MARTIN LUTHER
KING: LETTERA DAL CARCERE DI BIRMINGHAM
[Il testo
seguente e' quello della celebre lettera del 16 aprile 1963 indirizzata dal
carcere di Birmingham ad alcuni "cari colleghi nel sacerdozio", i
vescovi Carpenter, Durick, Hardin e Harmon, il rabbino Grafman, i reverendi
Murray, Ramage e Stallings.
Martin Luther
King, nato ad Atlanta in Georgia nel 1929, laureatosi all'Universita' di Boston
nel 1954 con una tesi sul teologo Paul Tillich, lo stesso anno si stabilisce,
come pastore battista, a Montgomery nell'Alabama. Dal 1955 (il primo dicembre
accade la vicenda di Rosa Parks) guida la lotta nonviolenta contro la
discriminazione razziale, intervenendo in varie parti degli Usa. Premio Nobel
per la pace nel 1964, piu' volte oggetto di attentati e repressione, muore
assassinato nel 1968. Opere di Martin Luther King: tra i testi piu' noti: La
forza di amare, Sei, Torino 1967, 1994 (edizione italiana curata da Ernesto
Balducci); Lettera dal carcere di Birmingham - Pellegrinaggio alla nonviolenza,
Movimento Nonviolento, Verona 1993; L'"altro" Martin Luther King,
Claudiana, Torino 1993 (antologia a cura di Paolo Naso); "I have a
dream", Mondadori, Milano 2001; Il sogno della nonviolenza. Pensieri,
Feltrinelli, Milano 2006; cfr. anche: Marcia verso la liberta', Ando', Palermo
1968; Lettera dal carcere, La Locusta, Vicenza 1968; Il fronte della coscienza,
Sei, Torino 1968; Perche' non possiamo aspettare, Ando', Palermo 1970; Dove
stiamo andando, verso il caos o la comunita'?, Sei, Torino 1970. Presso la
University of California Press, e' in via di pubblicazione l'intera raccolta
degli scritti di Martin Luther King, a cura di Clayborne Carson (che lavora
alla Stanford University). Sono usciti sinora sei volumi (di quattordici
previsti): 1. Called to Serve (January 1929 - June
1951); 2. Rediscovering Precious Values (July 1951 - November 1955); 3. Birth
of a New Age (December 1955 - December 1956); 4. Symbol of the Movement
(January 1957 - December 1958); 5. Threshold of a New Decade (January 1959 -
December 1960); 6. Advocate of the Social Gospel (September 1948 - March 1963);
ulteriori informazioni nel sito: www.stanford.edu/group/King/ Opere su Martin
Luther King: Lerone Bennett, Martin Luter King. L'uomo di Atlanta, Claudiana,
Torino 1969, 1998, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2008; Gabriella Lavina,
Serpente e colomba. La ricerca religiosa di Martin Luther King, Edizioni Citta'
del Sole, Napoli 1994; Arnulf Zitelmann, Non mi piegherete. Vita di Martin
Luther King, Feltrinelli, Milano 1996; Sandra Cavallucci, Martin Luther King,
Mondadori, Milano 2004; Paolo Naso (a cura di), Il sogno e la storia. Il
pensiero e l'attualita' di Martin Luther King (1929-1968), Claudiana, Torino
2008. Esistono altri testi in italiano (ad esempio Hubert Gerbeau, Martin
Luther King, Cittadella, Assisi 1973), ma quelli a nostra conoscenza sono
perlopiu' di non particolare valore: sarebbe invece assai necessario uno studio
critico approfondito della figura, della riflessione e dell'azione di Martin
Luther King (anche contestualizzandole e confrontandole con altre contemporanee
personalita', riflessioni ed esperienze di resistenza antirazzista in America).
Una introduzione sintetica e' in "Azione nonviolenta" dell'aprile
1998 (alle pp. 3-9), con una buona bibliografia essenziale]
16 aprile 1963
Miei cari
confratelli,
mentre mi
trovo relegato qui, nella prigione della citta' di Birmingham, mi e' accaduto
di leggere la vostra recente dichiarazione in cui le mie attuali iniziative
sono definite "imprudenti e intempestive". E' raro che mi soffermi a
rispondere alle critiche rivolte al mio lavoro e alle mie idee. Se volessi
mandare una risposta a tutti i messaggi di critica che capitano sulla mia
scrivania, i miei segretari dovrebbero dedicare quasi per intero la giornata a
questa corrispondenza, e a me non resterebbe il tempo per il lavoro
costruttivo. Ma poiche' mi sembrate autenticamente animati da buone intenzioni,
e proponete con sincerita' le vostre critiche, voglio cercare di rispondere
alla vostra dichiarazione in termini che mi auguro siano pacati e ragionevoli.
*
Penso di dover
dire perche' mi trovo qui a Birmingham, dato che a quanto pare siete rimasti
influenzati dal pregiudizio contro "gli estranei che si
intromettono". Ho l'onore di prestare servizio come presidente del
Congresso dei dirigenti cristiani del Sud (Sclc), un organismo operante in
tutti gli stati del Sud, con sede ad Atlanta in Georgia. Abbiamo circa
ottantacinque affiliate in tutto il territorio meridionale degli Stati Uniti,
una delle quali e' il Movimento cristiano dell'Alabama per i diritti umani.
Spesso mettiamo in comune con le nostre affiliate il personale e le risorse
finanziarie e formative. Diversi mesi orsono la nostra filiale di Birmingham ci
ha chiesto di tenerci pronti per impegnarci in un programma nonviolento di
azione diretta, se ne fosse stata riconosciuta la necessita'. Abbiamo
acconsentito subito, e quando e' stato il momento abbiamo tenuto fede alla
nostra promessa. Percio' io, insieme a diversi miei collaboratori
dell'associazione, sono qui perche' sono stato invitato a venire qui. Sono qui
perche' qui mi lega la mia organizzazione.
Ma in senso
piu' fondamentale, sono a Birmingham perche' qui c'e' l'ingiustizia. Cosi' come
i profeti dell'VIII secolo a. C. lasciavano i loro villaggi e portavano il loro
"cosi' dice il Signore" ben oltre i confini delle citta' in cui erano
nati, e cosi' come l'apostolo Paolo lascio' il suo villaggio di Tarso per
portare il vangelo di Gesu' Cristo negli angoli remoti del mondo grecoromano,
allo stesso modo anch'io sono spinto a portare il vangelo della liberta' oltre
la mia citta' natale. Come Paolo, devo rispondere di continuo alla richiesta di
aiuto che viene dalla Macedonia.
Inoltre, sono
consapevole del fatto che tutte le comunita' e gli stati sono in reciproca
correlazione. Non posso starmene con le mani in mano ad Atlanta, senza curarmi
di quel che succede a Birmingham. L'ingiustizia che si verifica in un luogo
minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocita' alla
quale non si puo' sfuggire, avvolti da un'unica trama del destino. Qualunque
cosa riguardi direttamente uno, riguarda in modo indiretto tutti. Non potremo
mai piu' permetterci di vivere con l'idea ristretta e provinciale
dell'"agitatore che viene da fuori". Chiunque viva negli Stati Uniti,
in qualunque localita' compresa nei suoi confini, non potra' mai essere
considerato uno di fuori.
*
Voi deplorate
le manifestazioni che hanno luogo a Birmingham. Ma mi duole dire che la vostra
dichiarazione non esprime analoga preoccupazione per le situazioni che hanno
provocato le manifestazioni. Sono sicuro che nessuno di voi vorrebbe
accontentarsi delle analisi sociali piu' superficiali, che si occupano soltanto
degli effetti e non affrontano le cause. E' deplorevole che a Birmingham
abbiano luogo le manifestazioni, ma e' ancor piu' deplorevole che in questa
citta' la struttura di potere dei bianchi non abbia lasciato alla comunita'
nera nessun'altra scelta.
In una
campagna nonviolenta ci sono quattro fasi fondamentali: la raccolta dei fatti
per determinare se le ingiustizie ci sono; la trattativa; la purificazione di
se stessi; l'azione diretta. A Birmingham siamo passati attraverso tutte queste
fasi. Un fatto non si puo' negare: questa comunita' e' sprofondata
nell'ingiustizia razziale. Birmingham e' forse la citta' degli Stati Uniti dove
il segregazionismo e' applicato nel modo piu' totale. E' noto a tutti che si
sono registrati numerosi casi di atroci brutalita'. Nei tribunali i neri hanno
subito gravi e vistose ingiustizie. A Birmingham si sono avuti piu' attentati
dinamitardi contro case e chiese di neri rimasti impuniti che in qualsiasi
altra citta' americana. Ecco i fatti della dura e brutale realta'. A causa di
questa situazione, i leader neri hanno cercato di trattare con le autorita'
locali. Ma queste ultime si sono sempre rifiutate di iniziare un negoziato in
buona fede.
Poi, lo scorso
settembre si e' presentata l'occasione di trattare con i capi del mondo
economico di Birmingham. Durante questi colloqui, i commercianti avevano fatto
alcune promesse: per esempio, di eliminare dagli esercizi pubblici le umilianti
affissioni di carattere razziale. Basandosi su queste promesse, il reverendo
Fred Shuttlesworth e i dirigenti del Movimento cristiano dell'Alabama per i
diritti umani avevano accettato una moratoria di tutte le manifestazioni. Con
il trascorrere delle settimane e dei mesi, ci siamo resi conto di essere
vittime di un impegno non mantenuto: i pochi cartelli rimossi in seguito agli
accordi presi venivano ripristinati; gli altri erano sempre rimasti al loro
posto.
Come era gia'
accaduto tante volte in passato, le nostre speranze erano state abbattute, e su
di noi pesava l'ombra di una profonda delusione. Non ci restava altra scelta
che predisporci all'azione diretta, in cui avremmo offerto il nostro stesso
corpo come mezzo per presentare la nostra causa davanti alla coscienza della
comunita' locale e nazionale. Consapevoli delle difficolta' del nostro compito,
decidemmo di sottoporci a un processo di purificazione. Organizzammo una serie
di gruppi di lavoro sulla nonviolenza, per chiedere piu' volte a noi stessi:
"Sei in grado di ricevere colpi senza restituirli?", "Sei in
grado di sopportare la prova del carcere?".
*
Decidemmo di
attuare il nostro programma di azione diretta nell'epoca della Pasqua, sapendo
che, dopo quello natalizio, si tratta del periodo dell'anno in cui gli acquisti
sono piu' numerosi. Sapevamo inoltre che l'azione diretta sarebbe stata
affiancata da un forte programma di astensione dai consumi e ci sembrava che
questo potesse essere il momento migliore per fare pressione sui commercianti
in modo da provocare i cambiamenti richiesti.
Poi pensammo
che in marzo a Birmingham si sarebbe dovuto votare per eleggere il sindaco, e
ci affrettammo a decidere di ritardare i nostri interventi fino al giorno dopo
le elezioni. Quando si seppe che l'assessore alla pubblica sicurezza, Eugene
"Bull" Connor, aveva accumulato abbastanza voti da partecipare al
ballottaggio, ancora una volta rimandammo l'inizio delle attivita' al giorno dopo
il ballottaggio stesso, per evitare che le nostre manifestazioni potessero
essere strumentalizzate. Come molti altri, aspettavamo di assistere alla
sconfitta di Connor, e per questo sopportavamo un rinvio dietro l'altro. Ma
dopo aver dato il nostro contributo a questa necessita' della cittadinanza di
Birmingham, pensavamo che il nostro programma di azione diretta non potesse
piu' essere rinviato.
*
Potreste
chiedere: "Perche' optare per l'azione diretta? Perche' i sit?in, i cortei
e cosi' via? Non e' forse meglio percorrere la via del negoziato?".
Avete ragione
di invocare la necessita' della trattativa; anzi, e' proprio questo il fine che
si prefigge l'azione diretta. L'azione diretta nonviolenta cerca di creare una
crisi cosi' acuta, di suscitare una tensione cosi' insopportabile, da
costringere una comunita', che si e' sempre rifiutata di trattare, ad
affrontare la situazione. L'azione diretta nonviolenta cerca di accentuare gli
aspetti drammatici del problema in modo tale che non si possa piu' ignorarlo.
Potra' suonare
piuttosto scandaloso che io consideri la creazione di uno stato di tensione un
aspetto dell'attivita' di chi aderisce alla resistenza nonviolenta: ma devo
confessare che la parola "tensione" non mi fa paura. Mi oppongo
sempre con fermezza alla tensione violenta, ma esiste un genere di tensione
costruttiva e nonviolenta che e' necessaria per crescere. Come Socrate stimava
necessario creare una tensione nella mente, cosi' che gli individui si
liberassero dalla servitu' dei miti e delle mezze verita', elevandosi fino al
regno dell'analisi creativa e della disamina oggettiva, allo stesso modo
dobbiamo comprendere la necessita' che questi pungoli della nonviolenza
riescano a creare nella societa' la tensione capace di aiutare gli uomini a
sollevarsi dagli abissi tenebrosi del pregiudizio e del razzismo fino alle
maestose altezze della comprensione e della fratellanza.
Il nostro
programma di azione diretta si propone di creare una situazione cosi' satura di
crisi da aprire inevitabilmente la strada al negoziato. Percio' nel vostro
appello alla trattativa io concordo con voi. La nostra amata terra del Sud e'
rimasta troppo a lungo sprofondata in una palude, nel tragico tentativo di
vivere nel monologo invece che nel dialogo.
Nel vostro
documento, un punto essenziale e' che l'azione intrapresa a Birmingham da me e
dai miei compagni e' intempestiva. Alcuni chiedono: "Perche' non avete
lasciato alla nuova amministrazione cittadina il tempo di agire?". L'unica
risposta che possa dare a questo interrogativo e' che la nuova amministrazione
di Birmingham dovra' essere pungolata quanto la precedente, prima che agisca.
Sbaglia di grosso chi pensa che l'elezione a sindaco di Albert Boutwell
portera' a Birmingham l'avvento dell'eta' messianica. Boutwell e' una persona
assai piu' garbata di Connor, ma entrambi sono fautori del regime
segregazionista, volti alla conservazione dell'esistente. Io ho speranza che
Boutwell possa essere cosi' ragionevole da capire quanto sia futile contrastare
con una resistenza massiccia l'abolizione del segregazionismo. Ma non potra'
capirlo senza la pressione esercitata dai difensori dei diritti civili.
*
Amici miei,
devo dirvi che noi non abbiamo ottenuto un solo progresso in materia di diritti
civili senza una decisa pressione esercitata con mezzi legali e nonviolenti.
E'
deplorevole, ma e' una realta' storica: e' raro che i gruppi privilegiati
rinuncino volontariamente ai loro privilegi. I singoli individui possono
ricevere una illuminazione morale e rinunciare per propria iniziativa a una posizione
ingiusta: ma, come ci ricorda Reinhold Niebuhr, i gruppi hanno la tendenza a
essere piu' immorali dei singoli.
Sappiamo per
dolorosa esperienza che l'oppressore non concede mai la liberta' per decisione
spontanea: sono gli oppressi che devono esigere di ottenerla. Francamente, non
mi e' ancora accaduto di intraprendere una campagna di azione diretta che
apparisse "tempestiva" agli occhi di quanti non hanno subito indebite
sofferenze a causa del morbo segregazionista. Da anni sento dire la parola
"Aspettate!", che risuona all'orecchio di ogni nero con stridente
familiarita'. Questo "Aspettate" significa quasi sempre
"Mai". Noi dobbiamo arrivare a comprendere, insieme a uno dei nostri
massimi giuristi, che "la giustizia ottenuta troppo tardi e' giustizia
negata".
Noi aspettiamo
da oltre 340 anni di ottenere i nostri diritti sanciti dalla Costituzione e
donati da Dio. Le nazioni asiatiche e africane si muovono con velocita'
supersonica verso l'indipendenza politica, mentre noi ancora ci trasciniamo, al
passo di un calessino all'antica, per cercare di ottenere una tazza di caffe'
al banco delle tavole calde. Forse dire "Aspettate" e' facile per chi
non e' mai stato ferito dalle frecce aguzze della segregazione. Ma se uno vede
plebaglie inferocite lasciate libere di linciare vostra madre, vostro padre, di
annegare i vostri fratelli e sorelle a piacimento; se vede poliziotti pieni
d'odio insultare, prendere a calci e perfino uccidere i vostri fratelli e
sorelle neri; se uno vede la stragrande maggioranza dei venti milioni di suoi
fratelli neri che soffocano, in una gabbia di poverta' a tenuta stagna, nel bel
mezzo di una societa' opulenta; se uno sente che la lingua s'inceppa e le
parole escono in un balbettio perche' bisogna cercare di spiegare alla figlia di
sei anni come mai non puo' andare al parco pubblico di divertimenti che la
televisione ha appena finito di pubblicizzare, e si accorge che le vengono le
lacrime agli occhi appena sente che la Citta' dei divertimenti e' vietata ai
bambini di colore, e vede minacciose nubi di inferiorita' cominciare a formarsi
nel suo piccolo cielo mentale, e la sua personalita' cominciare a distorcersi
nello sforzo di maturare un inconscio rancore verso i bianchi; se uno deve
cercare di rispondere a un figlio di cinque anni che chiede: "Papa', ma
perche' i bianchi trattano cosi' male la gente di colore?"; se uno, quando
fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l'altra a dormire
in posizione disagiata, in un angolo dell'automobile, perche' non lo accettano in
nessun motel; se tutti i giorni, immancabilmente, uno vive incalzato da
umilianti cartelli su cui sta scritto "bianchi" e "di
colore"; se il suo nome di battesimo diventa "negraccio", il
secondo nome "ragazzo" (qualunque sia la sua eta') e il cognome diventa
"John", e se per sua moglie o sua madre nessuno usa mai il titolo di
cortesia di "signora Taldeitali"; se il fatto di essere un nero lo
tormenta di giorno e l'ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in
punta di piedi, senza sapere che cosa puo' capitare da un momento all'altro, se
lo fa sentire angustiato da ogni sorta di paure interiori e da ogni sorta di
risentimento verso l'esterno; se uno non puo' mai smettere di lottare contro la
corrosiva sensazione di "non essere nessuno"... se tutte queste cose
accadessero a voi, capireste perche' per noi e' difficile aspettare.
Arriva il
momento in cui la coppa della sopportazione trabocca, e gli uomini non
accettano piu' di sprofondare nell'abisso della disperazione. Spero, signori,
che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza.
*
Sembrate molto
in ansia per la nostra dichiarazione di disponibilita' a violare la legge. Si
tratta senza dubbio di una preoccupazione legittima.
Dal momento
che con tanta diligenza noi insistiamo perche' sia osservata la sentenza
emanata nel 1954 dalla Corte suprema, in base alla quale il regime
segregazionista e' bandito dalle scuole pubbliche, potrebbe in effetti apparire
un paradosso che noi stessi, consapevolmente, ci disponiamo a violare le leggi.
Si potrebbe chiedere: "Come potete propugnare la violazione di alcune
leggi e l'osservanza di altre?". La risposta sta nel fatto che ci sono due
tipi di leggi: giuste e ingiuste. Sarei il primo a invocare l'osservanza delle
leggi giuste: abbiamo una responsabilita' non soltanto legale, ma anche morale,
che ci impone di obbedire alle leggi giuste. Di converso, abbiamo anche la
responsabilita' morale di disobbedire alle leggi ingiuste: io concordo con
sant'Agostino nel ritenere che "una legge ingiusta non e' legge".
Ora, qual e'
la differenza fra le une e le altre? Come si fa a stabilire se una legge sia
giusta o ingiusta? Una legge giusta e' un codice composto dall'uomo che
corrisponde alla legge morale o alla legge di Dio. Una legge ingiusta e' un
codice in disarmonia con la legge morale. Per usare il linguaggio di san
Tommaso d'Aquino: una legge ingiusta e' una legge umana che non e' radicata
nella legge eterna e naturale. Una legge che eleva la personalita' umana e'
giusta; una legge che degrada la personalita' umana e' ingiusta.
Tutti gli
statuti del segregazionismo sono ingiusti perche' il regime segregazionista
distorce l'anima e danneggia la personalita': al segregazionista conferisce un
falso senso di superiorita', a chi e' vittima della segregazione un falso senso
di inferiorita'. Per usare la terminologia del filosofo ebreo Martin Buber, il
segregazionismo sostituisce al rapporto "Io?Tu" un rapporto
"Io?Oggetto" (1), ossia finisce con il considerare le persone come
cose. Quindi il segregazionismo non e' soltanto privo di fondamento politico,
economico, sociologico: e' contrario alla morale e peccaminoso. Paul Tillich
dice che il peccato e' separazione. Il segregazionismo non e' forse
un'espressione esistenziale della tragica separazione dell'uomo, della sua
orribile alienazione, della sua atroce peccaminosita'? Percio' io posso
insistere perche' si osservi la sentenza emanata dalla Corte suprema nel 1954,
in quanto moralmente giusta; e posso insistere perche' non si obbedisca alle
ordinanze del regime segregazionista, in quanto moralmente ingiuste.
Consideriamo
un esempio piu' concreto di leggi giuste e ingiuste. E' ingiusta la legge di
cui un gruppo maggioritario per numero o per potenza impone l'osservanza a un
gruppo minoritario, mentre esenta se stesso dalla stessa osservanza. Questa e'
la differenza fatta legge. Allo stesso modo, la legge giusta e' quella che una
maggioranza impone alla minoranza di osservare, essendo comunque disposta a
osservarla a sua volta. Questa e l'uguaglianza fatta legge.
Permettetemi
di fornire un'altra spiegazione. Una legge e' ingiusta se viene inflitta a una
minoranza che, vedendosi negato il diritto di voto, non ha contribuito affatto
alla formulazione o all'approvazione della legge. Chi puo' dire che il governo
dell'Alabama, autore delle leggi segregazioniste vigenti sul suo territorio,
sia stato eletto democraticamente? In tutto l'Alabama si adotta ogni sorta di
espediente surrettizio per impedire ai neri di essere registrati nelle liste
elettorali, e in certe contee, dove pure i neri costituiscono la maggioranza
della popolazione, neppure uno solo di loro e' presente nelle liste. E'
possibile considerare conforme ai richiesti criteri democratici una legge
promulgata in simili circostanze?
Talvolta una
legge e' giusta in apparenza e ingiusta nell'applicazione. Per esempio, io sono
stato arrestato con l'accusa di avere sfilato durante una manifestazione non
autorizzata. Ebbene, non c'e' niente di ingiusto in un'ordinanza che richiede
un'autorizzazione per poter sfilare in un corteo: ma la stessa ordinanza
diventa ingiusta quando e' usata per conservare il regime segregazionista e per
negare ai cittadini l'esercizio di un diritto sancito dal Primo Emendamento,
quello di riunirsi e protestare in forma pacifica.
*
Spero che riusciate
a comprendere la distinzione che cerco di far notare. Non sono in nessun senso
favorevole a chi elude o sfida la legge, come vorrebbe il segregazionista
violento. Il risultato sarebbe l'anarchia. Chi infrange una legge ingiusta lo
deve fare in modo aperto, con amore ed essendo quindi disposto ad accettare la
pena corrispondente. La mia opinione e' che l'individuo che infrange una legge
perche' la sua coscienza la ritiene ingiusta, ed e' disposto ad accettare la
pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunita' circa la sua
ingiustizia, manifesta in realta' il massimo rispetto per la legge.
S'intende che
una simile forma di disobbedienza civile non e' affatto una novita'. Ne esiste
un esempio sublime nel rifiuto di Sidrac, Mesac e Abdenago di obbedire al
comando di Nabucodonosor [cfr. Dn, 3], in nome di una legge morale piu' alta. E
stata praticata in modo superbo dai primi cristiani, che erano disposti ad
affrontare leoni famelici e lasciarsi fare a pezzi dal carnefice piuttosto che
sottomettersi ad alcune leggi ingiuste dell'impero romano. Fino a un certo
punto, la liberta' di insegnamento di oggi e' diventata una realta' grazie a
Socrate, che pratico' la disobbedienza civile. Nel nostro stesso paese, il
"te' di Boston" (2) ha
rappresentato un gesto di disobbedienza civile su vasta scala.
Non dovremmo
mai dimenticare che tutto quel che ha fatto Adolf Hitler in Germania era
"legale", e tutto quel che hanno fatto in Ungheria i combattenti per
la liberta' era "illegale". Nella Germania di Hitler aiutare e
confortare un ebreo era "illegale". Eppure sono sicuro che, se fossi
vissuto nella Germania di allora, avrei aiutato e confortato i miei fratelli
ebrei. Se oggi vivessi in un paese comunista, dove certi principi cari alla
fede cristiana sono banditi, propugnerei apertamente la disobbedienza alle
leggi antireligiose di quel paese.
*
Per onesta'
devo confessare due cose a voi, miei fratelli cristiani ed ebrei. In primo
luogo, devo confessare che negli ultimi anni i bianchi di opinioni moderate mi
hanno dato una grave delusione. Starei quasi per arrivare alla spiacevole
conclusione che nel cammino dei neri verso la liberta' l'ostacolo maggiore non
e' l'aderente al "White Citizens Council" [Consiglio dei cittadini
bianchi], o l'affiliato del Ku Klux Klan, bensi' il bianco moderato, che ha a
cuore l'"ordine" piu' della giustizia; che preferisce la pace
negativa, ossia l'assenza di tensioni, a una pace positiva, ossia la presenza
della giustizia; che dice sempre: "Sono d'accordo con voi per quanto riguarda
gli obiettivi che vi prefiggete, ma non posso essere d'accordo con i vostri
metodi di azione diretta"; che crede, nel suo paternalismo, di poter
essere lui a determinare le scadenze della liberta' di un altro; che vive
secondo un concetto mitico del tempo e continua a consigliare ai neri di
attendere "un momento piu' propizio". La scarsa comprensione da parte
di persone bendisposte e' ben piu' frustrante dell'assoluta incomprensione
mostrata da chi e' maldisposto. L'accettazione tiepida sconcerta assai piu' del
rifiuto secco.
Io avevo
sperato che i bianchi moderati comprendessero che la legge e l'ordine esistono
allo scopo di fondare la giustizia, e quando falliscono questo obiettivo
diventano dighe pericolosamente strutturate, ostruzioni lungo il flusso del
progresso sociale. Avevo sperato che i bianchi moderati potessero comprendere
come la tensione oggi presente negli stati del Sud sia un passaggio necessario
nella transizione da una perniciosa pace negativa, in cui i neri accettavano
passivamente il loro ingiusto destino, a una pace sostanziale e positiva, in
cui tutti gli uomini rispettino la dignita' e il valore della persona umana. In
effetti, noi che siamo impegnati nell'azione diretta non siamo i creatori della
tensione: ci limitiamo a portare in superficie la tensione nascosta che gia'
esiste; la portiamo alla luce, dove puo' essere vista e affrontata. Come un
foruncolo che non potrebbe mai guarire se continua a rimanere coperto, e invece
dev'essere esposto in tutta la sua bruttura all'azione di aria e luce, i
medicamenti naturali: cosi', se vogliamo guarire l'ingiustizia, dobbiamo
metterla a nudo, con tutte le tensioni che un simile svelamento crea,
esponendola alla luce della coscienza umana, all'aria dell'opinione pubblica
del paese.
*
Nel vostro
documento dichiarate che le nostre azioni sono da condannare perche', sebbene
pacifiche, determinano lo scoppio della violenza. Ma una simile asserzione e'
davvero logica? Non e' un po' come condannare l'uomo rapinato perche' il fatto
di possedere del denaro ha determinato l'azione malvagia della rapina? Non e'
un po' come condannare Socrate perche' la sua indefettibile dedizione alla
verita' e le sue indagini filosofiche hanno determinato l'azione di una
plebaglia mal consigliata, che ha finito con l'obbligarlo a bere la cicuta? Non
e' un po' come condannare Gesu' perche' l'unicita' della sua coscienza di Dio e
la sua incessante devozione a Dio hanno determinato l'azione malvagia della
crocefissione? Dobbiamo deciderci a capire che, secondo quanto affermato dalle
coerenti sentenze dei tribunali federali, non e' giusto insistere perche' un
individuo smetta di adoperarsi per vedere rispettati i propri diritti
costituzionali fondamentali, con la scusa che tale tentativo potrebbe provocare
atti violenti. La societa' deve proteggere il rapinato e punire il rapinatore.
Avevo sperato
inoltre che i bianchi moderati respingessero la visione mitica del tempo per
quanto riguarda la lotta per la liberta'. Ho appena ricevuto una lettera da un
fratello bianco che vive in Texas. Mi scrive: "Tutti i cristiani sanno che
prima o poi ai popoli di colore sara' data la parita' di diritti, ma puo' darsi
che lei esageri nella sua ansia religiosa di accelerare i tempi. Il
cristianesimo ha impiegato quasi duemila anni per arrivare dov'e' oggi. La
dottrina di Cristo richiede tempo per scendere sulla terra". Questo
atteggiamento nasce da una concezione tragicamente errata del tempo, dall'idea
curiosa e irrazionale che lo scorrere del tempo abbia in se stesso
l'immancabile dote di guarire ogni male. In realta', il tempo e' neutro: puo'
essere usato in modo distruttivo oppure costruttivo. Io ho la sensazione sempre
piu' forte che le persone malintenzionate abbiano saputo usare il tempo in modo
assai piu' efficace, rispetto alle persone benintenzionate. Nella nostra
generazione dovremo pentirci non soltanto per le parole e gli atti odiosi di
cui sono responsabili i cattivi, ma anche per lo spaventoso silenzio dei buoni.
Il progresso umano non viaggia sui binari dell'inevitabile: si produce grazie
agli sforzi instancabili di uomini disposti a collaborare con Dio, e senza il
loro duro lavoro il tempo stesso diventa un alleato delle forze della
stagnazione sociale. Dobbiamo usare il tempo in modo creativo, sapendo che i
tempi sono sempre maturi per fare quel che e' giusto. E' adesso il momento
giusto per attuare nella realta' la promessa della democrazia, per trasformare
la nostra elegia nazionale sospesa in un salmo creativo di fraternita'. E'
adesso il momento giusto per sollevare la nostra politica nazionale dalle
sabbie mobili dell'ingiustizia razziale, fondandola sulla solida roccia della
dignita' umana.
*
Voi definite
estremiste le nostre iniziative a Birmingham. Sul momento sono rimasto
piuttosto deluso che dei confratelli vedessero le mie azioni nonviolente come
espressione di estremismo. Ho cominciato a riflettere sul fatto che all'interno
della comunita' nera mi trovo preso fra due forze opposte. Una e' la forza
dell'acquiescenza costituita in parte da neri che dopo lunghi anni di oppressione
hanno perduto a tal punto il rispetto di se' e il sentimento di essere persone
da arrivare a adattarsi al regime segregazionista; e in parte, da un ristretto
numero di neri appartenenti alla classe media i quali, poiche' posseggono una
certa misura di sicurezza accademica ed economica e in certo modo traggono
vantaggio dal segregazionismo, sono diventati insensibili ai problemi delle
masse. L'altra forza e' costituita dal rancore e dall'odio, e si avvicina
pericolosamente all'idea di propugnare la violenza: si esprime nei diversi
gruppi dei nazionalisti neri che stanno nascendo in tutto il paese, fra i quali
il piu' vasto e celebre e' il movimento musulmano di Elijah Muhammad. Si tratta
di una formazione alimentata dal senso di frustrazione che coglie i neri di
fronte alla persistenza della discriminazione razziale, costituita da persone
che hanno perduto la fede nell'America, hanno ripudiato del tutto il
cristianesimo, e si sono persuase che l'uomo bianco e' un "demonio"
irrecuperabile.
Io ho cercato
una posizione a meta' strada fra queste due forze: ho detto che non dobbiamo
imitare ne' il "non far niente" di chi si crogiola
nell'autocompiacimento ne' l'astio e la disperazione dei nazionalisti neri.
Infatti esiste la via eccellente, quella dell'amore e della protesta
nonviolenta. Sono grato a Dio per il fatto che grazie all'influenza della
chiesa nera, la via della nonviolenza sia diventata parte integrante della
nostra lotta.
Se non fosse
emersa questa filosofia, oggi, ne sono convinto, in molte strade del Sud il
sangue scorrerebbe a fiumi. E inoltre sono convinto che se i nostri fratelli
bianchi liquidano con gli epiteti di "mestatori" e "fomentatori
di disordine" quanti di noi si dedicano all'azione diretta nonviolenta, e
se rifiutano di appoggiare i nostri tentativi nonviolenti, milioni di neri
saranno colti da frustrazione e disperazione, e cercheranno sollievo e
sicurezza nelle ideologie dei nazionalisti neri: un esito che non mancherebbe
di provocare uno spaventoso incubo razziale.
I popoli oppressi
non possono rimanere oppressi per sempre. Prima o poi l'anelito alla liberta'
si manifesta, e questo e' accaduto ai neri americani. Qualcosa nel loro intimo
ha ricordato loro che per nascita hanno diritto alla liberta', e qualcosa
all'esterno ha ricordato loro che la liberta' puo' essere ottenuta. Per vie
consapevoli o inconsce, lo "spirito dell'epoca" ha toccato anche
loro, e insieme ai fratelli neri dell'Africa e ai fratelli di pelle scura o
gialla in Asia, in Sudamerica e nei Caraibi, i neri degli Stati Uniti si
muovono con un senso di grande urgenza verso la terra promessa della giustizia
razziale.
Se
riconosciamo questa spinta vitale che coinvolge l'intera comunita' nera,
capiremo subito perche' si verificano le manifestazioni pubbliche. I neri hanno
molti risentimenti repressi e frustrazioni latenti, ai quali devono dare libero
sfogo. Percio' lasciateli sfilare in corteo; lasciateli andare in pellegrinaggi
di preghiera fin sotto il municipio; lasciateli partire per i "viaggi
della liberta'": e cercate di capire come mai devono fare queste cose. Se
le loro emozioni represse non potranno esprimersi in forme nonviolente,
cercheranno un'espressione violenta: e questa non e' una minaccia, e' una
realta' storica. Percio' io non ho detto al mio popolo: "Sbarazzatevi
della vostra insoddisfazione". Ho cercato piuttosto di dire che questa
insoddisfazione, normale e sana, puo' trovare modo di esprimersi in forme
creative, con l'azione diretta nonviolenta.
Ora una simile
posizione viene definita estremista. Ma sebbene sul momento mi disturbasse
essere messo nel novero degli estremisti, continuando a riflettere
sull'argomento sono arrivato pian piano a ricavare una certa soddisfazione da
questa etichetta. Gesu' non era forse un estremista dell'amore? "Amate i
vostri nemici, fate bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi
maledicono, pregate per coloro che vi calunniano e vi perseguitano" [Lc,
6, 27?28]. Amos non era forse un estremista della giustizia? "Il diritto
abbia il suo corso come l'acqua, e la giustizia come un fiume perenne"
[Am, 5, 24]. Paolo non era forse un estremista del vangelo cristiano? "Io
porto nel mio corpo le impronte di Gesu'" [Gal, 6, 171]. Martin Lutero non
era forse un estremista? "Qui sto e non posso altrimenti, che Dio mi
aiuti". E John Bunyan: "Preferisco restare in prigione fino alla fine
dei miei giorni piuttosto che fare scempio della mia coscienza". E Abraham
Lincoln: "Questa nazione non puo' sopravvivere schiava per meta' e libera
per meta'". E Thomas Jefferson: "Noi riteniamo queste verita' essere
evidenti di per se': che tutti gli uomini sono creati uguali...".
Percio' non si
tratta tanto di sapere se siamo estremisti o no, ma piuttosto quale tipo di
estremisti siamo. Siamo estremisti dell'odio o dell'amore? Siamo estremisti nel
difendere l'ingiustizia o nell'estendere l'ambito della giustizia? Nella
drammatica scena del calvario ci sono tre uomini crocefissi. Non dobbiamo mai
dimenticare che tutti e tre sono stati crocefissi per lo stesso delitto, un
delitto di estremismo: due erano estremisti dell'immoralita', e quindi sono
caduti al di sotto del loro ambiente; il terzo, Gesu' Cristo, era un estremista
dell'amore, della verita', della bonta', e in virtu' di questo si e' innalzato
al di sopra del suo ambiente. Forse gli stati del Sud, la nazione e il mondo
hanno un estremo bisogno di estremisti creativi.
*
Avevo sperato
che i bianchi moderati comprendessero questo bisogno. Forse ho peccato per
eccessivo ottimismo; forse pretendevo troppo. Forse mi sarei dovuto rendere
conto che ben pochi appartenenti alla razza degli oppressori possono
comprendere i gemiti profondi e gli aneliti appassionati di chi appartiene alla
razza oppressa; e sono ancor piu' rari gli uomini dotati di un'ampiezza di
vedute tale da capire che occorre sradicare l'ingiustizia con un'azione forte,
persistente e determinata. Tuttavia provo gratitudine al pensiero che alcuni
dei nostri fratelli bianchi del Sud hanno colto il senso di questa rivoluzione
sociale e si sono impegnati per realizzarla. Sono ancora troppo pochi per
numero, ma la loro qualita' e' grande. Alcuni ? come Ralph McGill, Lillian
Smith, Harry Golden, James McBride Dabbs, Ann Braden e Sarah Patton Boyle ?
hanno scritto sulla nostra lotta in modi eloquenti e profetici. Altri hanno
marciato con noi in corteo lungo strade senza nome del Sud; si sono lasciati
relegare in prigioni sudicie e infestate di scarafaggi, a patire gli insulti e
la brutalita' dei poliziotti che li considerano "sporchi amici dei musi
neri". A differenza di molti loro fratelli e sorelle di vedute moderate,
hanno compreso la spinta impellente di questo momento storico, hanno sentito la
necessita' del potente antidoto dell' azione per combattere il male del
segregazionismo.
*
Diro' adesso
della seconda grossa delusione che ho provato. Sono rimasto gravemente deluso
dalla chiesa bianca e dalle sue gerarchie. Ci sono, s'intende, alcune eccezioni
degne di nota. Non dimentico che ci sono state importanti occasioni in cui
ognuno di voi ha preso posizione su questo problema. La elogio, reverendo
Stallings, per l'atteggiamento cristiano che ha assunto la scorsa domenica,
accogliendo i neri al culto da lei presieduto e quindi rifiutando il
segregazionismo. Elogio le autorita' cattoliche di questo stato per aver
introdotto l'integrazione razziale nello Spring Hill College diversi anni
orsono.
Ma nonostante
queste eccezioni degne di nota, devo in tutta onesta' ripetere che la chiesa mi
ha deluso. Non lo dico come certi critici distruttivi, che trovano sempre
qualcosa da rimproverare alla chiesa. Lo dico come ministro del vangelo che ama
la chiesa, che e' stato allevato nel suo seno, sostenuto dalle sue benedizioni
spirituali e che le restera' fedele per quanto si prolunghera' il filo della
vita.
Alcuni anni
fa, quando mi sono trovato scaraventato all'improvviso alla guida della
protesta degli autobus a Montgomery, nell'Alabama, pensavo che la chiesa dei
bianchi ci avrebbe sostenuto. Pensavo che i ministri del culto protestante, i
sacerdoti cattolici, i rabbini del Sud sarebbero stati i nostri piu' forti
alleati. Invece, alcuni si sono opposti a noi in modo diretto, rifiutando di
comprendere il movimento per la liberta' e descrivendo i suoi dirigenti sotto
una luce inesatta; e fra gli altri, fin troppi si sono mostrati cauti piuttosto
che coraggiosi, restando in silenzio dietro la sicurezza anestetizzante delle
vetrate istoriate.
A dispetto
della disillusione subita, sono arrivato a Birmingham sperando che i capi
religiosi bianchi di questa comunita' avrebbero compreso la giustezza della
nostra causa, e per una profonda esigenza morale si sarebbero posti come il
canale attraverso il quale far giungere le nostre giuste lagnanze alla
struttura del potere. Avevo sperato che tutti voi sapeste comprendere; ma sono
stato ancora una volta deluso.
Ho udito numerosi
capi religiosi del Sud esortare i loro fedeli a conformarsi a una sentenza che
abolisce il segregazionismo perche' questa e' la legge, ma avrei tanto
desiderato sentire i ministri del culto bianchi dichiarare: "Obbedite a
questo decreto perche' l'integrazione e' moralmente giusta, e perche' i neri
sono vostri fratelli".
Mentre ai neri
venivano inflitte le piu' eclatanti ingiustizie, ho visto ecclesiastici bianchi
restare in disparte a mormorare commenti devoti del tutto fuori tema, oppure
banalita' da bigotti.
Mentre
imperversava una battaglia poderosa per liberare la nostra nazione
dall'ingiustizia economica e razziale, ho sentito molti ministri dire:
"Sono problemi sociali, che non riguardano davvero il vangelo". E ho
visto molte chiese dedicarsi a una religione del tutto ultramondana, che
traccia una strana distinzione, estranea alla Bibbia, tra corpo e anima, tra
sacro e laico.
Ho viaggiato
in lungo e in largo in Alabama, nel Mississippi e in tutti gli altri stati del
Sud. Nelle afose giornate estive e nelle frizzanti mattinate autunnali ho
guardato le bellissime chiese del Sud, con le loro alte guglie puntate verso il
cielo. Ho osservato il profilo imponente degli edifici dove si attua
l'educazione religiosa. Mi sono sorpreso piu' e piu' volte a pensare: "Di
che genere sono le persone che pregano qui? Chi e' il loro Dio? Dov'era la loro
voce quando dalle labbra del governatore Barnett scaturivano parole di
compromesso interlocutorio e di nullification (3)? Dov'erano, quando il
governatore Wallace faceva risuonare una fanfara di sfida e di odio? Dov'erano
le loro voci a sostegno quando uomini e donne neri, feriti e stanchi, hanno
deciso di sollevarsi dalle buie segrete dell'autocompiacimento fino ai monti
luminosi della protesta creativa?".
Si', questi
interrogativi sono ancora nella mia mente. Profondamente deluso, ho pianto per
la negligenza della chiesa. Ma siate certi che le mie lacrime erano lacrime
d'amore. Non puo' esserci una profonda delusione se non dove c'e' un profondo
amore. Si', io amo la chiesa. Come potrei non amarla? Mi trovo in una
situazione unica: sono il figlio, il nipote e il pronipote di pastori. Si',
vedo la chiesa come il corpo di Cristo. Ma, ahime', di quanti sfregi e
cicatrici abbiamo coperto questo corpo, per negligenza verso la societa' e per
la paura di apparire non conformisti!
C'e' stato un
tempo in cui la chiesa era molto potente: il tempo in cui i primi cristiani si
rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui
credevano. Allora la chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee
e i principi dell'opinione pubblica: era un termostato, che trasformava il
costume della societa'. Quando i primi cristiani entravano in una citta', le
autorita' si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perche'
"disturbavano l'ordine pubblico" ed erano "agitatori venuti da
fuori". Ma i cristiani non cedettero, convinti di essere "una colonia
del cielo", chiamati a obbedire a Dio e non agli uomini. Erano un piccolo
numero, ma la loro dedizione era grande. Erano troppo inebriati di Dio per
cedere a "intimidazioni spaventose". Con il loro impegno e il loro
esempio misero fine a mali antichi, come l'infanticidio e le lotte fra i
gladiatori.
Oggi la
situazione e' diversa. Troppo spesso la chiesa di oggi e' una voce inefficace,
debole, dal suono incerto. Troppo spesso e' la prima a difendere lo status quo.
Per lo piu', la struttura di potere di una comunita' non e' affatto allarmata
dalla presenza della chiesa, anzi e' confortata dalla silenziosa - e spesso
perfino stentorea - approvazione dello status quo da parte della chiesa stessa.
Ma sulla
chiesa incombe il giudizio di Dio, come non era mai accaduto prima. Se la
chiesa di oggi non recupera lo spirito di sacrificio della comunita' ecclesiale
dei primi tempi, perdera' la sua autenticita', rendera' vana la fedelta' di
milioni di aderenti, e sara' messa da parte come una associazione qualunque,
priva di qualsiasi senso per il XX. secolo. Tutti i giorni incontro dei giovani
in cui la delusione nei confronti della chiesa si e' trasformata in vera e
propria avversione.
*
Forse sono
ancora una volta troppo ottimista. Forse la religione organizzata e' legata
allo status quo da nodi talmente inestricabili da non essere in grado di
salvare la nazione e il mondo intero? Forse devo rivolgere la mia fede alla
chiesa interiore e spirituale, la chiesa all'interno della chiesa, come vera
ecclesia e speranza del mondo. Ma anche qui, sono grato a Dio che nelle file
della religione organizzata alcune anime nobili si siano liberate dalle catene
paralizzanti del conformismo e si siano unite a noi per prendere parte attiva
alla lotta per la liberta'. Hanno lasciato la sicurezza delle loro
congregazioni e insieme a noi hanno percorso le strade di Albany in Georgia.
Hanno viaggiato per le autostrade del Sud nei tortuosi percorsi dei
"viaggi della liberta'". Si', sono andati in prigione con noi. Alcuni
sono stati espulsi dalle loro chiese, hanno perduto il sostegno dei loro
vescovi e confratelli ecclesiastici. Ma hanno agito sostenuti da una fede
assoluta: che la giusta ragione, anche quando viene sconfitta, e' piu' forte
del male trionfante. La loro testimonianza e' stata il sale dello spirito che
in questi tempi tumultuosi ha preservato intatto il significato autentico del vangelo.
Sono riusciti a scavare una galleria di speranza nella montagna tenebrosa della
delusione.
Io spero che
la chiesa nel suo insieme raccogliera' la sfida di quest'ora decisiva. Ma anche
se la chiesa non dovesse venire in aiuto della giustizia, non dispero del
futuro. Non ho timore circa l'esito della nostra lotta a Birmingham, anche se
per ora le nostre motivazioni rimangono incomprese. Raggiungeremo il traguardo
della liberta', a Birmingham e in tutta la nazione, perche' la liberta' e'
l'obiettivo dell'America. Per quanto maltrattati e vilipesi, il nostro destino
e' legato a quello dell'America. Prima che i pellegrini sbarcassero a Plymouth,
noi eravamo qui. Prima che la penna di Jefferson vergasse le solenni parole
della Dichiarazione d'indipendenza sulle pagine della storia, noi eravamo qui.
Per oltre due secoli i nostri antenati hanno lavorato in questo paese senza
ricevere compenso; hanno fatto del cotone una ricchezza; hanno costruito le
case dei loro padroni mentre pativano macroscopiche ingiustizie e vergognose
umiliazioni: e tuttavia, grazie a una inesauribile vitalita', hanno continuato
a crescere e a svilupparsi. Se le crudelta' inaudite della schiavitu' non sono
riuscite a fermarci, l'opposizione con cui oggi abbiamo a che fare dovra' senza
dubbio fallire. Noi conquisteremo la nostra liberta', perche' nelle nostre
reiterate richieste si incarnano il sacro retaggio della nostra nazione e
l'eterna volonta' di Dio.
*
Prima di
concludere mi sento in dovere di citare ancora un punto della vostra dichiarazione
che ha suscitato in me un profondo turbamento: il caloroso elogio che rivolgete
alla polizia di Birmingham per aver mantenuto "l'ordine" e
"impedito atti di violenza". Dubito che la vostra lode sarebbe stata
altrettanto calorosa se aveste visto i cani della polizia affondare i denti
nella carne di neri disarmati e nonviolenti. Dubito che avreste avuto tanta
fretta nell'elogiare i poliziotti se aveste potuto osservare il modo sgradevole
e disumano in cui trattano i neri qui nella prigione cittadina; se li aveste
visti mentre prendevano a spintoni e insultavano anziane donne e ragazze nere;
se li aveste visti prendere a schiaffi e a calci neri vecchi e giovani; se li
aveste visti, com'e' accaduto in due occasioni, mentre si rifiutavano di darci
da mangiare perche' volevamo cantare insieme la preghiera di ringraziamento per
il nostro cibo. Nell'elogio della polizia di Birmingham non posso unirmi a voi.
E' vero che
gli agenti hanno mostrato una certa disciplina nell'affrontare i manifestanti;
in questo senso, in pubblico si sono comportati in modo abbastanza
"nonviolento". Ma a quale scopo? Per continuare a proteggere il
malvagio regime segregazionista. Negli ultimi anni ho sempre predicato che la
nonviolenza esige di usare mezzi puri quanto gli obiettivi che ci si prefigge.
Ho cercato di spiegare con chiarezza come sia sbagliato usare mezzi immorali
per ottenere fini morali. Ma ora devo affermare che e' altrettanto sbagliato, o
forse e' ancor piu' sbagliato, usare mezzi morali per difendere fini immorali.
Forse Connor e i suoi poliziotti sono stati abbastanza "nonviolenti"
in pubblico, come lo e' stato ad Albany il capo Pritchett: ma gli uni e gli
altri si sono serviti di un mezzo ineccepibile dal punto di vista morale, la
non violenza, per difendere il fine immorale dell'ingiustizia razziale. Ricordo
T. S. Eliot: "L'ultima tentazione e' il piu' grande tradimento: compiere
la retta azione per uno scopo sbagliato".
*
Avrei voluto
vedervi lodare i neri che hanno partecipato ai sit-in e alle manifestazioni di
Birmingham: per il loro sublime coraggio, per la disponibilita' a soffrire, per
la stupefacente disciplina dimostrata nonostante le forti provocazioni. Un
giorno il Sud sapra' riconoscere i suoi veri eroi. Saranno i James Meredith,
dotati di quella nobile risolutezza che li rende capaci di affrontare lo
scherno e l'ostilita' di folle rabbiose e caratterizzati dalla dolorosa
solitudine tipica della vita del pioniere. Saranno le vecchie donne nere,
oppresse, maltrattate, personificate da quella settantaduenne di Montgomery,
che facendo appello al senso della dignita', insieme al suo popolo decise di
non salire piu' sugli autobus sottoposti al regime segregazionista, e a chi le
domandava se fosse stanca dette una risposta tanto sgrammaticata quanto profonda:
"Ho i piedi che non me li sento piu', ma ho l'anima in pace". Saranno
gli studenti del liceo e del college, i giovani predicatori del vangelo e uno
stuolo di loro confratelli piu' anziani: tutti, con coraggio e senza usare la
violenza, pronti a sedersi al banco delle tavole calde, e disposti ad andare in
prigione per il rispetto della propria coscienza. Un giorno il Sud sapra' che
quando questi figli di Dio diseredati si sono seduti al banco di una tavola
calda, in realta' si stavano schierando a favore della parte migliore del sogno
americano, a favore dei valori piu' sacri del nostro retaggio
giudaico-cristiano, e cosi' facendo riportavano la nostra nazione ad attingere
ai grandi pozzi della democrazia, scavati dai padri fondatori degli Stati Uniti
quando avevano formulato la Costituzione e la Dichiarazione di indipendenza.
*
Non avevo mai
scritto una lettera tanto lunga. Temo che sia davvero troppo lunga per il
vostro tempo prezioso. Posso assicurarvi che sarebbe stata assai piu' breve se
avessi potuto scriverla seduto a una comoda scrivania, ma che cosa resta da
fare, a chi si trova nell'angusta cella di una prigione, se non scrivere lunghe
lettere, dedicarsi a lunghe riflessioni e pregare a lungo?
Se in questa
lettera ho detto qualcosa che dipinge la verita' in colori troppo accesi e
indica impazienza irragionevole, vi prego di perdonarmi. Se ho detto qualcosa
che dipinge la verita' in colori troppo smorti e indica che la mia capacita' di
pazientare mi permette di accettare qualcosa di meno della fraternita', prego
Dio di perdonarmi.
Spero che la
mia lettera vi trovi forti nella fede. Spero inoltre che presto le circostanze
mi permettano di incontrarvi , non come fautore dell'integrazione o dirigente
del movimento per i diritti civili, ma come collega nel ministero religioso e
fratello in Cristo. E tutti insieme speriamo che le nere nubi del pregiudizio
razziale si diradino presto, e la fitta nebbia del malinteso si allontani dalle
nostre comunita' sommerse dalla paura, e che in un domani non troppo lontano le
stelle luminose dell'amore e della fraternita' risplendano sulla nostra grande
nazione in tutta la loro sfavillante bellezza.
Vostro per la
causa della pace e della fraternita',
Martin Luther King junior
*
Note [del
curatore dell'opuscolo da cui e' tratta questa traduzione]
1. La nozione
del principio dialogico e' essenziale nel pensiero di Martin Buber (1878-1965):
se l'ambito dell'esperienza e della casualita' e' espressione di un uso
manipolatorio dell'oggetto (Esso) da parte del se' (Io), l'essere umano
autentico si fonda invece sulla presa di coscienza del singolo individuo in
quanto soggettivita'. L'Io che si coglie quale soggettivita' vive la propria
esistenza come dialogo Io?Tu, ovvero come il dispiegarsi di una relazione
totale con tutti gli enti naturali, umani e spirituali che e', nello stesso
tempo, fonte di liberta'.
2.
"Boston Tea Party": nella notte del 16 dicembre 1773, un gruppo di
coloni americani, travestiti da indiani, gettarono in mare l'intero carico di
te' (bene di consumo diffusissimo su cui gravava un'odiosa tassa a favore della
corona inglese) di una nave della Compagnia inglese delle Indie orientali
ormeggiata nel porto di Boston.
3. Politica di
uno stato tendente a impedire l'applicazione di una legge federale nel proprio
territorio.