MARTIN LUTHER
KING: IO HO UN SOGNO
[Il testo
seguente e' quello dell'indimenticabile discorso tenuto alla marcia a
Washington per l'occupazione e la liberta', Washington, 28 agosto 1963; la
traduzione (di Tania Gargiulo) e' ripresa da Martin Luther King, "I have a
dream", Mondadori, Milano 2000, 2001, pp. 226-230. Cosi' Martin Luther
King descrisse la circostanza: "Cominciai a parlare leggendo il mio
discorso, e fino a un certo punto continuai a leggere. Quel giorno sentivo
nell'uditorio una rispondenza straordinaria, e tutt'a un tratto mi venne in
mente questa cosa. Nel giugno precedente, dopo essermi unito a un tranquillo
raduno di migliaia di persone nelle strade del centro di Detroit, nel Michigan,
avevo tenuto un discorso nella Cobo Hall, in cui mi ero servito
dell'espressione 'io ho un sogno'. L'avevo gia' usata piu' volte nel passato, e
semplicemente mi venne fatto di usarla anche a Washington. Non so perche':
prima di pronunciare il discorso non ci avevo pensato affatto. Dissi la frase,
e da quel momento in poi lasciai del tutto da parte il manoscritto e non lo
ripresi piu'".
Martin Luther
King, nato ad Atlanta in Georgia nel 1929, laureatosi all'Universita' di Boston
nel 1954 con una tesi sul teologo Paul Tillich, lo stesso anno si stabilisce,
come pastore battista, a Montgomery nell'Alabama. Dal 1955 (il primo dicembre
accade la vicenda di Rosa Parks) guida la lotta nonviolenta contro la
discriminazione razziale, intervenendo in varie parti degli Usa. Premio Nobel
per la pace nel 1964, piu' volte oggetto di attentati e repressione, muore
assassinato nel 1968. Opere di Martin Luther King: tra i testi piu' noti: La
forza di amare, Sei, Torino 1967, 1994 (edizione italiana curata da Ernesto
Balducci); Lettera dal carcere di Birmingham - Pellegrinaggio alla nonviolenza,
Movimento Nonviolento, Verona 1993; L'"altro" Martin Luther King,
Claudiana, Torino 1993 (antologia a cura di Paolo Naso); "I have a
dream", Mondadori, Milano 2001; Il sogno della nonviolenza. Pensieri,
Feltrinelli, Milano 2006; cfr. anche: Marcia verso la liberta', Ando', Palermo
1968; Lettera dal carcere, La Locusta, Vicenza 1968; Il fronte della coscienza,
Sei, Torino 1968; Perche' non possiamo aspettare, Ando', Palermo 1970; Dove
stiamo andando, verso il caos o la comunita'?, Sei, Torino 1970. Presso la
University of California Press, e' in via di pubblicazione l'intera raccolta
degli scritti di Martin Luther King, a cura di Clayborne Carson (che lavora
alla Stanford University). Sono usciti sinora sei volumi (di quattordici
previsti): 1. Called to Serve (January 1929 - June
1951); 2. Rediscovering Precious Values (July 1951 - November 1955); 3. Birth
of a New Age (December 1955 - December 1956); 4. Symbol of the Movement
(January 1957 - December 1958); 5. Threshold of a New Decade (January 1959 -
December 1960); 6. Advocate of the Social Gospel (September 1948 - March 1963);
ulteriori informazioni nel sito: www.stanford.edu/group/King/ Opere su Martin
Luther King: Lerone Bennett, Martin Luter King. L'uomo di Atlanta, Claudiana,
Torino 1969, 1998, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2008; Gabriella Lavina,
Serpente e colomba. La ricerca religiosa di Martin Luther King, Edizioni Citta'
del Sole, Napoli 1994; Arnulf Zitelmann, Non mi piegherete. Vita di Martin
Luther King, Feltrinelli, Milano 1996; Sandra Cavallucci, Martin Luther King,
Mondadori, Milano 2004; Paolo Naso (a cura di), Il sogno e la storia. Il
pensiero e l'attualita' di Martin Luther King (1929-1968), Claudiana, Torino
2008. Esistono altri testi in italiano (ad esempio Hubert Gerbeau, Martin
Luther King, Cittadella, Assisi 1973), ma quelli a nostra conoscenza sono
perlopiu' di non particolare valore: sarebbe invece assai necessario uno studio
critico approfondito della figura, della riflessione e dell'azione di Martin
Luther King (anche contestualizzandole e confrontandole con altre contemporanee
personalita', riflessioni ed esperienze di resistenza antirazzista in America).
Una introduzione sintetica e' in "Azione nonviolenta" dell'aprile
1998 (alle pp. 3-9), con una buona bibliografia essenziale]
Oggi sono
felice di essere con voi in quella che nella storia sara' ricordata come la
piu' grande manifestazione per la liberta' nella storia del nostro paese.
Un secolo fa,
un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmo' il
Proclama dell'emancipazione. Si trattava di una legge epocale, che accese un
grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una
bruciante ingiustizia. Il proclama giunse come un'aurora di gioia, che metteva
fine alla lunga notte della loro cattivita'.
Ma oggi, e
sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi. Sono passati cento
anni, e la vita dei neri e' ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione
e dalle catene della discriminazione. Sono passati cento anni, e i neri vivono
in un'isola solitaria di poverta', in mezzo a un immenso oceano di benessere
materiale. Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli
della societa' americana, si ritrovano esuli nella propria terra.
Quindi oggi
siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa. In
un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un
assegno. Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le
magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'indipendenza,
hanno firmato un "paghero'" di cui ciascun americano era destinato a
ereditare la titolarita'. Il "paghero'" conteneva la promessa che a
tutti gli uomini, si', ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti
questi diritti inalienabili: "vita, liberta' e ricerca della
felicita'".
Oggi appare
evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l'America ha
mancato di onorare il suo impegno debitorio. Invece di adempiere a questo sacro
dovere, l'America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che e'
tornato indietro, con la scritta "copertura insufficiente". Ma noi ci
rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento. Ci
rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunita' di questo paese non
vi siano fondi sufficienti. E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno,
l'assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della liberta' e la
garanzia della giustizia.
Siamo venuti
in questo luogo consacrato anche per ricordare all'America l'infuocata urgenza
dell'oggi. Quest'ora non e' fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela
calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo. Adesso ' il momento
di tradurre in realta' le promesse della democrazia. Adesso e' il momento di
risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero
soleggiato della giustizia razziale. Adesso e' il momento di sollevare la
nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale per collocarla
sulla roccia compatta della fraternita'. Adesso e' il momento di tradurre la
giustizia in una realta' per tutti i figli di Dio.
Se la nazione
non cogliesse l'urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste. L'afosa
estate della legittima insoddisfazione dei negri non finira' finche' non saremo
entrati nel frizzante autunno della liberta' e dell'uguaglianza. Il 1963 non e'
una fine, e' un principio. Se la nazione tornera' all'ordinaria amministrazione
come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di
sfogarsi un po' e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una
brutta sorpresa.
In America non
ci sara' ne' riposo ne' pace finche' i neri non vedranno garantiti i loro
diritti di cittadinanza. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le
fondamenta della nostra nazione finche' non spuntera' il giorno luminoso della
giustizia.
*
Ma c'e'
qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte
del palazzo della giustizia: durante il processo che ci portera' a ottenere il
posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti. Non cerchiamo di
placare la sete di liberta' bevendo alla coppa del rancore e dell'odio.
Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignita' e
disciplina. Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in
violenza fisica. Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette
maestose in cui la forza fisica s'incontra con la forza dell'anima.
Il nuovo e
meraviglioso clima di combattivita' di cui oggi e' impregnata l'intera
comunita' nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perche' molti
nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito
che il loro destino e' legato al nostro. Hanno capito che la loro liberta' si
lega con un nodo inestricabile alla nostra. Non possiamo camminare da soli. E
mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre
avanti. Non possiamo voltarci indietro.
C'e' chi
domanda ai seguaci dei diritti civili: "Quando sarete soddisfatti?".
Non potremo mai essere soddisfatti,
finche' i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della
brutalita' poliziesca. Non potremo mai
essere soddisfatti, finche' non riusciremo a trovare alloggio nei motel
delle autostrade e negli alberghi delle citta', per dare riposo al nostro corpo
affaticato dal viaggio. Non potremo mai essere soddisfatti, finche' tutta la
facolta' di movimento dei neri restera' limitata alla possibilita' di trasferirsi
da un piccolo ghetto a uno piu' grande. Non potremo mai essere soddisfatti,
finche' i nostri figli continueranno a essere spogliati dell'identita' e
derubati della dignita' dai cartelli su cui sta scritto "Riservato ai
bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti, finche' i neri del
Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere
niente per cui votare. No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai
soddisfatti, finche' la giustizia non scorrera' come l'acqua, e la rettitudine
come un fiume in piena.
Io non
dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni.
Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione. Alcuni di voi
sono venuti da zone dove ricercando la liberta' sono stati colpiti dalle
tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalita' poliziesca.
Siete i reduci della sofferenza creativa. Continuate il vostro lavoro, nella
fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.
Tornate nel
Mississippi, tornate nell'Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in
Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle
nostre citta' del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione puo'
cambiare e cambiera'.
*
Non indugiamo
nella valle della disperazione. Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo
affrontare le difficolta' di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno. E
un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.
Ho un sogno,
che un giorno questa nazione sorgera' e vivra' il significato vero del suo
credo: noi riteniamo queste verita' evidenti di per se', che tutti gli uomini
sono creati uguali.
Ho un sogno,
che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i
figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della
fraternita'.
Ho un sogno,
che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso
dell'ingiustizia, il caldo afoso dell'oppressione, si trasformera' in un'oasi
di liberta' e di giustizia.
Ho un sogno,
che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno
giudicati per il colore della pelle, ma per l'essenza della loro personalita'.
Oggi ho un
sogno.
Ho un sogno,
che un giorno, laggiu' nell'Alabama, dove i razzisti sono piu' che mai
accaniti, dove il governatore non parla d'altro che di potere di compromesso
interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno, proprio la'
nell'Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano
bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.
Oggi ho un
sogno.
Ho un sogno,
che un giorno ogni valle sara' innalzata, ogni monte e ogni collina saranno
abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi
diventeranno diritti, e la gloria del Signore sara' rivelata, e tutte le
creature la vedranno insieme.
Questa e' la
nostra speranza. Questa e' la fede che portero' con me tornando nel Sud. Con
questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di
speranza.
Con questa
fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una
bellissima sinfonia di fraternita'.
Con questa
fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in
prigione insieme, schierarci insieme per la liberta', sapendo che un giorno
saremo liberi.
Quel giorno
verra', quel giorno verra' quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un
significato nuovo: "Patria mia, e' di te, dolce terra di liberta', e' di
te che io canto. Terra dove sono morti i miei padri, terra dell'orgoglio dei
Pellegrini, da ogni vetta riecheggi liberta'". E se l'America vuol essere
una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.
E dunque, che
la liberta' riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.
Che la
liberta' riecheggi dalle possenti montagne di New York.
Che la
liberta' riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.
Che la
liberta' riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.
Che la
liberta' riecheggi dai pendii sinuosi della California.
Ma non soltanto.
Che la
liberta' riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.
Che la
liberta' riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Che la
liberta' riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni
vetta, che riecheggi la liberta'.
E quando questo avverra', quando faremo riecheggiare la
liberta', quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese,
da ogni stato e da ogni citta', saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in
cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e
cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell'antico inno:
"Liberi finalmente, liberi finalmente. Grazie a Dio onnipotente, siamo
liberi finalmente".