ADRIANO
PAOLELLA E ZELINDA CARLONI: RISCALDAMENTO GLOBALE E CONTROLLO SOCIALE (2002)
[Da "A.
rivista anarchica", anno 32, n. 279, marzo 2002, riprendiamo il seguente
dossier dal titolo "Riscaldamento globale e controllo sociale" a cura
di Adriano Paolella e Zelinda Carloni, parte della serie sul tema
"Globalizzazione. Idee per capire, vivere e opporsi al nuovo modello di
profitto" (disponibile anche nel sito www.arivista.org)]
Il
riscaldamento globale
La temperatura
del pianeta continua ad aumentare.
Negli ultimi
140 anni la temperatura media della superficie terrestre ha subito un
innalzamento medio globale di 0,6°C, con il maggior incremento di circa lo
0,2°C per l'ultimo decennio.
Il 1998 e'
stato l'anno piu' caldo rilevato nella storia e i dieci anni piu' caldi negli
ultimi 120 sono tutti successivi al 1981, tra di essi sei sono successivi al
1990.
Dal 1948 al
1998 la temperatura degli oceani e' aumentata di 0,31°C fino ai 300 metri di
profondita' e di 0,06°C fino ai 3000 metri.
Il cambiamento
delle temperature non e' uniforme; le aree che hanno subito la massima
variazione sono state quelle terrestri (che si riscaldano piu' velocemente di
quelle marine) e quelle situate tra i 40°N e i 70°N.
In Italia la
temperatura e' aumentata negli ultimi 100 anni di 0,7°C al nord e di 0,9°C al
sud.
Queste
variazioni delle temperature, che a livello assoluto sembrano di ridotta
entita', in realta' comportano effetti sconvolgenti sui sistemi naturali che
hanno possibilita' di esistere in ambiti di variazione molto ridotti. Il
pianeta vive in uno spessore di pochi chilometri, tra le profondita' dei mari e
la parte alta dell'atmosfera, ed e' biologicamente attivo in maniera
significativa in una pellicola spessa, nel mare, poche decine di metri e sulla
terra poche decine di centimetri.
Questa
pellicola puo' esistere solo se le temperature ed il loro andamento giornaliero
e stagionale rimangono molto simili a quelle attuali: la loro modificazione
anche di pochi decimi di grado ne comporta prima la modificazione e poi la scomparsa.
Le registrate
variazioni delle temperature hanno modificato la quantita' e l'andamento dei
venti, della nuvolosita' e delle precipitazioni. Interi habitat si sono
modificati e solo in alcuni casi potranno essere sostituiti da sistemi naturali
maggiormente adatti alle condizioni createsi.
La velocita'
dei cambiamenti rende, infatti, traumatica e spesso impossibile l'evoluzione
degli ecosistemi, favorendo situazioni di degrado diffuso dei suoli
superficiali, erosioni, perdita del terreno vegetale, desertificazione, con una
situazione particolarmente grave per gli ecosistemi in condizioni gia' limite.
Le
modificazioni delle temperature avranno effetti anche sull'assetto sociale del
pianeta. Ad esempio, gia' si sta modificando la localizzazione e la produttivita'
delle aree agricole: dove storicamente si praticava l'agricoltura, e dunque in
massima parte dove si e' concentrata la popolazione mondiale, e' gia' in atto
una riduzione della produttivita'; dove non vi sono popolazioni insediate (aree
maggiormente prossime al circolo polare artico) stanno aumentando le
potenzialita' agricole a seguito del manifestarsi di situazioni climatiche piu'
favorevoli.
E' come se si
stesse riazzerando un gioco: nello sfruttamento delle risorse si riducono i
vincoli derivanti dalle abitudini consolidate, dalla gestione diretta della
produzione da parte delle comunita', dalla richiesta e conflittualita' sociale.
Un incubo di
pioggia, fango, siccita', calore, che interessera' una buona meta' del
territorio planetario, creera' un'emergenza in cui le societa' saranno
costrette a soffrire e cambiare (quando potranno), e questo incubo rendera'
possibile l'accrescersi e il consolidarsi di nuovi interessi non condivisi,
privati, di mercato.
Tutto cio' non
deve essere pensato come uno scenario futuro: e' gia' in essere. Tra le
innumerevoli situazioni possibili si cita solamente l'aumento del fenomeno
dell'acqua alta a Venezia, che e' direttamente connesso all'innalzamento del
livello del mare, e che manda sott'acqua parti sempre piu' estese della citta',
per un tempo sempre piu' lungo, per una frequenza annuale sempre maggiore.
La risoluzione
di questa nuova situazione climatica e' molto impegnativa da risolvere, perche'
comporterebbe il cambiamento dell'intero sistema produttivo, di mercato,
insediativo. Ed e' ulteriormente difficile perche' se anche oggi, subito, ora,
si cambiasse il modello subiremmo gli effetti di quanto gia' fatto per almeno
altri cento anni prima di stabilizzare, modificate, le condizioni del pianeta.
*
Alcune conseguenze
gia' riscontrabili
Il diverso
riscaldamento, delle diversi latitudini e delle aree marine rispetto a quelle
terrestri, ha comportato una modificazione dell'intero sistema meteo climatico
del pianeta. Vi sono zone in cui le precipitazioni sono aumentate (settentrione
degli Stati Uniti +10-15%, Europa settentrionale) e zone in cui sono diminuite
(Europa del sud, Sahel, Africa occidentale).
A partire dal
1950 l'atmosfera che sovrasta gli oceani e' diventata piu' nuvolosa ed
all'altezza dei tropici vi e' stato un aumento dei temporali; sulle regioni
tropicali e sub-tropicali dell'Africa e dell'Indonesia le piogge sono diminuite
gia' dagli anni Sessanta.
Vi e' stato un
incremento della percentuale delle precipitazioni durante forti nubifragi (il
10% del totale delle precipitazioni nel 1997 contro l'8% dell'inizio secolo).
La maggior
parte dei disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici e' causata da
comportamenti ecologicamente distruttivi e da scelte politiche pericolose che
interessano maggiormente i paesi piu' disagiati e sottosviluppati. L'Asia e' il
continente piu' colpito: le catastrofi per eventi climatici hanno provocato il
77% del totale delle perdite di vite umane, il 90% delle persone rimaste senza
casa e il 45% dei danni economici.
Negli ultimi
cinquant'anni eventi denominati come "grandi catastrofi naturali"
hanno conosciuto un aumento vertiginoso passando dalle 20 "grandi"
catastrofi degli anni '50, alle 47 degli anni '70, alle 86 degli anni '90.
Nel biennio
1998-'99 ci sono stati oltre 120.000 morti legati ad eventi meteoclimatici
eccezionali, e milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le
proprie abitazioni in seguito a calamita' naturali. Negli ultimi vent'anni
quasi 1,5 miliardi di persone sono state colpite da alluvioni, tempeste di
vento, frane.
Tale aumento
e' attribuibile, oltre che alla variazione dei fattori meteorologici, anche ad
una gestione errata del territorio. Ad esempio, le alluvioni causate dallo
Yangtze nel 1998 hanno provocato piu' di 4.000 vittime, colpito 223 milioni di
persone, inondato 25 milioni di ettari di terre coltivate, causato danni per
oltre 36 miliardi di dollari. A parte l'eccezionalita' delle precipitazioni, un
fattore che ha determinato la portata catastrofica dell'evento e' costituito
dalla massiccia opera di deforestazione degli argini collinari attuata nei
decenni precedenti (prima del disastro il bacino dello Yangtze aveva visto
scomparire l'85% della sua copertura forestale). La scomparsa delle foreste,
che normalmente fanno da scudo alle piogge consentendo alla terra di
assorbirle, lascio' scorrere le acque che trascinarono gli strati superficiali
del terreno: la massa di fango precipito' a valle attraversando zone ormai
completamente spoglie.
Il taglio
delle foreste rende i fenomeni di siccita' piu' gravi anche negli anni piovosi,
poiche' favorisce il processo di inaridimento del terreno; sono stati eventi di
questo genere ad alimentare i violentissimi incendi che nel '97-'98 devastarono
Indonesia e Brasile.
Circa 20
milioni di kmq, pari al 15% della superficie emersa del pianeta, sono gia'
affetti da qualche grado di desertificazione (i deserti coprono attualmente il
30% della superficie emersa).
Il livello del
mare si e' innalzato di circa 10-12 cm negli ultimi 100 anni. L'aumento della
temperatura del mare aumenta il volume dello strato delle acque superficiali
(circa 1 cm per ogni 0,1°C, quindi a 0,6°C di aumento corrispondono 6 cm) cui
si aggiungono 2-5 cm derivati dallo scioglimento dei ghiacciai.
Nell'ultimo
secolo i ghiacciai sul monte Kenya hanno perso il 92% della loro massa e quelli
sul Kilimanjaro il 73%; il numero dei ghiacciai in Spagna e' passato dai 27 del
1980 ai 13 del 1999; i ghiacciai dell'Europa alpina hanno perso il 50% del loro
volume nell'ultimo secolo.
I ghiacciai
marini nell'emisfero settentrionale sono diminuiti, dal 1978 al 1998, di
370.000 kmq ogni dieci anni. Complessivamente l'estensione dei ghiacci artici
si riduce del 2,9% per decennio, con una riduzione diffusa anche significativa
del loro spessore.
Effetti sono
riscontrabili nella fauna. Gran parte degli insetti, per la loro maggiore
capacita' adattativa e lo smisurato "arsenale" genetico,
aumenterebbero i loro areali e la loro presenza temporale nel corso delle
stagioni. Ad esempio, il riscaldamento dell'Alaska e' probabilmente alla base
dei danni al fogliame provocati da un verme parassita dell'abete rosso su 20 ml
di ettari di foresta; sempre a titolo esemplificativo tra gli insetti i tarli
nel 2020 potranno iniziare i loro voli migratori 25 giorni prima, il che vuol
dire che potrebbero colonizzare zone nell'Europa settentrionale che hanno in
passato raggiunto raramente con effetti dirompenti sul patrimonio forestale.
1/4 delle
specie oceaniche conosciute e almeno il 65% della fauna ittica marina trovano
rifugio nel sistema corallino; se la temperatura del mare supera i 28°C i
polipi che vivono nel corallo espellono le alghe presenti nei loro e il corallo
sbianca; se tale condizione persiste i coralli muoiono in quanto si alimentano
con la fotosintesi attuata dalle alghe. In tutte le barriere coralline del
mondo all'inizio degli anni '90 vi erano aree sbiancate; nella seconda meta'
degli anni '90 in un vasto tratto dell'Oceano Indiano, dove la temperatura
delle acque aveva anche superato i 30°C, il 70% delle barriere erano morte.
*
Le cause e i
motivi
L'innalzamento
della temperatura del pianeta e' causato da una serie di fattori concomitanti
di diversa incidenza.
Nel modello di
societa' occidentale lo svolgimento delle attivita' produttive comporta
l'emissione, diretta o indiretta, nell'atmosfera di sostanze che provocano il
fenomeno chiamato "effetto serra" la cui presenza ed incremento
provoca l'innalzamento della temperatura.
Principale, ma
non unico, gas-serra e' l'anidride carbonica, emessa in grandissima parte
dall'uso dei combustibili fossili. Tale uso libera attualmente nell'aria circa
6 miliardi di tonnellate di carbonio ogni anno, aggiungendo ogni anno 3
miliardi di tonnellate ai 170 miliardi accumulati a partire dalla rivoluzione
industriale. Dal periodo pre-industriale il biossido di carbonio e' aumentato
da 280 a 360 parti per milione in volume (ppmv), a cui si aggiungono l'aumento
della concentrazione di molte altre sostanze tra cui il metano da 700 a 1720
ppvm, e il protossido di azoto da 275 a 3103.
La quantita'
di emissioni non e' ugualmente ripartita tra tutta la popolazione del pianeta:
nel 1995 il 20% della popolazione mondiale, residente nei paesi a maggiore
emissione, ha prodotto il 63% delle emissioni e il 20% della popolazione,
residente nei paesi a minima emissione, ha prodotto il 2% del totale delle
emissioni.
Come si vede
dalla tabella, le emissioni procapite degli Stati Uniti sono 20 volte superiori
a quelle dell'India e 2 volte superiori a quelle del Regno Unito.
*
Emissioni pro
capite di carbonio da utilizzo di combustibili (1994)
Nazione
Tonnellate
Stati Uniti
5,26
Australia 4,19
Canada 3,97
Russia 3,08
Germania 2,89
Regno Unito
2,62
Ucraina 2,43
Giappone 2,39
Sudafrica 2,07
Cina 0,71
India 0,24
*
Le emissioni sono
direttamente connesse principalmente alla quantita' di energia elettrica
consumata, alla quantita' di merci e di processi produttivi e di smaltimento
connessi e alla mobilita', ambiti questi che bruciano le maggiori quantita' di
combustibili fossili e caratterizzano il modello consumistico globalizzato. Ma
altri settori, apparentemente non incisivi, come quello delle comunicazioni,
consumano quantita' significative di energia: in Italia, il cliente che
richiede la maggiore quantita' di energia elettrica e' la Telecom con il 4% del
totale nazionale.
*
Aumento delle
attivita' che scaldano
Al di la'
delle emissioni, quasi tutte le attivita', proprio per le modalita' con cui si
svolgono, per il costante uso di strumentazioni energivore e per l'abituale
sovradimensionamento, producono calore.
Il calore
emesso da un contadino che vanga il terreno non e' confrontabile con quello di
un trattore, ne' il calore emesso da una persona che cammina con quello di un
autoveicolo.
Proprio
l'enorme abuso di strumenti comporta la presenza diffusa di un numero infinito
di fonti di calore (una fila di macchine in una strada di campagna e'
paragonabile ad una fila di termosifoni che riscalda l'atmosfera).
*
Riduzione dei
"captatori"
La diffusa e
gigantesca deforestazione in corso ha eliminato quei "polmoni
naturali", rappresentati da boschi e foreste, che fungevano da captatori
di CO2 e da riduttori dell'effetto serra, oltre che da stabilizzatori diretti
delle temperature.
*
Riduzione
degli "ammortizzatori"
Gli ecosistemi
sono stati alterati in modo cosI' profondo che la loro resilienza, cioe' la
capacita' intrinseca di assorbire gli effetti delle avversita' climatiche e
ristabilirsi in nuovo equilibrio, e' drasticamente diminuita. La
deforestazione, oltre a ridurre la capacita' di assorbimento del CO2 del
pianeta, danneggia i bacini idrici, fa aumentare i rischi di incendio e
contribuisce all'innesco di mutamenti climatici, mentre, per esempio, la
distruzione di paludi costiere, dune e mangrovie, elimina gli "ammortizzatori
naturali" in grado di proteggere le coste dai tifoni marini. I periodi di
siccita' - e le carestie che spesso li seguono - sono innescati in parte da
variabilita' climatica globale, ma vengono peggiorati da scelte sbagliate quali
la deforestazione, lo sfruttamento intensivo delle terre da pascolo, e
l'utilizzo indiscriminato dei fiumi e pozzi per l'irrigazione.
*
Aumento delle
merci e della parcellizzazione delle attivita'
La societa' di
mercato continua a produrre merci. La loro produzione richiede una grande
quantita' di energia e gran parte dei prodotti per funzionare ha bisogno di
energia.
La domanda di
energia, e quindi di consumi di combustibili fossili per la sua produzione, e'
direttamente connessa al consumo delle merci ed al sostegno fornito al modello
di mercato e consumistico. Inoltre l'energia stessa e' una merce che viene
prodotta e venduta da soggetti che hanno interesse ad aumentare i loro profitti
e quindi ad aumentarne i consumi.
Gran parte
delle merci viene prodotta attraverso l'uso di parti di natura (petrolio,
carbone, legna ecc.); questa selvaggia spoliazione non si interrompe in
presenza di interessi comuni e si attua esclusivamente in ragione di un
profitto privato.
Cio' e'
facilitato della mancanza di controllo, da parte delle comunita', delle risorse
e dei consumi. Inoltre le attivita' si svolgono in una elevata frammentazione
delle varie fasi in cui si compongono, sistema tipico dell'industrializzazione,
frammentazione che determina una profonda inconsapevolezza, da parte sia dei
produttori diretti sia dei consumatori, degli effetti ambientali e sociali
apportati e parcellizza le responsabilita'.
Prendere la
legna nel bosco, tagliarla, portarla presso l'abitazione, ritagliarla,
sistemarla, portarla alla stufa, pulire la stufa. Queste azioni erano svolte da
una sola persona che, comprendendo la fatica del suo agire, cercava soluzioni
economiche di riscaldamento (stufe efficienti), soluzioni che rendessero
necessaria la minore quantita' di calore (ottimizzazione dell'edificio),
soluzioni che rendessero possibile la permanenza delle risorse negli anni
successivi (mai fare deperire il bosco).
L'uomo
lavorava su un sistema e non su una sua parte e ne gestiva la complessita'.
Oggi accendere
il riscaldamento, per l'individuo che ne usufruisce, e' un'azione semplice ma
incosciente del fatto che questo utilizzo comporta una serie di azioni
complesse e di grande portata per gli effetti che produce (estrazione del
gasolio, oleodotto, raffineria, trasporto, stoccaggio, trasporto e vendita al
dettaglio, produzione impianto riscaldamento, messa in opera, manutenzione
ecc).
Ognuna di
queste azioni ha un soggetto promotore che da queste trae lucro e che ha
interesse ad aumentare la quantita' e il prezzo per ottenere i massimi
profitti: ciascuno di questi soggetti diviene di fatto promotore di un maggiore
consumo.
Questa
modalita' di agire non e' piu' semplice e conveniente ne' per la comunita' ne'
per l'ambiente, e' solo piu' funzionale alla produzione e alla vendita dei
prodotti e piu' funzionale all'aumento dei consumi dai quali la produzione e la
commercializzazione trae profitti.
*
L'effetto
serra
In circostanze
normali, quando i raggi solari riscaldano la Terra, una percentuale di tale
calore viene di nuovo riflessa nello spazio mentre oceani e terreni assorbono
il resto. Ma la recente intensificazione della concentrazione di biossido di
carbonio nell'atmosfera trattiene il calore che verrebbe riflesso e che, a sua
volta, si spande nelle acque dell'oceano e provoca l'innalzamento del livello
del mare. Il riscaldamento accelera anche l'evaporazione, mentre dilata l'aria
perche' possa contenere piu' acqua. Il vapore acqueo risultante, sospeso
nell'aria, a sua volta cattura altro vapore, perpetuando il ciclo. Piu' e' il
calore trattenuto, piu' intenso sara' l'effetto serra.
Un certo tipo
di gas, nominati gas serra (anidride carbonica CO2, metano CH4, protossido di
azoto N2O, idrofluorocarburi HFC, perfluorocarburi FFC, esofluoruro di zolfo
SF6), prodotti per gran parte dalle emissioni di combustione, favoriscono per
le loro caratteristiche fisiche e di comportamento lo svilupparsi dell'effetto
serra.
La
concentrazione dei gas serra trattiene nell'atmosfera una quantita' di calore
pari a quella prodotta in 300.000 impianti nucleari.
*
Le previsioni
Le emissioni globali
dal 1990 al 1996 sono aumentate del 7%.
Se non si
modifica l'attuale tendenza e' possibile prevedere che le emissioni globali di
carbonio da combustibile fossile saranno nel 2010 superiori del 40% a quelle
del 1990, raggiungendo cosi i 9 miliardi di tonnellate annue.
Per riportare
il clima terrestre in una situazione di equilibrio nel giro di poche centinaia
di anni, le emissioni di carbonio dovrebbero essere riportare al valore che
oceani e foreste sono in grado di assorbire, cioe' 1-2 miliardi di tonnellate
annue, pari all'80% in meno delle attuali emissioni.
Se si volesse
stabilizzare entro il 2100 la concentrazione di CO2 a livello doppio
dell'attuale (le previsioni indicano che sara' il triplo) i livelli correnti
dovrebbero calare a meno del 30% rispetto a quelli attuali.
I possibili
scenari futuri elaborati dall'Ipcc, elaborazione in cui convergono le ricerche
e le tesi di oltre duemila scienziati mondiali e dei principali enti di
ricerca, e' cosi' sintetizzabile:
- Incremento
della temperatura di 2°C per l'anno 2100;
- Oltre 50 cm
di innalzamento del livello dei mari per il 2100;
-
Significativa perdita di specie animali e vegetali;
- Aumento
delle patologie a carico degli umani (ampliamento dell'areale della malaria,
della febbre gialla, della febbre Dengue, delle malattie cardiorespiratorie);
incremento delle malattie e delle morti a causa delle "onde di
calore", diffusione anche nelle zone temperate di malattie infettive
tipiche delle zone tropicali;
- Modifiche
significative dei cicli climatici con l'intensificazione dei fenomeni esterni
(forti precipitazioni con eventi alluvionali alternate a lunghi periodi di
siccita'), alterazione degli ecosistemi terrestri e acquatici, degradazione e
aridificazione dei suoli, modificazioni delle produzioni agricole;
- Migrazioni
di massa delle popolazioni e creazione di "profughi dell'ambiente";
- Estinzione
di culture;
- Nuova
minaccia per la stabilita' e la sicurezza internazionale.
Sulla base
dell'andamento dei fenomeni meteorologici, la caratteristica assunta
dall'attuale situazione e' quella di un "caos climatico", in cui
freddo, caldo, pioggia, vento, maree e correnti hanno un andamento non
rispondente a quello storicamente mantenuto e nel lungo periodo difficilmente
prevedibile.
Periodi,
intensita', dimensioni degli eventi sono un continuo susseguirsi di anomalie
che si situano ai massimi livelli rilevati dalle informazioni disponibili.
Se il
riscaldamento procede nell'attuale direzione lo scenario a breve termine
potrebbe avvantaggiare l'Europa settentrionale e l'America del Nord: le
stagioni agricole si allungherebbero e sorgerebbero aziende piu' vicine al
Circolo polare artico. L'Europa meridionale, gran parte dell'Africa tropicale e
l'America centrale e meridionale soffrirebbero una riduzione della produttivita'
agricola, maggiori ondate di caldo, carenze idriche.
Circa mezzo
miliardo di persone nelle zone tropicali piu' aride troverebbe difficolta' ad
adattarsi.
Nell'agricoltura
industrializzata del nord del mondo le variazioni non dovrebbero portare
scompensi, ma per tutti coloro, e sono la stragrande maggioranza della
popolazione mondiale, che aspettano piogge e sole e da loro dipendono, la
variazione sara' un dramma e per tantissimi una tragedia.
Se invece si
ipotizzano scenari a lungo termine, considerando che le riserve di combustibili
fossili esistenti sono sufficienti a provocare un innalzamento ininterrotto dei
livelli di CO2 fino al XXI secolo inoltrato, essi sono assolutamente negativi
per tutti.
*
Alcune
conseguenze previste
Secondo il
rapporto dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change - Commissione
d'esperti costituita nel 1988 dal Programma sull'Ambiente dell'Onu e
dall'Organizzazione Meteorologica mondiale) del 1995 "si prevede che la
frequenza di inondazioni, siccita', incendi e ondate di calore aumentera' in
alcune regioni" all'aumentare della temperatura.
L'aumento
calcolato al 2100 varia tra il minimo di 1,3°C e i 4,0°C, con l'emisfero nord
si scaldera' due volte di piu' rispetto alla media e quindi tra i 2,5°C e gli
8°C.
Le
precipitazioni complessive medie aumenteranno dal 4 al 20%, anche in questo
caso non uniformemente; nell'area dell'Europa meridionale e' possibile
ipotizzare periodi di siccita' piu' frequenti superiori ai 30 giorni (fattore
di aumento da 2 a 5 volte) e la diminuzione delle precipitazioni del 22%.
L'aumento
medio del livello del mare e' previsto tra i 17 e i 99 cm per il 2100 e
proseguira' anche a stabilizzazione delle concentrazione di gas-serra avvenuta
fino al 2300 tra i 50 e i 200 cm.
Effetti
connessi alla modificazione della circolazione dell'atmosfera (El Nino, cicloni
extra-tropicali, concentrazioni delle piovosita' ecc.): sono oggi poco
attendibilmente valutabili nei loro futuri caratteri ma sicuramente saranno
presenti con un'entita' accresciuta rispetto a quella gia' manifestatasi
nell'ultimo decennio.
Altri effetti
previsti sono connessi alla modificazione della grande corrente oceanica che
oggi si muove, portando caldo nell'Europa del nord, proprio in ragione di una
diversa temperatura tra le acque fredde del nord e quelle calde del sud. Se la
temperatura delle acque del nord aumenta si potrebbe arrivare ad un ristagno
della corrente che non riscalderebbe piu' il nord Europa, trasformando il suo
clima e rendendolo simile a quello del Labrador (stessa latitudine ma non
interessato alla corrente del Golfo).
Entro il 2050
potrebbe scomparire 1/4 dei ghiacci montani ed entro il 2100 la meta'; si stima
che i ghiacciai himalayani si ridurranno nei prossimi 35 anni del 20%,
compromettendo le disponibilita' d'acqua per 500 ml di indiani che vivono lungo
gli affluenti dell'Indo e del Gange.
Entro il 2050
si verifichera' un cambiamento nel tipo della vegetazione predominante delle
aree protette che interessera' il 24% della loro superficie. 1/3 delle foreste subira'
un enorme cambiamento; in particolare le foreste tropicali, molto sensibili
all'umidita', si modificheranno in ragione dell'aumento della temperatura che
aumentera' l'evaporazione e ridurra' l'umidita'.
L'aumento
della temperatura di 28C sposta le fasce climatiche latitudinali di circa 400
km e quella altitudinali di circa 400 metri di quota. Tutti i sistemi montani
saranno colpiti e molti scompariranno.
*
Gli accordi
internazionali
Nonostante la
messe di dati sperimentali a disposizione ci sono soggetti che ancora
sostengono la naturalita' del cambiamenti climatici, ovvero la marginalita'
dell'incidenza del fattore umano.
Tali
posizioni, sostenute per gran parte dagli esperti consulenti delle grandi
multinazionali del settore energetico e petrolifero statunitensi, hanno
indirizzato la politica degli Stati Uniti, i maggiori responsabili delle
emissioni planetarie ed hanno, attraverso di essa, operato un freno
all'individuazione di soluzioni alternative.
Ancora oggi,
al di la' di ogni ragionevole ipotesi, campagne informative, evidentemente
pilotate da interessi precisi, tendono a mantenere l'opinione pubblica nel
dubbio. Il problema non e' da sottovalutare. Infatti se venisse riconosciuta la
responsabilita' dei comportamenti umani sulle modificazioni del clima, sarebbe
poi difficile negare l'attuazione di misure "riparatrici".
In realta' e'
stata ormai chiaramente stabilita la dipendenza tra variazioni climatiche ed
emissioni serra, e questo non solo per le risoluzioni finali dell'Ipcc ma anche
per le decisioni che hanno investito la comunita' internazionale. Inoltre e'
comunque intuitivo che non possa essere indifferente alle condizioni
complessive del pianeta l'immissione in atmosfera di milioni di tonnellate
annue di anidride carbonica.
Alcuni paesi hanno
avviato azioni finalizzate alla riduzione delle emissioni attraverso la
promozione di tecnologie innovative e di comportamenti che riducano gli sprechi
energetici.
Il protocollo
di Kyoto partendo dal riconoscimento dell'incidenza dei gas serra sui cambiamenti
climatici impegna i paesi industrializzati e quelli ad economia di transizione
(Est europeo) a ridurre complessivamente del 5% nel periodo 2008-2012 le
principali emissioni antropiche dei gas serra.
Il protocollo
e' stato siglato da oltre 160 nazioni nel dicembre del 1997, appunto a Kyoto,
nell'ambito della Convenzione quadro sui Cambiamenti climatici definita a Rio
de Janeiro nel 1992.
Taglio dei gas
serra previsti da Kyoto: -5,2%
Taglio di
fatto senza gli Usa: -3,8%
Tagli
accettati dall'Unione Europea: -8,0%
Tagli
accettati dall'Italia: -6,5%
Incremento di
CO2 in Italia nel decennio 1990-2000: +5,4%
Tagli
accettati dall'Italia per il 2008: -12,0%
Incremento dei
gas serra negli Usa dal 1999 al 2000: +3,1%
Gas serra
emessi dagli Usa sul totale delle emissioni: 25,0%
*
La
globalizzazione, un acceleratore di riscaldamento
L'energia pro
capite consumata in un anno da un abitante del Nord America (Canada e Usa) e'
pari a 7.947 kg petrolio equivalente; quella di un abitante dell'Europa
(inclusi paesi dell'Est Europa e Russia) di 3.507 kg petrolio equivalente
(Italia 2.846, Francia 4.233, UK 3.894); di un abitante dell'Asia 1.635; di un
abitante del Nord Africa e Medio Oriente 1.388; del Congo Democratico 303; del
Sud America 1.202.
Gli Stati
Uniti consumano energia in misura 26 volte superiore a quella consumata nel
Congo Democratico, 6,6 volte superiore a quella nel Sud America e 2,7 superiore
a quella in Italia.
Questi dati,
che corrispondono ai risultati sulle analisi delle emissioni, mettono in diretto
collegamento l'energia consumata, e quindi il modello di vita, alla quantita'
di emissioni, gravando la prima, in maniera indiscutibile, sulle seconde.
Il fatto che
il consumo degli Stati Uniti sia doppio di quello dell'Europa, visti i livelli
di benessere materiale simili, indica come vi sia nei primi come minimo la
meta' dell'energia impiegata basata su sprechi di merci e prodotti, e questo
rappresenta di fatto un abuso di consumo. Tutto cio' a prescindere dalla
necessaria verifica degli sprechi e degli abusi energetici europei che
ridurrebbero ancor piu' la richiesta energetica di questi paesi.
E' dunque
questo modello perseguito e proposto dai paesi occidentali che e' fortemente
energivoro in quanto basato sul mercato e dunque finalizzato alla produzione e
commercializzazione, una volta garantito il benessere materiale, del superfluo.
Se tutti i
paesi si uniformassero ai paesi maggiormente energivori la gravita' della
situazione ambientale acquisterebbe proporzioni da disastro ambientale, ma in
realta' e' a questo che si sta tendendo: obiettivo dichiarato e' portare i
consumi (e quindi i consumi energetici e la produzione di gas serra e di
calore) a livelli simili a quelli statunitensi, in quanto questo permette
l'allargamento dei mercati. Indipendentemente dal benessere effettivo dei
singoli e delle comunita', in questo modello globale e consumistico il
benessere si produce con le merci.
In questo
modello la merce non e' strumento ma fine, in quanto attraverso di essa si
produce lucro; dunque gli sprechi non sono intesi come un limite del sistema ma
come una sua forza, e attraverso di essi si aumenta la grandezza e la
consistenza del mercato.
Cio' a cui si
assiste e' dunque il continuo incremento dei consumi energetici promossi
appunto dal modello consumistico attraverso la globalizzazione.
Confrontando
quali siano stati i maggiori incrementi si nota che i "paesi in via di
sviluppo" hanno registrato una crescita di emissioni nel periodo 1990-'95
del 25% e i paesi sviluppati dell'8%. I tassi di incremento sono spaventosi: i
paesi industrializzati sono responsabili del 76% delle emissioni complessive di
carbonio in tutto il pianeta a partire dal 1950, ma dal 1990 al 1996 le
emissioni sono aumentate in Indonesia del 150%, in India del 140%, in Cina del
130%, in Brasile del 120%.
L'atteggiamento
da parte dei produttori e' quello di creare mercati al di la' di ogni
ragionevolezza nell'attuazione esclusiva di un parametro economico.
Tipico e' il
caso degli autoveicoli: tra i principali responsabili delle emissioni e fonte
di inquinamento con il piu' rapido accrescimento negli ultimi vent'anni (il
parco autovetture e' passato da 50 a 500 milioni di unita' negli ultimi
cinquant'anni) sono oggetto di promozione anche in paesi con sistemi di
mobilita' alternativa a ridotte emissioni.
Le politiche
di globalizzazione del commercio hanno aperto mercati finora impermeabili:
recentemente la General Motors ha firmato con la Cina un contratto da un
miliardo di dollari per la produzione di 100.000 veicoli di media cilindrata l'anno;
nuove frontiere del commercio dell'auto si aprono anche nei confronti della
Russia; l'incremento delle automobili nei primi anni '90 nella Corea del Sud ed
in Thailandia e' stato rispettivamente del 25 e del 40%.
Ma
l'incremento dei consumi e delle emissioni interessa anche soggetti che hanno
gia' livelli di consumi insostenibili: dal 1990 al 1996 gli Stati Uniti hanno
aumentato del 9% le emissioni (si veda anche la politica energetica praticata
dall'attuale governo, tutta tesa a garantire ed aumentare gli attuali consumi
attraverso gli stessi strumenti) quando, con il 23% dell'energia mondiale, gia'
sono il paese con il maggiore consumo di energia nel mondo.
Il rifiuto
degli Usa di sottoscrivere la convenzione di Kyoto (gli europei sono sempre
stati piu' positivi e disponibili ad una modificazione dei comportamenti) ha
portato ad alleggerire ulteriormente i contenuti e gli impegni del paese che e'
il maggiore inquinatore dell'atmosfera (Marrakesh 2001) fino ai livelli
compatibili con il modello di mercato esistente, ed il protocollo di Kyoto, e
successive modificazioni, e' divenuto esso stesso un ulteriore mezzo per
rafforzare la politica statunitense, ponendo opzioni sul futuro di numerosi
paesi: in sintesi anche attraverso Kyoto si sostengono i grandi produttori, non
si individuano i responsabili, si mantengono le distanze tra ricchi e poveri,
si fa mercato.
Gli Stati
Uniti sono i paladini di un interesse economico che per gran parte, ma non
solo, ha sede in quello stato, propugnatore di un modello basato sulla
necessita' del continuo allargamento del mercato e praticato nella grande
autonomia dell'economia nei confronti della societa' e dell'ambiente.
Ed e' proprio
questo modello che rappresenta un ostacolo oggettivo alla riduzione delle
emissioni.
I governi
liberisti non regolamentano le attivita' in quanto il prelievo e il consumo
indiscriminato delle risorse e l'abuso di merci sono lo strumento ottimale per
ottenere i massimi profitti.
Se uno stato
aderisce alla convenzione di Kyoto, ad esempio, si pone l'obiettivo di
raggiungere una riduzione delle emissioni. Per ridurre le emissioni puo' agire
sui produttori di energia, che bruciano grandi quantita' di combustibili
fossili e quindi emettono grandi quantita' di CO2, fino a riconvertire gli
impianti esistenti in impianti a maggiore efficienza produttiva.
Ma le centrali
che producono energia rispondono alle leggi del mercato e quindi hanno
l'obiettivo principale di fornire energia a prezzi concorrenziali ed ottenere
il massimo profitto sulle loro produzioni. Essi dunque sceglieranno non i
combustibili a minore emissione ma quelli a maggiore rendimento e a minore
costo seppure maggiormente inquinanti, seppure con effetti negativi
nell'ambiente e nelle societa'.
Lo scenario
paradossale e' stato in un recente passato quello dei governi occidentali che
per non ledere gli imprenditori intervenivano per rifondere il danno provocato
dalla riduzione di proventi. In questo caso la collettivita' si trovava a
pagare tre volte un prodotto: una volta acquistandolo, una volta
sovvenzionandolo, e una volta subendo i danni ambientali e sociali connessi
alla produzione. Ma questo stesso scenario, certo non risolutivo e comunque
prudente, non e' assolutamente praticato dai governi liberisti che lasciano
l'iniziativa nelle mani delle stesse imprese produttrici.
Il lasciare
all'unica variabile del profitto la soluzione dei problemi della comunita'
planetaria e' la motivazione per cui, anche in presenza di soluzioni
tecnologiche migliorative dell'efficienza ambientale, nessun miglioramento
significativo e' stato apportato ai prodotti o alla maniera di utilizzarli.
Come visto, se dallo spreco di materiali e di energia si ottiene il massimo
profitto, non si modificano gli strumenti che ad esso conducono anche se cio'
ha come conseguenza lo sconsiderato abuso delle risorse naturale ed il
sacrificio della popolazione.
Ma il modello
globale proposto e' ulteriormente incapace di risolvere il problema del
riscaldamento del pianeta. Infatti la soluzione dei problemi, sia per la
globalita' delle manifestazioni, sia per l'impossibilita' di affrontarli
localmente, non puo' essere che internazionale.
In realta' il
problema puo' essere risolto, o comunque seriamente affrontato, solo da una
comunita' internazionalista ancor piu' che internazionale, che non escluda
soluzioni anche drastiche per l'attuale assetto mondiale della politica e
dell'economia, ovvero che attui un'azione congiunta e diffusa di riduzione
delle emissioni e di individuazione di soluzioni a minore consumo energetico e
di minore emissione diretta di calore.
E proprio in
questo il modello dei consumi globalizzato, che si presenta come sistema di
benessere universale, mostra i suoi limiti nell'affrontare i problemi che
riguardano tutti e la sua predisposizione a dare vantaggi agli interessi dei
singoli.
*
Il mercato del
clima
Il Wto
interviene nelle scelte dei governi
Secondo le
regole dettate dal Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio) vale il
principio per cui "prodotti similari" non possono essere discriminati
in base alle modalita' di produzione o al luogo di provenienza. Questo
significa, per esempio, che se un governo decidesse di promuovere la produzione
di automobili che garantisca un uso significativamente minore di risorse
combustibili, il Wto ricorrerebbe al Tribunale mondiale del commercio per
violazione delle regole del commercio globale, in quanto questa azione
discriminerebbe gli altri produttori di automobili, e ne uscirebbe vincente.
Il problema e'
che molti dei paesi che hanno firmato il protocollo di Kyoto, che impegna a
serie misure per la riduzione dei gas-serra, sono anche aderenti al Wto: questo
conflitto e' evidentemente destinato a non permettere di produrre effetti
significativi per quanto riguarda la risoluzione del problema dei mutamenti
climatici, o comunque a renderla piuttosto "faticosa".
*
Quel che non
pote' la scienza pote' l'economia
I dirigenti
delle assicurazioni sono preoccupati: i premi delle compagnie e le coperture
delle polizze relativi agli eccessi del clima si sono sempre basati sulla
regola della media. Ma l'andamento dei fenomeni degli ultimi anni li costringe
a "rinegoziare la copertura": "Il mercato assicurativo e' il
primo ad essere colpito dal cambiamento del clima... tutto il settore potrebbe
andare in rovina", e' l'affermazione di Nutter, presidente della Raa. Nei
soli Stati Uniti i rimborsi assicurativi per danni provocati dal clima negli
anni '90 sono arrivati a 57 miliardi di dollari, contro i 17 miliardi di
dollari per gli anni '80.
Dunque, se non
basta la scienza a convincere gli irriducibili della gravita' della situazione,
puo0 essere che ci riesca l'economia di mercato...
*
Rimanere
nell'ottica di mercato. Ovvero come fare dell'inquinamento un business
La ratifica
impone nuove pratiche nei tagli delle emissioni, come quella di poter ricorrere
ai "meccanismi flessibili" che prevedono di poter
"bilanciare" le emissioni con la creazione di foreste che
compenserebbero il danno, ovvero di "comprare" da altri paesi meno
inquinatori (normalmente del terzo mondo) i "diritti" per poter
incrementare le proprie emissioni, in modo che complessivamente la quantita' di
gas serra rimanga dentro i parametri previsti.
*
Prima regola
vendere
E' ormai un
dato chiaro e indiscutibile anche alla ragione comune che l'aumento dei consumi
energetici e' il principale responsabile dei cambiamenti climatici in atto, e
che questi mutamenti sottopongono le popolazioni del pianeta a eventi
meteorologici eccezionali e gravi.
Chiaro per
tutti, ma non per l'Amministrazione degli Stati Uniti. In seguito ad una grave
ondata di calore che colpi' alcuni anni fa gli Stati Uniti del Sud, e che
provoco' parecchi morti, l'ex presidente Clinton, manifestando il suo cordoglio
e l'intenzione di porre rimedio alla situazione, si impegno', con grande e
grave serieta', a che "ciascun americano potesse essere dotato di un
impianto di aria condizionata, povero o ricco che fosse". La citazione e'
a memoria, essendo tratta da un'intervista televisiva di quegli anni.
In questa
maniera anche il clima diviene mezzo di business, sebbene suicida.
*
I governi
governati tipici della globalizzazione
L'attuale
politica degli Usa taglia gli investimenti per le fonti energetiche
rinnovabili, alternative a quelle fossili, del 27%, gli investimenti per
progetti solari e energia eolica calano del 49%. Il Vicepresidente dichiara che
la riduzione dei consumi energetici e' una virtu' personale ma non puo'
costituire la politica energetica del paese. Il Presidente avvia una campagna
di sfruttamento delle risorse petrolifere nelle aree protette dell'Alaska e
dichiara che sara' necessario costruire migliaia di nuovi impianti di
produzione elettrica.
La recente
politica statunitense e' basata sul petrolio, ed e' stato stimato che essa
aumentera' le emissioni del Paese di circa il 35%.
Il Presidente
Bush, oltre ad essere direttamente connesso al mondo del petrolio (Bush senior
e' comproprietario di societa' che possiedono pozzi, guarda caso, nel Golfo
Persico), e' stato sostenuto nella sua campagna elettorale dall'intero comparto
petrolifero statunitense.
*
La soluzione
praticata: aumentare il controllo sociale dei territori e delle tecniche
Al di la' di
timorosi proclami nessuno stato ha attivato significative azioni sulle cause
del riscaldamento globale. La scelta nei confronti del problema "cambiamento
climatico", sostenuta al di la' delle parole dai loro atteggiamenti, e' di
ignorare i segnali di profonda alterazione e confermare gli obiettivi, i
criteri e le modalita' del modello praticato.
Tale scelta
scaturisce, come gia' accennato, dalla totale incapacita' da parte dei governi
di modificare i comportamenti del settore produttivo ed energetico, in quanto
cio' lederebbe gli interessi che sostengono i governi e dunque da essi difesi.
Nonostante
questa considerazione, l'atteggiamento suicida messo in atto da questo sistema
globale ed imposto ai 4/5 del mondo induce a delle perplessita'; non sembra
infatti verosimile, al di la' del potere esercitato dalle lobby dei produttori,
che interi stati non riescano a comprendere quale sia l'enorme rischio che l'umanita',
e dunque anche gli interessi privati che rappresentano, stanno affrontando.
Sembra quasi
che la posizione degli stati "sovrani", abbia verificato la
possibilita' di aumentare i propri vantaggi economici e militari attraverso il
mantenimento e l'incremento delle differenze ed un migliore posizionamento dei
propri poteri, piuttosto che affrontare la possibilita' di risolvere il
problema.
Questo modello
di mercato puo', incredibilmente, trarre vantaggi dal disastro ecologico del
mutamento climatico e tali vantaggi, gia' valutati, potrebbero essere la
ragione della blanda risposta degli stati.
Ad esempio,
all'aumento della pressione sulle risorse idriche ha corrisposto il crescente
controllo delle stesse da parte di governi e privati. Tale problema riguardera'
maggiormente le aree di nuova siccita' e quindi l'Europa meridionale, l'Africa
e zone tropicali aumentando la loro dipendenza da soggetti esterni e
indebolendole politicamente, senza invece interessare vaste aree dei paesi gia'
ricchi che non avranno problemi di risorse idriche.
Per quanto
attiene l'agricoltura e il deterioramento dei suoli la risposta e' stata
l'aumento della produzione artificiale. I produttori agricoli aumentano la
richiesta di semi che possano fronteggiare situazioni di alterazioni (semi
transgenici ibridi), i quali semi pero' debbono essere comprati direttamente
dalle multinazionali produttrici. In tale maniera si incrementa l'asservimento
delle popolazioni agricole dei paesi poveri agli interessi dell'industria dei
paesi ricchi. Inoltre il deterioramento dei suoli rendera' necessario il
cambiamento delle modalita' di produzione con l'uso maggiore di additivi
chimici in zone artificializzate ad elevata produttivita'. Cio' e' un bene per
i produttori di impianti; si potranno vendere piu' serre, piu' impianti di
irrigazione e di riscaldamento delle stesse e cio' concentrera' di piu' la
produzione nei paesi che riusciranno ad effettuare tali investimenti, e quindi
nei paesi ricchi, aumentando la sudditanza dei paesi gia' poveri.
Ad altri temi,
come quello della modificazione delle foreste, si risponde con l'attesa: esse
non rappresentano un grande interesse per il mercato del grande profitto; il
taglio delle foreste e' un bell'interesse ma a quello gia' sta procedendo
attivamente. Altri temi si presentano gia' vantaggiosi per alcuni.
Ad esempio la
modificazione della produttivita' agricola che migliorera' al nord (Stati Uniti
del nord, Canada, Europa del Nord, Russia) e peggiorera' al sud, comporta solo
dei benefici per il modello globale. Parte delle aree ricche potra' divenire
piu' ricca, mentre la parte povera del mondo sara' piu' povera; in questa parte
si ridurra' la produttivita', si ridurra' quindi l'autonomia alimentare e, a
seguito di questa, quella sociale e politica crescendo cosi' la dipendenza dal
modello globale.
Ad altri
problemi connessi si risponde con soluzioni tecniche attraverso il mercato dei
prodotti. L'aumento degli eventi meteoclimatici estremi: essi coinvolgono
principalmente popolazioni povere che non hanno alcun interesse per il modello;
quando invece si manifestano in aree con popolazioni ricche si sta gia'
ricorrendo all'uso di sistemi d'allarme e tecniche per ridurre il rischio per
le persone e le cose. L'aumento del livello del mare: se esso sara' localizzato
dove vi sono interessi fondiari, produttivi, immobiliari si interverra'
artificializzando le coste (dighe, argini, difese spondali etc.); se sara'
localizzato in aree dove l'interesse e' minimo (paesi poveri, ambiti naturali
etc) non si interverra'.
Anche per
quanto riguarda il fastidio provocato dal gia' riscontrato aumento delle
temperature, nei paesi ricchi si procedera' all'uso sempre piu' esteso di
impianti di climatizzazione degli ambienti chiusi, ambienti che hanno gia'
avuto un incremento nel numero, nella estensione, nella tipologia (mercati,
sport, attivita' ricreative, serre ecc.). Per il resto del mondo si perderanno
enormi superfici abitabili (esodi e sofferenze).
Questo
scenario che gia' si sta attuando, seppure senz'alcuna dichiarazione programmatica,
potrebbe essere il ragionamento che sostiene la politica del lasciare tutto
com'e' messo in atto dagli stati potenti. Esso procura (sta procurando) il
riscaldamento del pianeta, salva gli interessi di alcuni e massacra
l'ecosistema planetario e i popoli che lo abitano.
*
La soluzione
di ottimizzazione del modello: aumentare l'efficienza
Fin dagli anni
Sessanta il problema dell'esorbitante consumo energetico del modello praticato
ha fatto nascere perplessita' e critiche. Alla produzione di energia sono stati
connessi problemi ambientali e sociali e si e' sostanziata una ricerca tesa
all'individuazione di soluzioni alternative per la produzione e l'uso
dell'energia.
Numerose sono
le tecniche gia' individuate, operative e sperimentalmente collaudate: sistemi
per la produzione di energia a basso impatto, soluzioni per la riduzione dei
consumi e delle emissioni nei mezzi di produzione, nei mezzi di trasporto,
nelle abitazioni.
Oggi sono
disponibili automobili che percorrono piu' di 50 km con un litro di benzina,
edifici che non abbiano perdite di calore superiori a 50-60 kwh/mq all'anno,
sono possibili risparmi fino al 77% sull'energia per la climatizzazione degli
edifici, miglioramenti fino al 50% dell'efficienza energetica degli
elettrodomestici ecc.
Quasi tutte
queste soluzioni dimostrano la loro praticabilita' nell'ambito dei sistemi
produttivi e di profitto consolidati. E' dunque possibile migliorare
l'efficienza energetica della mobilita', della produzione, del commercio,
dell'abitare garantendo guadagni, accontentando industriali, immettendo sul
mercato nuove merci e riducendo di quattro o piu' volte il consumo energetico.
Sembrerebbe la
soluzione ottimale: garantisce il mantenimento dell'attuale modello ed una
concreta praticabilita': in sintesi possiamo continuare a consumare senza
preoccuparci. Eppure nessuna di queste soluzioni e' stata applicata in maniera
diffusa: rimangono sul mercato macchine che fanno con un litro 8 km, vengono
costruiti edifici con perdite di calore pari a circa 500 kwh/mq annui (e' la
media italiana) e spaventosi consumi per la climatizzazione.
Cio' dimostra
che la praticabilita' tecnica ed economica delle soluzioni prospettate non e'
stata di fatto garanzia della loro realizzabilita'.
Nessuna di
queste concrete e praticabili soluzioni e' riuscita a sostituire le attuali
tecniche inquinanti in quanto non ha superato le regole di convenienza dettate
e praticate dall'attuale economia. Prelevare un bene comune come il petrolio a
costi bassissimi, facendo arricchire pochi personaggi locali e alcune
multinazionali, per rivenderlo, grazie alle enormi quantita', a basso prezzo e'
molto piu' conveniente di qualsiasi altra soluzione praticabile quando i costi
ambientali, l'inquinamento, i costi sociali (per esempio delle malattie conseguenti),
dell'alterazione della qualita' dell'habitat li paga la collettivita'.
Inoltre il
controllo scientifico delle tecniche, la capacita' di produrle e
commercializzarle, la possibilita' di acquisirle sara' possibile esclusivamente
per i benestanti dei paesi ricchi. Queste nuove soluzioni disponibili, questi
nuovi prodotti in realta' sono pronti ad aumentare il divario tra le diverse
popolazioni e tra i diversi individui. Beni pubblici, quali sono aria, clima,
acque, saranno ulteriormente privatizzati e le condizioni dell'esistenza
saranno garantite da merci e servizi acquistabili sul mercato; in questo le
tecniche approntate in risposta alle mutazioni climatiche incrementeranno la
distanza tra nord e sud ovvero tra chi possedera' le soluzioni tecnologiche e
chi le dovra' acquisire.
Infine, il
cammino verso quell'efficienza energetica che consentirebbe almeno una
riduzione delle emissioni diventa impraticabile senza una contemporanea
riduzione dei consumi di energia.
Ad esempio fra
il 1950 e il 1990 le tonnellate di carbonio emesse per ogni milione di dollari
di prodotto mondiale lordo sono state ridotte del 39% (da 250 a 150 tonnellate)
e questa riduzione evidenzia un significativo aumento di efficienza. Ma nello
stesso periodo le emissioni mondiali di carbonio da combustibili fossili, in
ragione di un vertiginoso aumento della produzione, sono passate da circa 1 ml
di tonnellate del 1950 a piu' di 6 ml di tonnellate nel 2000.
E' dunque
possibile una riduzione delle emissioni attraverso l'aumento dell'efficienza
dei processi e dei prodotti solo se essa e' accompagnata da una revisione dei
criteri su cui si fonda il modello e quindi solo se si riducono gli sprechi, le
merci, i consumi.
*
La soluzione
di superamento del modello: ridurre, rallentare, riutilizzare
La soluzione
prospettabile al fine di ridurre il riscaldamento del pianeta e' quella di
modificare i caratteri del modello consumistico e globalizzato promuovendo
modalita' di esistenza in condizione di non alterare dell'ambiente.
Per fare
questo e' necessario ridurre la quantita' di merci, di movimenti, di scambi, di
ridurre in sintesi la grandezza del mercato e la quantita' degli oggetti
commercializzabili; e' necessario rallentare le azioni svolte, allungando i
tempi del loro svolgimento; e' necessario usare e riutilizzare gli oggetti e le
merci fino a quando esse presentino la capacita' di svolgere la loro funzione.
Cosi' facendo
si eliminerebbero quei comportamenti energivori, contrari ai precedenti, che
per essere svolti consumano energia e materiali, tempo e spazio e quindi
direttamente producono emissioni.
I livelli di
azione praticabili sono la denuncia, la proposizione di comportamenti attuabili
da altri soggetti, e l'azione diretta.
*
Proporre
Nessuno stato,
in un modello di libero mercato, puo' e vuole imporre una tendenza ai
produttori ed al mercato stesso. Nessun paese, che applichi quel modello,
riuscira' a gestire la riduzione delle emissioni: esse si ridurranno se e
quando il mercato, ovvero coloro i quali gestiscono i profitti che da esso
scaturiscono, avranno la convenienza a comportarsi in altra maniera
Alla
riscontrabile congenita incampacita' da parte di questo sistema a modificare il
proprio atteggiamento si aggiunge il sospetto che le modificazioni
socio-politiche prodotte dal riscaldamento, se adeguatamente gestite dai forti,
possano esser vantaggiose per alcuni stati.
Questa
condizione puo' diventare un grande business: aumenta il divario tra ricchi e
poveri e consolida i poteri dei potenti.
L'enorme
dispendio di energia che caratterizza lo "sviluppo" dei paesi e che
segna la colonizzazione del globo da parte del modello di vita occidentale,
consumistico e assoggettato alle leggi del mercato, non implica affatto un
aumento del "benessere"; anzi le societa' a basso consumo energetico
sono spesso piu' equilibrate, meno esposte alle contraddizioni e alle
lacerazioni sociali e umane che il nostro modello comporta, con una migliore
relazione con la natura e l'ambiente, con una maggiore autonomia politica e
sociale.
E' dunque
fondamentale denunciare come il modello occidentale sia in realta' sostenuto
dall'interesse di pochi e sostenga l'interesse di pochi, e che il benessere che
si affanna a proporre al mondo nasconda in realta' la difesa di un privilegio
riservato a chi ne puo' disporre.
Il modello
globale proposto non puo' modificare le cause che originano i cambiamenti
climatici perche' l'intervento risolutivo sarebbe diretto ad un benessere
diffuso e di cui tutti potrebbero usufruire direttamente, mentre le azioni che
guidano questo modello di societa' sono basate sulle merci, sul profitto, sul
beneficio privato.
*
Denunciare
L'azione di
proporre nuove soluzioni e la richiesta alle amministrazioni ed agli operatori
per modificare politica e criteri operativi al fine di una riduzione delle
emissioni e' fondamentale. Mantenere sotto pressione con richieste concrete,
fattibili, che migliorino effettivamente anche un poco le condizioni
complessive e' indispensabile per permettere almeno la permanenza della
tensione verso il miglioramento, tensione che in assenza di stimoli
scomparirebbe, fagocitata dalle logiche di mercato.
Ma tutto cio'
deve essere fatto con la consapevolezza che il miglioramento riformista, inteso
come un lento ma ineluttabile processo, in presenza delle attuali regole
sociali non e' garanzia di buon fine. Anzi, ottiche riformiste, miglioriste,
buoniste, si infrangono contro interessi eccessivi, illogici, potenti per
affrontare i quali non si possono adattare finalita' e comportamenti alle loro
logiche ma e' necessario, mantenendo la propria autonomia, richiedere con
consapevole energia e semplicita' una contaminazione della loro prassi.
In
quest'ottica le pressioni presso le amministrazioni pubbliche o gli operatori
privati per tentare di modificarne seppur di poco i comportamenti possono aver
un valore.
Tra i grandi
ambiti di intervento il primo e' la richiesta di mettere in atto sistemi di
produzione energetica a minore impatto sul clima. Vi e' la possibilita' di
sostituire a impianti tradizionali a combustibili fossili soluzioni che
afferiscono all'uso delle biomasse, dell'energia eolica e di quella solare.
Ciascuno di questi sistemi non puo' autonomamente riuscire a soddisfare il
fabbisogno energetico degli stati ricchi ma l'insieme di queste soluzioni, se
debitamente promosse e quindi adeguatamente diffuse, puo' soddisfare le
esigenze energetiche dei paesi.
Il secondo e'
riportare sui produttori i costi ambientali e sociali delle merci, caricando
quindi i costi dei singoli prodotti dell'effettivo onere che la comunita'
sostiene. In questo quadro il petrolio avrebbe, proprio in ragione
dell'inquinamento ambientale e dei danni alla salute dei cittadini, un prezzo
molto superiore a quello attuale.
Questa misura
potrebbe essere estesa a tutti coloro i quali emettono sostanze inquinanti nei
loro processi produttivi e potrebbe essere combinata con un'azione di sgravi
fiscali e di incentivi per coloro che invece non inquinano o hanno posto in
atto soluzioni a minor impatto.
Il terzo e' di
puntare ad una politica dell'efficienza e quindi stimolare le amministrazioni e
gli imprenditori ad adottare soluzioni ottimali al fine della riduzione delle
emissioni e al risparmio energetico.
Queste ipotesi
sono fattibili e totalmente compatibili con l'attuale struttura imprenditoriale
e di mercato (riducendo lievemente i profitti) e sono gia' perseguite in
numerosi paesi in cui i governi, dietro lo stimolo dei cittadini, hanno preso
atto della loro attuabilita' e hanno proceduto, non senza difficolta', alla
loro sperimentazione.
Molto piu'
difficile da promuovere nelle amministrazione e tra i produttori e' invece la
riduzione della produzione e dei consumi, obiettivo questo inalienabile per una
qualsiasi ipotesi di sostanziale miglioramento ambientale e sociale.
Attualmente la sensibilita' in questo campo riguarda solo pochi operatori che
risolvono il problema della riduzione delle entrate per la limitazione delle
quantita' con l'aumento dei prezzi dei prodotti venduti. In una societa' dei
consumi parlare di riduzione delle quantita' assume l'immagine del suicidio
imprenditoriale.
La strategia
da attuare dovrebbe essere improntata a ricostruire il senso e la capacita' di
autogestirsi delle singole comunita' insediate contribuendo a farle uscire dal
mercato e cosi' direttamente incidendo sulle dimensioni e la potenza di
quest'ultimo.
L'obiettivo e'
quello di recuperare una gestione diretta da parte delle comunita' della
produzione energetica, sganciandosi dai grandi produttori di energia e dai loro
interessi, recuperando l'autonomia energetica che e' stata ed e' alla base di
una qualunque comunita' non succube.
Sarebbe questa
un'autonomia energetica che passa attraverso l'uso di risorse rinnovabili, il
cui uso non danneggia i sistemi naturali (vento, acqua, sole) e dunque passa
attraverso la consapevolezza di un rapporto paritetico con l'ambiente di cui
l'individuo e la comunita' sono parte.
L'opposizione
alle forme di artificializzazione della vita quotidiana e' l'opposizione alla
dipendenza da chi gestisce e mercifica tali forme; un equilibrio con l'ambiente
naturale ed il sapiente uso delle sue risorse e' l'unica garanzia per la
comunita' di poter vivere liberamente.
In questo
anche il problema della mobilita' deve essere affrontato in chiave energetica e
culturale. E' incredibile come i mezzi di trasporto siano stati uniformati
appunto a quelli prodotti dal mercato monopolistico del motore a scoppio. Anche
in questo il recupero di un'autonomia locale e' il primo passaggio da compiersi
e tale recupero passa attraverso la consapevolezza, per esempio, che
l'automobile non e' uno strumento efficiente: essa ci garantisce si' una
elevata mobilita' ma l'abuso di questa mobilita' produce un danno cosi' forte
da minare le condizioni stesse del nostro vivere, quindi da questo punto di
vista e' uno strumento "deficiente".
*
Fare per
ridurre
Ogni
occidentale ha un peso energetico 20 volte superiore e a quello di un abitante
del terzo mondo. 100.000.000 di occidentali "pesano" come
2.000.000.000 di uomini del terzo mondo o di 1.500.000.000 uomini
"medi".
Un gruppo di
iniziative possono essere direttamente attuate: per quanto riguarda, ad
esempio, l'aumento dell'efficienza della propria abitazione dal punto di vista
del risparmio energetico l'attuazione passa attraverso l'aumento
dell'isolamento, l'uso di illuminazione a basso consumo, l'uso degli
elettrodomestici in maniera adeguata; o l'aumento dell'efficienza della propria
automobile passa attraverso un uso ridotto, la scelta della piccola cilindrata,
la scelta di velocita' moderate.
Ma il
carattere principale dell'azione praticabile e' quello di consumare di meno, di
acquisire il minor numero di merce possibile.
Ogni individuo
muovendosi velocemente e consumando energia emette calore.
Primo sistema
per ridurre il riscaldamento globale e' rallentare. Rallentare la velocita'
degli spostamenti, rallentare il ritmo degli acquisti, rallentare...
Primo sistema
per rallentare e' selezionare e ottimizzare il fare.
La vita delle
persone del modello consumi-mercato e' piena di azioni produttive; vi e' una
vera ansia del produrre, ansia connessa all'accumulo del denaro, unico
strumento che da' il benessere. Vi e' anche un'ansia del fare cose concrete,
testimoniali di un'esistenza che si sostanzia con il segno delle proprie
tracce; spesso si sostituisce con esse un vuoto di ragione, un vuoto che
corrisponde alla mancanza di riconoscimento del proprio fare nel fare
collettivo, nell'avere un comune benessere.
La ricerca del
benessere individuale, astratto da quello della comunita' in cui si attua, e'
fortemente dispendioso in termini di risorse e di energia.
Probabilmente
sottrarsi alla "frenesia produttiva", ristabilendo fondamentali
equilibri e relazioni con il mondo delle cose e degli uomini, sarebbe un buon
modo per iniziare a modificare il micidiale ingranaggio che oggi pretende di
governare il mondo.
*
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*
Questo
volantone e' stato realizzato da Adriano Paolella e Zelinda Carloni. Per
contattarli via e-mail, scrivete a antiglo@email.it
Questo
volantone e' il terzo di una serie - tutta curata da Adriano e Zelinda -
iniziata con Globalizzazione - Idee per capire, vivere ed opporsi al nuovo
modello di profitto, uscito nel n. 274 (estate 2001) di "A. rivista
anarchica" in versione bilingue (italiano ed inglese) in coincidenza con la
mobilitazione a Genova contro il G8. Nel novembre 2001 e' poi seguito Le
strategie della fame, supplemento al n. 276. realizzato in vista del vertice di
Roma (poi rimandato) della Fao. Ne sono previsti altri, in un prossimo futuro.
Chi volesse ricevere copie singole e/o per la diffusione, ci contatti per
conoscerne disponibilita' e prezzi.
Questo
volantone esce come supplemento al n. 279 (marzo 2002) della rivista mensile
anarchica "A"... Il prossimo volantone, uscira' in estate e sara'
dedicato all'uso delle risorse in vista degli incontri internazionali di
Johannesburg.
"A"
esce regolarmente 9 volte l'anno dal febbraio 1971. Non esce nei mesi di
gennaio, agosto e settembre. E' in vendita per abbonamento postale, in numerose
librerie e presso centri sociali, circoli anarchici, botteghe ecc. Se ne vuoi
una copia/saggio, chiedicela. Siamo alla ricerca di nuovi diffusori. Per
qualsiasi informazione, compresa la lista completa dei nostri
"prodotti" (volantone antifascista, Letture di Bakunin, Kropotkin,
Malatesta e Proudhon, volantoni della serie anti-globalizzazione, maglietta
"Segno Libero", poster di Malatesta 1921, cd+libretto di Fabrizio De
Andre' "ed avevamo gli occhi troppo belli", dossier "Signora
liberta', signorina anarchia" dedicato a De Andre', lista di oltre cento
cd, mc, ecc. della "Musica per 'A'", ecc.) contattaci. Se ci fai
avere per fax, e-mail o in segreteria telefonica il tuo indirizzo completo, ti
spediamo a casa tutte le informazioni necessarie per poter ordinare quello che
vuoi. Una copia di "A" costa 3 euro, l'abbonamento annuo 30 euro,
quello estero 40 euro, l'abbonamento sostenitore da 100 euro in su.
Editrice A, cas. post. 17120, I - 20170 Milano, tel.
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bancario n. 6.81 presso ag. Milano 11 del Monte dei Paschi di Siena (Abi 01030,
Cab 01612).