ALCUNI
ESTRATTI DALLA "STORIA DEL CAMMINARE" DI REBECCA SOLNIT
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti
estratti dal libro di Rebecca Solnit, Storia del camminare, Bruno Mondadori,
Milano, 2002 (ed. originale: Wanderlust. A History of
Walking, 2000), prefazione di Franco
Rebecca
Solnit e' un'intellettuale, scrittrice e attivista pacifista americana, autrice
di diverse opere che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti; vive a San Francisco
e per il suo impegno culturale e politico e' considerata l'erede di Susan
Sontag. Opere di Rebecca Solnit:
Savage Dreams: A Journey Into the Landscape Wars of the American West (1994);
Book of Migrations: Some Passages in Ireland (1998); (con Susan Schwartzenberg),
Hollow City: The Siege of San Francisco and the Crisis of American Urbanism
(2002); Wanderlust: A History of Walking (2002); River of Shadows: Eadweard
Muybridge and the Technological Wild West (2003); As Eve Said to the Serpent:
On Landscape, Gender, and Art (2003); Hope in the Dark: Untold Histories, Wild
Possibilities (2006); (con Philip L. Fradkin, Mark Klett, Michael Lundgren),
After the Ruins, 1906 and 2006: Rephotographing the San Francisco Earthquake
and Fire (2006); A Field Guide to Getting Lost (2006); Storming the Gates of
Paradise: Landscapes for Politics (2007) . In italiano sono
disponibili: Storia del camminare, Bruno Mondadori, Milano 2002, 2005; Speranza
nel buio. Guida per cambiare il mondo, Fandango, 2005]
Indice
del volume
Ringraziamenti;
Prefazione di Franco
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Pagina
1
Introduzione.
Ripercorrere un promontorio
Da
dove si comincia? I muscoli si tendono. Una gamba e' il pilastro che sostiene
il corpo eretto tra cielo e terra. L'altra, un pendolo che oscilla da dietro.
Il tallone tocca terra. Tutto il peso del corpo rolla in avanti sull'avampiede.
L'alluce prende il largo, ed ecco, il peso del corpo, in delicato equilibrio,
si sposta di nuovo. Le gambe si danno il cambio. Si parte con un passo, poi un
altro e un altro ancora che, sommandosi come lievi colpi su un tamburo, formano
un ritmo: il ritmo del camminare. La cosa piu' ovvia e piu' oscura del mondo e'
questo camminare, che si smarrisce cosi' facilmente nella religione, la filosofia,
il paesaggio, la politica urbana, l'anatomia, l'allegoria e il crepacuore.
La
storia del camminare e' una storia non scritta, segreta, i cui frammenti si
possono rintracciare con parole semplici in migliaia di passi di libri come
anche di canzoni, nelle strade e in quasi tutte le avventure di ciascuno di
noi. La storia corporea del camminare e' quella dell'evoluzione del bipedismo e
dell'anatomia umana. Per la maggior parte del tempo camminare e' un atto
puramente pratico, il mezzo locomotorio inconsapevole tra due luoghi.
Trasformarlo in un'indagine, un rituale, una meditazione, e' farne un
particolare sottoinsieme del camminare, fisiologicamente simile, ma
filosoficamente dissimile, al modo in cui il postino porta la posta e
l'impiegato prende il treno. Il che vuol dire che la materia del camminare
riguarda, in un certo senso, il modo in cui attribuiamo significati particolari
ad atti universali. Come il mangiare o il respirare,
cosi' il camminare puo' essere investito di significati culturali completamente
diversi, da quelli erotici a quelli spirituali, da quelli sovversivi a quelli
artistici. E' qui che questa sua storia comincia a fare parte della storia
dell'immaginazione e della cultura, e della storia dei generi di piacere, di
liberta' e di significato che vengono perseguiti in tempi diversi da differenti
tipi di camminate e di camminatori. L'immaginazione ha modellato gli spazi che
attraversa, e da questi e' stata a sua volta modellata. Il camminare ha creato
sentieri, strade, rotte commerciali; ha generato concezioni di spazio locali e
transcontinentali; ha conformato citta', parchi; prodotto
mappe, guide, attrezzature e, ancora, una vasta biblioteca di racconti e
di poemi che ci parlano di camminate, pellegrinaggi, spedizioni alpinistiche,
vagabondaggi, e anche di picnic estivi. I paesaggi, urbani e rurali, sono
gestatori di racconti, e i racconti ci riportano ai luoghi di questa storia.
Questa
storia del camminare e' una storia amatoriale, proprio come un atto amatoriale
e' andare a piedi. Per usare una sua metafora, essa invade e percorre campi
altrui - l'anatomia, l'antropologia, l'architettura, il giardinaggio, la
geografia, la storia politica e culturale, la letteratura, la sessualita', gli
studi religiosi - e nel suo lungo tragitto non si arresta in alcuno di essi.
Perche', se un campo di competenza puo' essere immaginato come un terreno reale
- un confine esattamente rettangolare dissodato con cura e producente un
determinato raccolto - allora la materia del camminare assomiglia al camminare stesso
nella sua mancanza di confini. E sebbene la storia del camminare, in quanto
appartenente a tutti questi campi e all'esperienza di ciascuno di noi, sia
virtualmente infinita, la mia storia del camminare puo' essere solo parziale,
un cammino idiosincratico tracciato attraverso tutti questi campi da un
viandante che si guarda attorno e ritorna piu' volte sui propri passi. Nelle
pagine che seguono ho cercato di ricalcare i cammini che hanno condotto la
maggior parte di noi nel mio paese, gli Stati Uniti, nel momento attuale; e'
una storia composta in larga misura su fonti europee, riflessa e sovvertita
dalla scala immensamente varia dello spazio americano, dai secoli di
adattamento e di mutazione in questo paese, e dalle altre tradizioni che in
tempi recenti si sono incontrate con questi cammini, in modo rilevante le
tradizioni asiatiche. La storia del camminare e' la storia di ciascuno di noi,
e ogni sua versione scritta puo' solo sperare di indicare alcuni dei sentieri
piu' calpestati nelle vicinanze di chi la scrive, vale a dire che i sentieri
che ho tracciato non sono gli unici cammini.
Un
giorno di primavera mi sedetti a scrivere del camminare e poi mi rimisi in
piedi, perche' la scrivania non e' un luogo in cui si possa pensare su vasta
scala. In un promontorio subito a nord del Golden Gate Bridge, costellato di
fortificazioni militari abbandonate, uscii a fare una passeggiata su per una
valle e lungo un crinale, e poi giu' fino al Pacifico. La primavera era
arrivata dopo un inverno insolitamente umido e le colline erano diventate di
quel verde sfrenato ed esuberante che dimentico e riscopro ogni anno.
Attraverso l'erba novella sporgeva quella dell'anno precedente, che la pioggia
aveva scolorito dall'oro estivo al grigio cenere, uno spicchio della tavolozza
piu' tenue del resto dell'anno. Henry David Thoreau, che
cammino' piu' vigorosamente di me all'altro capo del continente, scriveva dei
suoi dintorni: "Una prospettiva assolutamente nuova rappresenta una grande
felicita', che puo' venire colta in un qualsiasi pomeriggio. Due o tre
ore di camminata mi possono condurre nel luogo piu' straordinario che mi sia
mai accaduto di ammirare. Una fattoria isolata, mai vista prima, puo' avere lo
stesso fascino dei domini del Re del Dahomey. Ed effettivamente e' possibile
scoprire una sorta di armonia tra le risorse di un paesaggio entro un raggio di
dieci miglia, o i limiti di una passeggiata pomeridiana, e i settant'anni della
vita umana. Ne' gli uni ne' gli altri vi diverranno
mai troppo familiari".
Queste
strade e questi sentieri congiunti formano un circuito di circa sei miglia, che
cominciai a percorrere a piedi dieci anni fa per fare svaporare, camminando,
l'ansia di un anno difficile. Continuavo a ripercorrere questo itinerario per
concedere una tregua al lavoro, ma anche per alimentarlo, perche', in una
cultura orientata alla produzione, pensare e' generalmente concepito come fare
niente, e il fare niente e' difficile da fare. La via migliore per realizzarlo
e' di mascherarlo nel "fare qualcosa", e cio' che piu' si avvicina al
fare niente e' il camminare. Camminare in se' e' l'atto volontario piu' vicino
ai ritmi involontari del corpo: il respiro e il battito del cuore. Stabilisce
un delicato equilibrio tra il lavorare e l'oziare, tra il fare e l'essere. E'
una fatica fisica che produce nient'altro che pensieri, esperienze, arrivi.
Dopo tutti questi anni di camminate per elaborare altre cose, aveva un senso
tornare a lavorare vicino a casa - il senso indicato da Thoreau - e li'
riflettere sul camminare.
Camminare
e', idealmente, uno stato in cui la mente, il corpo e il mondo sono allineati
come se fossero tre personaggi che finiscono per dialogare tra loro, tre note
che improvvisamente formano un accordo. Camminare ci permette di essere nel
nostro corpo e nel mondo senza esserne sopraffatti. Ci lascia liberi di pensare
senza perderci totalmente nei pensieri. Non sapevo con precisione se ero troppo
in anticipo o troppo in ritardo per il lupino purpureo che in questi promontori
puo' essere cosi' spettacolare, ma le milkmaids (o Stellarie holostee)
crescevano sul lato in ombra della strada che portava al sentiero, e mi
ricordavano i pendii della mia infanzia che fiorivano per primi ogni anno con
un prodigo sbocciare di questi fiori bianchi. Nere farfalle mi svolazzavano
attorno, sospinte dal vento e dal battito delle ali, e mi rimandavano a
un'altra epoca del mio passato. Muoversi a piedi sembra rendere piu' facile
muoversi nel tempo; la mente vaga dai progetti ai ricordi e alle osservazioni.
Il
ritmo del passo genera una specie di ritmo del pensiero, e il tragitto
attraverso un paesaggio echeggia o stimola il tragitto attraverso un corso di
pensieri. Il che crea tra percorso interno e percorso esterno una strana
consonanza che suggerisce come la mente sia essa stessa un paesaggio di generi
e che il camminare sia un mezzo per attraversarlo. Un pensiero nuovo somiglia
spesso a un aspetto del paesaggio sempre esistito, come se pensare fosse
viaggiare invece che fare. Pertanto, un aspetto della storia del camminare e'
la storia del pensare concretizzata, perche' i moti della mente non possono
essere tracciati, mentre quelli dei piedi sono riconoscibili. Possiamo
immaginare il camminare anche come un'attivita' visiva, ogni passeggiata un
viaggio in cui ci concediamo sufficiente agio per vedere e per riflettere sulle
vedute, per assimilare il nuovo al noto. E' da qui, forse, che nasce per i
pensatori la peculiare utilita' del camminare. Le sorprese, gli affrancamenti e
le chiarificazioni del viaggio possono talvolta essere spigolati facendo il
giro dell'isolato come anche del mondo, viaggiando a piedi vicino e lontano. O
forse il camminare dovrebbe essere chiamato movimento, non viaggio, perche' si
puo' camminare in cerchio o viaggiare attraverso il mondo immobilizzati su una
sedia, e una certa smania di vagabondaggio puo' essere lenita solo dagli atti
del corpo in moto, non gia' dal movimento dell'automobile, della barca o
dell'aeroplano. Potremmo dire che e' il movimento, come anche le vedute che
scorrono davanti ai nostri occhi, a fare accadere le cose nella nostra mente,
ed e' questo che rende il camminare ambiguo e infinitamente fertile: e' il
mezzo e il fine, e' il viaggio e la meta.
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11
Il
moltiplicarsi delle tecnologie in nome dell'efficienza, consentendo di massimizzare
il tempo e lo spazio della produzione e di minimizzare il tempo non strutturato
del viaggio tra i due, sta di fatto sradicando il
tempo libero. Nuove tecnologie salvatempo rendono piu' produttiva la gran parte
dei lavoratori, ma non piu' libera in un mondo che sembra muoversi piu' veloce
attorno a loro. Inoltre, la retorica dell'efficienza che circonda tali
tecnologie suggerisce che tutto cio' che non puo' essere quantificato non puo'
nemmeno essere valutato, che l'ampia gamma di piaceri che rientra nella
categoria del far niente di particolare, del distrarsi, del fantasticare, del
vagabondare e del guardare le vetrine, non e' che un vuoto da riempire con
qualcosa di piu' definito, piu' produttivo o piu' veloce. Persino
nell'itinerario su questo promontorio che non conduce in alcun luogo utile, su
questo cammino che puo' essere percorso solo per diletto, la gente ha tracciato
scorciatoie tra i tornanti, come se l'efficienza fosse un'abitudine di cui non
ci si puo' liberare. L'indeterminatezza di un'escursione senza meta, in cui
c'e' molto da scoprire, viene sostituita dalla distanza definita piu' breve da
coprire alla maggiore velocita' possibile, e anche dalle trasmissioni
elettroniche che restringono la necessita' del viaggio reale. Facendo parte della
categoria dei lavoratori indipendenti, il cui tempo economizzato dalla
tecnologia puo' essere colmato di vagabondaggi e di sogni a occhi aperti, so
che queste cose hanno una loro utilita', e io stessa le utilizzo (un
camioncino, un computer, un modem), ma temo al tempo stesso la loro falsa
urgenza, il richiamo alla velocita', l'istanza che il viaggio sia meno
importante dell'arrivo. A me piace camminare perche' e' lento, e sospetto che
la mente, come i piedi, possa lavorare alla velocita' di circa tre miglia all'ora. Se cosi' fosse, allora la vita moderna si muove
piu' rapidamente della velocita' del pensiero, o della riflessione.
Il
camminare riguarda l'essere all'aperto, in un luogo pubblico, e anche nelle
citta' piu' antiche lo spazio pubblico e' abbandonato ed eroso, eclissato dalle
tecnologie e dai servizi che non ci chiedono di uscire di casa, e in molti
luoghi e' oscurato dalla paura (i luoghi sconosciuti incutono sempre piu'
timore di quelli noti, cosi' che, meno si vaga per la grande citta', piu' essa
ci appare allarmante, e la' dove vi sono meno passanti, le vie diventano
effettivamente piu' solitarie e pericolose). Intanto, in molte localita'
recenti, lo spazio pubblico non e' nemmeno programmato: quello che un tempo era
spazio pubblico ora e' destinato a dare accoglienza e protezione alle
automobili, i centri commerciali sostituiscono le vie principali, le strade non
hanno marciapiede; negli edifici si entra dal garage; i municipi non hanno una
piazza; e ovunque muri, barriere, cancelli. La paura ha generato uno stile di
architettura e di disegno urbano, specialmente nella California meridionale,
dove essere un pedone in molte ripartizioni e "comunita'" cintate,
vuol dire essere una persona sospetta. Contemporaneamente, il terreno rurale e
le periferie un tempo invitanti delle piccole citta'
sono stati inghiottiti da lottizzazioni destinate ai pendolari dell'automobile
o altrimenti sequestrati. In alcuni luoghi non e' piu' possibile uscire in
pubblico, una crisi sia delle epifanie private del passante solitario, sia
delle funzioni democratiche dello spazio pubblico. Era a questa frammentazione
di vite e di paesaggi che resistevamo tempo fa negli spazi dilatati del deserto
che, per l'occasione, diventavano pubblici come piazze urbane.
E
quando lo spazio pubblico scompare, altrettanto avviene del corpo visto,
secondo la felice espressione di Sono, come mezzo adeguato per portarci in
giro. Sono e io parlavamo della scoperta che i nostri dintorni - tra i piu'
temuti della Bay Area - non sono poi cosi' ostili (anche se non tanto sicuri da
farci dimenticare del tutto una certa prudenza). Sono stata minacciata e
derubata per strada, tempo fa, ma migliaia di volte mi sono imbattuta in amici
di passaggio, in una vetrina che esponeva un libro a lungo cercato, in complimenti
e saluti dei miei loquaci vicini, in gioielli architettonici, in manifesti per
eventi musicali e in ironici commenti politici scritti sui muri e sui pali del
telefono, in indovini, nella luna che spuntava tra gli edifici, in brevi
visioni di vite e di case altrui, e in alberi di strada chiassosi del
cinguettio degli uccelli. L'aleatorio, il non riparato, ci permette di trovare
quello che non si sa di cercare, e non si conosce un luogo finche' questo non
ci sorprende. Muoversi a piedi e' un modo per conservare un baluardo contro
questa erosione della mente, del corpo, del paesaggio e della citta', e ogni
persona che cammina e' una guardia di pattuglia a protezione dell'ineffabile.
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La
sorpresa ci venne allora dal serpente, un serpente giarrettiera, cosi' chiamato
per le strisce giallognole che gli corrono lungo tutto il corpo nero, un
animale minuscolo e affascinante che si contorceva ondeggiando attraverso il
sentiero ed entrava poi nel terreno erboso al suo lato. Piu' che allarmarmi mi
rese vigile. Improvvisamente mi scossi dai miei pensieri e notai quello che mi
circondava: gli amenti dei salici, lo sciabordio dell'acqua, i disegni frondosi
delle ombre sul sentiero. E poi me stessa, che camminavo con l'allineamento che
viene solo dopo miglia, il ritmo diagonale sciolto delle braccia che oscillano
in sincronia con le gambe in un corpo che si sente allungato e disteso, quasi
altrettanto sinuoso quanto quello del serpente. Il mio circuito era quasi
concluso, e al suo termine conoscevo il mio soggetto e il modo di affrontarlo
che mi era ancora sconosciuto solo sei miglia prima. Vi ero arrivata non in
un'improvvisa epifania, ma con graduale certezza, un senso di significato
affine a un senso di luogo. Quando ci concediamo ai luoghi, essi ci restituiscono
a noi stessi e, piu' arriviamo a conoscerli, piu' vi seminiamo l'invisibile
messe delle memorie e delle associazioni che saranno li' ad aspettarci quando
vi ritorneremo, mentre luoghi nuovi ci offriranno pensieri nuovi e nuove
opportunita'. Esplorare il mondo e' uno dei modi migliori per indagare la
mente, e il camminare percorre entrambi i terreni.
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79
La
poetessa Marianne Moore ha coniato un'immagine felice: "rospi
veri in giardini immaginari"; il labirinto ci offre la possibilita' di
essere creature reali in uno spazio simbolico. Camminando pensavo a una fiaba
infantile, e i libri per bambini che amavo di piu' erano pieni di personaggi
che cadevano dentro i libri, di illustrazioni che diventavano vere, di passeggiate in giardini in cui le statue prendevano
vita e la cosa piu' meravigliosa era che si poteva passare dall'altra parte
dello specchio (e incontrare pezzi degli scacchi, fiori e animali vivi e
capricciosi). Quei libri facevano pensare che la linea di demarcazione tra la
realta' e la rappresentazione non sia netta e che la magia si manifesti quando
si attraversa quella linea. In uno spazio come quello del labirinto la linea
viene attraversata: si viaggia davvero, ma la destinazione e' puramente
simbolica. E' un registro completamente diverso dal semplice pensiero di un
viaggio che si vorrebbe fare o dall'osservazione delle immagini del posto in
cui si vorrebbe andare. Perche', in questo contesto, la realta' e' solamente
cio' che abitiamo con il corpo. Il labirinto e' un viaggio simbolico o una
mappa della via della salvezza, ma poiche' si tratta di una mappa su cui si
puo' camminare realmente, la differenza tra la mappa e il mondo sbiadisce. Se
il corpo e' il registro della realta', leggere con i piedi e' reale in un modo
in cui leggere solo con gli occhi non lo e'. E qualche volta la mappa e' il
territorio.
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81
Come
le stazioni della Croce, il labirinto e il dedalo offrono storie in cui
possiamo camminare per dimorarvi con il corpo, storie che seguiamo con i piedi
come con gli occhi. Si puo' vedere una somiglianza non solo tra queste due
strutture simboliche, ma anche tra ogni percorso e ogni storia. Almeno in
parte, la caratteristica che rende le strade, le piste e i sentieri unici in
quanto strutture costruite e' che un osservatore sedentario non li puo'
percepire immediatamente nella loro interezza. Essi si dipanano nel tempo a
mano a mano che li si percorre, esattamente come una
storia si dipana a mano a mano che la si ascolta o la si legge, e una curva
secca corrisponde a uno scarto nella trama; una salita ripida alla costruzione
della suspense fino al panorama che si apre in cima; un bivio all'introduzione
di una nuova linea narrativa e l'arrivo alla fine del racconto. Come la
scrittura consente la lettura delle parole di chi non c'e', le strade
consentono di seguire l'itinerario di chi e' assente. Le strade sono racconti
di coloro che le hanno percorse prima e seguirle significa seguire persone che
non ci sono piu' (non piu' santi o dei, ma pastori,
cacciatori, ingegneri, emigranti, contadini diretti al mercato o semplici
pendolari). Strutture simboliche come i labirinti richiamano l'attenzione sulla
natura di tutti i sentieri, di tutti i viaggi.
Questo
e' cio' che si nasconde dietro il rapporto peculiare che lega il racconto al
viaggio, ed e' forse per questo che la scrittura narrativa e' collegata cosi'
strettamente con il camminare. Scrivere significa scavare nella fantasia un
sentiero nuovo o indicare configurazioni nuove in un itinerario noto. Leggere
vuol dire viaggiare su quello stesso terreno con la guida dell'autore, con il
quale si puo' anche non essere sempre d'accordo o nel quale si puo' anche non
avere fiducia, ma su cui si puo' contare almeno perche' ci porti da qualche
parte. Ho spesso desiderato di scrivere le mie frasi su una sola riga che si
perda nella distanza in modo che si capisse chiaramente che una frase somiglia
a una strada e che leggere vuol dire viaggiare (una volta feci un po' di
calcoli e scoprii che se il testo di uno dei miei libri, invece di essere
impaginato, fosse stato composto in una sola riga formata da tutte le parole e
arrotolato come un filo su un rocchetto, avrebbe coperto uno spazio di quattro
miglia). Forse i rotoli cinesi, che bisogna srotolare per poterli leggere,
conservano almeno in parte questo senso. Le linee di canto degli aborigeni
australiani sono gli esempi piu' famosi di fusione di paesaggio e narrazione.
Le linee di canto sono strumenti di navigazione nel deserto profondo, mentre il
paesaggio e' un dispositivo mnemonico per ricordare le storie: in altre parole,
la storia e' la mappa, il paesaggio la narrazione.
Le
storie dunque sono viaggi e i viaggi sono storie. E' perche' immaginiamo la
vita come un viaggio che queste camminate simboliche, e in realta' tutte le
camminate, hanno tanta risonanza. E' difficile immaginare l'opera
dell'intelletto e dello spirito, come e' difficile immaginare la natura del
tempo; per questo tendiamo a metaforizzare tutti gli oggetti intangibili come
oggetti fisici collocati nello spazio. In questo modo il nostro rapporto con
essi diventa fisico e spaziale: ci muoviamo verso di essi o ci allontaniamo da
essi. E se il tempo e' diventato spazio, lo scorrere del tempo che costituisce
un'esistenza diventa anch'esso un viaggio, che ci si muova molto o poco
attraverso lo spazio. Camminare e viaggiare sono diventati metafore cosi'
centrali del pensiero e della parola che quasi non ce ne accorgiamo.
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87
Come
l'intelletto e il tempo, la memoria e' inimmaginabile senza dimensioni fisiche;
immaginarla come un luogo fisico vuol dire inserirla in un paesaggio in cui
sono collocati i suoi contenuti, e cio' che ha una collocazione puo' essere
avvicinato.
Questo
significa che, se si immagina la memoria come uno spazio reale - una piazza, un
teatro, una biblioteca - l'atto del ricordare viene immaginato come un atto
reale, cioe' un atto fisico: come camminare. Gli studiosi sottolineano sempre
in modo particolare il dispositivo del palazzo immaginario, in cui le
informazioni sono collocate stanza per stanza, oggetto
per oggetto, ma per recuperare le immagini immagazzinate bisognava camminare
attraverso le stanze come quando si visita un museo, ricollocando gli oggetti
nella coscienza. Ripercorrere lo stesso itinerario puo' voler dire ripensare
gli stessi pensieri, come se in realta' pensieri e idee fossero oggetti
collocati in un paesaggio che basta conoscere per poterci viaggiare. In questo
modo camminare e' leggere, anche quando camminare e leggere sono immaginari, e
il paesaggio della memoria diventa un testo stabile quanto quello che si trova
in un giardino, in un labirinto o nelle stazioni della Croce. Ma se il libro,
in quanto deposito di informazioni, ha messo in ombra il palazzo della memoria,
ne ha pero' conservato in parte il modello. In altre parole, se ci sono
passeggiate che somigliano a libri, ci sono anche libri che somigliano a
passeggiate e utilizzano l'attivita' "leggente" del camminare per
descrivere un mondo. L'esempio piu' alto e'
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156
Come
i labirinti e altre strutture edificate, le montagne svolgono la funzione di
spazi metaforici e simbolici. Non esiste equivalente geografico piu' chiaro
dell'idea dell'arrivo e del trionfo della vetta piu' alta oltre la quale non
c'e' altro luogo in cui andare (anche se nell'Himalaya molti pellegrini girano
intorno alle montagne perche' credono che salire in vetta sia sacrilego). Dopo
avere conquistato il Cervino, Edward Whymper, uno scalatore vittoriano
atleticamente molto dotato e mosso da una grande ambizione, disse: "Piu'
in alto non c'e' nulla da vedere; sta tutto sotto", con un'efficace
mistura di linguaggio letterale e figurato. "In un certo senso, la' in
cima ci si trova nella condizione di chi ha realizzato tutti i desideri e non
ha piu' nulla cui aspirare". Puo' darsi anche che il fascino delle
ascensioni sulle vette montane sia dovuto a una serie di metafore linguistiche.
L'inglese e varie altre lingue associano l'altitudine,
l'ascesa e l'altezza al potere, alla virtu' e allo stato sociale. Percio' si
dice essere sulla cima del mondo o nel punto piu' elevato nel proprio campo
professionale, essere al culmine delle proprie capacita', essere in ascesa; si
dice esperienza di punta e l'apice della carriera, ergersi nel mondo e avanzare
verso l'alto, per non parlare di arrampicatori sociali, di mobilita' verso
l'alto, di santi dotati di sentimenti elevati e di bassa plebaglia e,
ovviamente, di classi alte e basse. Nella cosmologia cristiana il paradiso e'
in alto e l'inferno in basso, e Dante rappresenta il Purgatorio come una
montagna a forma di cono su cui il poeta si arrampica a fatica fondendo il
viaggio spirituale con il viaggio geografico (e la scalata inizia attraverso un
passaggio che oggi gli scalatori chiamerebbero camino: "Noi salivam per
entro 'l sasso rotto, / e d'ogne lato ne stringea lo
stremo, / e piedi e man volea il suol di sotto"). Una camminata in salita
attraversa questi territori metafisici; una passeggiata senza meta per la
stessa montagna si muove invece attraverso una metafisica del tutto diversa.
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182
Esistevano
altre organizzazioni alle quali i giovani potevano aderire: gruppi religiosi e
il Movimento protestante giovanile e, dopo il 1909, una versione tedesca dei
Boy Scout, mentre i giovani delle classi lavoratrici potevano entrare a far
parte dei circoli giovanili comunisti e socialisti. I Boy Scout, come il
Wandervogel e tanti altri aspetti della storia del camminare, sollevano un
problema: quando camminare si trasforma in marciare? Quasi tutti i circoli
escursionistici erano gruppi intesi a celebrare e proteggere l'esperienza
individuale e privata; ma alcuni abbracciarono l'autoritarismo. Marciare
subordina al gruppo e all'autorita' il ritmo proprio dei singoli corpi e ogni
gruppo che marcia, marcia verso il militarismo, quando non ci e' gia' arrivato.
Il movimento scout nacque dall'adattamento delle idee di sir Baden-Powell,
veterano della guerra dei boeri, e di quelle che lo stesso Baden-Powell plagio'
dall'anglo-canadese Ernest Thompson Seton. L'intento di Seton era di introdurre
i giovani alla vita all'aria aperta, con un'accentuazione particolare sulle
competenze e sui valori dei nativi americani, tanto che qualche volta e' stato
accusato di avere invece dato vita a un revival pagano tra gli adulti.
Baden-Powell conferi' all'idea della vita nei boschi una sensibilita' piu'
militaresca e conservatrice. Ancora oggi sembra che ciascun gruppo scout abbia
il proprio stile: alcuni insegnano tecniche di vita all'aria aperta, altri
addestrano i ragazzi come soldatini. Dopo la prima guerra mondiale, il
Wandervogel si frantumo', mentre i Boy Scout tedeschi, detti giovani
esploratori, si ribellarono ai propri capi adulti e soppiantarono in larga
misura il movimento originario.
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192
Ma
altri individui hanno condotto battaglie per la conquista degli spazi: sebbene
qui abbia parlato soprattutto di spazi selvaggi e rurali, e' molto interessante
anche lo sviluppo dei parchi urbani quali per esempio il Central Park, un
progetto democratico e romantico inteso a offrire le virtu' rurali ai cittadini
che non dispongono delle risorse necessarie per uscire dalla citta'. Il corpo
non impedito e' una questione piu' complessa. I primi tempi del Sierra Club,
quando donne non accompagnate potevano dormire su giacigli di rami di pino e scalare montagne vestite di pantaloni alle caviglie o di
gonnelline corte, inducono a ritenere che in California la liberazione della
donna - o una forma moderata di essa - ne sia stato un sottoprodotto, dal
momento che l'abbigliamento vittoriano imprigionava le donne nel decoro di
respiri brevi, piccoli passi, equilibrio precario. Il nudismo delle prime
associazioni naturistiche tedesche e austriache suggerisce che per qualcuno
andare in collina facesse parte di un progetto piu' ampio di comunione con la
natura, una natura che per definizione comprendeva pure l'erotismo, e anche per
chi restava vestito, gli abiti consistevano in calzoncini informali che lasciavano
scoperto il corpo. E lo stesso valeva anche per i lavoratori britannici: basta
leggere La situazione delle classi lavoratrici in Inghilterra di Engels sugli
orrori della vita e delle condizioni di lavoro che deformavano e facevano
ammalare il corpo degli operai per capire perche' molti furono disposti a
lottare per la liberta' di camminare a gran passi in spazi aperti e sotto cieli
puliti. Il camminare nel paesaggio fu una risposta ai mutamenti della societa'
che rendevano i corpi degli appartenenti alla classe media anacronismi
rinserrati nelle case e negli uffici e i corpi degli operai pezzi di macchinari
industriali.
Rousseau
e Wordsworth, i poeti che stanno all'inizio di questa storia del camminare nel
paesaggio, hanno ipotizzato un collegamento tra la liberazione sociale e la
passione per la natura (benche', fortunatamente, nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare i Boy Scout, le industrie
delle attrezzature per le attivita' all'aria aperta e altri effetti a lungo
termine della cultura del camminare). Le associazioni escursionistiche hanno
avvicinato molta gente qualunque all'immagine poetica del camminatore ideale
che si muove liberamente nel paesaggio.
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Discendenti
della stoa e del peripato greci, le strade porticate attenuano il confine tra
dentro e fuori e pagano un tributo architettonico alla vita pedonale che vi si
svolge. Rudofsky individua i famosi "portici" di Bologna, la via
porticata lunga circa sei chilometri che dalla piazza centrale porta in
campagna;
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Camminare
dopo la mezzanotte: donne, sesso e spazio pubblico
Caroline
Wyburgh, diciannove anni d'eta', "usci' a passeggiare" con un
marinaio a Chatham, in Inghilterra. Era il 1870 e gia' da tempo il passeggio
era una componente ufficiale del corteggiamento. Non costava nulla e dava agli
innamorati uno spazio semiprivato dove farsi la corte, vuoi un parco, una
piazza centrale, un viale cittadino, vuoi anche una strada fuori mano (e quegli
aspetti di paesaggio rustico come i vicoli degli innamorati offrivano uno
spazio privato in cui osare di piu'). Forse, nello stesso modo in cui la marcia
collettiva afferma e genera la solidarieta' di gruppo, l'atto delicato di
procedere al ritmo congiunto dei propri passi pone due persone sulla stessa
linea in senso sia emotivo sia corporeo; forse, mentre si cammina insieme nella
sera, nella strada, nel mondo, per la prima volta ci si sente una coppia.
Passeggiare insieme, in quanto modo di fare quel qualcosa che piu' somiglia al
non fare niente, permette di crogiolarsi l'uno nella presenza dell'altra, senza
sentirsi obbligati a conversare continuamente o a compiere l'atto ben piu'
impegnativo di evitare di parlarsi. E in Inghilterra l'espressione "uscire
insieme" poteva assumere un'implicazione esplicitamente sessuale, ma piu'
sovente rendeva manifesto che si era instaurata una relazione continuativa,
qualcosa di simile al "fare coppia fissa" dei giorni nostri. Nel
racconto di James Joyce I morti, il marito, avendo
appreso che in gioventu' la moglie ha avuto un pretendente, le chiede se ami
ancora quel ragazzo ormai morto e ne riceve questa devastante risposta:
"Facevamo spesso delle passeggiate insieme".
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Sisifo
aerobico e psiche suburbana
La
liberta' di camminare vale ben poco se non si ha un luogo dove andare.
Camminare ha avuto una sua eta' dell'oro che, iniziata nel tardo
XVIII secolo, si spense, temo, qualche decennio fa. Fu un'eta' imperfetta, piu'
aurea per alcuni che per altri, eppure eccezionale perche' ha creato luoghi
appositi e dato valore alla camminata per diporto. Visse il suo apice attorno
al giro di boa del XIX secolo, quando nordamericani ed europei si davano
appuntamento per uscire insieme tanto per una passeggiata quanto per un
aperitivo o un invito a cena; andare a piedi aveva spesso una sua sacralita',
era anche uno svago di routine, e fiorivano le associazioni escursionistiche. A
quei tempi, le innovazioni urbane del XIX secolo, come i marciapiedi e le
fogne, rendevano piu' vivibile la citta' non ancora minacciata dalle
accelerazioni del secolo successivo, e gli spazi e le attivita' extraurbane,
come i parchi nazionali e l'alpinismo, erano in crescita e nel primo rigoglio.
Poiche' la storia del camminare si dipana tra le grandi citta' e le campagne,
con occasionali estensioni alle piccole citta' e a qualche montagna, questo
libro ha fin qui indagato la vita pedonale negli spazi urbani e in quelli
rurali. Ma se volessimo apporre una pietra tombale sull'eta' dell'oro del
camminare, dovremmo forse incidervi la data del
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Camminare
e' una delle costellazioni del cielo stellato della cultura umana, una
costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo aperto, e
sebbene ciascuna di esse abbia un'esistenza indipendente, sono le linee
tracciate tra di esse - tracciate dall'atto del camminare con scopi culturali -
a farne una costellazione. Le costellazioni non sono fenomeni naturali, ma
imposizioni culturali; le linee tracciate tra le stelle sono come sentieri
consumati dall'immaginazione di coloro che li hanno calcati in precedenza. La
costellazione chiamata "camminare" ha una storia, la storia percorsa
da tutti quei poeti e quei filosofi e quei rivoluzionari, da pedoni distratti,
da passeggiatrici, da pellegrini, turisti, escursionisti, alpinisti, ma il suo
futuro dipende dal fatto che quei sentieri di collegamento vengano percorsi
ancora.