ADRIANO
PAOLELLA E ZELINDA CARLONI: UN ALTRO MODO E' POSSIBILE
[Da "A.
rivista anarchica", anno 37, n. 329, ottobre 2007, riprendiamo il seguente
dossier "Un altro modo e' possibile. Riflessioni sull'uso delle
merci", a cura di Adriano Paolella
e Zelinda Carloni, settimo inserto della serie "Globalizzazione e
ambiente. Idee per capire, vivere e opporsi al nuovo modello di profitto"]
In una
societa' in cui il commercio e' parte preponderante delle relazioni, spesso le
azioni compiute dai singoli sono dettate dagli interessi che altri vi
ripongono.
Piu' le merci
sono inutili e piu' e' richiesta la loro promozione, e nella societa'
occidentale contemporanea la stragrande quantita' di oggetti e di servizi in
commercio non e' necessaria.
Anche un
piccolo artigiano ha interesse a vendere la sua merce. Se egli e' consapevole
che il suo lavoro e' importante per la comunita' in cui vive non ha necessita'
di promuovere il suo prodotto; le persone andranno direttamente da lui, senza
bisogno di essere stimolate, in quanto il suo lavoro e' utile.
Il modello
sociale contemporaneo e' lontano da questo. Da una parte preleva risorse
naturali e sociali e dall'altra immette nel mercato e stimola al consumo di una
quantita' enorme di merci spesso inutili.
Il modello e'
governato da una continua proposizione di merci, come se attraverso di esse si
possa acquisire una nuova condizione di vita inspiegabilmente migliore della
precedente.
La felicita'
e' una questione individuale ma la condizione per esser felici dovrebbe essere
la rimozione delle comuni ragioni di infelicita'. E troppi sono i motivi per
constatare che insieme non vi sono ragioni di felicita'. Troppi gli interessi
che impongono altre priorita', troppa l'attenzione alle merci, troppo scarso
l'impegno nella ricerca di un benessere individuale e collettivo.
Per lasciare
libero lo spazio alla concretezza delle merci, l'attenzione e' indirizzata su
valori alienati, estranei alla comune soddisfazione.
Subissati
dalle merci e' difficile anche rendersi conto di come cinquanta anni fa, per
esempio, l'italiano medio, che viveva dignitosamente, aveva abitudini di vita
del tutto spartane, se confrontate con le attuali, e questo senza che ne
risentisse la sua condizione esistenziale.
Ma il
paradosso e' che quelle condizioni, allora del tutto normali e niente affatto
"primitive", oggi non sono praticabili facilmente. La struttura
stessa della societa' occidentale crea nel tempo delle nuove poverta' relative,
impensabili in altre condizioni storiche e culturali. Il "livello
medio" imposto alla nostra collettivita' non prevede variazioni
significative e al di sotto del quale pone la miseria, e non la poverta'.
Sono le
strumentazioni, e quindi le merci, che rendono faticoso un percorso diverso.
Esempio chiarificatore e' il telefono. Negli anni Sessanta, in Italia il
telefono era appena arrivato al livello della popolazione media e, per esempio,
consentiva di usare il duplex. Il duplex era un saggio modo di utilizzo dello
strumento per cui, una stessa linea, veniva usata da due utenti. C'era il
disagio di trovare, di tanto in tanto, la linea occupata, ma costava la meta'.
Oggi questa circostanza non solo non e' possibile anche volendo, ma e'
impensabile per l'utente stesso. Non si puo' accettare che per fare una
telefonata si debba aspettare che un altro abbia finito di fare la sua.
L'uso del
telefono ha raggiunto un livello di utilizzo paragonabile ad un bene primario;
tanto che in un pregevole libro relativo ad alcuni barboni romani, scopriamo
che i "senza casa-beni-affetti-conforti ecc." di cui si parla,
considerano indispensabile il cellulare, e lo posseggono.
E' proprio da
questa "fondamentalita'", economicamente dispendiosissima, delle
merci e degli strumenti che e' necessario sganciarsi, utilizzando la propria
intelligenza, la creativita', aiutandosi.
Forse e'
opportuno ritrovare il senso della propria esistenza in comportamenti di cui
conosciamo il significato e la finalita', nell'adoprarsi con mezzi che siano
omogenei al fine, nel recuperare un senso della societa' in cui ciascuno non
sia rappresentazione di interessi o di ruolo, ma di utilita', per quello che sa
effettivamente fare, di cultura, di tecnica, di esperienza, di creativita'.
Forse e'
opportuno consumare meno merci, per produrre meno merci, per lavorare di meno;
perche' ad ogni azione inutile, ogni merce inutile, corrisponde, da qualche
parte, miseria e devastazione.
Queste
riflessioni si rivolgono a coloro che, nei paesi ricchi, possono dire di non
conoscere la poverta'. Coloro i quali hanno a disposizione una notevole quantita'
di denaro (enorme rispetto ai 4/5 del mondo, infinitesimale rispetto ai veri
ricchi) che spesso non risulta sufficiente per l'andamento del quotidiano,
proprio in ragione dello sperpero di merci a cui partecipano.
Essi sono,
anche inconsapevolmente, le colonne di sostegno del mercato, coloro che
acquisiscono maggiori quantita' di merci, quelli che manifestano maggiori
necessita'.
Essi possono,
con i loro comportamenti, contribuire a rallentare questo aberrante meccanismo
produttore di infelicita', limitandone il potere, riducendone l'ambito
operativo, sottoponendolo a visione critica.
Sfilandosi da
esso, uscendo dalle sue consuetudini. Seppure impercettibilmente, seppure con
piccole azioni, ognuno di essi, attraverso il proprio comportamento, attraverso
la limitazione delle inutilita', puo' ridurre la potenza del modello.
Comprando meno
merci, dedicando piu' tempo al mantenimento degli oggetti, alla preparazione
del cibo, se possibile alla sua produzione, muovendosi di meno.
Piccole azioni
che non risolvono completamente i nodi del problema ma che aiutano a ritrovare
una consapevolezza sulla base della quale conservare la propria autonomia
culturale e permettere una pratica meno infelice per noi dei paesi ricchi e per
gli altri poveri e dei paesi poveri.
Riflessioni
che possono essere utili per cambiare atteggiamenti e abitudini di cui si sono
sottovalutati i negativi effetti ambientali e sociali.
Molti sono i
sostenitori inconsapevoli di un modello ingiusto, incongruo, inefficiente che
ogni giorno produce innumerevoli vittime, che ogni giorno annulla cultura e
valori di intere comunita' e ogni giorno porta violenza sugli oppositori, su
coloro che esprimono un giudizio critico.
Sostenitori
per pregiudizio o per pigrizia piu' che per convinzione.
Ma per coloro
i quali non ritengono la sofferenza degli altri un indispensabile corollario
del proprio benessere allora per costoro e' possibile che sia stata solo una
svista il fatto di aderire indiscriminatamente a questo modello.
Spesso non si
considera quanto attraverso le nostre azioni, quelle quotidiane, quelle
consuete, abitudinarie, apparentemente innocue si sostengano interessi precisi,
nocivi per l'ambiente e l'umanita'. E cio' avviene principalmente perche' le
scelte quotidiane sono poste come non scelte, ovvero come soluzioni normali
senza alternative, perche' sono sottovalutate nella loro importanza. I
consumatori, cosi' come possono creare un mercato lo possono distruggere. Ma
questo i consumatori sembrano non saperlo.
Non e'
necessario rimandare la ricerca e il raggiungimento del benessere ad un mondo
tutto da realizzare, diverso, successivo. Un mondo cambiato dall'acquisizione
del potere, dalla vittoria elettorale, dalla rivoluzione sociale.
Un altro mondo
e' possibile anche oggi, anche comportandosi in maniera diversa, dando cosi'
continuita' tra l'oggi e il domani, lavorando cosi' nel presente, per il
presente e non solo per il futuro.
Un altro mondo
gia' esiste nell'infinita diversita' degli uomini, nell'enorme capacita'
mostrata da parte di popoli e individui di mantenere la propria cultura, la
propria autonomia dal modello vigente.
Molti sono i
popoli che vivono al di fuori di esso, allontanati o non raggiunti, ma molte
sono le comunita' e gli individui che consapevolmente hanno preso le distanza da
un modello fagocitatore e vivono secondo criteri piu' appropriati al proprio
piacere, al benessere dalla comunita', alla gravita' dei problemi ambientali e
sociali del pianeta.
E un altro
mondo gia' esiste in queste persone che per scelta e con lucidita' hanno
intrapreso esistenze "demercificate" e stanno costruendo relazioni
sociali, produttive, di scambio fondate sulla maggiore qualita' ambientale,
culturale e sociale.
Il modello che
viene praticato nei paesi occidentali tende costantemente a indurre la
convinzione che questo criterio garantisce l'eliminazione della fatica: ma,
accanto a strumenti che oggettivamente e utilmente eliminano la fatica (la
lavatrice, per esempio) ne introduce una mole enorme che solo apparentemente
produce questo risultato (vedi scopa elettrica, premiagrumi elettrico casalingo
ecc.), ma che risultano appaiati nella presentazione delle meraviglie della
tecnica. Il preteso riscatto dalla fatica, ognuno di noi puo' dirlo, non ci ha
riscattati dalla stanchezza.
Ognuna delle
riflessioni che seguiranno suggerisce una piccola variazione dei comportamenti
e implica una "piccola fatica" nel compiere azioni che abitualmente
attuiamo e nel definire comportamenti diversi dagli abituali.
E' il recupero
di questa piccola fatica che riduce il campo del mercato sostituendo le merci
prefabbricate con la nostra diretta attivita' autogestita e non retribuita.
Questa piccola
fatica diviene il parametro di giudizio della convenienza a compiere azioni e
ci aiuta a discernere tra i bisogni effettivi e quelli indotti, tra i piaceri
veri e quelli fittizi.
Essa diviene
metro temporale su cui misurare quanto e' possibile fare in una giornata e
quindi selezionare le azioni e porre loro dei limiti, limiti che il solo
consumo pone molto lontano.
Ma questa piccola
fatica e' anche lo strumento per mantenere la propria autonomia culturale e
tecnica sia a livello individuale che di comunita' ed e' dunque mezzo per
mantenere cio' che gia' c'e' e per contribuire nel presente ad un possibile
altro mondo.
*
Sbucciarsi le
patate
Prendere le
patate, pelarle, lavarle, tagliarle, asciugarle, cuocerle. Un'azione semplice.
Che occupa poco tempo. Un momento in cui le mani agiscono, si riconoscono le
parti buone e quelle cattive, si seleziona, se ne comprende e valuta l'appropriatezza
rispetto a quello che serve.
La conoscenza
avra' ripercussioni sul nostro acquisto al mercato dove selezioneremo le patate
che ci soddisfano maggiormente e avra' ripercussioni sul nostro cucinare
scegliendo il tipo di patata appropriato ai cibi.
Un'azione,
sbucciare le patate, che mette a frutto la nostra capacita' creativa nella
modalita', nella forma, nelle dimensioni del taglio.
Un'azione che
e' tecnica e quindi culturale e che lascia il tempo di pensare: sgombera uno
spazio temporale dal consumo e dalla produzione di lavoro e ci abitua a
produrre per noi direttamente.
La sostanza
del cucinare e' la capacita', creativa e tecnica, di predisporre autonomamente
prodotti direttamente gestiti e consumati.
I cibi
prepuliti, precotti, eliminano tutto questo. Riducono il tempo di preparazione
per lasciare tempo solo alla produzione o al consumo di merci e di servizi.
Un atto
piccolo, sbucciare le patate, preparare il proprio cibo, casomai insieme con
altri, per fare prima, per dividerlo, per risparmiare.
E' difficile
da fare? Poco moderno?
Eppure...
*
Un sorso
d'acqua
Gran parte
delle citta' del nord del mondo e' fornita di una rete di distribuzione
dell'acqua potabile.
Negli anni
passati ciascun cittadino ha sostenuto, civilmente ed economicamente, il peso
della creazione di questo servizio che consente alla quasi totalita' degli
abitanti di questi paesi di avere a disposizione acqua potabile a basso costo
nelle proprie abitazioni.
Un diritto,
piu' che un servizio, che conduceva la societa' fuori dalla sudditanza ai
venditori di acque e al controllo da parte di pochi di un bene appartenente a
tutti.
Eppure in
pochi anni, volontariamente, i cittadini hanno preferito l'acqua minerale in
bottiglia a quella del rubinetto. File al mercato, grandi pesi da portare,
molti soldi da pagare, limitatezza delle risorsa, rifiuti incontrollati,
aumento del traffico di veicoli commerciali, aumento del numero di incidenti
stradali, accumulo di profitti, privatizzazione dei beni comuni, nuova
sudditanza nei confronti di chi gestisce le acque. Nulla di tutto cio' pare
interessare l'acquirente delle acque minerali, che guarda con disprezzo
scorrere l'acqua dal rubinetto perche' ha "un sapore non buono".
L'acqua,
dall'essere risorsa e bene comune inalienabile degli uomini, torna ad essere
terreno di appropriazione, diventa merce, rappresenta il segnale di un
interesse del mercato verso il controllo delle risorse primarie, quelle comuni,
che comporta di fatto la limitazione dell'autonomia degli individui e delle
comunita'.
Sarebbe dunque
giusto esigerne la buona qualita', insieme con la consapevolezza che la
gestione di questa risorsa primaria e' anche affidata a noi, alla nostra
maniera di consumarne e di utilizzarne: riducendone gli sprechi, aumentandone
il recupero, utilizzandola appropriatamente.
Un atto
piccolo: non comprare l'acqua minerale, ma ambientalmente e socialmente
importante.
E' difficile
da fare? Imbarazza?
Eppure...
*
Una vecchia
automobile
Gia' questo:
mantenere la vecchia automobile.
Poi vecchia
quanto? Un po'. Un po' di piu' di quanto il piacere di avere un nuovo modello
ci imporrebbe. Basterebbe questo per uscire da una dipendenza.
Con la nostra
vecchia auto risparmieremmo dei soldi, potremmo lavorare di meno, potremmo fare
lavorare di piu' i meccanici, ripartire quindi la ricchezza nel tessuto
sociale, sottraendola alla concentrazione del grande monopolio industriale.
L'industria
delle automobili ha due obiettivi: vendere nuove auto e far consumare benzina.
Per raggiungere il primo obiettivo sostiene sia la dipendenza del modello
insediativo dalla mobilita' privata su gomma, che facendo percorrere piu'
chilometri consuma le auto, sia il ricorso all'introduzione sul mercato di
modelli sempre nuovi, accattivanti, che inducano all'acquisto. Per il secondo
obiettivo produce macchine che consumano molta benzina, aumentando
(inutilmente, visti i limiti di velocita' imposti e la ragionevolezza
dell'uomo) le prestazioni in velocita' e in potenza e aumentando la grandezza e
il peso del veicolo.
Per sostenere
questi obiettivi organizza campagne di promozione enormi che suggeriscono
modelli di vita: e' possibile che ci siano alcuni che hanno fatto piu' figli
solo per comprare automobili piu' grandi?
Per
l'industria dell'auto il risultato e' soddisfacente, tanto che nei paesi ricchi
il capitolo di spesa afferente le auto e' il secondo dopo l'alimentazione come
incidenza sul bilancio della famiglia media; e non per un anno, ma per una
vita.
Ripetendo con
insistenza che dall'industria dell'auto dipendeva la sorte dell'occupazione di
interi paesi, hanno indotto a credere che l'esborso di denaro che veniva
regolarmente richiesto ai consumatori fosse anche una sorta di partecipazione
solidale alle sorti dei lavoratori.
Ma oggi non vi
e' relazione tra merce e occupazione: pochi occupati possono fare molte merci e
oggi non possiamo vantarci di non avere disoccupati nonostante siamo abbuffati
di auto. Comunque in Italia vi sono piu' forestali che addetti al settore auto,
eppure nessuno ci ha mai invitato a piantare alberi per mantenere gli occupati.
Mantenersi la
macchina vecchia, ridurre i chilometri percorsi.
E' difficile
farlo? E' una libidine irrinunciabile?
Eppure...
*
Il mercato dei
figli
I figli sono
merce. Sono merce in gran parte del mondo perche' vendibili e acquisibili, ma
sono merce nei paesi ricchi perche' ampliano il mercato e le sue potenzialita'.
Ridurre il
numero degli individui implica di fatto ridurre il numero dei consumatori, e
questo diviene preoccupante per il mercato quando si raggiunge il massimo degli
acquisti possibile pro-capite.
Ma i figli,
nei paesi ricchi, sono una delle condizioni di massima concentrazione della
domanda di merci: crescono, e quindi anno per anno cambiano abitudini e quindi
cambiano i prodotti necessari, sono sottoposti in modo massiccio alle pressioni
delle mode e della pubblicita', e quindi spessissimo diventano veicoli tenaci
della richiesta di prodotti di consumo.
La pubblicita'
stimola oggi piu' delle chiese e degli stati alla procreazione. Maggiore e' il
numero di figli e maggiore e' il mercato. In questo si rilegge la brama
quantitativa che e' alla base della nostra societa': di piu' e' meglio che di
meno.
Non e' vero.
Tenere i figli
fuori dal mercato, pensare al pianeta come una collettivita' unica, diversa ma
con alcuni grandi problemi comuni.
E' difficile
farlo? Sentirsi genitori solo dei propri figli carnali e' indiscutibile?
Eppure...
*
Un mondo che
non c'e'
I settimanali,
le riviste di moda, di costume, di critica, i rotocalchi, sono pieni di
immagini di uomini e di donne che non corrispondono certo ai cittadini del
mondo, ma neppure a quelli dei paesi ricchi.
In una piazza,
in un bar, in una stazione, al nord, al sud, non ci sono gli uomini e le donne
presenti nelle riviste, non ci sono le loro espressioni, i loro usi, i loro
problemi. Quello che c'e' dentro quelle pagine non c'e' fuori, e quello che
c'e' fuori non c'e' dentro.
Fuori di
quelle pagine altra e' la bellezza, altre le attivita', altra la ricchezza,
altri i problemi, altro il fascino.
Un mondo che
non c'e', ben separato da quello esistente, e di cui si testimonia la possibile
realta' attraverso le immagini costruite negli studi fotografici.
La concretezza
paradossale e' data dalla tendenza da parte degli individui di apparire come
quelle immagini e di uniformarsi ad esse.
Sono infatti
immagini a cui tendere, che servono a commercializzare merci.
Gran parte dei
rotocalchi e' fatta di pubblicita', a cui viene assegnata la pagina di destra,
quella maggiormente visibile, supportata da articoli di costume che non fanno
che confermare il messaggio indotto dalla pubblicita'.
Dicono questi
settimanali ben oltre quello che sostengono a parole, dicono quanto essi siano
strumento di supporto al mondo delle merci. Dicono quando mostrano, dicono
quando regalano oggetti inutili, dicono quando vendono la pubblicita'.
Non comprarle,
non comprarne tante, leggerle usate riduce il consumo di carta, non alimenta il
mondo delle merci, riduce. Si possono selezionare altre riviste, senza
pubblicita', o si possono stimolare gli editori a una maggiore attenzione.
E' difficile
da fare? E' un passatempo irrinunciabile?
Eppure...
*
Un panino da
casa
Un panino
fatto giorni prima (fatto mesi prima?), con prosciutto o formaggio addizionato,
conservato, farcito con crema di ignoto, immerso in un gas, chiuso in un
contenitore di plastica etichettato, presentato come per alimenti, riscaldato
da un forno a microonde.
Decine di
milioni di panini cosi' invadono le stazioni ferroviarie, gli aeroporti, alcuni
grandi nodi dove si concentrano grandi quantita' di potenziali fruitori
distratti, indaffarati, affamati, rapidi.
Anni addietro
nei treni passavano venditori abusivi di panini. Panini di giornata, con
formaggio o salame, avvolti in carta. Furono nel tempo guardati, panini e
venditori, come segno di sottosviluppo. Non garantivano la qualita'. Erano
plebei. Certamente la sera riciclavano il formaggio non venduto. Ora la
qualita' industriale e' garantita.
Comprate le
concessioni, perseguiti in termini di legge gli abusivi (nelle stazioni hanno
tolto anche le fontanelle per evitare di ridurre il mercato delle acque
minerali), vinta la concorrenza di piccoli bar ed alimentari, l'alimentazione
nel mondo del viaggio e' in mano a pochi gestori.
Ma
l'alimentazione esterna alla residenza e' in gran parte gestione e quindi proprieta'
di pochi, che garantiscono igiene ed efficienza ma non la qualita', ne'
relativamente ai cibi ne' per quanto riguarda gli effetti che questi possono
comportare.
Non andare
nelle grandi catene di ristorazione, preferire il piccolo artigiano.
Portarsi un
panino da casa con la frittata (che ha un peso ambientale minore del
prosciutto) o con gli avanzi del giorno prima.
Portarsi
l'acqua da casa, cosi' da fare intendere che togliere le fontanelle non vuol
dire aumentare automaticamente il mercato.
E' difficile
farlo? E' troppo imbarazzante?
Eppure...
*
Una vacanza a
casa
Le vacanze:
altro modo di consumare merci, merci naturali.
Le vacanze
vendono luoghi, paesaggi, ambienti intatti, societa' ospitali. Vendono i luoghi
trasformandoli in quello a cui servono: infrastrutture, alberghi, autoveicoli,
banche, impianti di risalita, piste da sci, pontili, ombrelloni, bar,
ristoranti, windsurf, moto d'acqua, piscine, gatti delle nevi, negozi,
trampolini, piste su ghiaccio, residenze.
Ogni volta che
un luogo diviene turistico si trasforma, perde la sua naturalita', che e'
quello che lo ha reso di interesse, e viene adattato all'immagine standard del
turismo globale.
Ogni volta che
una persona va da turista in un luogo conferma la necessita' di quelle
infrastrutture.
Per il proprio
piacere destruttura, danneggia ambiti pregiati, aumenta la dipendenza di quei
luoghi da fattori esterni alla sua caratteristica, esporta un modello la cui
limitatezza e' evidente anche nei paesi piu' ricchi.
Attua una
razzia.
E piu' il
soggiorno e' breve, piu' e' attuato in strutture organizzate ed aliene dal
contesto, piu' e' lontano e maggiore e' il peso ambientale e sociale della sua
presenza.
Ci si muove
sempre di piu'. Sempre piu' breve la permanenza, sempre piu' lungo il tempo
della percorrenza.
Allungare le
vacanze, stare nei luoghi piu' a lungo, conoscerli, partecipare ad essi,
contribuire alla comunita'.
Non andare in
paesi lontani, in luoghi incontaminati, in strutture organizzate, per poco
tempo.
E' difficile
farlo? E' troppo angosciante lo stare?
Eppure...
*
Immersi negli
oggetti
Un indiano
Lakota non possedeva piu' di 200 oggetti, inclusi gli attrezzi, componenti
dell'abitazione, armi e vestiti.
Noi viviamo
immersi negli oggetti. Alcuni di questi hanno una funzione, altri sono assolutamente
inutili.
Il decimo
orologio, il ventesimo accendino, la centesima penna a sfera, il quarto
cellulare, la terza televisione, il diciottesimo elettrodomestico, le
bomboniere, i pensierini affettuosi, i ricordi di viaggio, i soprammobili, i
servizi da caffe', le attrezzature per i numerosi sport, le riviste, gli
impianti per la musica, le radio, i computer, gli attrezzi per i mille
passatempi, etc.
Tutti oggetti
che noi compriamo, ci facciamo regalare, ci regalano, mossi dal piacere di un
attimo, dallo sfizio, dal gusto irrefrenabile del bambino viziato che vuole un
gioco nuovo, lo usa pochi minuti e ne cerca subito un altro.
A questi si
aggiungono le promozioni commerciali, le "merci gratis": giornali,
riviste, hamburger, salvagenti, pareo, cd, film, libri, formaggini, etc.
Le case
diventano sempre piu' piccole e il numero degli oggetti diventa sempre
maggiore, in una sorta di parossismo collettivo.
Scegliere
quegli oggetti che effettivamente rappresentano qualche cosa, che ci possono
accompagnare nel ricordo o nel piacere, in un numero limitato. Lasciare le
offerte e i regali. Andare nei luoghi per vedere, capire, sentire ma non
comprare.
E' difficile
farlo? Non vi sono antidoti al morbo dell'acquisto?
Eppure...
*
Uno strumento
appropriato
Il grande sviluppo
delle tecniche e' sicuramente uno dei dati caratterizzanti il nostro tempo.
Gran parte
delle innovazioni sono dettate dalle caratteristiche del mercato e dalla
necessita' di immettervi nuove merci competitive, gran parte di queste merci e'
predisposta per il consumo individuale. Telefoni cellulari, che nelle
successive evoluzioni divengono anche telecamere, registratori, strumenti di
scrittura, computer che trasmettono musica e immagini; computer e televisioni
sempre piu' connessi in una unica rete, sistemi per ascoltare la musica sempre
piu' sofisticati, elettrodomestici elettronici, etc. sono alcuni esempi di un
apparato in cui la tecnologia e' lo strumento principale per fare vendere la
merce.
Il computer
con cui si scrive ha una potenza pari o forse minore a quella che fu necessaria
per mandare nello spazio i primi satelliti, eppure per gran parte dell'uso che
se ne fa' essi sono solo macchine da scrivere, calcolatrici o motori per
videogiochi.
Coglie serio
il dubbio che lo strumento sia leggermente sovradimensionato rispetto a quello
a cui realmente serve.
Un autoveicolo
di cinquemila di cilindrata che supera i 270 chilometri all'ora e raggiunge i
100 km in tre secondi non e' appropriato alla nostra necessita' di movimento
urbano, dove la media e' 15 km all'ora; una grande automobile fuoristrada,
lunga piu' di cinque metri, con delle ruote alte un metro e spesse quaranta
centimetri, pesante una tonnellata e mezza e con una portata di quasi una
tonnellata non e' appropriata per andare a comprare una spesa di venti chili;
uno spremiagrumi elettrico di acciaio e plastica che consuma un kw, che ha
bisogno di essere montato e smontato, pulito e ripulito prima e dopo l'uso, non
e' appropriato a spremere un limone.
Forse non e'
necessario cambiare il nostro computer, l'automobile, il cellulare, il lettore
ogni tre anni per comprare il modello piu' recente, piu' potente, con maggiore
adattabilita' perche' gia' quello che abbiamo non lo usiamo completamente.
Non solo la
tecnologia e' una merce ma i prodotti non sono appropriati.
Rallentiamo la
sostituzione. Manteniamo gli strumenti che possediamo, facciamoli invecchiare,
innoviamoli in ritardo. Rallentando non diverremo noi stessi promotori del
processo. Il mercato e' sensibile e rallenta l'innovazione delle merci se non
incontra un adeguato riscontro.
E' difficile
farlo? Non possiamo aspettare un po' e vedere se possiamo farne a meno?
Eppure...
*
Un bicchiere
di plastica
Un oggetto
semplice, apparentemente inoffensivo ma che lentamente sta sostituendosi ai
bicchieri di vetro.
E' piu'
comodo, ovvero evita al gestore del bar di utilizzare la lavastoviglie, al
barista di pulire i bicchieri. E' piu' comodo, ovvero evita a casa di lavare i
bicchieri, si mantiene la cucina piu' ordinata e si rigoverna con facilita'.
Ma quanti
miliardi l'anno di bicchieri di plastica si consumano? Quante migliaia di
tonnellate di plastica vanno a discarica dopo un uso di qualche secondo: un
sorso d'acqua, al massimo un pasto.
E quant'e' il
costo ambientale del processo produttivo e dello smaltimento del rifiuto?
Quanti operai
ci vogliono per produrre questi miliardi di bicchieri? Pochi, pochissimi,
enormemente meno di quelli necessari a fare altrettanti bicchieri in vetro.
E quanti
baristi in meno servono visto che non hanno nulla da lavare? Tanti, tantissimi.
Ed allora
questo oggetto semplice, apparentemente inoffensivo, comporta in realta'
significativi effetti negativi nell'ambiente e nella societa'.
Ed allora che
cosa ci vuole a sciacquare un bicchiere di vetro, usandolo per una decina di
anni, e dov'e' la difficolta' a chiedere al bar una tazzina di ceramica, che si
usa per decenni, sapendo che si sta agendo per salvare il posto di lavoro forse
proprio all'infastidito barista? Che cosa ci vuole a non consumare nei luoghi
dove si serve solo nella plastica o in contenitori monouso?
E' difficile
farlo? E' troppo impegnativo?
Eppure...
*
Un gran caldo
Tra auto di
cilindrata sempre piu' elevata e facendo sempre piu' chilometri, utilizzando
una quantita' di energia di origine fossile enorme e scaricando inquinanti a
tutto spiano, ansimiamo dal caldo.
E' possibile
che non si riesca a collegare l'uso degli autoveicoli e dell'energia fossile al
riscaldamento del pianeta?
Una volta
fatta questa connessione, fulminati dalla consapevolezza, dovremmo scendere
dalle nostre auto ed abbandonatele dove sono, muoverci a piedi, in bicicletta,
sui pattini, a cavallo.
Ma cio' non
avviene. Persone del tutto normali, pur consapevoli del problema, nel momento
in cui scelgono il loro autoveicolo guardano la forma, la velocita', il prezzo,
gli accessori, la dimensione.
Gli
autoveicoli con i loro motori a scoppio ma anche, seppur in maniera molto
minore, con le lamiere, sono dei riscaldamenti mobili.
Eppure persone
ragionevoli comprano autoveicoli di cilindrata sempre maggiore, eppure persone
ragionevoli ogni anno fanno migliaia di ore in fila in macchina per andare al
lavoro o peggio per andare in vacanza, senza un dubbio, senza un'idea di mezzo
alternativo, eppure persone ragionevoli consumano energia elettrica come se la
sua produzione non avesse alcun effetto nell'ambiente e poi sulla loro salute.
Fare meno
chilometri con le auto, scegliere le cilindrate piccole a maggiore efficienza,
andare piu' piano (per consumare meno), andare a piedi per piccoli percorsi, ridurre
l'uso degli elettrodomestici.
E' difficile
farlo? Siamo troppo dipendenti?
Eppure...
*
La conoscenza
indotta
Il televisore
e' una macchina fantastica. Attraverso di esso si vedono cose mai viste, ci si
puo' rilassare, distrarre.
Meravigliosa e
incantatrice, la televisione ci mostra il mondo e ce lo racconta senza che noi
ci si debba muovere dalla nostra poltrona; in realta' altera la nostra
conoscenza e la nostra capacita' di relazione, modificandoci la cultura e i
criteri di osservazione, presentandoci contesti ignoti e con i quali non
possiamo relazionarci.
Definisce la
nostra cultura impregnandola di fattori estranei e arbitrari, non connessi alla
nostra esistenza se non attraverso la sua mediazione.
Passivi, persi
in una quantita' di immagini paurosamente grande, delocalizzati, ci componiamo
una conoscenza del mondo attuata con una specie di "settimo senso":
una visione molto piu' ridotta come estensione ottica dell'immagine oggettiva,
ma in cui ci immedesimiamo di piu' che in qualunque situazione oggettiva che
comprenda tutti gli altri nostri sensi.
Alienati, in
sintesi. Inquinati di immagini.
E proprio per
questo la meraviglia e lo stupore, qualita' elette dell'uomo di fronte al
mondo, sono quasi esclusivamente utilizzati dalla televisione per veicolare
merci e per sostenere e normalizzare un modello insostenibile.
E' possibile
immaginare che non si comprino i prodotti pubblicizzati?
E' possibile
immaginare che non si guardino programmi e reti che si comportano in maniera
ambientalmente e socialmente scorretta, sostenendo o facendosi sostenere da
merci e da comportamenti aberranti e dannosi?
E' difficile
farlo? Siamo troppo assuefatti?
Eppure...
*
Un vestito
usato
Il livello di
spreco di un popolo si puo' desumere da quanto le merci che esso butta sono
ancora interessanti per altri.
In gran parte
del mondo una moltitudine di persone setaccia le discariche alla ricerca di
cibo e merci utilizzabili.
Anche noi
bisogna incominciare a cercare nelle nostre discariche. In primo luogo in
quelle di casa, evitando di buttare materiali ancora utilizzabili e prima
ancora di acquisire merci che gia' sappiamo non utilizzeremo a lungo. In
secondo luogo mettendoci nella condizione di essere disponibili all'uso di
merci che altri hanno buttato ma che rispondono alle nostre esigenze.
Queste non
saranno forse esattamente uguali a quelle che avremmo comprato ma adattarle
alle nostre esigenze ed adattare le nostre esigenze ad esse fa parte di una
intelligenza operativa che ha caratterizzato da sempre l'agire umano.
Armadi,
specchi, automobili, libri, riviste, vestiti.
Nei numerosi
mercatini domenicali affluiscono vestiti usati dei paesi piu' ricchi di noi e
di persone maggiormente avvezze allo spreco.
Maglioni,
camice, calzoni nuovi o praticamente nuovi colpevoli di avere, al massimo,
piccole macchie asportabili, scuciture ricucibili, bottoni mancanti
sostituibili, minuscoli buchi rammendabili. Spesso merce di grande qualita' che
mantiene immutata la sua efficienza ma e' considerata importabile.
Forse e'
opportuno tralasciare i mercati dei prodotti della nuova moda (chi sa perche'
la moda cambia di stagione in stagione?) e recuperare almeno parzialmente
mercati meno frenetici connotati da quella capacita' di adattare e di adattarsi
che rende minimo lo spreco.
Mantenere i
proprio vestiti a lungo, comprare anche vestiti usati e usare le merci smesse
da altri.
E' difficile
farlo? E' troppo da poveracci?
Eppure...
*
Condizionarsi
l'aria
L'aria e' il
primo bene comune degli uomini, indispensabile e uniformemente diffuso su tutto
il pianeta.
La
disabitudine della nostra civilta' a provvedere con mezzi semplici alle diverse
condizioni poste all'uomo dal clima (scegliere abiti piu' idonei, isolare
adeguatamente le abitazioni, adattare i tempi del lavoro alle condizioni
esterne) e l'affidamento sempre piu' esteso alla tecnologia per la risoluzione
dei problemi, hanno fatto si' che anche l'aria, in qualche modo, sia divenuta
merce: riscaldata, raffreddata, depurata, in una parola: condizionata.
Le temperature
sono aumentate mediamente di pochissimo, un pochissimo sufficiente ad alterare
i sistemi naturali ma non ancora a danneggiare gli uomini, specialmente quelli
residenti nelle zone temperate.
L'aumento
della temperatura ha fatto si' che in alcuni giorni dell'anno essa sia pesante
da sostenere. Ma questo disagio, in realta' riferito ad un periodo brevissimo,
ha indotto la collettivita' a ritenere che l'unica soluzione sia
l'installazione di impianti di condizionamento, che pero' procedono a
funzionare con il calendario, e non con il termometro. E si assiste all'assurdo
per cui, per entrare in un supermercato o in un negozio, bisogna coprirsi,
mentre fuori c'e' una temperatura invidiabilmente mite.
La presenza
diffusa di questi impianti fa' si' che intere zone, luoghi e strade prima
vissute regolarmente, si siano trasformate in fornaci insopportabili grazie
alle emissioni dei condizionatori, che, notoriamente, freddano dentro e
scaldano fuori. Per di piu' la fornace e' rumorosissima e niente affatto
discreta visivamente.
La risposta ad
un esteso disagio, ma ridotto nel tempo, invece di portare ad una riduzione dei
movimenti e quindi del lavoro e dei consumi, invece di essere volta alla messa
in opera di sistemi passivi, ambedue soluzioni che riducono le emissioni e il
riscaldamento globale, per difendersi in quei pochi giorni, e' di acquisire
apparecchi di condizionamento.
Milioni.
Decine di milioni.
Ciascuno di
questi rinfresca l'aria interna ma sputa fuori calore: consuma energia ed
aumenta l'effetto serra, cioe' il maggiore responsabile dei disagi climatici.
Una risposta
imbecille. Senza scusanti.
Rappresentazione
del benessere fittizio individuale e menefreghista che questo mercato produce.
Chiudere gli
impianti di aria condizionata, ingegnarsi, per esempio, con tende, vegetazione,
aumento della coibentazione di pareti e superfici vetrate per eliminare questa
nuova e indotta sudditanza.
E' difficile
farlo? Non riusciamo piu' ad adattarci al variare delle condizioni ambientali?
Eppure...
*
Un amico
coltivatore
Quando si
mangia un pomodoro fa piacere sapere che esso e' stato coltivato senza l'uso di
sostanze chimiche dannose alla nostra salute, vicino al luogo dove noi lo
consumiamo, senza quindi essere trasportato con grande consumo di energia, che
e' stato coltivato senza sfruttare nessuno, che e' stato colto al tempo giusto
senza "svernare" nelle celle frigorifere o negli impianti di
maturazione a gas.
Fa piacere
sapere che non e' stato pompato di acqua e di ormoni, che e' cresciuto nel
luogo adatto alla sua crescita usando l'energia del sole, non forzato da serre
ne' da impianti per l'anticipazione della maturazione. Fa piacere mangiare un
pomodoro nel tempo dei pomodori e fa piacere mangiare un pomodoro che e' stato
coltivato con cura sapendo che chi lo mangera' avra' piacere a mangiarlo perche'
riconoscera' la qualita' del lavoro svolto ed il piacere che un pomodoro, quel
pomodoro, sa dare alla nostra esistenza.
La merce
pomodoro industrializzato questo non lo potra' mai garantire.
Essa al
massimo ci assicurera' di non avvelenarci immediatamente ma non che non abbia
usato nei processi produttivi sostanze che con il tempo ci danneggeranno. Tutto
il resto e' estraneo al pomodoro industrializzato.
Allora per noi
e' importante connettersi a chi direttamente produce per noi con la qualita'
che richiediamo e che solo conoscendoci egli potra' garantirci.
Un amico che
fa i pomodori.
Cercarli,
sostenere le piccole produzioni. Fuori dal mercato industrializzato, costruendo
relazione dirette.
E' difficile
farlo? Non abbiamo piu' il piacere di quel pomodoro?
Eppure...
*
Soldi da soldi
C'e' chi fa
soldi sui soldi.
In una
societa' di merci il denaro assume un'importanza smisurata. Il denaro stesso
diventa una merce e il guadagno maggiore e' il guadagno sul denaro.
Perche'
investire nelle borse e cercare di arricchirsi con esse? Non da' un senso di
irrequietezza l'eventuale aumento dei capitali? Non ci viene in mente che
proprio a quei soldi possano corrispondere prelievi indiscriminati di risorse,
speculazioni scorrette con popolazioni, ed impoverimenti di qualcun altro?
Per aumentare
il totale del mercato hanno privatizzato e quindi immesso nel mercato
elettricita', acque, gas, petrolio, foreste, pascoli, proprieta' comuni, tutti
beni dell'umanita' prima che di chiunque altro e solo attraverso di essi la
quantita' delle transazioni e' aumentata. E poi e' aumentata fittiziamente
sull'aumento ottenuto.
Attraverso
questo meccanismo si sono arricchiti i ricchi e impoveriti i poveri, si sono
svendute le risorse naturali e culturali, si e' speculato sul benessere immettendo
sul mercato quelli che erano servizi comuni.
Che ha a che
fare con questo mondo un impiegato, un artigiano, un piccolo imprenditore? Non
lo governa, sa solo quello che alcuni vogliono che si sappia e, attenzione,
quando vogliono che si sappia. Che abbiamo a che fare con questo mondo che si
astrae dalle necessita' e dal piacere degli uomini per traslare ogni interesse
su un oggetto convenzionale come il denaro e che pone a ragione fondante di
ogni decisione la capacita' di produrre denaro?
Ma sono i
ricchi a possedere il denaro e a produrre denaro con il denaro, ed applicare
questo unico parametro e' una iattura per tutta l'umanita'.
Ridurre il
gioco sul denaro. Non utilizzare le carte di credito, ridurre i servizi
bancari, controllare dove vanno a finire i nostri soldi (per esempio sarebbe
bello che non finanziassero le armi e le guerre), porre i risparmi in banca
etica o in cooperative sociali, non speculare in borsa.
E' difficile
farlo? Il nostro patrimonio finanziario ne trarrebbe nocumento?
Eppure...
*
La panacea
delle norme
Nello
scombinamento prodotto dalla grandezza e dalla penetrazione del mercato unico e
dalla stravolgente quantita' e tipologia di merci, di azioni, di servizi in
vendita, le norme divengono una panacea.
Si regolamenta
tutto e gli utilizzatori sono garantiti dall'applicazione delle norme.
Ma le norme
possono essere sbagliate. In particolare quelle che riguardano le merci sono
sbagliate in quanto definite appositamente per garantire gli interessi delle
grandi compagnie.
Cosi', ad
esempio, in campo alimentare il fatto che i cetriolini in salamoia debbano
tutti essere dritti e simili per peso e forma per rispondere alle norme di
qualita' europee ha tolto di mezzo i produttori non industrializzati che non
riescono a garantire quel livello di uguaglianza tra i cetrioli. Cosi' il
gelato artigianale, o il salame tagliato a mano, o il famoso lardo di Colonnata
(per cui e' stata cambiata la norma) sono tutte merci fuori legge.
Le norme che
afferiscono alle merci hanno favorito e favoriscono una visione del mondo,
industrializzata e omogenea, che elimina le tecniche locali e la cultura
produttiva sostituendo tutto con prodotti uguali, asettici, ma non per questo
salubri. In questo vengono favorite le grandi produzioni e il modello praticato
dalla concentrazione della produzione e dalla distribuzione capillare dello
stesso tipo di prodotto.
Questo
apparato normativo non garantisce i cittadini. Bisogna dunque controllare al di
la' delle norme ed essere critici, diffidando, comprendendo le motivazioni da
cui le scelte normative sono derivate, cercando di sostenere le merci che
mantengono caratteri ambientali e sociali corretti.
E' difficile
farlo? E' un'ulteriore fatica?
Eppure...
*
Il mito del
progresso
Nella nostra
cultura contemporanea il mito del progresso esercita una grande capacita' di
attrazione.
Forse
l'impulso dato dai movimenti sociali nati nell'Ottocento verso una fiducia
nelle armi del progresso per il miglioramento delle condizioni dell'uomo
(fiducia che a tratti si e' radicalizzata in fede), forse il retaggio
dell'Illuminismo che pragmaticamente si affida alla scienza e alla tecnologia
per preparare un futuro migliore per l'uomo, sono i motivi che hanno fatto si'
che la nostra societa' costruisse la sua immagine proiettata nel futuro: tutto
cio' che e' nuovo e' automaticamente buono, tutto cio' che e' moderno e' di
fatto migliore e preferibile all'antico.
Questo dogma,
mai palesemente espresso ma del tutto implicito nel costume sociale, fa si' che
il mercato, che e' l'espressione principale della nostra societa', si avvalga
di continui e imprescindibili richiami al "nuovo", al
"moderno", al "tecnologicamente avanzato" per incrementare
le vendite e i consumi.
Il futuro,
identificato con il progresso, viene anticipato anche come immagine di
riferimento, e la maggior parte delle persone sembra adeguarsi a questa
proiezione, cercando di somigliare a quella immagine, come se essa fosse
l'ineluttabile condizione del futuro. L'adeguamento passa, ovviamente, per
l'acquisizione di merci che di quella proiezione sono i tratti identificanti.
Sicche' ci si sente moderni e anticipatori del futuro se si possiede l'ultimo
modello tecnologico di una certa cosa. Sentirsi cosi' equivale a sentirsi
"adeguati". L'immagine del nostro futuro viene costruita nei
laboratori della pubblicita'.
Naturalmente
non ci viene detto, per esempio, che l'ultimo modello di televisore in realta'
e' gia' ampiamente superato dalla tecnologia, e che non ci daranno in pasto
l'ultimo modello finche' tutti non avremo acquistato quello gia' vecchio.
Potrebbe
essere piu' interessante costruirci da soli la "nostra" immagine del
futuro, scoprire che potrebbe non somigliare per niente a quella della
pubblicita', scoprire che potrebbe essere infinitamente piu' bella e
affascinante.
Rifiutare di
assomigliare agli androidi della pubblicita', sottrarsi alla mercificazione,
sottrarsi ai comportamenti teleguidati, scegliere un'altra via in cui
riconoscersi e riconoscere gli altri, esercitarsi ad inventare quello che
potremmo essere.
E' difficile
farlo? E' talmente gratificante sentirsi adeguati al mondo che ci propongono?
E' quello il mondo futuro che vorremmo?
Eppure...
*
Eppure...
sembrano atti
alla nostra portata. E lo sono. Piccole azioni quasi quotidiane che potrebbero
modificare le relazioni tra il sistema delle merci e gli utilizzatori e quindi
modificare il mercato con tutte le implicazioni ambientali e sociali che cio'
comporterebbe.
Il sistema di
mercato e' il tallone d'Achille della nostra societa', il punto di maggiore
vulnerabilita'. Se i criteri che ci vengono proposti come modelli sociali ci
appaiono insostenibili, e' necessario pensare che la loro modificazione non e'
necessariamente affidata ad una titanica ricostituzione di un modello diverso,
ma potrebbe essere validamente e concretamente avviata dall'acquisizione di
comportamenti diversi dai previsti, e che vadano ad incidere proprio sul lato
"debole" della struttura: il mercato. E riappropriarsi cosi' della
dignita' delle proprie scelte e della liberta' di compierle.
Per un gruppo
di persone di un villaggio africano basta una capra per modificare
integralmente la propria esistenza, e non per un tempo determinato ma per
sempre. Forse per noi, abitanti dei paesi ricchi, non basta cosi' poco, ma
sicuramente abbiamo anche noi la nostra "capra" che modifica il
grande sistema in cui siamo inseriti e che oggi appare a molti unico,
insuperabile e come tale fagocitatore e senza alternative.
Oppure si
ritiene che comunque ce la caveremo, che la specie umana, grazie alla
tecnologia, riuscira' a trovare soluzioni atte a farci continuare questo
cammino basato sullo sfruttamento insensato di uomini e natura, per permettere
a pochi privilegiati di continuare il proprio standard di vita?
E' possibile.
Ma e' proprio questo cammino, indipendentemente dalle sue possibilita', che si
vuole evitare di percorrere, costituendo oggi, e non in un imprecisato e sempre
posticipato futuro, le condizioni per permettere la vita (e non solo la
nascita) delle persone.
E per fare
questo non e' possibile delegare ad altri o al futuro il compito ma bisogna
divenire parte attiva attraverso il nostro corretto agire.
Vogliamo
credere che si sia in molti a pensare che questo "modo" non e'
possibile, che non e' giusto, che non puo' essere condiviso. Per questo abbiamo
voluto con semplicita' riflettere criticamente sulla possibilita', attraverso
comportamenti piu' attenti, di non essere strumenti di sostegno ad un modello
che porta nel mondo miseria, sopraffazione, danni all'ambiente, alle comunita'
e alla salute.
Perche' non
dovremmo esser attenti? Attenti come lo siamo stati per millenni ai segnali
della natura, attenti agli altri uomini, attenti ai luoghi. Perche' oggi
dovremmo deporre questa capacita' di discernimento ed attenzione sulla quale
abbiamo sviluppato la nostra intelligenza e la nostra tecnica? Porre attenzione
alle cose che si fanno, capirne il senso, considerarne gli effetti,
l'efficienza, la correttezza.
La correttezza
rispetto ad alcuni criteri sulla base dei quali discernere quello che e'
congruo fare e quello che puo' essere evitato. Criteri sulla base dei quali e'
possibile esprimere un giudizio sui comportamenti.
Allora, ogni
qual volta ci viene presentata una merce, sia essa nuova o innovativa, sia essa
necessaria o utile, le domande che bisogna porci sono: qual e' il suo impatto
nell'ambiente?
Riduce l'urto
imposto alla natura e al territorio rispetto alla soluzione precedentemente
adottata? Quanto la sua fabbricazione, il suo uso, la sua dismissione migliora
le condizioni dell'ambiente rispetto a quelle attuali?
Quante persone
fa lavorare?
Si e' ricorso
a processi industrializzati a basso uso di manodopera? Se e' una merce prodotta
in grandissime quantita', quale e' stata l'incidenza del lavoro umano e quanto
sarebbe stato possibile trovare soluzioni alternative?
Quanti sono i
beneficiari economici?
I profitti
della produzione, distribuzione e commercializzazione sono concentrati in pochi
soggetti o sono distribuiti equamente nella comunita'?
Quanto esprime
la cultura di una comunita'?
Quanta tecnica
specifica e' conservata nella merce? Quanto l'oggetto contribuisce a far
permanere la conoscenza tecnica nella comunita' e la sua autonomia produttiva?
Ben sapendo
che i problemi maggiori del nostro pianeta sono collegati ad un ambiente
depredato, alterato e distrutto, alla mancanza di lavoro, alla concentrazione
dei profitti, al depauperamento culturale ed asservimento delle comunita', se
una merce ha un peso ambientale elevato, se la sua produzione fa lavorare poche
persone, se aumenta la concentrazione dei profitti, se non esprime la cultura e
la capacita' propria di una comunita' non e' una merce che ci possa
interessare.
Essa e' una
merce che fa male, fa male ad altri uomini, induce poverta' e asservimento, fa
male all'ambiente, distruggendo gli ecosistemi, e proprio per questo non va
utilizzata.
E proprio in
questo non utilizzo e' anche richiesto il nostro discernimento.
Un altro modo
e' possibile.
*
Bibliografia
Sono inseriti
i testi che principalmente forniscono indicazioni pratiche. Tra questi si segnala
Correggia M. (2007), la pubblicazione piu' recente che raccoglie un elevato
numero di indicazioni.
Bologna G.,
Gesualdi F., Piazza F., Saroldi A. (2000) Invito alla sobrieta' felice, Emi,
Bologna
Bonadonna F.
(2001) Il nome del barbone, Deriveapprodi, Roma
Centro nuovo
modello di sviluppo (1996) Boycott! Manuale del consumatore etico, Emi, Bologna
Centro nuovo
modello di sviluppo (2003) Guida al consumo critico, Emi, Bologna
Centro nuovo
modello di sviluppo (2006) Guida al vestire critico, Emi, Bologna
Centro nuovo
modello di sviluppo (2002) Guida al risparmio responsabile, Emi, Bologna
Carlsson C. (a
cura) (2003) Critical mass. L'uso sovversivo della bicicletta, Feltrinelli,
Milano
Correggia M.
(2007) La rivoluzione dei dettagli. Manuale di ecoazioni individuali e
collettive, Feltrinelli, Milano
Da Re, M.
(2004) Citta' senz'auto, Associazione centro di documentazione di Pistoia
Dauncey G,
Mazza P. (2003) Clima tempestoso. 101 soluzioni per ridurre l'effetto serra,
Franco Muzzio, Milano
Earthworks
group, Wwf Italia (1991) 50 piccole cose che ognuno di noi puo' fare per
salvare il mondo, Leonardo Editore, Milano
Gesualdi F.
(1999) Manuale per un consumo responsabile, Feltrinelli, Milano
Gesualdi F.
(2004) Sobrieta', Feltrinelli, Milano
Holdgate M. (1997) From care to Action, Eatshan
Publications, Londra
Latouche S.
(2002) Il pensiero creativo contro l'economia dell'assurdo, Emi, Bologna
Luppi P.
(2006) Tutto da rifare, Terre di mezzo, Milano
Predine E.,
Colleart J.P., L'arte dell'orto a quadretti, Ed. agricole
Schibel K.L.,
Zamboni S. (2005) Citta' contro l'effetto serra, Edizioni Ambiente, Milano
Schlumberger
A. (2005) 50 piccole cose da fare per salvare il mondo e risparmiare denaro,
Apogeo
Schumacher
E.F: (1998) Piccolo e' bello, Mondadori, Milano
Wuppertal
Institut (1997) Futuro sostenibile, Emi, Bologna
Wwf Italia,
Cittadinanza attiva (2004) La rivoluzione dell'efficienza: misure ed azioni
praticabili, Edicom, Roma
Wwf Italia,
Cittadinanza attiva (2004) Ecoconsigli. I tuoi piccoli gesti possono fare una grande
differenza, Provincia di Torino
Wwf Italia,
Enea (a cura) (2006) Risparmio ed efficienza energetica in casa, Roma
*
Sitografia
Sono inseriti
i siti specifici sui temi trattati. Altre informazioni possono essere raccolte
sui siti delle associazioni ed organizzazioni ambientaliste o sociali
nazionali.
www.bilancidigiustizia.it
www.retegas.it
(Gruppi d'acquisto)
www.assobdm.it
(Botteghe del mondo)
www.altroconsumo.it
www.acquistiverdi.it
(Prodotti ecologici)
www.cnms.it
(Centro nuovo modello di sviluppo)
www.cambieresti.net
www.occhiodelriciclone.com
www.carfree.com
www.criticalmass.it
www.chooseclimate.org
www.climatecare.org
www.ortidipace.it
www.biodiversita.info
*
Il presente
fascicolo non si configura come un manuale ma come un insieme di riflessioni.
Esso quindi, pur sapendo quanto importante sia riportare esperienze ed idee,
non vuole dare indicazioni specifiche per non assomigliare a quei manuali per
il funzionamento degli elettrodomestici, dove e' spiegato, spesso in maniera
incomprensibile, assolutamente "tutto".
La
manualistica indica gli esiti ma non fornisce gli elementi di stimolo alla
conduzione autonoma di una pratica; ed e' per questo che risulta cosi' diffusa
in societa' interessate ai prodotti piu' che agli uomini che li praticano.
Un manuale di
comportamento quotidiano appare ridurre le scelte individuali ad una mera
esecuzione di buone pratiche.
Si ritiene
invece che il percorso del recupero di una logica comportamentale passi
attraverso la consapevolezza che e' atto interpretativo e quindi creativo da
cui scaturisce l'attuazione di una pratica.
Per recuperare
tale carenza di informazioni specifiche si rimanda, con una crediamo articolata
bibliografia, a fonti che raccolgono esperienze di indubbio interesse.
In realta' la
denominazione "societa' dei consumi" non e' esatta per indicare
l'attuale modello auspicato e sostenuto dal mercato. Una denominazione piu'
appropriata potrebbe essere "societa' degli acquisti" perche' le
merci dopo essere acquisite non sono consumate, o "societa' dei rifiuti"
perche', anche nei processi di produzione, le quantita' dei rifiuti sono
enormemente piu' grandi di quelle delle merci e perche' le merci non consumate
divengono rapidissimamente rifiuti per lasciare spazio a nuove merci.
*
Un altro modo
e' possibile. Testi di Adriano Paolella e Zelinda Carloni
Supplemento al
n. 329 (ottobre 2007) della rivista anarchica mensile "A", direttrice
responsabile Fausta Bizzozzero, registrazione al tribunale di Milano n. 72 in
data 24.2.1971, stampa e legatoria Sap s.n.c. (Vigano di Gaggiano - Mi).
Editrice A,
via Rovetta 27, 20127 Milano, tel. 022896627, fax: 0228001271, e-mail:
arivista@tin.it o anche edacoop@tin.it, conto corrente postale 12552204, conto
corrente bancario n. 107397 presso Banca Etica, filiale di Milano (abi 05018,
cab 01600).