cinquecento milioni di tonnellate di rifiuti liquidi, parte dei quali, non
trattata, viene scaricata direttamente in mare. I progressi nel trattamento dei
rifiuti compiuti nell'ultimo decennio tendono a essere vanificati dall'aumento
della popolazione lungo le coste del Mediterraneo orientale e meridionale. Se
si aggiungono annualmente sessantamila tonnellate di detersivi, parecchie
migliaia di tonnellate di metalli pesanti, enormi quantita' di nitrati
provenienti dai fertilizzanti, e almeno seicentomila tonnellate di petrolio
dovute alle dispersioni e al lavaggio in mare delle petroliere, si comincia ad
avere un quadro completo di tutta la deplorevole situazione.
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Da pagina 50
Alcuni biologi
hanno stimato che l'uomo si sta gia' accaparrando, per il proprio uso, circa il
40% di quello che viene chiamato il prodotto primario netto, o prodotto
fotosintetico netto, o Pfn, e cioe', fondamentalmente, tutto cio' che l'energia
del Sole oggi produce o ha prodotto. Il Pfn misura l'incidenza dell'uso di
alimenti, combustibili, fibre e altri prodotti vegetali da parte dell'uomo,
unita agli effetti distruttivi dell'intervento umano sul potenziale
dell'ecosistema causati dalla deforestazione, dal saccheggio della fauna
ittica, dalla desertificazione e cosi' via. E' stato calcolato che anche il
tasso di appropriazione del Pfn da parte dell'uomo si raddoppi circa ogni
venticinque anni. Se queste cifre sono esatte - l'articolo scientifico che
fornisce i dettagli e' stato pubblicato nel 1986 e un altro li ha riconfermati
nel 2001 - significa che, proseguendo con i ritmi attuali, il tasso di
appropriazione del Pfn arriverebbe all'80% entro il 2015 e al 160% entro il
2040: ma prima di allora la Terra sara' bell'e spacciata.
*
Da pagina 51 e
seguenti
Le
impossibilita' logiche della crescita
Benche' i dati
avanzati da questi biologi ed ecologi siano puramente ipotetici, essi
illustrano tuttavia il dilemma ecologico che abbiamo di fronte. Gli esseri
umani dipendono da altre specie; non possono semplicemente arraffare tutto il
Pfn disponibile e non lasciare nulla per le altre creature viventi, se non
altro perche' questo sarebbe suicida. Si tratta di un fenomeno che ne' il Forum
economico mondiale di Davos, ne' Bill Gates, ne' nessun altro possono
controllare. Per la prima volta nella storia, l'uomo e' costretto a
confrontarsi non solo con un'impossibilita' naturale, ma anche con
un'impossibilita' logica e matematica, ma non sembra voler accettare questo
fatto.
Non stupisce
che gli esperti di economia ostacolino e respingano il punto di vista degli
ecologi: essi credono che la soluzione di tutti i problemi risieda nella
crescita continua. Ma, come ci ricordava il defunto economista ed ecologo
Kenneth Boulding, "quando una cosa cresce, diventa piu' grande". La
crescita non e' la soluzione ma il problema. Per la maggior parte degli
economisti, questa e' la piu' grave delle eresie, troppo scioccante perche' la
si possa perfino contemplare o discutere. La negazione della realta' fisica e
biologica puo' diventare un modo di pensare e uno stile di vita.
Alcuni
economisti tentano di sfuggire al dilemma affermando che il capitale costruito
dall'uomo puo' sostituire il capitale naturale. Dobbiamo quindi investire per
migliorare la tecnologia, al punto da rendere irrilevante quanto capitale
naturale sottraiamo al pianeta. Questa e' un'altra argomentazione capziosa.
Gran parte del capitale costruito dall'uomo dipende pur sempre direttamente
dalle risorse naturali di base. Per usare uno degli esempi di Herman Daly, non
conta avere tante segherie se poi non ci sono piu' alberi; o avere tanti
pescherecci e tante fabbriche di inscatolamento del pesce se poi non ci sono
piu' pesci. Quanto alla funzione di "discarica" della natura, come
quella che assolve accogliendo il rilascio di CO2 nell'atmosfera, qual e' il
capitale costruito dall'uomo che potra' salvarci dalle conseguenze di un grave
mutamento climatico?
Che cosa
succederebbe se abbracciassimo la logica alternativa, la visione non convenzionale
degli economisti attenti all'ecologia, riconoscendo che la natura e' il sistema
totale e l'economia costruita dall'uomo soltanto un sottosistema soggetto alle
sue leggi? Significherebbe, questo, la fine di una vita confortevole?
Sicuramente no. In realta', abbiamo tutto da guadagnare da una visione
realistica, non romantica, della biosfera come sistema integrale e
dell'economia come sottosistema; non solo perche' la nostra vita e il nostro
futuro dipendono da essa, ma anche perche' quella vita sarebbe effettivamente
migliore.
In termini
pratici, se accettassimo le premesse e quindi la concezione alternativa, la
prima domanda sarebbe: quanto puo' ingrandirsi l'economia e, secondo, quanto
dovrebbe ingrandirsi? Chiaramente non potra' continuare a raddoppiare ogni
venticinque anni. E questo sara' tanto di guadagnato. Molto di quello che noi
definiamo come crescita non e' altro che il reddito derivante dalla distruzione
del capitale naturale.
Inoltre, gran
parte della cosiddetta "crescita" in realta' ci rende piu' poveri, o
cerca vanamente di compensare i passati fallimenti sul piano economico e
sociale. La costruzione di carceri, la chirurgia plastica, le terapie contro il
cancro, i dispositivi antifurto sulle auto, la ricostruzione dopo le guerre o
gli attacchi terroristici, sono tutti fattori che contribuiscono alla crescita.
Sarebbe assurdo dedurne che sia desiderabile che esista un maggior numero di
carcerati, di ladri, di cancri e cosi' via.
E' vero: un
tempo la crescita economica era abbastanza strettamente correlata all'aumento
del benessere generale, ma ormai non e' piu' cosi' da almeno vent'anni. La
crescita e' sempre piu' collegata a fenomeni di cui la maggior parte della
gente farebbe volentieri a meno. Nei prossimi anni, gli interventi di bonifica su
un ambiente sempre piu' degradato avranno certamente un posto preminente tra i
progetti induttori di crescita. Ma perche' non cominciare fin d'ora a cercare
di mantenerlo in salute? Il benessere generale aumenterebbe, anche senza un
aumento della crescita.
*
Da pagina 67 e
seguenti
Attori
privati. L'inpatto delle multinazionali
In base a
qualunque metro di giudizio, il capitalismo mondiale, nella sua versione piu'
recente, e' ingeneroso nei confronti dei poveri e non tratta equamente le
persone e il pianeta; ma affermare solo questo significa dare una visione
estremamente riduttiva del problema. In realta', la globalizzazione
neoliberista e il benessere umano sono fondamentalmente antagonistici. Come
gia' abbiamo visto nel caso dell'ambiente, essi sono incompatibili sia sul
piano della pratica sia su quello della teoria. [...]
Mi sorprendo
sempre quando altri si meravigliano dei licenziamenti. Un incredibile numero di
persone, per altri versi intelligenti, sembra credere che il fine di
un'economia capitalistica sia quello di creare posti di lavoro. Il fine di
un'economia capitalistica e' quello di creare profitti e accrescere "il
valore per gli azionisti", punto e basta. Se avviene che soddisfi delle
necessita' umane, tra cui la necessita' di lavorare, si tratta di un effetto
collaterale.
Come d'autunno
gli alberi perdono le foglie, cosi' le aziende "perdono" i
lavoratori. Anche quando un'azienda e' sana e redditizia puo' fare ricorso al
licenziamenti: dal punto di vista del mercato, le persone non sono "esseri
umani" con un nome e una famiglia alle spalle, ma "manodopera" o
"risorse umane", e nei libri dell'azienda sono annotate come un
costo, non come un patrimonio. Malgrado gli enormi investimenti tecnologici, la
manodopera e' ancora la voce che comporta singolarmente piu' costi per le
multinazionali, ed e' logico quindi che sia la prima a essere tagliata.
Ecco come si
comporta, per esempio, una rinomata azienda di prodotti di consumo. Nike ha
lasciato gli Stati Uniti negli anni Ottanta per trasferirsi in Corea; quando
gli operai coreani hanno cominciato a scioperare per ottenere salari piu' alti,
Nike si e' spostata in Indonesia, dove all'epoca i salari erano appena
sufficienti a garantire la sopravvivenza fisica. Anche gli operai indonesiani
hanno lottato per avere paghe migliori, e quando i salari hanno raggiunto la
quota di 2,50 dollari al giorno, Nike ha trasferito parte della produzione in
Vietnam. Come molte multinazionali, Nike subappalta il lavoro a ditte che
possono subappaltarlo a loro volta, per cui e' difficile dall'esterno conoscere
l'ubicazione esatta della produzione.
*
Da pagina 111
e seguenti
Libero
scambio, libere volpi e liberi pollai
O l'Europa
cedera' alle pressioni degli americani - purtroppo il corso piu' probabile,
dati i politici attualmente al governo - oppure dovra' prendere atto che e'
arrivato il momento di riportare in uso un linguaggio che forse suonera'
indelicato alle orecchie di gente raffinata, un linguaggio che usa termini vili
come "sussidi" e "protezionismo". Presto l'Europa contera'
almeno quattrocentotrenta milioni di persone e venticinque paesi membri, cifre
che in seguito potranno ulteriormente ingrossarsi con l'inclusione dei Balcani,
della Russia e di alcune delle ex Repubbliche socialiste. Se l'Europa fosse
capace di compiere uno sforzo costoso e incondizionato per portare a regime
questi nuovi arrivati (come ha fatto in passato con i Pigs - Portogallo, Italia
meridionale, Grecia e Spagna) e desse quindi la priorita' al commercio
intraeuropeo e al mantenimento dei posti di lavoro in Europa, non sarebbe
questo un mercato primario sufficientemente vasto?
L'Europa
dovrebbe inoltre privilegiare gli scambi con i paesi piu' vicini, e in
particolare con quelli del Mediterraneo orientale e meridionale. Peraltro, le
attuali norme del Wto non permettono a nessuno di accordare preferenze
commerciali di questo tipo. Le norme preferenziali e commerciali europee
dovrebbero inoltre essere rivedute in modo da includere merci provenienti dai
paesi piu' poveri (soprattutto dalle ex colonie europee), a partire dai generi
alimentari fino ai prodotti tessili, di pelletteria e abbigliamento. I
neoprotezionisti, che insistono sulla necessita' di "vendere dove si
produce", questa volta hanno proprio ragione: perche', infatti, dovremmo
acquistare le merci prodotte dalle "nostre" aziende in Cina o in
altri paesi poveri lontani con lo sfruttamento di una manodopera oppressa e non
sindacalizzata?
Grideranno a
questo punto i neoliberisti: "Allora era vero quello che pensavamo: voi
siete contro lo sviluppo!". Nulla di piu' falso: noi acquistiamo prodotti
da chiunque rispetti le convenzioni dell'Oil [l'Organizzazione internazionale
del lavoro], il Protocollo di Kyoto e gli Accordi multilaterali sull'ambiente.
Ma il commercio puo' e deve essere uno strumento di attuazione delle politiche;
e la politica europea deve dare la precedenza all'Europa allargata, all'area
vasta del Mediterraneo e agli ex possedimenti coloniali.
Cio' non
significa, peraltro, fare come gli Stati Uniti, che usano il commercio nella guerra
interna all'Occidente. Il "libero scambio" e' lo zoccolo su cui si
fonda il dogma neoliberista, e su questo gli Stati Uniti non tollerano
impertinenze. Robert Zoellick, US Trade Representative, ha informato il resto
del mondo che chi non appoggia a tutto campo la politica estera statunitense
non potra' stringere accordi commerciali e d'investimento con gli Stati Uniti.
La Nuova Zelanda, per esempio, e' tenuta fuori dal giro per aver negato i suoi
porti e le sue acque alle navi nucleari statunitensi. Gli americani hanno la
memoria lunga.
E, sempre
Zoellick, due mesi dopo l'11 settembre, con l'appoggio del commissario europeo
Pascal Lamy, ha usato tutta la potenza del suo eloquio per indurre il vertice
dei ministri del Wto, riunito a Doha, a firmare il cosiddetto "Doha
Development Round", proclamando con grande sfoggio di retorica:
"Potranno anche distruggerne la sede, ma mai riusciranno a distruggere il
commercio mondiale; un nuovo accordo sara' il mezzo migliore per rispondere al
terrorismo".
Puo' darsi, ma
il Sud, come in seguito e' apparso evidente, non ha guadagnato nulla da questo
accordo. Esso e' servito unicamente ad accelerare gli accordi sui servizi e
sulla proprieta' intellettuale (Gats e Trips), e ad aprire la strada a nuovi
patti sugli investimenti, gli approvvigionamenti governativi e la concorrenza.
Se gli americani vogliono che ogni forma di attivita' sia regolata dal Wto e'
soprattutto perche' questo fa i loro interessi, con il complice aiuto
dell'Europa.
Oggi,
attraverso le norme commerciali, l'America aspira a controllare quasi ogni
aspetto della nostra esistenza: dai film che vediamo al cibo che mangiamo. Gli
Stati Uniti hanno usato abilmente gli accordi del Wto per costringere altri
paesi a concedere brevetti ventennali, perfino sulle piante e sulle specie
locali. Oggi, attraverso il Gats, le regole del commercio si insinuano in ogni
ambito della vita umana: dall'istruzione alla sanita', alla cultura, all'acqua,
ai servizi pubblici e cosi' via.
La Coalizione
americana delle industrie dei servizi esercita forti pressioni sul US Trade
Representative affinche' questi si adoperi per ottenere l'apertura dei servizi
europei - per esempio la sanita' - alle aziende statunitensi. Ben sappiamo che
il governo statunitense ha appoggiato le istanze delle industrie farmaceutiche
che rifiutano all'Africa il beneficio dei farmaci generici contro l'Aids e
altre malattie, malgrado le scelte formulate dal vertice ministeriale del Wto
durante l'incontro di Doha nel 2002.
Gli Stati
Uniti hanno inoltre deciso di attaccare l'Europa sul tema degli organismi
geneticamente modificati. Il teatro della sfida sugli Ogm e contro le misure
restrittive dell'Europa e' l'Organo di risoluzione delle controversie del Wto.
Gli Stati Uniti affermano che in base alle norme del Wto tali misure sarebbero
illegittime, e ne chiedono quindi l'abolizione, definendole barriere
commerciali non necessarie che causano loro una perdita di oltre trecento
milioni di dollari l'anno per mancate esportazioni. E' probabile che gli Stati
Uniti finiscano per vincere la vertenza; ma il fatto paradossale e' che gli
stessi commissari europei Lamy e Fischler sembrano stare dalla loro parte.
Il problema,
in realta', non e' tanto la perdita causata dalla mancata vendita dei raccolti,
quanto la messa in discussione di un principio, cioe' il diritto delle aziende
americane di vendere e piantare semi Ogm in ogni parte del mondo a loro
completa discrezione. Se quest'ultima opzione dovesse passare, gli Ogm si
diffonderebbero ovunque, e l'agricoltura biologica diverrebbe pian piano
impossibile; i giganti delle biotecnologie come Monsanto venderebbero ogni anno
i loro prodotti agli agricoltori, rendendoli prigionieri di un sistema
totalmente imposto. Le aziende sono cosi' disperatamente in cerca di un
aggancio, che in Spagna, nella provincia di Aragona, stanno distribuendo gratis
i semi agli agricoltori in modo da creare dipendenza. La denuncia al Wto
costituisce una minaccia diretta non solo alle scorte alimentari europee, ma
anche alla liberta' dell'Europa di scegliere i propri sistemi di coltura. Spero
che questa volta gli Stati Uniti incontrino una ferma risposta.
*
Da pagina 118
Quale altro
mondo, e come?
Quando il
movimento di giustizia globale afferma che "un altro mondo e'
possibile", sintetizza una tesi che mi limito qui a riassumere brevemente,
dal momento che essa gia' permea ogni pagina di questo libro.
Forse per la
prima volta nella storia, il mondo potrebbe davvero permettersi di offrire a
ogni abitante della Terra l'opportunita' di una vita decente - cibo a
sufficienza, acqua pulita, alloggi adeguati, istruzione di base, assistenza
sanitaria e servizi pubblici - come enunciato nella Dichiarazione dei diritti
dell'uomo del 1948. Ovviamente occorrerebbe denaro: e dove si potrebbe
reperirlo? Principalmente laddove si trova: nella sfera internazionale, nei
profitti delle megacorporation e sui mercati finanziari; nella cancellazione
del debito ai paesi poveri, nella chiusura dei paradisi fiscali, nel
costringere le societa' a pagare le tasse, nel fare del cosiddetto "libero
scambio" uno scambio basato sull'equita'.
Un altro mondo
dovra' cominciare con un nuovo programma di tassazione e ridistribuzione di
stampo keynesiano da applicarsi su scala mondiale, simile a quello che, su
scala nazionale, e' stato introdotto un secolo fa nei paesi ricchi di oggi.
Tale programma dovrebbe essere gestito democraticamente, in modo tale che i
cittadini condividano la responsabilita' di individuare le priorita' e di
sorvegliarne la corretta applicazione in ogni paese. Questa specie di
"Piano Marshall" applicato su scala mondiale imprimerebbe un forte
impulso al mondo stagnante dell'economia, come avvenne negli Stati Uniti degli
anni Trenta con il New Deal, e creerebbe piu' spazio politico perche' la gente
possa decidere quale tipo di economia e di societa' incontri maggiormente il
suo favore.
Accetto
l'obiezione che, anche quando si riesca a ottenerlo, il denaro occorrente per
tale ciclopica impresa proverrebbe comunque almeno in parte dai profitti delle
multinazionali e dai mercati finanziari. Questa soluzione implica quindi che
tali forme di produzione e di scambio continueranno a esistere. Deduzione
corretta. Ma accettiamo che sia necessaria una fase di transizione. I paesi
poveri risultano a tal punto devastati, e i paesi ricchi hanno subito tali
scacchi sociali che una robusta iniezione riparatrice di denaro e' necessaria.
Troppe persone vivono attualmente in condizioni meno che umane, e non possiamo
aspettare di aver cambiato l'intero apparato capitalistico per fare qualche cosa
in proposito.
Di sicuro non
e' solo questione di denaro, ma senza di esso centinaia di milioni di persone
saranno condannate alla mera sopravvivenza. Aspettando che la democrazia civile
conquisti piu' spazio, possiamo intanto affinare l'inventiva per trovare nuovi
metodi di creazione e distribuzione della ricchezza.