JEAN-MARIE
MULLER: SIGNIFICATO DELLA NONVIOLENZA
[Riproponiamo
questo testo di uno dei massimi studiosi e amici della nonviolenza; esso e'
stato pubblicato nel 1974 e tradotto in italiano nel 1980 per le cure di Matteo
Soccio in Jean Marie Muller, Significato della nonviolenza, Edizioni del
Movimento Nonviolento, Torino 1980: da questo opuscolo abbiamo ripreso il testo
del solo saggio mulleriano, ivi alle pp. 7-27.
Jean-Marie
Muller, filosofo francese, nato nel
Cio'
che caratterizza, in gran parte, ogni dibattito sulla nonviolenza e' il fatto
che questa non ha un posto rilevante nel nostro passato. Cio' giustifica la
nostra prima reazione che non puo' che essere di diffidenza, di scetticismo,
nonche' d'ironia, ora bonaria ora cattiva. Percio' si tratta di rendere chiaro
questo dibattito, al di la' di ogni equivoco, di ogni malinteso e di ogni
confusione.
*
Partire
dai fatti
Bisogna
partire dai fatti ed e' sin troppo evidente che, se ci mettiamo davanti ai
fatti, ci troviamo davanti alla violenza. Del resto non saremmo seri nella
nostra riflessione sulla nonviolenza se, prima di tutto, non prendessimo sul
serio la violenza. Questa violenza, che sembra presente dappertutto attorno a
noi, si tratta di comprenderla. Sarebbe troppo facile metterla sul piano della
cattiveria o della cattiva volonta'. Infatti, la violenza nella nostra societa'
assolve delle funzioni necessarie. Essa e' molto spesso la ricerca di soluzioni
concrete a dei problemi concreti, che si tratti della difesa delle liberta' o
della lotta contro l'ingiustizia. Non potremmo accontentarci di una pura e
semplice condanna di tutte le violenze quali che siano, da qualsiasi direzione
provengano, ponendoci al di sopra della mischia e richiamandoci ad una
innocenza che non puo' essere di questo mondo.
*
La
violenza e' una distruzione
Bisogna
riconoscere che, in un primo tempo, questa espressione "nonviolenza"
e' equivoca nella misura in cui appare puramente negativa. Tanto piu' quando
noi siamo abituati a pensare alla violenza riferendola a quantita' di valori e
di virtu': il coraggio, la virilita', la nobilta', l'attaccamento alla
giustizia e alla liberta'... In modo tale che nella nostra coscienza e piu'
ancora nel nostro subconscio, la violenza appare essa stessa come un valore e
una virtu' di cui la nonviolenza sarebbe la negazione e il rinnegamento. E'
cosi' che a destra, quelli che si richiamano alla nonviolenza sono accusati di
essere traditori della patria e, a sinistra, di essere traditori della
rivoluzione.
Infatti,
se noi prendiamo coscienza della violenza per cio' che essa e', dobbiamo
definirla negativamente, come un attentato fatto alla liberta' ed alla dignita'
di colui che la subisce, come un'alienazione, come una distruzione. "Non
bisogna lasciarsi ingannare - scrive Ricoeur -. Il volto della violenza, il
fine che essa persegue implicitamente o esplicitamente, direttamente o
indirettamente, e' la morte dell'altro". Percio' il rifiuto della
violenza, la nonviolenza, diviene la condizione preliminare di ogni azione
rispettosa di "tutto l'uomo e di tutti gli uomini".
*
La
violenza di oppressione
Bisogna
sforzarsi di comprendere non soltanto la violenza ma le violenze, perche' la
violenza presenta molti aspetti, molte facce, e conviene dunque introdurre
delle distinzioni fondamentali.
Ne
introdurro' tre:
1)
la prima violenza, che Helder Camara definisce la violenza madre di tutte le
violenze, e' la violenza delle situazioni di ingiustizia. Potremo chiamare
questa violenza: la violenza degli oppressori, la violenza dei ricchi e dei
potenti per mezzo della quale i poveri sono mantenuti in condizioni di
oppressione.
Questo
e' importante da sottolineare nella misura in cui siamo portati a pensare che
la nonviolenza denunci le azioni armate, terroristiche o militari, e metta tra
parentesi le situazioni di violenza.
E'
importante sottolineare quanto pesi sulla nonviolenza l'equivoco del pacifismo.
Il pacifismo si attiene ad una pura e semplice condanna della violenza armata,
ma questa dottrina non e' in grado di farci assumere fino in fondo le nostre
responsabilita' di fronte agli avvenimenti. Se il pacifismo si e' sviluppato
dopo la prima guerra mondiale, bisogna pero' riconoscere che ha fallito al
momento dell'aggressione nazista.
Non
si puo' eludere il problema della difesa delle comunita', e in particolare
delle comunita' nazionali visto che le nazioni ci sono ancora. E' necessario
garantire la sicurezza delle comunita'. E' un problema reale che i pacifisti
non hanno saputo risolvere.
Una
comunita' non potrebbe garantire la sua unita', la sua coerenza, se non ci
fosse nei suoi membri il sentimento di vivere in sicurezza. Ora, e' un fatto
che, fine ad oggi, salvo qualche eccezione, le comunita' non hanno saputo
trovare altri mezzi per garantire la loro sicurezza che la violenza o la
minaccia della violenza, la guerra o la sua preparazione. Il problema, dunque,
non e' soltanto di trovare un'alternativa alle virtu' militari, bisogna trovare
anche un'alternativa ai metodi militari. Non e' giusto lasciare intendere che
basterebbe sopprimere gli eserciti e gli armamenti per avere la pace.
Simone
Weil, che era vicinissima agli ambienti pacifisti fra le due guerre mondiali,
ha dovuto riconoscere cio' che ha definito "l'errore criminale" del
pacifismo. In quel momento e' andata a raggiungere anche lei le file della
resistenza violenta.
Non
si tratta, dunque, di privilegiare la violenza militare e la violenza delle
armi. Se e' vero che sono le situazioni di ingiustizia che provocano e spiegano
le azioni violente, e' dunque innanzitutto l'ingiustizia che la nonviolenza
denuncia e combatte.
*
La
violenza degli oppressi
2)
La seconda violenza e' la violenza che nasce dalla rivolta degli oppressi
quando essi tentano di liberarsi dal giogo della oppressione che li schiaccia.
Quando
gli oppressi, per disperazione, ricorrono alla violenza, noi non possiamo, in
nome della nonviolenza, voltare loro sdegnosamente le spalle, sotto il pretesto
di un ideale astratto e formale di nonviolenza. La nonviolenza ci deve
mantenere sempre legati agli oppressi quand'anche questi adoperino la violenza:
non spetta a noi rimettere in discussione questa solidarieta' fondamentale.
Possiamo avere le nostre opzioni personali, ma non spetta a noi decidere, al
posto degli oppressi, dei mezzi che essi devono adoperare per la loro
liberazione.
Se
la nonviolenza condanna e combatte innanzitutto la violenza degli oppressori,
essa pero' viene a rimettere in questione anche la violenza degli oppressi.
Liberare i poveri, vuoi dire anche liberarli dalla loro violenza. Anche questo
e' un compito dell'amicizia e della solidarieta'; non e' certo il compito piu'
facile e cio' ci obbliga ancor piu' a non sottrarcene. Del resto, e' troppo
facile dimostrare una solidarieta' formale con la violenza dei poveri e
giustificarla se non prendiamo su di noi i rischi di questa violenza.
*
La
violenza della repressione
3)
La terza violenza e' la violenza della repressione, essenzialmente legata alla
violenza d'oppressione per mezzo della quale i ricchi ed i potenti spezzano i
movimenti di liberazione dei poveri.
Ancora
una volta, in nome della nonviolenza, dobbiamo dichiararci solidali con quelli che
sono vittime di questa violenza di repressione quando la loro lotta e'
veramente quella della giustizia.
E'
chiaro che questo schema non puo' essere puramente e semplicemente applicato ad
ogni situazione concreta; sara' opportuno, partendo volta per volta
dall'analisi piu' rigorosa, correggerlo e adattarlo.
*
La
necessita' del conflitto
Nella
comprensione della violenza bisogna andare piu' lontano cercando di situarla al
livello in cui sorge, nelle relazioni fra gli uomini.
Il
primo rapporto che abbiamo col nostro prossimo e' il piu' delle volte un
rapporto di avversione, di opposizione, di scontro. Dobbiamo guardarci da un
certo idealismo, di cui si vorrebbe che la nonviolenza resti prigioniera, da un
idealismo che lascerebbe troppo facilmente intendere che "tutti gli uomini
sono fratelli". In realta' e' vero che il mio vicino, il mio prossimo,
prima ancora di essere potenzialmente il mio amico, e' potenzialmente mio
nemico.
Sartre
ha trovato una formulazione felice quando scrisse: "il peccato originale e'
il mio sorgere in un mondo dove c'e' l'altro". L'altro, infatti, e'
innanzitutto per me quello la cui liberta' minaccia la mia liberta', quello i
cui diritti vengono a usurpare i miei diritti, quello i cui progetti vengono a
compromettere i miei progetti. Dovro' riconoscere, accettare questo momento di
conflitto con l'altro, questo momento di opposizione, di lotta, questa prova di
forza, al fine di poter far riconoscere i miei diritti e di farli rispettate.
In
altre parole la nonviolenza non presuppone un mondo senza conflitti; anzi, ha
senso parlare di nonviolenza solo in situazioni di conflitto.
Peguy,
proprio contro i pacifisti del suo tempo, diceva che "era una follia voler
legare alla dichiarazione dei diritti dell'uomo una dichiarazione di pace perche'
ogni dichiarazione dei diritti dell'uomo e' istantaneamente un inizio di
guerra". Se prendiamo questa parola "guerra" nel suo significato
piu' ampio, e se intendiamo per essa: un conflitto, una lotta, un
combattimento, una prova di forza, Peguy aveva ragione di andare contro i
pacifisti.
Lo
stesso Peguy diceva che era da maleducati volere la vittoria e non aver voglia
di battersi. In effetti, saremmo maleducati se ci contentassimo di formulare
dei voti per un mondo piu' giusto e non avessimo voglia di batterci contro
l'ingiustizia.
*
Nonviolenza
e aggressivita'
In
questa battaglia, non si tratta di reprimere l'aggressivita' dell'uomo, ma di
metterla in opera.
La
storia e' cosi' piena di violenza che siamo talvolta tentati di credere che
quest'ultima sia innata nel cuore umano: parlare di nonviolenza sarebbe allora
andate contro la legge stessa della natura.
Tuttavia
se ascoltiamo gli psicologi, questi ci dicono che non e' la violenza che e'
inscritta nella natura umana, ma piu' precisamente l'aggressivita', e che non
e' fatale che l'aggressivita' si manifesti con la violenza.
L'aggressivita'
e' una capacita' di combattere, una capacita' di affermare se stessi per mezzo
della quale io sono portato a rivendicare i miei diritti di fronte all'altro.
Senza aggressivita' io non potrei ne' costruire la mia personalita', ne'
salvaguardarla. Senza aggressivita' non ci potrebbe essere ne' rispetto per se
stessi, ne' amore per gli altri.
Questa
aggressivita' bisogna invece disciplinarla, controllarla in modo che si manifesti
attraverso altri mezzi, piu' costruttivi della violenza.
Come
disse il padre Cottier, con un'espressione che mi sembra molto suggestiva, la
nonviolenza non attecchisce nella speranza di vivere un giorno in "un
paradiso devitalizzato dove anziane zitelle tengono al guinzaglio leoni
erbivori". Cio' sarebbe molto noioso e, per fortuna, e' del tutto
inconcepibile.
Bisogna,
dunque, accettare questa realta' del conflitto, anzi, in un primo momento, la
strategia della nonviolenza si sforzera' di create il conflitto e di
risvegliare l'aggressivita'.
Abusiamo
spesso di parole come rivolta, rivoluzione e violenza. In realta', se
consideriamo bene la storia dell'uomo - sia nella nostra vita quotidiana che
nella storia dei popoli - ci accorgiamo che il piu' delle volte, di fronte
all'ingiustizia, la sua capacita' di rassegnazione e' superiore alla sua
capacita' di rivolta. Quando lo schiavo e' sottomesso al suo padrone, non
esiste conflitto; al contrario, e' proprio allora che "l'ordine e'
stabilito" e che niente sembra venire a metterlo in causa. Il conflitto
incomincia ad esistere dal momento in cui lo schiavo prende coscienza dei suoi
diritti e si erge per rivendicarli.
Prendiamo
l'esempio di Martin Luther King: per cio' che riguarda il popolo nero degli
Stati Uniti, il suo primo e piu' grande lavoro e' stato quello di risvegliare
l'aggressivita' dei neri che si erano rassegnati al loro destino di schiavi.
Gli stessi leaders neri che in seguito hanno preconizzato la violenza gli hanno
riconosciuto questo merito.
La
spiritualita' degli spirituals neri e' una spiritualita' di evasione per mezzo
della quale i neri riponevano nell'Aldila' la loro speranza in un mondo libero
da ingiustizie. Aspettavano il regno di Dio in cui Gesu' li avrebbe accolti
riconoscendo la loro dignita' di uomini. C'era in quel caso come una
rassegnazione di quel popolo davanti alla propria storia. Martin Luther King
risveglio', dunque, l'aggressivita' di questo popolo e creo' il conflitto tra i
bianchi e i neri - e, come sempre in casi analoghi, ci sono stati naturalmente
rischi di scontri violenti.
La
rassegnazione, la passivita' sono dunque piu' contrarie alla nonviolenza della
violenza stessa. Gandhi ha sempre affermato che se la scelta fosse unicamente
tra vilta' e violenza, tra passivita' e violenza, allora bisognerebbe scegliere
la violenza.
*
L'importanza
dei mezzi
Se,
dunque, riconosciamo la necessita' della lotta, la necessita' dello scontro,
allora, e' il problema dei mezzi che si pone.
Questo
problema dei mezzi e' stato troppo trascurato a solo vantaggio della ricerca
dei fini. E' per questa ragione che molto sbrigativamente si arriva a dire,
specialmente nel campo politico, che il fine giustifica i mezzi, vale a dire
che il fine giustifica qualsiasi mezzo. Si scivola subito dalla giustificazione
del fine alla giustificazione dei mezzi. Ora, questo non e' soltanto un
problema morale, e' anche un problema di efficacia.
Una
delle caratteristiche della nonviolenza e' precisamente di affermare che, se la
scelta dei mezzi vien dopo (e' seconda) rispetto al fine da conseguire, non e'
tuttavia secondaria, e' anzi essenziale alla effettiva realizzazione di quel
fine. Gandhi diceva: "il fine e' nei mezzi come l'albero nel seme".
Il compito della nonviolenza sara' giustamente quello di ricercare dei mezzi
omogenei al fine che si persegue. Non e' un semplice principio teorico: si puo'
benissimo, a livello di critica degli avvenimenti, constatare che l'impiego di
mezzi violenti rischia di produrre altre situazioni di violenza, altre
situazioni di sfruttamento, anche se assumono forme diverse.
Proviamo
ora a mettere in luce il significato della nonviolenza ponendoci
successivamente a tre livelli diversi:
-
il livello personale;
-
il livello delle relazioni interpersonali;
-
il livello delle relazioni sociali e politiche.
Non
si tratta di separare l'uno dall'altro questi tre livelli; e' precisamente una
caratteristica della nonviolenza non considerarli staccati, mentre le diverse
morali hanno sempre avuto la tendenza a separare, ad esempio, cio' che era
della vita privata e cio' che era della vita pubblica; cio' che la morale
richiedeva nel campo della vita personale, non lo richiedeva piu' nel campo
della vita sociale e politica.
Passero'
molto rapidamente a considerare i primi due punti per arrivare al piu' presto
al problema delle relazioni sociali e politiche che costituisce forse il piu'
grosso problema e al quale siamo piu' sensibili.
*
Un
dinamismo della speranza
Sul
piano personale, la nonviolenza puo' definirsi come la ricerca di una
corrispondenza perfetta tra i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre
azioni; come la ricerca di una saggezza di vita, come la ricerca del controllo
di quella aggressivita' di cui parlavamo prima.
Sarebbe
interessante sviluppare il significato della nonviolenza in quanto
rivendicazione di un senso da dare alla vita in un mondo reso assurdo
dall'ingiustizia e dalla violenza. E' la dimensione filosofica e anche (credo
che non si debba aver paura delle parole) la dimensione metafisica della
nonviolenza.
La
violenza e' il segno di una certa assurdita' del destino umano. La filosofia
comincia con la presa di coscienza della violenza come ostacolo alla
riconciliazione dell'uomo con se stesso e con l'altro. Potremo riprendere per
esempio tutte le affermazioni di Camus che vanno in tal senso.
Se
la violenza e' fatale, se l'uomo deve necessariamente farsi complice della
violenza, allora la speranza non e' possibile.
In
questo senso la nonviolenza ci permette di affermare che la speranza e'
possibile. Essa ci colloca in un dinamismo della speranza che ci libera dalla
fatalita' della violenza. Cio' non e' legato, infine, ad alcuna filosofia
particolare, ma ad ogni filosofare. Non ci puo' essere altra filosofia che
quella della nonviolenza.
Ogni
filosofia, e cosi' pure ogni morale, non puo' non riconoscere la violenza come
una contraddizione, per cui non e' piu' possibile avanzare alcuna
giustificazione della violenza. La violenza e' giustificata nella misura in cui
noi non abbiamo piu' il sentimento che essa e' una contraddizione in rapporto
alle aspirazioni profonde dell'uomo, allorquando ci stabiliamo nella violenza.
Il fallimento delle ideologie consiste nel fatto che esse hanno creduto di
dovere, sotto un falso pretesto di realismo, venire a giustificare la violenza
e integrarla nell'ideale umano.
I
grandi maestri della nonviolenza, che si tratti di Tolstoi, di Gandhi, di
Martin Luther King, e anche piu' vicino a noi, di Cesar Chavez, hanno legato,
nel loro cammino personale, la scelta della nonviolenza ad una fede religiosa.
Ma non e' necessariamente cosi'; degli uomini come Danilo Dolci hanno provato
che la nonviolenza poteva trovare la sua radice in una visione dell'uomo che
non era religiosa, ma che afferma ugualmente questa speranza: di fronte
all'esistenza quotidiana e di fronte alla storia, e' possibile superare questa
fatalita' della violenza.
*
Chiamare
crimine un crimine
Detto
questo, e' logico che ci troveremo sempre nel compromesso con la violenza; non
si tratta di pretendere una "nonviolenza assoluta". Gandhi ha
insistito su questo punto: "fino a che non saremo degli spiriti puri la
nonviolenza perfetta sara' altrettanto teorica quando la linea retta di
Euclide".
Ma
le filosofie e le morali devono sempre chiamare compromesso un compromesso.
Ricoeur dice: "Colui che chiama crimine un crimine, e' gia' sulla via del
senso e della salvezza". Le violenze delle quali abbiamo coscienza di
essere complici esigono non una giustificazione ma una riparazione. Se la
violenza e' un diritto per l'uomo, questo si adatta, si adegua all'uso della
violenza e non ci sara' piu' nessuna ricerca per superare questo atteggiamento;
l'immaginazione, la creazione sono esse stesse bloccate e non possono piu'
proporre altre vie. Ora e' essenziale, qualunque sia il riferimento culturale
in rapporto al quale ci situiamo, di ritrovare il senso della contraddizione di
ogni violenza.
La
nonviolenza appare qui come una dimensione essenziale della rivoluzione
culturale che deve essere realizzata perche' possa compiersi, senza tradire se
stessa, la rivoluzione delle strutture.
*
Le
relazioni interpersonali
Sul
piano delle relazioni interpersonali, diro' semplicemente due parole, perche'
qui ci siamo spesso trovati nella stessa situazione del signor Jourdain che
faceva della prosa senza saperlo; abbiamo soddisfatto le esigenze della
nonviolenza senza saperlo.
Nel
campo delle relazioni interpersonali, le morali e le filosofie hanno sempre
insistito sulla ricerca del dialogo piuttosto che sulla giustificazione della
violenza, su questa necessita' che c'e' da fare richiamo alla ragione per
convincere, alla coscienza per convertire.
A
questo livello si e' sempre privilegiato il perdono rispetto alla vendetta. Il
perdono e' certamente un atteggiamento piu' virile della vendetta. E si
potrebbe parlare, in questa prospettiva, del sacrificio, dell'accettazione,
senza compiacimento, della sofferenza come condizione di un amore autentico del
prossimo. Al di fuori di tutte le deviazioni nel senso del masochismo, c'e'
posto, in ogni lotta nonviolenta, per l'accettazione dei piu' grandi rischi e
delle piu' grandi sofferenze.
D'altronde,
tutte le societa' hanno saputo darsi dei tribunali capaci di condannare come
criminali - con (notiamolo) un raddoppiamento della violenza - quelli che hanno
fatto uso della violenza sul piano delle relazioni interpersonali.
*
La
specificita' del politico
Arrivo
subito al problema delle relazioni sociali e politiche.
Queste
non devono, come un certo spiritualismo ha preteso, essere poste nel quadro
allargato delle relazioni interpersonali, perche' a questo livello le relazioni
umane sono notevolmente condizionate - io non direi determinate, come certuni
forse penseranno - dalle strutture della societa'. La nonviolenza non intende
porre soltanto dei problemi che troverebbero la loro origine e la loro
soluzione in un rapporto fra persona e persona, ma dei problemi sociali e
politici che non possono porsi e risolversi che in termini di strutture. Cosi'
c'e' sicuramente una consistenza propria del politico, tuttavia non penso che
ci sia un'autonomia del politico. Certo, nel campo politico, non e' sufficiente
attenersi alle esigenze morali. Le buone intenzioni non bastano a far della
buona politica. La legge dell'azione deve sottostare alle esigenze della
efficacia. Non basta, come diceva Bernanos, "aver ragione contro l'errore,
bisogna averne ragione".
*
Morale
e politica
E'
vero che il politico deve basarsi su un'analisi razionale e obiettiva delle
situazioni e deve ricorrere ai mezzi tecnici che gli permetteranno di far
riuscire i suoi progetti. Ma e' anche vero che il politico, essendo al servizio
dell'uomo e avendo per preciso fine quello di creare le migliori condizioni
possibili all'uomo per condurre la sua esistenza, non puo' sottrarsi alle
esigenze della morale. Se il politico e' veramente al servizio dell'uomo e se
la morale e' cio' che stabilisce il rispetto di tutto l'uomo e di tutti gli
uomini, allora appartiene effettivamente alla morale giudicare ed apprezzare il
politico, sia nei fini che persegue che nei mezzi che adopera.
Cosi'
non possiamo restare prigionieri dell'alternativa secondo la quale non avremmo
scelta che tra mezzi morali ma inefficaci e mezzi efficaci ma immorali: non e'
possibile basare l'efficacia dell'azione dell'uomo al di fuori della moralita'.
Quali
sono, in effetti, i criteri dell'efficacia?
L'efficacia:
per fare che cosa?
L'efficacia:
per quale societa'?
Eí
qui che la moralita' di un'azione politica appare come uno dei criteri
essenziali della sua efficacia. Si puo' dire che una azione non e' efficace,
nella misura stessa in cui viene a contraddire le esigenze della morale. Siamo
allora costretti, per amore o per forza, a ricercare dei mezzi efficaci che
possano soddisfare le esigenze della morale.
*
Una
dimostrazione di forza
Qui
e' necessario che noi parliamo in termini di strategia. Bisogna mettere
l'accento non tanto sulle disposizioni soggettive delle persone, sui buoni o
cattivi sentimenti, sulle buone o cattive intenzioni delle persone, ma sulle
obiettive situazioni in cui esse si trovano nella societa', sulle situazioni di
potenza o d'impotenza. L'azione nonviolenta e' una prova di forza.
Riferendosi
a formule utilizzate da Gandhi, la nonviolenza e' stata spesso definita come la
forza dell'amore e della verita'. In effetti al di fuori dell'amore e della
verita' non c'e' speranza possibile per una societa' piu' giusta e piu' libera.
Ma noi non possiamo accontentarci di definire la nonviolenza come forza
dell'amore e della verita', perche' nei conflitti politici potremmo chiederci a
lungo cosa significhi la forza dell'amore e della verita'. Bisogna guardarsi
dal nascondersi dietro certe formule che vogliono dire tutto e niente allo
stesso tempo.
Infatti,
un'azione nonviolenta non e' una dimostrazione d'amore. Essa e' molto piu'
precisamente una dimostrazione di forza. La nonviolenza, non e' l'amore, ma
piuttosto la ricerca di tecniche e di metodi di lotta compatibili con l'amore,
compatibili con il rispetto della verita'. Ci sembra che qui gia' gli accenti
sono posti diversamente. Si tratta di situarsi in una visione dell'uomo che non
e' moralistica, anche se e' morale. Si tratta di porsi in una visione politica.
*
Il
principio di non-cooperazione
Qual'e'
la strategia dell'azione nonviolenta?
Il
principio essenziale di questa strategia e' il principio di non-cooperazione;
io lo chiamerei meglio: principio di non-collaborazione. Esso si fonda sulla
seguente analisi: la forza dell'ingiustizia nella societa' deriva dalla
complicita' che la maggioranza dei membri di questa societa' apporta a questa
ingiustizia.
Il
nostro dibattito sulla violenza e la nonviolenza sarebbe falsato se
presupponessimo che di fronte alla ingiustizia, la nostra prima tentazione e'
sempre la tentazione della violenza. Ancora una volta, noi ci accontenteremmo
di parole. Infatti, di fronte alla ingiustizia siamo pochissimo tentati
dall'uso della violenza perche', il piu' delle volte, la violenza ci pare
troppo rischiosa. Del resto la nonviolenza non intende fare nessun processo
alle intenzioni di quelli che ricorrono alla violenza perche' spesso essi si
assumono i piu' grossi rischi; e noi dobbiamo, al contrario, rispettarli. Ma
sara' sempre una piccola minoranza che fara' ricorso alla violenza di fronte
all'ingiustizia. Il piu' delle volte, siamo tentati di cooperare con questa
ingiustizia, di collaborare con essa. Cio' si capisce facilmente nella misura
in cui questo atteggiamento di complicita' salvaguarda i nostri interessi, la
nostra tranquillita', il nostro comodo.
Il
vero dibattito, percio', non e' tanto, come invece si fa con un certo compiacimento,
di opporre la resistenza violenta di una piccola minoranza a cio' che potrebbe
essere la resistenza nonviolenta, ma piuttosto di opporre alla passivita',
complicita', collaborazione della maggioranza cio' che potrebbe essere la
resistenza nonviolenta. A questo punto il dibattito si presenta gia' in
prospettive diverse.
Si
tratta, dunque, di mettere in opera questa non-cooperazione, cercando di far
beneficiare dell'apporto del numero le azioni condotte.
Se
soltanto alcuni si dispongono a non cooperare con l'ingiustizia, benche' il
loro atteggiamento sia del tutto giustificato e s'imponga ad essi in ogni caso,
l'azione intrapresa non puo' avere la pretesa d'incidere sul piano politico.
Quelli che hanno rifiutato di fare le guerre di Hitler (penso ai tedeschi e
agli austriaci che sono stati le prime vittime del nazismo), quelli, proprio
perche' erano un piccolo numero, non hanno potuto cambiare il corso degli
eventi. Tuttavia saremmo tutti unanimi nel riconoscere che solo il loro
atteggiamento era giustificato sia sul piano morale che su quello politico.
Quando
si organizzano queste azioni di non-cooperazione, bisogna mirare ad esaurire le
sorgenti del potere dell'avversario. Si tratta di rifiutare ogni cooperazione
con le istituzioni, le strutture, le leggi, i sistemi, i regimi che creano o
che mantengono l'ingiustizia, al fine di metterli "in condizione di non
nuocere".
Diviene
chiaro qui che l'azione nonviolenta non e' soltanto una azione di persuasione,
ma anche una azione di costrizione.
Allora
come arrivare a precisare meglio questa strategia nonviolenta?
Innanzitutto
a partire dall'analisi.
Io
insisto su questa necessita' dell'analisi, ma non faro' ulteriori precisazioni
perche' non e' il mio proposito. E' chiaro che non si tratta di applicare delle
esigenze morali a una realta' che non conosciamo. Si tratta invece di
analizzare questa situazione. E qui, la nonviolenza non ci apporta una
competenza particolare; la divergenza, a livello di analisi, non e' certamente
tra quelli che si richiamano alla nonviolenza e quelli che si richiamano alla
violenza.
A
partire dall'analisi di ciascuna situazione concreta, converra' condurre una
prova di forza per stabilire un rapporto in favore di quelli che sono vittime
dell'ingiustizia.
*
Le
azioni di protesta
Il
primo passo sara' quello di realizzare delle azioni di protesta pubblica contro
l'ingiustizia: sfilate, marce, sit-in, etc. E' d'altronde a queste azioni che
noi siamo piu' spesso, se non quotidianamente, chiamati. Io preciserei
semplicemente due punti.
Innanzitutto
a proposito della spiegazione che si da' della manifestazione: il piu' delle
volte, sia attraverso volantini che slogans, si arriva troppo facilmente alla
condanna sistematica, e percio' spesso semplicistica, dell'avversario; ci si
compiace di maneggiare l'invettiva e l'ingiuria. E', molto spesso, sia una
ingiustizia che un errore strategico. Perche', infatti, quelli che manifestano
devono manifestare per farsi capire da quelli che non manifestano. Ogni
movimento di resistenza deve sforzarsi di avere le migliori "relazioni
pubbliche" con la maggioranza dei membri di questa societa'. Nel campo
delle relazioni pubbliche, se e' un obbligo attenersi alle esigenze della
morale, e' una necessita' soddisfare le esigenze della psicologia. E' certamente
inopportuno maneggiare l'ingiuria per voler convincere della giustezza di una
causa; questo comporta il rischio ben piu' grande di indisporre il pubblico e
di discreditare la manifestazione.
Cosi'
un'esigenza della nonviolenza sara' la "pacificazione della parola".
E'
solo per un pregiudizio che noi pensiamo di transigere sui fini di giustizia
che ci siamo dati, se siamo educati con l'avversario. Questo atteggiamento di
cortesia nei riguardi dell'avversario, che si manifesta con la parola,
attraverso il testo di un volantino o il contenuto di uno slogan, viene a
stabilire un'atmosfera gia' diversa nel conflitto intrapreso.
Converra'
cosi', per esprimersi, ricorrere quanto piu' e' possibile allo humour. Lo
humour e' certamente la migliore protezione contro l'odio. Lo humour ci
dispensa dal disprezzare il nostro avversario. Se noi facessimo piu' umorismo
faremmo meno spesso la guerra.
Un
altro punto al quale siamo molto sensibili e' l'atteggiamento dei manifestanti
davanti alle forze di polizia. E' vero che un certo razzismo si e' sviluppato,
da molti anni a questa parte, nei confronti dei poliziotti. Ancora una volta,
dobbiamo chiederci se questo non sia insieme un'ingiustizia e un errore
strategico. Qui l'esigenza della nonviolenza sara' anche di attenersi ad un atteggiamento
di stretta cortesia nei confronti dei membri del servizio d'ordine. Cio'
dovrebbe permettere un clima piu' propizio a reali soluzioni, piuttosto che
arrivare a voler sistematicamente "lanciare la pietra" sui
poliziotti, talvolta nel vero senso della parola, talvolta nel senso figurato.
*
Lo
sciopero della fame
Lo
sciopero detta fame e' una delle azioni di protesta piu' specifiche della
nonviolenza. Ha raggiunto un notevole sviluppo in questi ultimi tempi ed e'
stato utilizzato da quelle stesse persone che generalmente intendono usare
mezzi violenti, o per lo meno, non intendono escluderli. Si corre forse il
rischio di abusare di questo mezzo; si tratta, quindi, di non condurre scioperi
della fame a sproposito. D'altronde, uno sciopero della fame non e' sempre
nonviolento: se i volantini che lo accompagnano usano ad ogni riga l'ingiuria,
dobbiamo mettere in discussione il suo carattere nonviolento.
Dobbiamo
sottolineare ancora che lo sciopero della fame non e' nonviolento se diventa un
ricatto nel confronti dell'avversario. C'e' ricatto quando si lascia capire,
piu' o meno esplicitamente, che quelli che sono entrati in sciopero -
prenderei, in particolare, l'esempio di uno sciopero illimitato - fanno cadere
la responsabilita' della loro morte, se morte ci sara' - e non si potrebbe
escludere a priori - sull'avversario. E' un ricatto inammissibile. L'avversario
porta su di se' la responsabilita' dell'ingiustizia per la quale conduco le
sciopero della fame, ma se conduco uno sciopero della fame, devo prendere fino
in fondo le mie responsabilita' e non far cadere su altri la responsabilita'
dei rischi cui vado incontro.
*
Le
azioni di costrizione
Ma
la nonviolenza non puo' limitarsi alle azioni di protesta.
Dopo
aver esaurito le possibilita' del dialogo, le possibilita' del negoziato,
bisogna passare all'azione diretta. Perche', ancora una volta, contrariamente a
quello che si lascia troppo spesso capire, la nonviolenza non si limita alla
pratica del dialogo. Il piu' delle volte, il dialogo non e' possibile tra gli
oppressori e gli oppressi. Il dialogo non e' possibile tra quelli che sono
troppo potenti e quelli che sono troppo poveri. Quando ci sono scontri di
piazza, delle anime "candide" ci richiamano subito al negoziato, al
dialogo, e invitano le due parti che si scontrano al tavolo delle trattative.
Generalmente questi appelli alla ragione sono vani. Bisogna dunque rovesciare i
termini e non dire che il negoziato e' il mezzo per risolvere il conflitto, ma
che il conflitto e' un mezzo per risolvere il negoziato. E' proprio perche' il
negoziato non e' possibile che il conflitto e' necessario per rendere possibile
il negoziato e per creare le condizioni in cui il dialogo e il negoziato
saranno possibili.
Quando
M. L. King condusse la sua prima azione di una certa ampiezza, il boicottaggio
degli autobus a Montgomery, aveva solo 26 anni (credo che non si sia
sufficientemente sottolineato il fatto che M. L. King era gia' leader nazionale
dei neri ad un'eta' in cui non gli era possibile assumersi tutte le responsabilita'
che lo schiacciavano) e, nella sua ingenuita' - lo dice molto semplicemente nei
suoi scritti autobiografici - si immaginava che dopo un po' di giorni sarebbe
stato possibile iniziare il dialogo e condurre a buon fine i negoziati con il
potere bianco. Ha dovuto ricredersi e accorgersi che il dialogo non era
possibile. C'e' voluto piu' di un anno di questo boicottaggio degli autobus,
condotto in condizioni estremamente difficili per rendere possibile il dialogo.
Si
fa ricorso alle azioni dirette per esercitare sull'altro reali costrizioni
sociali, per poter negoziare al fine di soddisfare le rivendicazioni degli
oppressi.
Quali
sono i mezzi?
*
Lo
sciopero
Lo
sciopero, nel senso in cui l'intendiamo generalmente, e' un metodo che si
apparente direttamente all'azione nonviolenta: e' una azione di
non-cooperazione, di non-collaborazione con le strutture ingiuste. L'analisi
sulla quale si fonda lo sciopero e' questa: se i borghesi, vale a dire i
proprietari dei mezzi di produzione, non possono mantenere il loro potere e la
loro ricchezza che grazie alla collaborazione dei lavoratori, si tratta per
questi di cessare ogni attivita' per obbligarli a cedere.
Sarebbe
sicuramente derisorio, e cio' e' al di fuori del nostro proposito, pretendere
di recuperare gli scioperi operai nel grembo della nonviolenza. Spesso gli
scioperi sono stati condotti in un clima di violenza, anche se queste violenze
sono state marginali in rapporto allo sciopero propriamente detto. Ci si puo'
d'altronde chiedere se queste violenze non siano venute piuttosto a screditare
lo sciopero che a rafforzarlo. Parecchi esempi (come lo sciopero di Perus in
Brasile) ci mostrano che uno sciopero puo' essere condotto con piu' efficacia
in una prospettiva nonviolenta.
*
Il
boicottaggio
Il
boicottaggio e' ugualmente un metodo di non-cooperazione sul piano economico:
rifiuto di far beneficiare l'altro del mio potere d'acquisto che diventa allora
veramente un potere che io oppongo a quello del mio avversario. C'e' soltanto
da constatare che questa forma di lotta e' stata pochissimo utilizzata se non
in maniera troppo spontanea ed effimera; potrebbe certamente essere utilizzata
meglio, in particolare nell'ambito delle lotte operaie.
Per
togliere la segregazione nei grandi magazzini bianchi degli Stati Uniti, che
avevano una fortissima clientela nera e nonostante cio' si rifiutavano di
assumere personale nero - creando per conseguenza situazioni di sottoimpiego e
dunque di miseria -, Martin Luther King e il suo gruppo decisero il
boicottaggio di questi magazzini fino a che un numero sufficiente di posti di
lavoro non fossero stati creati per i neri.
Da quel giorno piu' nessun nero ando' a rifornirsi in quei magazzini.
Molto rapidamente, dopo una settimana o due, i proprietari di quei magazzini
decisero di soddisfare le richieste di M. L. King.
E'
interessante chiedersi quali abbiano potuto essere le ragioni che hanno indotto
i proprietari di quei magazzini a cedere alle rivendicazioni di Martin Luther
King. Si erano forse convinti dei giusti diritti dei neri? Si erano forse convertiti? Forse. Noi avremmo
torto ad escludere del tutto questa eventualita'. Tuttavia la piu' verosimile
e' che la minaccia del fallimento, che incombeva su quei magazzini, li ha
costretti e cedere: cio' traduce perfettamente la nozione di costrizione e
tuttavia di una costrizione senza violenze.
*
La
lotta di classe
Esaminero'
un altro esempio concreto, recente, che illustra in maniera notevolissima la
possibilita' di condurre con la nonviolenza uno sciopero e un boicottaggio nel
quadro della lotta di classe.
Si
dice spesso che la nonviolenza puo' forse soddisfare le esigenze spirituali o
intellettuali dei ricchi e dei benestanti, ma che non puo' assolutamente armare
la lotta degli oppressi. Credo che tutto cio' sia fondato, soprattutto, su
malintesi.
Gli
ambienti spiritualisti, o notoriamente gli ambienti cristiani, hanno per molto
tempo rifiutato di riconoscere non soltanto la lotta di classe, ma la realta'
stessa della lotta di classe. Si diceva che il cristianesimo non insegnava la lotta
di classe, ma l'amore delle classi, come se fosse possibile l'amore in
situazioni di ingiustizia. E' una presa in giro predicare l'amore quando da una
parte esistono poveri che restano poveri e dall'altra parte ricchi che
intendono restare ricchi. Logicamente, cio' non vuol nemmeno dire che il fatto
di riconoscere la lotta di classe e parteciparvi debba necessariamente sfociare
in scontri violenti. Ma c'e' una certa nonviolenza che non merita nemmeno di
essere presa in considerazione: quando i poveri sono pronti a scendere in
piazza per far riconoscere i loro diritti, forse da quel momento i ricchi
saranno tentati di parlare di nonviolenza. In questo senso vi e' un rischio di
recupero della nonviolenza da parte delle classi privilegiate. Cio' spiega quella
diffidenza, cosi' caratteristica di quelli che sono impegnati nella lotta per
la giustizia, nei confronti della nonviolenza: hanno paura che essa generi una
certa smobilitazione. Ma, al di la' degli equivoci, deve essere invece chiaro
che non soltanto la nonviolenza non e' smobilitazione, ma che e' un appello
alla mobilitazione, un appello alla lotta.
*
L'azione
di Cesar Chavez
L'azione
di Cesar Chavez condotta in California, purtroppo poco conosciuta da noi, e' un
esempio di come anche quelli che sono i meno preparati hanno la possibilita' di
mettere in opera i metodi nonviolenti, a condizione che i responsabili
dell'azione, i leaders del movimento, diano ordini precisi in questo senso.
Cesar
Chavez non e' venuto in mezzo ai poveri, e' nato in mezzo a loro; e' nato in
mezzo a quegli americani di origine messicana gli "chicanos", che
costituiscono la mano d'opera preferita dai grandi proprietari agricoli degli
Stati Uniti. Se i sindacati operai sono completamente integrati nello
"establishment" della societa' americana, non e' la stessa cosa nel
campo agricolo.
Tradizionalmente,
i proprietari di vigneti californiani, che sono veri e propri imperi
industriali, utilizzavano una popolazione di origine messicana, che costituiva
un tipo di sottoproletariato, al tempo stesso disorganizzato e supersfruttato.
Tutti gli sforzi che erano stati compiuti fino allora per giungere
all'organizzazione di questa popolazione erano falliti. Tanto erano potenti i
proprietari di questi vigneti.
Cesar
Cbavez ha fatto prima di tutto, per parecchi anni, un lavoro di
"coscientizzazione" e di organizzazione.
Indisse,
poi, uno sciopero con certe esigenze precise riguardo alla nonviolenza, che si
estese molto rapidamente. I proprietari, aiutati dalle autorita' federali,
cioe' governative, poterono comunque reclutare altrettanto rapidamente altri
lavoratori messicani che non chiedevano altro che guadagnare un po' di denaro
per sopravvivere. C'erano dunque dei "crumiri" che hanno permesso il
raccolto dell'uva, sebbene ci fossero stati picchetti di sciopero che, ancora
una volta, non intendevano fare uso della violenza ma tentavano di mostrare il
senso dello sciopero e che era nell'interesse di tutti parteciparvi.
A
questo punto, davanti al rischio di veder fallire lo sciopero, Cesar Chavez
decise di affiancare allo sciopero il bolcottaggio. Proclamo' cosi' il
boicottaggio dell'uva, dapprima nelle grandi citta' degli Stati Uniti. Gli
scioperanti organizzarono picchetti di boicottaggio in cui cercavano di
spiegare le ragioni del loro movimento e i suoi obiettivi. Questo boicottaggio
si dimostro', molto presto, di un'efficacia sorprendente. Cbavez ottenne subito
il concorso dei militanti del movimento di M. L. King, e in particolare degli
studenti impegnati in quel movimento. In breve tempo, il boicottaggio dell'uva
divenne effettivo su tutto il mercato nazionale.
Allora,
come in tutte le azioni nonviolente d'un qualche rilievo, la repressione si
abbatte' su questo movimento: gli scioperanti ebbero a subire violenze fisiche;
ci furono processi promossi dai proprietari, il presidente Nixon prese
posizione contro gli scioperanti e arrivo' al punto di prendersi beffa di loro
mangiando un grappolo d'uva davanti alle telecamere. Per vendere il loro
prodotto i proprietari decisero di esportare l'uva: interi mercantili furono
spediti a Londra; ma i dockers di Londra, per solidarieta' col movimento di
Cesar Chavez, si rifiutarono di scaricare l'uva. Ultimo tentativo fu quello di
spedire l'uva ai soldati americani nel Vietnam che dovettero mangiare uva dalla
mattina alla sera. Ma cio' non e' stato sufficiente. Dopo uno sciopero e un
boicottaggio durati cinque anni, i proprietari furono costretti a cedere alle
rivendicazioni di Cesar Chavez.
Oggi,
questi e' diventato il leader di tutti gli operai agricoli americani; i
sindacati riprendono sempre di piu' questi metodi nonviolenti e tentano di
accoppiare lo sciopero col boicottaggio.
Per
mostrare come per Cesar Chavez la nonviolenza non fosse un aspetto secondario
della sua lotta, conviene precisare il suo atteggiamento di fronte ai rischi di
violenza che ha dovuto fronteggiate.
Se
l'azione nonviolenta consiste in un primo tempo nel risvegliare l'aggressivita'
dei poveri, nel creare il conflitto, e' dunque inevitabile che ci siano rischi
di violenze. Se si risveglio la coscienza degli oppressi e se questi prendono
coscienza del loro stato di oppressione, non ci sara' da stupirsi se da un
momento all'altro, esasperati, ricorrono alla violenza. Ma a questo punto,
Cesar Chavez, al fine di evitare la crescita della violenza, intraprese un
digiuno sia per motivi personali che per ragioni tattiche (sapeva bene che se
scoppiava la violenza, i proprietari avrebbero potuto benissimo scatenare una
repressione brutale). Digiuno' per venticinque giorni, non perche' i proprietari
cedessero alle sue esigenze, ma perche' gli operai stessi accettassero di
attenersi ai principi dell'azione nonviolenta. Dopo quei 25 giorni di digiuno,
essi giunsero ad un accordo, cio' che ha certamente reso possibile al movimento
di durare e infine di riuscire.
*
Il
boicottaggio del caffe' dell'Angola
Ricordiamo
anche il boicottaggio del caffe' dell'Angola organizzato nei Paesi Bassi agli
inizi del 1972.
Una
delle fonti piu' importanti per il finanziamento della guerra coloniale
condotta dal Portogallo proveniva dalle imposte che pesavano sull'esportazione
dei prodotti agricoli delle colonie.
Ora,
da una parte, il caffe' dell'Angola rappresentava una parte importante
dell'esportazione totale (32%) e, dall'altra parte, i Paesi Bassi erano il
secondo paese importatore di questo caffe' (21% del totale).
Nel
febbraio 1972 un comitato d'azione per l'Angola lancia il boicottaggio del
caffe' organizzando una campagna d'informazione sulla situazione nelle colonie
portoghesi e mostrando come il fatto di consumare del caffe' angolano e' un
atto di collaborazione con la politica condotta dal Portogallo. Questa azione
ebbe una larga eco tra la popolazione olandese e il boicottaggio riscontro'
rapidamente un grande successo. Alla fine di un mese, nemmeno un grano di
caffe' dell'Angola era piu' in vendita sul mercato dei Paesi Bassi.
Il
Portogallo aveva perduto una battaglia e l'opinione pubblica olandese era
mobilitata per altre battaglie.
*
La
disobbedienza civile
La
piu' forte azione di non-collaborazione e' l'azione di disobbedienza civile.
Si
rimprovera spesso alla nonviolenza di promuovere talvolta la disobbedienza alle
leggi.
Se
da sinistra siamo accusati di disinnescare la rivoluzione e di smobilitare le
energie e le volonta' necessarie nella lotta per la giustizia, cosi' da destra
siamo accusati di rimettere in discussione la legalita' e l'ordine stabilito e
di preparare la strada ad una rivoluzione che non sarebbe affatto nonviolenta.
E'
vero che la nonviolenza preconizza la disobbedienza alle leggi, ma non la
preconizza a sproposito. In ogni societa' le leggi hanno una loro funzione. La
funzione della legge e' insieme quella di mantenere l'ordine e di promuovere la
giustizia; essa percio' deve difendere i diritti dei piu' poveri contro i
privilegi dei piu' ricchi. C'e' da dire poi che le leggi non sono stabilite una
volta per tutte: bisogna costantemente rimetterle in discussione per
migliorarle. Quando la legge non adempie piu' alla sua funzione, anzi, al
contrario, viene a difendere maggiormente gli interessi dei privilegiati, dei
ricchi e dei potenti contro, invece, gli interessi dei piu' sfavoriti, quando
la legge copre e garantisce l'ingiustizia, non soltanto e' un diritto, ma e' un
dovere disobbedire ad essa.
Non
si tratta evidentemente di predicare la disobbedienza alla legge in maniera
sistematica; si tratta semplicemente di non predicare sistematicamente
l'obbedienza alla legge.
La
legge della maggioranza non puo' imporsi a noi su dei problemi di coscienza. E'
ragionevole che noi ci sottomettiamo su problemi di ordine puramente tecnico
alla legge della maggioranza, anche perche' su tali problemi le nostre non sono
convinzioni ma soltanto opinioni. Su problemi che impegnano invece realmente la
nostra responsabilita' morale, non ci e' possibile rimetterci in maniera pura e
semplice alla legge della maggioranza. E' a questo punto che la nonviolenza
preconizza la disobbedienza civile. Questa possibilita' di disobbedire alla
legge e' necessaria all'equilibrio stesso della democrazia.
Infatti,
non si tratta di cessare di essere solidali: colui che in coscienza obietta,
accetta di essere solidale, ma si rifiuta di essere complice.
Nella
dottrina ufficiale degli Stati, ogni cittadino ha veramente la possibilita' di
esprimersi votando. Se non dobbiamo disprezzare il suffragio universale (penso
a certi amici nostri che sono in lotta nei paesi totalitari per ottenere il
suffragio universale) dobbiamo, pero', riconoscerne i limiti. Bernanos diceva
che "il suffragio universale non rende alla fin fine piu' liberi gli uomini
di quanto la lotteria nazionale non li renda ricchi".
Non
conviene operare soltanto perche' il potere cambi politica o per provocare un
cambiamento di potere, conviene esercitare effettivamente il proprio potere di
cittadino libero rifiutando da questo momento, con un atto di disobbedienza
civile, ogni collaborazione personale con l'ingiustizia. Gandhi afferma:
"la vera democrazia non verra' dalla presa del potere da parte di
qualcuno, ma dal potere che tutti avranno un giorno di opporsi agli abusi delle
autorita'". Sulla strada che conduce alla vera democrazia, la presa del
potere per il popolo e' una delle piu' pericolose deviazioni dove si finisce
molto spesso per perdersi. La nonviolenza ci insegna, percio', a evitare questa
deviazione: nel suo aspetto rivoluzionario, essa non ha per proprio fine la
presa del potere per il popolo, ma la presa del potere direttamente da parte
del popolo stesso. Non e' lo Stato forte a costituire la vera democrazia, ma i
cittadini liberi.
Tra
l'insufficienza della scheda elettorale e l'inefficacia del lancio di pietre,
la disobbedienza civile appare qui come una via privilegiata per l'azione
politica.
*
La
vera figura di Gandhi
Prendero'
un esempio concreto di disobbedienza civile nella lotta condotta da Gandhi per
l'indipendenza dell'India.
Voglio
aprire una parentesi sulla figura di Gandhi perche' nella maggior parte dei
casi mi pare lo si conosca male. Il suo personaggio e' stato volgarizzato da
qualche immagine di Epinal che ce lo rappresenta seduto per terra, il dorso
nudo, che fila la lana, e ci diciamo allora volentieri che questo saggio
orientale non ha nulla da dirci sui nostri problemi.
Facciamo
nostra la sprezzante espressione di Churchill che derideva Gandhi accusandolo
di non essere che un "fachiro magro e nudo". Se riconosciamo che
Gandhi ha potuto acquistare l'indipendenza del suo paese di fronte all'impero
britannico, attribuiamo allora il merito di questo al "fair-play" dei
gentlemen britannici, come se a quell'epoca l'impero britannico fosse pronto a
lasciare le Indie e come se fosse bastata la santita' attribuita, a torto o a
ragione, a Gandhi perche' gli Inglesi accettassero di partire. Credo che
sarebbe interessante studiare a fondo quali siano le azioni di Gandhi e quale
fu la sua strategia. E' utile sottolineare, a questo proposito, che i membri
del Congresso dell'India, primo dei quali Nehru, non condividevano le
convinzioni religiose e morali di Gandhi. Se Nehru accetto' di seguire Gandhi
nella pratica della nonviolenza e' soltanto perche' questa si dimostro'
efficace. E il popolo indiano non era per niente pronto ad attenersi alle
esigenze della nonviolenza di Gandhi, che e' estranea alla tradizione religiosa
dell'India. Come tutti gli altri popoli, e forse piu' ancora degli altri, il
popolo indiano oscilla tra la rassegnazione e la violenza. Infatti, la
nonviolenza di Gandhi non e' orientale ma occidentale, non invita alla
meditazione al di fuori dei conflitti ma all'azione all'interno dei conflitti.
*
La
marcia del sale
Nel
1930, Gandhi decise di sfidare il governo (ogni azione di disobbedienza civile
e' una sfida al governo) organizzando la disobbedienza ad una legge che nel
contesto globale della dominazione britannica appariva irrisoria: si trattava
della legge sul sale. Essa imponeva a tutti gli indiani di pagare una tassa
relativamente alta al governo inglese. Questa minima ingiustizia veniva a
simboleggiare tutta l'ingiustizia della dominazione britannica.
Gandhi
organizzo' una lunga marcia attraverso l'India per diverse centinaia di
chilometri. In ogni villaggio che attraversava, coscientizzava gli abitanti e
li invitava alla disobbedienza civile. Giunto sulla spiaggia del mare, compi'
il simbolico gesto di raccogliere dell'acqua per poterne estrarre il sale. Da
quel momento preciso, Gandhi per l'impero britannico era diventato un ribelle.
Il governo, a dir la verita', era molto imbarazzato perche', o arrestava
Gandhi, facendone cosi' un martire e aumentandone di conseguenza il prestigio
presso le masse indiane, o non lo arrestava affatto, dimostrando cosi' di
tollerare la sfida aperta e dando, in tal modo, prova di debolezza. Il riflesso
professionale delle autorita' ebbe il sopravvento nella risoluzione di questo
dilemma: si arresto' Gandhi ma si dovettero arrestare pure tutti quelli che lo
avevano imitato; perche' questi, non soltanto accettavano di andare in
prigione, ma esigevano di andarci. Esiste, pero', un limite di saturazione
delle prigioni oltre il quale un governo non puo' piu' governare in completa
serenita'. Si puo' discutere sulla proporzione necessaria di quelli che sono
disposti ad andate in prigione per far si' che un popolo sia piu' forte di
qualsiasi governo - Martin Luther King parlava di un 5 per cento.
Alla
fine il governo dovette cedere e accettare di negoziare con Gandhi: non soltanto
discussero del problema del sale, ma anche del problema dell'indipendenza.
*
La
violenza e' l'arma dei ricchi
Vorrei
ancora insistere su questo punto che mi pare essenziale: di fronte alle
situazioni d'ingiustizia, arriviamo spesso a pensare e a dire che non esiste
piu' che una sola soluzione e che questa soluzione e' la violenza.
Ma
dobbiamo chiederci: quale soluzione puo' essere la violenza? E anche: la
violenza puo' veramente essere una soluzione?
Prendo
un esempio su cui abbiamo molto parlato: quando M. L. King mori', ovunque si
sostenne che con lui la nonviolenza era finita, che se egli aveva potuto
migliorare di qualcosa la sorte dei neri, spettava ora ai movimenti violenti di
condurre in porto il lavoro che lui aveva incominciato. Pareva allora che il
"Potere Nero", il partito delle "Pantere Nere", i
"Musulmani Neri", fossero in grado, e solamente loro, di liberare i
neri. Ci si poteva chiedere, gia' da allora, se era ragionevole credere che i
neri ponendosi sul piano della violenza, sarebbero stati in grado di riuscire
vincitori e di stabilire un rapporto di forza in loro favore.
Quando
si pensa alla capacita' di repressione di cui dispone il potere bianco, era
realista per i neri situarsi sul piano della violenza per intraprendere la
prova di forza?
Ora,
accadde quello che poteva gia' essere previsto: i movimenti neri che si
richiamano alla violenza si trovarono nella incapacita' di mettere in opera
azioni rilevanti all'infuori di qualche colpo di mano che potevano effettuare.
La stampa ne parlo': il partito delle "Pantere Nere" che e' stato il
piu' rappresentativo di questo movimento violento e' attualmente smantellato,
si trova ad essere completamente disorganizzato sotto i colpi della repressione
del potere bianco. Certamente Eldridge Cleaver puo' moltiplicare, da Algeri
dove si trova in esilio, le dichiarazioni fracassanti contro il potere bianco,
ma cio' non puo' venire in aiuto ai neri che sono negli USA; cosi' pure Stokely
Carmichael, che fu uno dei leaders del "Potere Nero", che milito' nelle
file delle "Pantere Nere" e che si trova ora in Guinea, di la' non
puo' proporre ai suoi fratelli degli Stati Uniti che un impossibile ritorno
verso la madre terra Africa.
Cosi'
nel nome stesso del realismo, non cadiamo troppo facilmente nella affermazione
che solo la violenza puo' essere una soluzione?
Sapete
pure che questo argomento e' stato trattato da dom Helder Camara quando gli e'
stato chiesto se non sarebbe, almeno in un primo momento, necessario usare la
violenza. "Certo, potremo avere qualche arma, ma il nostro avversario
avra' sempre un numero maggiore di armi e piu' perfette delle nostre; e' vano
voler intraprendere su questo terreno la nostra prova di forza".
Il
Padre Comblin e' venuto a confermarci nell'aprile '72 le affermazioni di dom Helder
Camara: "Una piccola parte dell'opposizione e' entrata nella
clandestinita', ha creato dei piccoli movimenti di guerriglia, ha lanciato
delle operazioni di terrorismo. Questo ha provocato da parte del potere un
apparato di repressione estremamente potente, che e' riuscito praticamente non
solo a contenere questa opposizione violenta ma anche a ridurla sempre piu'. E,
in questo momento, il potere alimenta una psicosi d'angoscia che sta creando un
"circolo vizioso del terrore" che coinvolge lo stesso potere:
sentendosi minacciato, esso reagisce in maniera angosciosa, donde dei controlli
sempre raddoppiati, cosa che mantiene nelle masse un sentimento di paura, la
quale provoca a sua volta una piu' grande angoscia nei dirigenti... e cosi' di
seguito". ("Informations
catholiques internationales", 15 aprile '72).
Forse
che noi non possiamo arrivare a questa ipotesi di lavoro: la capacita' di
violenza degli oppressori sara' sempre smisuratamente piu' grande della
capacita' di violenza degli oppressi? Abbandonare il piano della giustizia per
porci sul piano della violenza e', in fondo, un errore strategico: quando un
movimento di resistenza ricorre esso stesso alla violenza, viene ad offrire
all'avversario le ragioni di cui ha bisogno per giustificare la sua repressione.
Ogni
dibattito pubblico che sara' aperto da atti di violenza non vertera' sulle
motivazioni politiche che hanno ispirato quegli atti, ma sui mezzi, sui metodi
che sono stati utilizzati. L'azione armata attira l'attenzione dell'opinione
pubblica sulla violenza che io commetto, non sull'ingiustizia che io combatto.
La
forza della nonviolenza consiste nel rifiutare di offrire all'avversario i
pretesti che giustifichino la sua repressione. Con questo non voglio dire che i
movimenti nonviolenti non diano luogo a repressione - e' certo che in una prova
di forza che si prolungasse, ci sarebbe una repressione esercitata sul
movimento nonviolento e la sua forza consistera' nella misura della capacita'
che avra' di resistere a questa repressione - ma questa repressione restera'
senza vera giustificazione; essa arrivera' al contrario a screditare quelli che
l'esercitano e ad accreditare, per cio' stesso, il movimento.
*
La
nonviolenza e' preferibile
Data
l'ignoranza e insieme il disprezzo nei quali e' stata tenuta fino ad ora la
nonviolenza, non e' concepibile che essa sia in grado di risolvere tutti i
nostri problemi e subito.
Molti
conflitti si sono sviluppati in un crescendo di violenza dall'una e dall'altra
parte; non e' facile, a partire di la', tentare di intravvedere una soluzione
nonviolenta.
Ma
noi potremmo almeno metterci d'accordo su questa ipotesi di lavoro: se la
nonviolenza e' possibile, allora essa e' preferibile.
Ad
un algerino che durante e dopo la rivoluzione algerina aveva ricoperto cariche
di grossissima responsabilita' nel governo rivoluzionario, chiedevo se credesse
che la nonviolenza avrebbe potuto essere impiegata dal popolo algerino. Mi
diede questa risposta paradossale: "In linea di fatto, Gandhi era il
maestro al quale ci ispiravamo". Perche' diceva questo? Precisamente
perche' Gandhi fu il primo a scuotere il giogo del colonialismo. Ci siamo
lasciati prendere forse troppo dall'idea che il colonialismo britannico fosse
un colonialismo dove il "fair-play" prevaleva sulla brutalita' - cio'
costituisce, invece, una contro-verita' storica. Gandhi appariva in effetti ai
popoli colonizzati come colui che, per primo, si oppose a questa oppressione.
Ma, aggiungeva quest'algerino, non conoscevamo proprio niente di questa
nonviolenza, non ne eravamo per niente preparati, e non ci era assolutamente
possibile costruire la nostra lotta in questa prospettiva. Diceva ancora - ed
e' proprio questo che mi pare molto interessante: "attualmente mi
interesso e studio sulla possibilita' della nonviolenza, perche' se la
nonviolenza e' possibile, sarebbe criminoso per un rivoluzionario usare la
violenza".
Se
la nonviolenza e', dunque, da preferire, ci spetta ora il compito di studiare
le possibilita' offerte dalla nonviolenza.
Bisogna
ammettere che finora non l'abbiamo mai fatto. Ci siamo sempre accontentati di
idee ricevute, di schemi prefabbricati e di vere e proprie caricature della
nonviolenza; cio', evidentemente, ci permetteva di condannarla piu' facilmente.
Se
misuriamo gli investimenti che a destra o a sinistra sono stati fatti per la
violenza, e se misuriamo gli investimenti che non sono stati compiuti per la
nonviolenza, allora avremo la giusta misura di cio' che puo' essere fatto,
cercando di discernere cio' che e' possibile da cio' che non lo e'. Comunque,
se la nonviolenza non puo' permetterci di risolvere subito tutti i nostri
problemi, ci permette almeno di impostarli in maniera giusta.
E
concludo con questa riflessione di Rilke: "entrando insieme nelle vere
questioni, finiremo certamente con l'entrare insieme nelle vere risposte".