JEAN-MARIE
MULLER: MOMENTI E METODI DELL'AZIONE NONVIOLENTA
[Riproponiamo
il testo di un opuscolo edito dal Movimento Nonviolento che a sua volta
riproduceva anastaticamente un capitolo di una piu' ampia opera. L'opuscolo e':
Jean-Marie Muller, Momenti e metodi dell'azione nonviolenta, Edizioni del
Movimento Nonviolento, s. i. l. 1981; il libro e' Jean-Marie Muller, Strategia
dell'azione nonviolenta, Marsilio, Venezia-Padova 1975 (il capitolo e' il
settimo, alle pp. 73-99). Noi riproduciamo qui il testo di Muller senza le note
dell'autore e senza la presentazione del traduttore Matteo Soccio (uno dei
maggiori studiosi ed amici della nonviolenza in Italia), rinviando per la
lettura del testo integrale all'acquisto dell'opuscolo, disponibile presso il
Movimento nonviolento, via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax
0458009212, e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito: www.nonviolenti.org
Jean-Marie
Muller, filosofo francese, nato nel
In
questo capitolo vorremmo precisare quali sono i diversi momenti di una campagna
di azione nonviolenta tipo, e quali sono le modalita' di ognuno di questi
momenti. Anche se non abbiamo intenzione di dare delle ricette che basterebbe
applicare alla lettera in ogni situazione per raggiungere il successo, non ci
sembra inutile riunire gli insegnamenti tratti dalle azioni compiute in passato
e classificarli secondo un ordine che risponde a una certa logica. Non si rende
sterile l'immaginazione se le offriamo uno schema in cui essa, come ci ha
dimostrato l'esperienza, abbia le maggiori possibilita' di esercitarsi
utilmente. Se anche queste indicazioni non ci garantissero il successo
dell'azione, esse almeno dovrebbero evitarci numerosi errori che ci
assicurerebbero il fallimento.
*
1.
Analisi della situazione
E'
essenziale che prima di decidere l'azione si abbia una conoscenza esatta della
situazione in cui s'inserisce quell'ingiustizia che si vuole denunciare e
combattere. Se i responsabili dell'azione dimostrassero di non essere
sufficientemente a conoscenza dei fatti, cio' discrediterebbe gravemente il movimento.
Inoltre, e' molto importante esprimere sui fatti un giudizio razionale e
coerente che miri alla maggiore obiettivita' possibile. Sappiamo quanto grande
sia la tentazione d'ingigantire i fatti e di esagerarne la gravita', nella
presentazione che ne viene data, fino al punto di rendere ridicola la posizione
dell'avversario. Credere pero' che questo stratagemma possa avere una qualche
efficacia e' un'illusione. Al contrario, sara' allora facile all'avversario far
valere, servendosi di argomenti convincenti, l'aspetto esagerato delle accuse
mosse contro di lui, e dare cosi' l'apparenza di potersi giustificare
totalmente. Invece la conoscenza rigorosa dei fatti e la loro esatta
presentazione costituiscono una carta vincente per la posizione dei responsabili
del movimento. La possibilita' di giustificare ogni volta, con prove alla mano,
le affermazioni addotte e' un elemento di prim'ordine nel rapporto di forze che
si va creando tra gli avversari.
Si
tratta percio' di fare un'inchiesta e di preparare un dossier sui fatti per
essere sicuri della fondatezza di tutte le informazioni ricevute sui motivi
delle lamentele sollevate e tener conto solo di quelle che hanno potuto essere
verificate. In questo lavoro, non e' sufficiente limitarsi ai fatti: e'
importante capirli al fine di sapere come e perche' l'ingiustizia si e'
manifestata e si e' mantenuta. Conviene in particolare conoscere quali sono le
forze sociali, politiche ed economiche implicate nella situazione, quali sono
gli atteggiamenti pratici delle parti in gioco e quali le giustificazioni
teoriche che ne vengono date. E' importante analizzare la struttura di potere
che predomina nelle relazioni tra le diverse parti allo scopo di individuare
chi detiene il potere di decisione. Inoltre, e' opportuno sapere cosa dice la
legge a proposito delle controversie che oppongono le parti in causa. A questo
proposito non si potra' fare a meno di consultare un giurista competente.
Quest'analisi
deve permetterci di fare con cognizione di causa una scelta politica con cui si
potra' decidere quali saranno i nostri alleati e quali i nostri avversari nel
conflitto in corso.
*
2.
Scelta dell'obiettivo
In
base all'analisi della situazione, si dovra' scegliere l'obiettivo da
raggiungere attraverso l'azione. La scelta dell'obiettivo e' essenziale poiche'
da essa soltanto puo' dipendere la riuscita o l'insuccesso del movimento.
Converra' scegliere un obiettivo preciso, limitato e possibile. Nella scelta di
questo obiettivo bisognera' tenere conto dei diritti dell'avversario e fare in
modo - per quanto e' possibile - che egli non debba perdere la faccia
nell'accettare le rivendicazioni che gli sono state fatte. L'obiettivo deve
essere determinato in modo tale da iscriversi in una prospettiva futura che
permetta se non proprio una reale riconciliazione - questa, secondo ogni
verosimiglianza, non potra' raggiungersi che piu' tardi -, per lo meno una
coesistenza pacifica tra le due parti. L'obiettivo deve apparire allora come un
contributo positivo per l'avvenire di tutta la comunita'.
Le
rivendicazioni del movimento devono essere realistiche e suscettibili di essere
accettate dall'avversario. Conviene percio' distinguere cio' che sarebbe
auspicabile da cio' che e' possibile. Il successo di un'azione e' raggiunto
solo quando si sia ottenuto cio' che si e' rivendicato; chiedere l'impossibile
significa inevitabilmente andare incontro al fallimento. Una sola campagna di
azioni non bastera' a sopprimere un'ingiustizia profondamente radicata nelle
strutture e nelle mentalita'. Saranno necessarie in seguito altre campagne con
obiettivi via via piu' ambiziosi. E' importante, nel momento iniziale, che la
campagna d'azione non si trovi ridotta a una campagna di proteste a causa di un
obiettivo sproporzionato rispetto ai mezzi di cui dispone il movimento. E'
essenziale per questo movimento vincere il confronto, soprattutto per poter
dare piena coscienza della loro forza e piena fiducia a quelli che fino a quel
momento sono stati le vittime rassegnate dell'ingiustizia. E' opportuno quindi
stabilire cio' che deve essere preteso in modo che non si debba fare alcuna
concessione nel corso dei futuri negoziati. La strategia della nonviolenza non
e' una strategia di mutue concessioni. Il piu' delle volte, si pretende piu' di
quanto si vuole, per essere certi di raggiungere cio' che si vuole. In questo
caso invece ci si sforza di fissare sin dall'inizio cio' che deve e puo' essere
richiesto, e si resta fermi su questa posizione per tutta la durata della
lotta, senza fare concessioni. Nella
lotta nonviolenta, sottolinea Gandhi, "il minimo e' anche il massimo, e
siccome e' un minimo irriducibile, non si puo' parlare di ritirata. Il solo
movimento possibile e' un avanzamento". Qui pertanto, non si tratta di
esigere l'impossibile per ottenere il possibile ma si tratta di esigere il
possibile e di attenersi ad esso senza mai transigere, a meno che non si
debbano riconoscere e soddisfare certe eventuali rivendicazioni dell'avversario
che, durante il conflitto, fossero comprese come giuste.
*
3.
Primi negoziati
Conviene
entrare al piu' presto possibile in contatto diretto con l'avversario, prima di
portare la controversia sulla pubblica piazza, allo scopo di tentare tutto cio'
che e' possibile per risolvere il conflitto senza dover ricorrere alla prova di
forza. Si tratta allora di far conoscere ai rappresentanti della parte avversa
le conclusioni a cui l'analisi della situazione ha condotto e di far valere le
rivendicazioni del movimento precisando l'obiettivo che questo ha deciso di
raggiungere. Sin da questo momento e' importante dar prova della piu' rigorosa
cortesia nei confronti dell'avversario. In particolare e' opportuno evitare di
far pesare sui propri interlocutori minacce destinate a "incutere
paura". Conviene invece sforzarsi di far capire che il cambiamento della
situazione cosi' com'e' ricercato e', tutto sommato, meno minaccioso per
l'avversario del mantenimento dello status quo. Il clima che si istaurera'
durante questi primi negoziati determinera' in buona parte il clima di tutto il
conflitto. E' percio' essenziale impegnarsi a crearlo in modo tale che disponga
l'avversario non ad inasprire gli antagonismi, ma a ridurli. Questi primi
negoziati devono permettere alle due parti di conoscersi meglio. Conviene a
questo proposito osservare attentamente le reazioni dei propri interlocutori e
gli argomenti che adducono in risposta alle accuse mosse.
Nel
momento stesso in cui si da' prova della piu' stretta cortesia e' importante
anche dare prova della massima fermezza e della massima determinazione. Le
manifestazioni di "comprensione", le assicurazioni "di studiare
seriamente il dossier" e magari le promesse di fare "tutto cio' che
e' possibile", che possono essere formulate dall'avversario nel corso di
questi negoziati e' opportuno siano accolte senza processi alle intenzioni.
Nessuna necessita' strategica obbliga a sospettare di malafede queste
manifestazioni di "buona volonta'". La fermezza e il rifiuto di
transigere non guadagnano affatto in forza puntando sulla sistematica
diffidenza nei confronti dell'avversario. Ma deve essere chiaro che il
movimento non si accontenta in nessun momento di promesse, ma che aspetta
invece delle decisioni. Esso accettera' di sospendere la sua azione solo quando
sara' raggiunto un accordo definitivo che metta fine al conflitto.
Cosi',
nel corso dei negoziati tra i neri e i bianchi, durante il boicottaggio degli
autobus di Montgomery, "alcuni membri del comitato bianco ci suggerirono
di ritornare a servirci degli autobus e di rimandare la discussione per un
possibile accordo a dopo le feste natalizie, assicurando che la comunita'
avrebbe accolto con maggior simpatia le nostre richieste, se la protesta fosse
stata intanto sospesa. La nostra risposta fu ancora una volta negativa. Tutti i
nostri sforzi, infatti, sarebbero stati vani, se avessimo sospeso la protesta
in seguito ad una vaga promessa di futuri accordi" (M. L. King).
E'
raro che un accordo possa concludersi gia' con i primi negoziati. Questi,
quando si trovano ad un punto morto, devono essere sospesi ma non rotti
definitivamente, perche' e' proprio fine dell'azione diretta la ripresa dei
negoziati. Conviene pertanto, nei limiti del possibile, mantenere continui
contatti con l'avversario per tutta la durata dei conflitto.
Secondo
un principio fondamentale della strategia, il tempo dei negoziati deve essere
pure il tempo della preparazione alla prova di forza. I negoziati devono essere
leali, e d'altronde e' interesse del movimento che essi riescano. Ma si tratta
anche di prevedere l'avvenire e di prepararsi.
*
4.
Appello all'opinione pubblica
In
seguito al fallimento dei primi negoziati, bisognera' sforzarsi di fare
esplodere l'ingiustizia di fronte all'opinione pubblica con tutti i mezzi di
informazione di cui puo' disporre il movimento. Si tratta di ricercare il
massimo di "pubblicita'" nel senso tecnico della parola, e cioe' di
raggiungere il pubblico per fargli conoscere le ragioni e gli obiettivi dei
movimento. E' molto importante mantenere l'iniziativa dell'informazione e di
vigilare affinche' il senso dell'azione non venga ne' deformato ne'
falsificato. Certo la pubblicita' nasconde tranelli da cui bisognera'
guardarsi, ma non per questo essa, in quanto strumento di comunicazione con il
pubblico, e' meno indispensabile. Facciamo notare che si tratta di mettere
l'opinione pubblica di fronte alle proprie responsabilita', ma non si tratta di
colpevolizzare. Si tratta di farle prendere coscienza dell'ingiustizia e non
invece di attribuirle cattiva coscienza di fronte ad essa. La cattiva coscienza
paralizza piu' di quanto non mobiliti.
Bisognera'
cercare di creare un "fatto di cronaca" e redigere a tal fine
comunicati nei quali verranno esposte le ragioni e gli obiettivi dei movimento.
Si trattera' quindi di informare i partiti, i movimenti, le organizzazioni e le
personalita' suscettibili di dare il loro sostegno all'azione progettata. Si
potra' organizzare una distribuzione di volantini e potra' essere molto
efficace "far parlare i muri" per mezzo di scritte e di manifesti che
espongono in poche parole i dati della situazione e le soluzioni previste per
porvi rimedio.
Sara'
opportuno, per dare forza a questa affermazione, organizzare delle
manifestazioni che sono un confronto diretto con il pubblico, allo scopo di
informarlo e di farlo reagire di fronte agli argomenti sostenuti dai
manifestanti. Queste manifestazioni dovrebbero, inoltre, permettere a quelli
che sono disposti a partecipare all'azione, di contarsi, di conoscersi e di
organizzarsi. E' essenziale che quelli che sono vittime dirette
dell'ingiustizia denunciata possano partecipare a queste manifestazioni. Questa
dovrebbe essere per loro l'occasione di prendere coscienza della propria forza,
di vincere la paura e di sviluppare la volonta' di resistenza.
Questo
confronto del pubblico con le posizioni sostenute dal movimento deve permettere
di correggere cio' che deve essere corretto e di individuare meglio gli
argomenti sui quali e' piu' opportuno insistere. Percio' e' importante
osservare attentamente e registrare le reazioni degli spettatori. Queste sono
delle preziose indicazioni che devono permettere di capire meglio i rapporti di
forza esistenti tra il movimento e la popolazione, e di orientare meglio
l'evoluzione del conflitto.
Nel
corso di tutte queste manifestazioni pubbliche, la scelta degli slogan deve
essere compiuta anticipatamente dai responsabili del movimento. Gli slogan non
devono essere numerosi. I partecipanti devono sottomettersi rigorosamente alla
scelta che sara' stata effettuata e in nessun caso dovranno introdurre nella
manifestazione altri slogan di loro scelta. Nella scelta degli slogan e'
un'esigenza strategica quella di cercare la parola giusta che nomini e
qualifichi le situazioni che si cerca di correggere. L'impatto della parola
deriva dalla sua giustezza e non dalla sua violenza. A questo proposito Danilo
Dolci rievoca un fatto tanto minuscolo quanto significativo. Con un gruppo
eterogeneo di giovani, egli aveva promosso una marcia da Milano a Roma, per
manifestare soprattutto la loro opposizione alla guerra nel Vietnam. Nel
raccontare questa marcia, Dolci scrive: "Poiche' alcuni gruppetti di
ragazzi a tratti scandiscono "Johnson torna alle tue vacche" molti
contadini dei borghi che attraversiamo, soprattutto in Emilia, non sembrano
affatto persuasi; sono come offesi: "le vacche non sono forse importanti?",
mormorano. I ragazzi cominciano a comprendere chilometro dopo chilometro la
distinzione tra sfogo rabbioso e capacita' di penetrare nelle popolazioni
affinche' ciascuno si muova ad assumere una posizione cosciente ed esplicita di
fronte alla guerra". Cosi', quando giungeranno a Roma, gli slogan scelti
si riveleranno piu' incisivi e piu' efficaci.
Conviene
sottolineare l'importanza, nel corso di queste manifestazioni pubbliche,
dell'atteggiamento esteriore dei manifestanti che e' un mezzo essenziale di
espressione e di comunicazione. "Al di la' delle parole scritte e
pronunciate, il corpo umano e' impiegato per testimoniare in modo drammatico i
fatti e le verita' legati al problema in questione" (Hildegard Gos-Mayr).
Soltanto un atteggiamento calmo e disciplinato da parte dei manifestanti potra'
dare alla manifestazione un carattere di nobilta' e di dignita' che le dara'
una maggiore forza. Al contrario, un atteggiamento rilassato e disordinato dei
manifestanti non potrebbe non incidere negativamente sugli spettatori.
Queste
prime manifestazioni pubbliche devono essere innanzitutto strumenti di
persuasione capaci di far valere la giustezza della causa sostenuta, ma esse
costituiscono gia' dei mezzi di pressione che preparano la messa in opera dei
mezzi di costrizione.
Senza
pretendere di essere esaurienti, citiamo alcuni metodi di manifestazione
pubblica:
-
Comunicati. La presa di posizione pubblica di diverse personalita' attraverso
un comunicato rilasciato alla stampa puo' fornire una preziosa garanzia a
questa o a quella rivendicazione. Tuttavia un tale metodo e' efficace solo se
il testo dei comunicato e' sufficientemente forte e preciso in modo che il
fatto di sottoscriverlo sia gia' di per se stesso un impegno. Purtroppo cio'
non e' il caso della maggior parte dei comunicati a cui siamo abituati,
soprattutto in Francia. Troppi intellettuali e artisti "di sinistra"
- in pratica sempre gli stessi - si accontentano di firmare regolarmente
comunicati che protestano per principio contro questo o quell'attentato alla
democrazia, senza che cio' abbia in genere la minima incidenza sul fatto in
questione. Precisiamo tuttavia che non si deve rimproverare a questa elite di
fare questo, ma le si deve rimproverare di far soltanto questo.
-
Petizioni. Promuovere una petizione significa raccogliere il maggior numero di
firme in fondo a un testo che denunci una certa ingiustizia e richieda una
certa soluzione appropriata. Questo testo verra' successivamente spedito, o
consegnato direttamente da una delegazione, a quelli che hanno il potere di
decidere in merito al problema posto. Questa procedura puo' rivelarsi efficace
nel caso in cui sia possibile raccogliere un numero rilevante di firme.
Tuttavia la facilita' con cui si firma un testo rischia di ridurre la portata di
una tale iniziativa.
Facciamo
notare a questo punto che le due prime azioni politiche di Gandhi furono
appunto la redazione e l'invio di due petizioni. Infatti, nel 1894 quando
Gandhi, su proposta dei compatrioti residenti nel Sud-Africa, accetto' di rinviare
il suo ritorno in India per condurre sul posto la lotta contro il razzismo che
gravava sulla comunita' indiana, la prima decisione che egli prende e' di
redigere una petizione, rivolta all'Assemblea legislativa del Natal, per
chiedere di respingere il progetto di legge che privava gli indiani del diritto
di voto. "I giornali - ricorda Gandhi nella sua autobiografia - la
riportarono con commenti favorevoli, impressiono' anche l'assemblea, fu
discussa alla Camera. (...) Pero' la legge fu approvata". Questa prima
petizione fu dunque un insuccesso. Ma essa permise agli indiani, fino allora
rassegnati e passivi, di mobilitarsi in difesa dei loro diritti. "Questa
petizione - scrive Gandhi - fu la prima ad essere mai stata spedita dagli
Indiani ai legislatori sudafricani. Era il primo tentativo da parte degli
indiani di usare una tale procedura e un'ondata di entusiasmo attraverso' tutta
la comunita'".
Allora
Gandhi non si scoraggio' e decise di far giungere al governo inglese "una
petizione fiume". Bisogna tuttavia sottolineare che Gandhi decise "di
non accettare una sola firma se il firmatario non avesse prima capito a pieno
il significato esatto della petizione". In quindici giorni furono raccolte
diecimila firme: un successo considerevole. La petizione fu spedita a Lord
Ripon, allora segretario di Stato alle Colonie. Inoltre, "ne erano state
stampate un migliaio di copie per farle circolare e per distribuirle; era la
prima volta che si informava la popolazione indiana di quali fossero le sue
condizioni nel Natal. Inviai copie a tutti i pubblicisti di mia conoscenza.
"The Times of India", in un articolo di fondo sulla petizione,
difendeva a spada tratta le richieste indiane. Furono inviate copie anche ai
periodici e pubblicisti di diversi partiti in Inghilterra: il "Times"
di Londra si dichiaro' favorevole alle nostre rivendicazioni e cominciammo a
sperare che alla legge fosse posto il veto". Infatti il governo di Londra,
impressionato dalla campagna di Gandhi, oppose il veto al progetto di legge
ritenendo che esso stabiliva una discriminazione razziale nei confronti di una
minoranza dell'Impero. Gandhi otteneva cosi' il suo primo successo. Tuttavia
questo non fu che parziale, perche', alla fine, i bianchi del Natal seppero
aggirare l'ostacolo che Londra aveva messo sulla loro strada: essi formularono
la loro legge in termini che non potevano piu' essere qualificati come
razzisti. Questo progetto di legge, cosi' emendato, ma che portava agli stessi
risultati pratici, fu approvato e votato. Gandhi doveva riprendere la lotta ma
era sicuro, questa volta, di poter contare sulla determinazione dei suoi
compatrioti che avevano preso coscienza della loro forza e vinto la loro paura.
-
Sfilata. Si parla di sfilata quando i manifestanti formano un corteo e
percorrono a piedi la citta' da un punto all'altro. Cartelli e slogans
informano gli spettatori sulle ragioni obiettive della manifestazione. La
sfilata e' il metodo piu' classico della manifestazione pubblica. Cosi', quando
viene annunciato che il tal partito, il tal sindacato o il tale movimento
invita la popolazione a partecipare ad una manifestazione, si tratta
generalmente di una sfilata.
Facciamo
solo presente che, dal punto di vista della strategia della nonviolenza,
l'organizzazione di una sfilata deve soddisfare le esigenze caratteristiche
dell'azione nonviolenta. Si puo' ragionevolmente pensare che queste esigenze
non saranno soddisfatte se non sara' in precedenza deciso che debbano esserlo,
e se non vengano prese precauzioni particolari perche' lo siano effettivamente.
Pensiamo in particolare alla scelta degli slogan e all'atteggiamento dei
manifestanti nei confronti delle forze di polizia.
-
Marcia. Si parlera' di marcia quando i manifestanti percorrono a piedi lunghe
distanze da una citta' all'altra attraverso uno o piu' paesi. Il fine e' di
sensibilizzare la popolazione delle regioni attraversate sull'ingiustizia che
si vuole denunciare. Cartelli e striscioni con qualche semplice scritta e
volantini che diano maggiori spiegazioni devono permettere agli spettatori di
essere informati sulle ragioni e sugli obiettivi della marcia. In ciascuna
citta'-tappa si possono organizzare delle riunioni pubbliche per informare gli
abitanti e per provocare un dibattito pubblico sul problema in questione. Sara'
utile stabilire dei contatti con le personalita' e i movimenti capaci di
prendere posizione in favore dei manifestanti e di promuovere a loro volta
delle manifestazioni. Delegazioni possono chiedere di essere ricevute dalle
autorita' locali per far valere nei loro confronti il punto di vista dei
manifestanti.
La
marcia puo' avere il fine preciso di richiamare l'attenzione dei pubblico su
un'azione che avverra' al termine di essa. Un esempio particolare e' dato dalla
famosa "marcia del sale" intrapresa da Gandhi allo scopo di preparare
il popolo indiano a violare la legge con la quale il governo faceva pagare ad
ogni indiano una forte tassa per ogni acquisto di sale. Dopo aver percorso a
piedi
Nel
1971 venne promossa, dal leader nonviolento spagnolo Gonzalo Arias e da
numerosi suoi compatrioti, una "marcia sul carcere", da Ginevra a
Madrid, allo scopo di esprimere la propria solidarieta' con l'obiettore Jose'
Beunza detenuto allora a Valenzia, e di far pressione sul governo perche'
venisse riconosciuto uno statuto legale a lui e agli altri obiettori. La
marcia, a cui partecipavano pure manifestanti di diversi paesi, dovette interrompersi
al posto di frontiera di Bourg-Madame dove gli spagnoli furono arrestati e gli
altri marciatori respinti verso
-
Sciopero della fame limitato. Quando lo sciopero della fame si iscrive nella
strategia dell'azione nonviolenta ripugna chiamarlo con il suo nome: si
preferisce allora parlare di digiuno. Ma pensiamo che cio' sia un errore. Ci
sembra importante distinguere il digiuno intrapreso per motivi di ordine
religioso o terapeutico dallo sciopero della fame intrapreso per motivi di
ordine politico. Di conseguenza, il digiuno e' un'azione privata, mentre lo
sciopero della fame e' un'azione pubblica.
Lo
sciopero della fame limitato a qualche giorno, tra i 3 e i 20 giorni, mira a
denunciare pubblicamente un'ingiustizia e ad informare l'opinione pubblica su
di essa. Si tratta di un'azione di protesta che di per se stessa non potra'
generalmente pretendere di sopprimere l'ingiustizia. Ma essa puo' avere un
effetto considerevole sull'opinione pubblica e cio' in particolare se la
personalita' di chi la compie e' importante. Facciamo pero' notare che il moltiplicarsi
sconsiderato degli scioperi della fame rischia di stancare l'opinione pubblica
e di screditare questo mezzo. Percio' e'
opportuno ricorrervi con molta cautela.
Al
termine di queste manifestazioni, converra' ripresentare all'avversario delle
proposte precise in vista di un regolamento negoziato dei conflitto. E'
possibile che la pressione esercitata dall'opinione pubblica sia abbastanza
forte da costringere l'avversario a non portare avanti uno scontro di cui puo'
temere che torni a suo svantaggio. In un regime democratico (certo, tutto e'
relativo, e si potrebbe avanzare che nessun regime e' veramente democratico, ma
diversi confronti che si impongono permettono di dire che certi lo sono e certi
non lo sono affatto), la "forza dell'opinione pubblica" e' reale e
puo' far maturare certi problemi fino a che le soluzioni desiderabili diventino
possibili. Ci sembra pero' che molti liberali, a cui ripugna per temperamento
il ricorso all'azione diretta, tendano a sopravvalutare questa forza. Quando si
tratta di opporsi a una decisione del governo, non basta il piu' delle volte
che l'opinione pubblica si esprima perche' la pressione esercitata su di esso
sia abbastanza forte per costringerlo a cedere. Sara' allora necessario
ricorrere all'azione diretta, o almeno lasciar capire chiaramente che si e'
decisi a farlo.
*
5.
Invio di un ultimatum
Di
fronte al fallimento degli ultimi tentativi di negoziato, diventa necessario
fissare all'avversario un ultimo termine al di la' del quale saranno date
disposizioni di ricorrere all'azione diretta. L'ultimatum, che ricorda le
ragioni e gli obiettivi dei movimento, i tentativi precedenti di negoziare e i
loro fallimenti, puo' essere considerato come l'ultimo passo in vista di un
accordo negoziato. Effettivamente, la prova di forza incomincia con
l'ultimatum. Questo in effetti e' piu' un mezzo di costrizione che un mezzo di
persuasione. E' d'altronde verosimile che l'avversario si rifiuti di cedere di
fronte a cio' che bisogna pur chiamare una minaccia e che egli considerera' un
"inammissibile ricatto". Egli rifiutera' l'ultimatum sostenendo di
non temere la prova di forza. Inoltre, l'ultimatum e' un appello all'opinione
pubblica per invitarla a mobilitarsi in vista dell'azione. Conviene percio'
rendere pubblico il testo dell'ultimatum e, a questo scopo, farlo pervenire
alla stampa, ai movimenti e alle personalita' suscettibili di solidarizzare con
quelli che sono decisi ad agire.
Nel
racconto della lotta condotta nel Sudafrica, Gandhi spiega a lungo in quali
condizioni, nel 1908, egli spedi' un ultimatum al generale Smuts. L'azione che stava conducendo allora era
diretta contro l'Atto asiatico, detto anche l'"Atto Nero", che
rendeva obbligatorio a tutti gli indiani di iscriversi nei registri del
governo. Questa legge stabiliva che "quasi in ogni momento o luogo, gli
indiani potevano essere invitati ad esibire il certificato di registrazione;
gli esperti di polizia potevano entrare nelle case degli Indiani per esaminare
i permessi". Gandhi giudico' questa legge contraria alla dignita' degli
indiani e invito' i suoi compatrioti a combatterla fino a che non fosse
abolita. Dopo una prima prova di forza, durante la quale gli indiani si erano
rifiutati di farsi registrare, Gandhi accetto' il compromesso un po'
paradossale propostogli dal generale Smuts a nome del governo. Questo
permetteva di abolire l'Atto asiatico se gli indiani si fossero impegnati a
iscriversi volontariamente. Gandhi ci tenne a iscriversi per primo e chiese ai
suoi compatrioti di fare altrettanto in conformita' agli impegni presi. Gandhi
aveva pero' commesso l'errore di accettare un accordo sospendendo l'azione
diretta davanti ad una semplice promessa: infatti il generale Smuts non
mantenne il suo impegno e rifiuto' ostinatamente di abolire l'"Atto Nero".
A quel punto Gandhi si trovo' costretto a riprendere l'offensiva rilanciando
l'azione diretta. Egli si decise allora a spedire un ultimatum al generale
Smuts. "Infine - riferisce nel suo racconto - fu spedito un ultimatum al
governo. Non adoperammo la parola "ultimatum", ma fu cosi' che il
generale Smuts chiamo' la lettera che gli spedimmo in cui veniva espressa la
determinazione della comunita'". Il testo dell'ultimatum ricordava
l'accordo raggiunto precedentemente e precisava: "La comunita' ha spedito
numerosi comunicati al generale Smuts e preso tutte le iniziative legali
possibili per ottenere giustizia, ma esse finora non hanno portato ad alcun
risultato. Siamo spiacenti di dover affermare che se l'Atto asiatico non verra'
abolito in conformita' all'accordo, e se la decisione del governo a riguardo
non sara' comunicata agli indiani entro una data stabilita (la data fu fissata
per il 16 agosto), i certificati ritirati dagli indiani verranno bruciati e gli
stessi ne sopporteranno le conseguenze umilmente ma con fierezza".
Gandhi
e i suoi esitarono molto prima di spedire questo ultimatum: "Ci furono
molte discussioni - egli racconta - quando fu spedito l'ultimatum. La richiesta
di una risposta entro un termine stabilito non sarebbe stata considerata
insolente? Non avrebbero avuto l'effetto di irrigidire il governo e di portarlo
a respingere i nostri termini che altrimenti avrebbe potuto accettare?".
Ma alla fine tutti gli indiani della comunita' africana decisero di spedire
l'ultimatum: "Dovemmo - continua Gandhi - correre il rischio di essere
accusati di mancanza di cortesia, e pure quello di vedere il governo rifiutare,
per risentimento, cio' che altrimenti avrebbe potuto accordare. (...) Dovemmo
adottare un atteggiamento diretto senza esitazione. (...) Il linguaggio
dell'ultimatum si inseriva in una progressione naturale e appropriata".
Per
il giorno in cui doveva scadere l'ultimatum, Gandhi organizzo' una
manifestazione per bruciare i certificati nel caso in cui il governo si fosse
ostinato a rinnegare l'impegno che aveva assunto. Smuts respinse l'ultimatum
con disprezzo: "Quelli - egli disse allora - che hanno rivolto una simile
minaccia al governo non si rendono conto della sua potenza. Mi dispiace che
qualche agitatore stia tentando di eccitare dei poveri indiani, che si
troveranno sul lastrico se soccomberanno ai loro incitamenti". Quando la
manifestazione stava per incominciare, Gandhi ricevette un telegramma nel quale
era detto che "il governo si doleva della decisione della comunita'
indiana, ma non poteva cambiare la propria linea di condotta". La
manifestazione incomincio' e Gandhi insistette sulle gravi conseguenze che
potevano derivare dal fatto di bruciare il proprio certificato e chiese ai
presenti di calcolare i rischi che stavano per assumersi. Ma i partecipanti
furono unanimi nel decidere di passare ai fatti e piu' di duemila certificati
furono bruciati. Infine, dopo molte altre peripezie, l'"Atto Nero"
venne annullato.
*
6.
Azioni dirette
Divenuta
inevitabile la prova di forza, in seguito al fallimento dei mezzi di
persuasione, e' necessario mettere in opera dei mezzi di costrizione.
Sottolineiamo tuttavia che e' opportuno proseguire lo sforzo di persuasione, in
modo particolare nei confronti dell'opinione pubblica. Comunque, a questo
stadio del conflitto, non si tratta piu' soltanto di invitare l'opinione
pubblica a esprimersi: bisogna incitarla ad agire. Percio' le manifestazioni
pubbliche non devono essere interrotte. Si puo' prevedere che, quando il
conflitto si inasprira', queste manifestazioni vengano proibite. Sara' percio'
compito dei responsabili dei movimento calcolare la capacita' dei manifestanti
di far fronte alla repressione delle forze di polizia attenendosi ai principi e
ai metodi della nonviolenza. Potra' verificarsi il caso in cui sia necessario
sospendere una manifestazione essendoci probabilita' che essa non si svolga
senza offrire pretesti per gravi disordini, il che arrecherebbe discredito al
movimento. Certi ripiegamenti strategici si rivelano necessari allo scopo di
permettere una migliore preparazione della successiva offensiva. Sara' percio'
opportuno rinforzare l'organizzazione e il servizio d'ordine delle
manifestazioni e forse limitare volontariamente il numero dei manifestanti, per
essere in grado di sfidare il governo; infatti non si possono sospendere tutte
le manifestazioni. Una simile misura sarebbe una prova di debolezza e
rischierebbe di pregiudicare il morale di coloro che sono mobilitati per la
lotta e di spezzare il dinamismo del movimento. Nel 1962, durante la campagna
condotta ad Albany, una disposizione federale proibi' una manifestazione di
massa indetta da King. Questi, dopo molte esitazioni, decise finalmente, contro
il parere di numerosi leader, di disdire la manifestazione prevista perche' non
voleva violare un'interdizione del Governo federale che lo aveva sostenuto fino
ad allora contro le autorita' locali quando queste non rispettavano i testi
costituzionali. Ma "successivamente - ci ricorda sua moglie Coretta - egli
ebbe l'impressione che fu questa decisione ad aver spezzato lo slancio del
movimento di Albany, e se ne dispiacque".
*
a.
Azioni dirette di non-cooperazione
E'
importante che i gesti di non-cooperazione proposti dal movimento siano alla
portata di tutti. Chiedere dei gesti di rottura le cui conseguenze siano molto
gravi significa riservare l'azione ad un'elite e costringere gli altri a
tenersi ai margini, nella veste di semplici spettatori; mentre e' essenziale
che il maggior numero di persone possa partecipare.
Facciamo
notare che molte di queste azioni di non-cooperazione, cosi' come abbiamo
rilevato per le semplici manifestazioni, possono essere o no azioni di
disobbedienza civile secondo la legislazione in vigore o le decisioni prese
dalle autorita' governative durante il conflitto.
Fra
le azioni di non-cooperazione che possono essere adottate nel caso di una
campagna di azione diretta, ricordiamo in particolare:
-
L'hartal. Un hartal e' un giorno di sciopero generale durante il quale viene
chiesto a tutta la popolazione di disertare i luoghi di lavoro, le strade e i
locali pubblici e di restare a casa. In quel giorno, tutte le attivita' devono
cessare, le citta' e i paesi devono sembrare morti. Un hartal puo' essere
deciso allo scopo di inaugurare la campagna di azione diretta. Esso esprime la
determinazione della popolazione a condurre la lotta fino a che i diritti non
verranno riconosciuti e rispettati; manifesta la sua unita' e la sua capacita'
di autodisciplina. Il successo di un hartal implica che la popolazione abbia
forte coscienza della portata del conflitto in corso e abbia gia' dato segni
concreti della sua determinazione. Gandhi fece ricorso a questo metodo in
diverse occasioni. Fu proprio con un hartal che egli inauguro', il 6 aprile
1919, la prima campagna di azione diretta che segnava l'inizio della lotta
aperta dell'India contro il governo britannico per la sua indipendenza. Questo
metodo fu pure utilizzato a Budapest nel 1956, all'inizio della rivoluzione
ungherese.
L'hartal
puo' anche essere presentato come una giornata di "lutto nazionale"
deciso dalla popolazione al fine di esprimere i suoi sentimenti di fronte ad
una qualche decisione dei governo mirante a privarla di uno dei suoi diritti
essenziali.
-
Rinvio di titoli e di decorazioni. Il rinvio di titoli e di decorazioni non
puo' non avere un'influenza diretta nel rapporto di forze in campo. Esso e'
essenzialmente un gesto simbolico, ma in quanto tale nel suo impatto
sull'opinione pubblica puo' essere considerevole.
Nel
piano di non-cooperazione che egli compi' nel 1920, la prima tappa prevista da
Gandhi era il rinvio dei titoli e la rinuncia ai posti onorifici. Gandhi, come
d'abitudine, diede il primo esempio e il primo agosto 1920 restitui' al vicere'
le tre medaglie che gli erano state conferite per i suoi buoni e leali servizi
resi all'impero britannico.
Nel
1970 negli Stati Uniti i resistenti alla guerra del Vietnam organizzarono una
manifestazione di massa durante la quale soldati americani in congedo che
avevano partecipato a questa guerra gettarono a terra le loro decorazioni,
secondo una messinscena che dava a questo gesto un significato del tutto
particolare. Questa manifestazione impressiono' notevolmente l'opinione
pubblica sia nazionale che internazionale.
Si
puo' ragionevolmente pensare che se molte personalita' francesi in vista
(universitari, scrittori, vescovi...) decidessero di restituire al presidente
della Repubblica la loro Legione d'onore per protestare, ad esempio, contro le
vendite di armi, consentite dal governo francese, tanto al governo razzista del
Sudafrica quanto alla dittatura militare del Brasile, questo gesto non
mancherebbe di colpire vivamente l'opinione pubblica. Esso avrebbe una portata
non soltanto simbolica, ma realmente politica.
-
Lo sciopero. Lo sciopero illustra direttamente il principio di non-cooperazione.
Poiche' i capitalisti (nel senso tecnico della parola) devono in gran parte la
loro potenza economica e sociale alla cooperazione degli operai, e' possibile
per questi ultimi (quando sono vittime di una ingiustizia relativa sia alle
loro condizioni di lavoro, sia alle loro condizioni di salario) interrompere
questa cooperazione allo scopo di costringere i propri avversari di classe a
riconoscere i loro diritti. Certo, numerosi scioperi si sono svolti in un
contesto di violenza e sarebbe ridicolo pretendere di recuperare gli scioperi
operai nel campo della nonviolenza. Tuttavia, e' opportuno rilevare che se
delle forme di violenza hanno accompagnato molto spesso - non sempre - gli
scioperi, esse sono rimaste marginali rispetto all'azione di sciopero
propriamente detto. D'altronde resterebbe da dimostrare l'efficacia reale di
queste violenze, in rapporto all'evoluzione del conflitto. Qui e' importante
sottolineare che lo sciopero puo' essere organizzato attenendosi strettamente
allo spirito e ai principi della nonviolenza e, pensiamo, con maggiori
possibilita' di successo.
-
Il boicottaggio. Il principio del boicottaggio e' una variante del principio di
non-cooperazione. I proprietari di una impresa commerciale devono la loro
ricchezza alla cooperazione volontaria dei loro clienti. Il boicottaggio
consiste, quando per esempio i proprietari rifiutano di soddisfare una certa
rivendicazione del personale giudicata essenziale, nel ritirare loro il
beneficio di questa cooperazione al fine di esercitare su di essi una pressione
sociale che li costringa a cedere. Il potere di acquisto dei consumatori
diventa allora un vero potere sociale che si oppone al potere dell'avversario.
Certo, il boicottaggio puo' riuscire solo se una forte percentuale della popolazione
si unisce al movimento. Cio' dovrebbe essere possibile soprattutto quando
l'obiettivo e' particolarmente chiaro e preciso, poiche' la partecipazione a un
boicottaggio non comporta generalmente gravi inconvenienti.
Lo
sciopero e il boicottaggio condotti da Cesar Chavez negli Stati Uniti
illustrano in modo esemplare la possibilita' e l'efficacia della lotta
nonviolenta nel contesto della lotta di classe. Cesar Chavez non si e'
avvicinato agli oppressi per fornire loro il suo aiuto generoso. Egli e' nato
tra di loro. E' uno di loro. E' uno di quegli americani di origine messicana,
uno di quei chicanos che formano la maggior parte della manodopera dei vigneti
californiani. I chicanos costituiscono il tipo stesso di un sottoproletariato
inorganizzato e sfruttato. Tutti gli sforzi compiuti in precedenza erano stati
spezzati dai proprietari e votati al fallimento. Cesar Chavez ha lavorato
dapprima con Saul Alinsky nel quadro della Comunity Service Organisation e fu
in questo lavoro che egli scopri' in maniera empirica i principi della
strategia dell'azione nonviolenta. Solo piu' tardi egli scopri' Gandhi a cui si
riferi' costantemente cosi' come a Martin Luther King. Dopo aver rotto con
questa organizzazione, che giudicava troppo lontana dagli operai stessi, egli
decise di creare un sindacato. Prima di lanciare delle azioni di rivendicazione
impiego' parecchi mesi in un lavoro di "coscientizzazione" e di
organizzazione. Spinto dalle circostanze, quando non si sentiva ancora
sufficientemente pronto, nel 1965 diede slancio al suo movimento in uno
sciopero. Chavez volle sin dall'inizio che il movimento diventasse nonviolento
sia nello spirito che nei metodi. Questa scelta precisa fu sottoposta al voto
di tutti gli operai durante una manifestazione di preparazione allo sciopero e
approvata all'unanimita'. Picchetti di sciopero furono organizzati nei vigneti
dagli operai, allo scopo di proseguire il lavoro di coscientizzazione e di
persuadere quelli che accettavano ancora di lavorare che era loro interesse
fare sciopero e unirsi al movimento. Sin dall'inizio dello sciopero, i
proprietari reagirono brutalmente e cercarono di spezzare il movimento.
Inoltre, gli operai dovettero subire parecchi fastidi da parte delle autorita'
locali che si erano schierate a fianco dei proprietari. D'altra parte, i proprietari poterono
reclutare lavoratori "crumiri" in numero sufficiente da garantire la
raccolta dell'uva. Tuttavia, questa prima fase della lotta permise agli operai
di superare la loro paura e di prendere coscienza della loro forza.
Fu
a quel punto che Cesar Chavez decise di organizzare il boicottaggio dell'uva.
Picchetti di boicottaggio furono organizzati un po' ovunque negli Stati Uniti e
l'azione si rivelo' subito estremamente efficace. Venne effettuata una marcia
di cinquecento chilometri su Sacramento allo scopo di dare il massimo di
pubblicita' all'azione degli operai dei vigneti. A Boston, i leader del
boicottaggio diedero una rappresentazione del Boston Tea Party (e' noto che fu
gettando in mare un carico di te' britannico nel porto di Boston che inizio' il
processo che doveva portare la "Nuova Inghilterra" alla sua
indipendenza): dopo aver effettuato una sfilata attraverso la citta', essi
buttarono diverse casse di uva nel porto. Nel quadro del boicottaggio, furono
rappresentate scene satiriche allo scopo di drammatizzare la lotta agli occhi
della popolazione. L'opinione pubblica cosi' interpellata e informata si
schiero' sempre piu' numerosa in favore del movimento di Chavez. Versamenti di
fondi manifestarono concretamente la solidarieta' del paese e permisero al
movimento di assicurare agli scioperanti e alle famiglie il minimo vitale.
I
proprietari dei vigneti decisero allora di esportare il massimo di uva che
restava invenduta sul mercato degli Stati Uniti e del Canada. Ma, a San
Francisco, il sindacato degli scaricatori di porto rifiuto' di caricare l'uva
sulle navi che dovevano salpare per l'Oriente. In Inghilterra gli operai si
rifiutarono di scaricare piu' di trenta tonnellate di uva della California. La
stessa cosa si verifico' in Finlandia, in Svezia e in Norvegia. Ma, dal canto
suo, il Pentagono, le cui simpatie si indovina facilmente a chi andavano,
forni' un aiuto prezioso ai proprietari; opero' massicci acquisti di uva di cui
la maggior parte fu destinata ai soldati del Vietnam. Ma l'intervento
dell'esercito non fu in grado di spezzare il boicottaggio.
Infine,
dopo cinque anni di lotta, i proprietari dovettero cedere e il 29 luglio 1970
riconobbero il sindacato di Chavez e accettarono l'essenziale delle sue
richieste. Durante la riunione nella quale furono firmati gli accordi, Cesar
Chavez pote' affermare: "Oggi, nel momento in cui vi e' tanta violenza in
questo paese, siamo felici di mostrare che questo accordo giustifica la nostra
posizione: la giustizia sociale puo' essere realizzata attraverso l'azione
nonviolenta". Dopo questa vittoria Cesar Chavez divenne il leader di tutti
gli operai agricoli della California. Altre azioni furono intraprese e altri
successi ottenuti.
-
Lo sciopero degli affitti. Sul finire del XIX secolo, nel quadro della lotta
condotta dall'Irish Land League il cui fine era di "dare la terra al
popolo", "i contadini cattolici irlandesi si rifiutarono di pagare
l'affitto ai proprietari terrieri che erano in genere inglesi molto
ricchi" (D. De Ligt).
In
conclusione, nonostante la mobilitazione di 15.000 poliziotti e di 40.000
soldati, il movimento ottenne un largo successo.
Nel
maggio del 1965, il primo sciopero promosso da Cesar Chavez non fu diretto
contro i proprietari dei vigneti, ma contro coloro che affittavano agli operai
agricoli capanne di una sola stanza, col tetto metallico, prive di finestre e
acqua corrente, costruite provvisoriamente nel 1937. Era stato appena deciso un
aumento di affitto che elevava il prezzo da diciotto a venticinque dollari.
Cesar Chavez giudico' inammissibile questo aumento e lancio' la parola d'ordine
dello sciopero degli affitti. Nel novembre dello stesso anno, gli operai videro
trionfare la loro causa.
-
Il rifiuto collettivo dell'imposta. E' opportuno precisare sin dall'inizio che
il rifiuto di pagare l'imposta non potrebbe giustificarsi come opposizione al
principio stesso dell'imposta. Non soltanto e' legittimo, ma e' necessario che
i membri di una comunita' partecipino al finanziamento delle realizzazioni
della comunita' stessa. Il pagamento dell'imposta e' l'esercizio pratico della
solidarieta' che deve legare tutti i membri della medesima comunita'. Non si
puo' pertanto opporsi al pagamento dell'imposta che quando questa viene ad
alimentare delle ingiustizie di cui ci si rifiuta di essere complici e che si
vogliono denunciare e combattere pubblicamente.
Il
rifiuto di pagare interamente o in parte l'imposta puo' concepirsi in due
prospettive diverse. Puo' trattarsi innanzitutto di far cessare un'ingiustizia
di cui si e' personalmente vittima. Quando, ad esempio, delle imposte
colpiscono una certa categoria sociale o un certo settore d'attivita' in modo abusivo,
diventa legittimo per coloro che sono vittime di questo abuso il rifiuto di
pagare queste imposte allo scopo di obbligare il governo a rendere loro
giustizia. Cosi' il rifiuto collettivo dell'imposta praticato a Bardoli, in
India, nel 1928, si rivelo' un mezzo efficace di lotta nelle mani dei contadini
contro l'arbitrio del governo di Bombay. Questo aveva deciso un aumento del 22%
dell'imposta sul ricavato agricolo. Dopo aver tentato, ma invano, di ottenere
l'annullamento di questa decisione attraverso vie legali, i contadini decisero
di organizzare la resistenza. Fecero percio' appello a Patel, un avvocato che
aveva rinunciato alla sua professione per seguire Gandhi. Sotto la guida di
Patel, i contadini decisero di rifiutarsi di pagare l'imposta fino a che
avessero ottenuto o l'annullamento dell'aumento del 22%, o la creazione di una
commissione d'inchiesta che potesse giudicare imparzialmente la loro
situazione. Il governo si rifiuto' di cedere e decise al contrario di
esercitare una brutale repressione, praticando in particolare numerosi
pignoramenti sui beni e sulle terre dei contadini, e procedendo a numerosi
arresti. Ma i contadini non cedettero e si attennero strettamente alle
indicazioni nonviolente date da Patel. Gandhi sostenne pubblicamente l'azione.
Tutta l'India segui' con molta attenzione l'evoluzione dei fatti e manifesto'
concretamente la propria solidarieta' inviando a Patel considerevoli somme di
denaro. I giornali inglesi fecero eco all'azione dei contadini e l'opinione
pubblica inglese, scossa da questa insurrezione pacifica, si risveglio'. Fu
aperto un dibattito alla Camera dei Comuni sui fatti di Bardoli. Infine le
autorita' di Bombay furono costrette a cedere, sei mesi dopo l'inizio della
campagna di sfida, e a nominare una commissione d'inchiesta. Questa convenne
che l'aumento dei 22% deciso non poteva giustificarsi. Essa "decise in conclusione che
l'aumento non doveva superare il 6,25%. Tuttavia, essendosi la commissione
dichiarata incompetente nel giudicare certi elementi del dossier, questi, su
pressante richiesta dei contadini, furono presi in considerazione nell'accordo
finale in modo tale che praticamente non fu deciso alcun aumento d'imposte a
Bardoli" (Joan Bondurant). "Dopo tanti anni d'inerzia - osserva Nanda
- questo successo costitui' uno stimolo senza precedenti (...), poiche' questa
campagna aveva rivelato un'energia latente che si poteva sperare d'impegnare
nella lotta per la liberazione del paese".
In
secondo luogo, puo' invece trattarsi di opporsi ad una decisione ingiusta del
governo non accettando che il finanziamento di questa ingiustizia venga
assicurato con i propri denari e mettendo in opera tutto cio' che e' possibile
per costringere il governo a tornare su questa decisione. Quando gli strumenti
di controllo previsti dalla costituzione si rivelano inefficaci, questo mezzo
permette alla popolazione di esercitare un controllo effettivo sull'azione del
governo. Osserviamo che conviene in questo caso non tenere per se' i soldi
"risparmiati" sulle proprie imposte ma versarli a organismi o
movimenti che partecipano direttamente alla lotta contro l'ingiustizia in
questione. Certo, il governo sara' generalmente ben provvisto di mezzi
repressivi che dovrebbero consentirgli in particolare, attraverso trattenute
sui salari o pignoramenti sui beni, di recuperare il denaro che egli e' stato
rifiutato, senza contare le ammende che non mancheranno di colpire i
contribuenti refrattari. Tuttavia l'impatto che si cerca non e' finanziario, ma
politico, e questa repressione deve venire ad accrescerlo. Se il numero di
coloro che rifiutano l'imposta in queste circostanze diventasse notevole,
l'efficace di un simile gesto potrebbe essere molto grande. Siccome pero' il costo di quest'azione
potrebbe anche essere elevato, quelli che decidono di ricorrervi devono avere
piena coscienza delle sue conseguenze e devono essere pronti ad assumersele
fino in fondo. E' fondamentale percio' che essi possano contare, se dovesse
occorrere, sulla solidarieta' effettiva di un gruppo di sostegno, in particolare
dal punto di vista finanziario.
Negli
Stati Uniti, alcuni militanti contro la guerra dei Vietnam si rifiutavano di
pagare una parte delle loro imposte allo scopo di rifiutare ogni complicita'
personale con quella guerra e di denunciarla pubblicamente.
In
Francia, diverse persone appartenenti alla Comunita' di Ricerca e di Azione
Nonviolenta di Orleans hanno incominciato nel
-
L'obiezione di coscienza. L'obiezione di coscienza in passato non si inseriva
il piu' delle volte nel quadro di una strategia dell'azione nonviolenta. Essa
si basava fondamentalmente su una esigenza morale e/o religiosa che proibiva
l'omicidio e aveva innanzitutto un carattere individualista.
L'obiezione
di coscienza politica puo' concepirsi secondo due prospettive. In primo luogo,
puo' trattarsi, per coloro che sono convinti dell'efficacia dei metodi
nonviolenti in caso di aggressione straniera diretta contro la propria nazione,
di rivendicare il diritto di essere riconosciuti cittadini a tutti gli effetti
pur scegliendo la via della nonviolenza. Infatti e' inammissibile che gli Stati
impongano a tutti i cittadini il mezzo della violenza come il solo modo di
assumersi le responsabilita' civiche nel caso di un conflitto internazionale.
In questa prospettiva l'obiettore di coscienza deve svolgere un servizio
nazionale durante il quale e' suo diritto-dovere prima di ogni cosa studiare
teoricamente i principi e i metodi della nonviolenza e prepararsi a metterli
successivamente in pratica. Precisiamo che nei paesi in cui esiste una legge
che riconosce l'obiezione di coscienza, cio' non vuol dire che la nonviolenza
abbia ottenuto diritto di cittadinanza. Infatti questa legge e' stata
generalmente accordata al solo scopo di risolvere qualche singolo caso che diventava
sempre piu' scomodo. La nonviolenza, tuttavia, continua ad essere disprezzata
dal governo come un'idea ingenua e pericolosa.
In
secondo luogo, l'obiezione di coscienza puo' essere utilizzata come mezzo per
opporsi alla politica del governo, in un certo campo, in particolare quando
nell'esecuzione di questa politica riveste primaria importanza il ruolo giocato
dall'esercito. In questo caso, l'obiezione di coscienza e' un metodo
nonviolento impiegato per combattere una politica precisa, anche se essa non
implica, come nel caso precedente, un'opzione fondamentale per la nonviolenza.
Cosi', in Francia durante la guerra d'Algeria, molti giovani chiamati alle
armi, giudicando ingiusta questa guerra, si sono rifiutati di mettersi a
disposizione dell'autorita' militare e hanno dichiarato la propria obiezione di
coscienza. Essi si opponevano a quella guerra con un metodo nonviolento di
non-cooperazione, ma cio' non significava necessariamente che essi si
opponessero a ogni guerra e che non fossero pronti a ricorrere alla violenza in
altre circostanze.
-
Lo sciopero della fame illimitato. Uno sciopero della fame illimitato non ha
piu' per fine, come e' il caso dello sciopero della fame limitato, di
protestare contro un'ingiustizia. Quelli che ricorrono ad esso sono
intenzionati a proseguirlo fino al raggiungimento degli obiettivi che si sono
fissati, fino a quando, cioe', venga eliminata l'ingiustizia che essi
denunciano. Questa azione pone numerosi e gravi problemi tali da far pensare
che essa non sia un mezzo che possa trovare il suo posto nella strategia
dell'azione nonviolenta. Inoltre, non possiamo affatto citare qui come esempio
i digiuni illimitati intrapresi da Gandhi. Il loro significato e la loro
efficacia devono spiegarsi essenzialmente nell'influsso del tutto eccezionale
esercitato da Gandhi sulla popolazione indiana. Per di piu', e' in questo caso
che religione e politica si trovano inestricabilmente mescolate
nell'atteggiamento di Gandhi. Cosi', a proposito del digiuno illimitato deciso
da Gandhi nel settembre 1932, il suo biografo Nanda scrive: "Gandhi,
tuttavia, non doveva giustificarsi con nessuno tranne che con la propria
coscienza o, come lui diceva, con il suo creatore". Ci conviene percio'
cercare altrove i criteri per definire a quali condizioni uno sciopero della
fame illimitato puo' essere intrapreso conformemente alle esigenze della
nonviolenza.
Innanzitutto,
deve essere scrupolosamente rispettato anche qui cio' che e' richiesto per le
altre azioni dirette nonviolente, vista la natura particolare dell'azione e la
gravita' dei rischi che devono correre gli attori. In particolare, e'
necessario che questi abbiano in precedenza fatto ricorso ad altre iniziative
per farsi ascoltare dall'avversario e che quest'ultimo si sia ostinatamente
rifiutato di prenderli in considerazione. Uno sciopero della fame illimitato
non puo' essere intrapreso che per motivi particolarmente gravi, quando e'
apparso, dopo un'analisi dettagliata del dossier, che l'obiettivo ricercato
puo' essere raggiunto nello spazio di tempo che esso consente. Uno sciopero
della fame illimitato intrapreso su un obiettivo impossibile da raggiungersi,
oltre ad essere un gesto disperato di protesta, non sarebbe un'azione
nonviolenta. Questo atteggiamento si avvicinerebbe invece a quello di coloro
che si immolano con il fuoco. Pur non volendo esprimere qui un giudizio sul
significato e sul valore che simili gesti possono avere - soprattutto quando
questi si collocano nella prospettiva di una filosofia o di una religione
orientale -, ci teniamo a sottolineare che essi non possono entrare a far parte
di una strategia dell'azione nonviolenta.
Resta
il fatto che ogni sciopero della fame illimitato comporta, per chi lo
intraprende seriamente, il rischio di morire. Tutte le precauzioni prese per
assicurare l'efficacia dell'azione non possono garantire in assoluto la sua
riuscita. Ma ci sono delle cause che giustificano questo rischio. E colui che
decide di correrlo volontariamente deve assumersene la responsabilita' fino
alle sue piu' estreme conseguenze. Esercitare pressioni sull'avversario e
minacciarlo facendogli capire che non cedendo diverrebbe responsabile delle
sofferenze e, nel caso estremo, della morte di coloro che fanno lo sciopero
della fame, costituirebbe un inammissibile ricatto. Le sole responsabilita' che
gli devono essere attribuite durante lo sciopero sono quelle che egli porta
effettivamente a proposito dell'ingiustizia denunciata e combattuta. Le
pressioni che devono essere esercitate nei confronti dei responsabili
dell'ingiustizia non devono affatto mettere in evidenza le sofferenze degli
scioperanti della fame, ma le sofferenze di coloro che sono vittime
dell'ingiustizia.
Perche'
l'obiettivo possa essere raggiunto in uno spazio di tempo cosi breve, e'
necessario che l'opinione pubblica sia gia' sensibilizzata riguardo
all'ingiustizia di cui si vuole ottenere l'eliminazione. La funzione di uno
sciopero della fame illimitato e' di opporsi a una ingiustizia contro cui si e'
delineata una maggioranza, rimasta pero' ancora silenziosa. L'ingiustizia e'
gia' stata identificata come tale, ma non ne e' stata veramente percepita la
sua gravita'. La tentazione di rassegnarsi e' piu' forte della volonta' di
agire. La maggioranza potra' allora trovare nell'azione degli scioperanti
l'espressione del proprio sentimento e del proprio pensiero. Essa avra' cosi'
modo di esprimersi e di agire a sua volta allo scopo di esercitare il proprio
potere politico per far fallire il potere di coloro che sono responsabili
dell'ingiustizia. Lo sciopero della fame illimitato svolge allora il ruolo di
catalizzatore che mobilita e mette in moto per una stessa azione delle energie
rimaste latenti. A questo punto facciamo nostra l'affermazione di Gandhi
secondo cui e' piu' conveniente intraprendere il digiuno contro i propri amici,
che contro i propri nemici.
La
pressione, che dovra' essere decisiva per il raggiungimento dell'obiettivo
fissato, non deve essere quella dello sciopero della fame, ma quella che e'
stata suscitata dallo sciopero della fame. Cosi', quando si conduce la lotta
contro una decisione del governo, lo sciopero della fame illimitato non ha come
fine diretto quello di farlo cedere, ma di cristallizzare l'opposizione e la
determinazione della popolazione perche' questa faccia cadere il governo. E'
percio' necessario che gli scioperanti possano contare immediatamente su
appoggi, innanzitutto a livello dell'informazione ma anche a livello
dell'azione. Cio' richiede che organizzazioni che giocano un ruolo importante
nei confronti dell'opinione pubblica, come i partiti politici, i sindacati e le
Chiese, e anche personalita' influenti, condividano nella parte essenziale,
prima ancora dell'inizio dello sciopero, l'analisi e l'obiettivo di coloro che
sono decisi ad intraprenderlo e siano pronti a sostenerlo. Per costringere
l'avversario a cedere, sara' dunque necessario che siano organizzate altre
manifestazioni nonviolente: non soltanto manifestazioni pubbliche ma pure
azioni di non-cooperazione, magari di disobbedienza civile. E' compito di
coloro che hanno preso l'iniziativa dei movimento di resistenza, cioe' degli
scioperanti, suggerire quali sono le possibilita' concrete di azione. Dovra'
essere costituito un comitato direttivo con il compito di coordinarle.
Ricordiamo
che fu attraverso uno sciopero della fame illimitato che Louis Lecoin, all'eta'
allora di settantaquattro anni, ottenne il riconoscimento legale in Francia
dell'obiezione di coscienza. Nell'ottobre dei 1958, il comitato di sostegno
degli obiettori di coscienza consegno' al governo il progetto di uno statuto.
Nonostante tutti i passi intrapresi, non fu dato alcun seguito a questo
progetto. Tuttavia, interrogato in privato, soprattutto da Albert Camus, il
generale De Gaulle rispose che gli obiettori avrebbero avuto uno statuto, ma
che bisognava attendere il momento opportuno, cioe' la fine della guerra
d'Algeria. All'inizio del 1962, Lecoin stimo' che non c'era piu' niente che
poteva opporsi all'approvazione di questo statuto. Egli decise percio'
d'impegnarsi in una prova di forza con il governo. Il 28 maggio scrisse al
generale De Gaulle per informarlo che avrebbe incominciato dal primo di giugno
uno sciopero della fame affinche' le buone intenzioni manifestate fin allora a
favore degli obiettori di coscienza si traducessero nei fatti. A partire dal primo
di giugno Lecoin si astenne percio' da qualsiasi nutrimento. Dopo qualche
giorno, i giornali e la radio diedero abbondanti informazioni sull'azione di
Lecoin. Ben presto dagli ambienti vicini al presidente della Repubblica
arrivarono promesse ufficiose. Lo stesso generale De Gaulle disse ad una
persona molto vicina a lui: "Non voglio vedere morire il signor
Lecoin". Il vecchio anarchico volle pero' proseguire il suo sciopero fino
a che una decisione non fosse stata presa ufficialmente. L'opinione pubblica,
interpellata, incomincio' a mobilitarsi. Furono promosse numerose iniziative a
sostegno dell'azione di Lecoin. Il 15 giugno, alcuni poliziotti, accompagnati
da un medico legale, fecero irruzione nella camera di Lecoin e lo trasportarono
all'ospedale. Il 21 giugno, il primo ministro Georges Pompidou informo' che il
governo aveva deciso di sottoporre all'Assemblea nazionale, durante la sessione
in corso, un progetto di legge per il riconoscimento degli obiettori di
coscienza. Lecoin poteva a quel punto ritenersi
del tutto soddisfatto. Tuttavia egli richiese che se, per un qualsiasi motivo,
il Parlamento non avesse potuto discutere il progetto durante la sessione in
corso e fosse stato costretto a spostare l'esame a una data ulteriore, gli
obiettori incarcerati fossero liberati in attesa di un voto definitivo. La sera
dei 22 giugno il governo diede questa assicurazione e Lecoin cesso' il suo
sciopero. Bisogno' pero' aspettare il 24 luglio 1963 perche' l'Assemblea
potesse discutere il progetto di legge. Lecoin assistette ai dibattiti. Ma
numerosi emendamenti, di cui molti furono presentati dal deputato Michel Debre'
che si trovava purtroppo "in posizione critica rispetto al governo",
mutilarono il progetto iniziale che purtuttavia era stato accettato dallo stesso
generale De Gaulle. A quel punto Lecoin, non potendo sopportare ulteriormente,
si alzo' e grido': "E' una vergogna, e' uno scandalo". Gli uscieri e
i poliziotti lo bloccarono e lo portarono in questura. Alla fine, cio' che
resto' del progetto fu votato definitivamente il 22 dicembre 1963.
-
Lo sciopero generale. Nella sua Histoire socialiste Jaures riporta la seguente
dichiarazione che Mirabeau pronunzio all'Assemblee des Etats de Provence
rivolgendola all'indirizzo di "tutti i gentiluomini e signorotti che
intendevano tutelare gli interessi della classe produttiva": "State
attenti, non sdegnate questo popolo che produce tutto, questo popolo che per
essere formidabile non dovrebbe che rimanere immobile". E Jaures osserva
che Mirabeau diede in questa occasione "la piu' potente e la piu'
sbalorditiva formula di cio' che chiamiamo oggi sciopero generale". Cosi'
definito, lo sciopero generale di tutto un popolo, deciso a spezzare il giogo
della tirannide e dell'oppressione che pesa sulle sue spalle e a diventare
padrone dei proprio destino, e' l'esemplificazione piu' perfetta del principio
di non-cooperazione.
Nel
suo famoso libro Considerazioni sulla violenza, Georges Sorel fa l'apologia
della "violenza proletaria". Ma nell'affermare con forza la
necessita' della violenza per la liberazione dei proletariato, Sorel non
intende incitare gli operai a buttarsi in uno scontro sanguinoso con gli
eserciti della borghesia. Al contrario, egli si rammarica del fatto che la
parola rivoluzione evochi generalmente questa immagine, e rifiuta questa
prospettiva che, egli afferma, appartiene al passato. "Per moltissimo
tempo - egli scrive -
Cosi'
Sorel, ed e' in cio' che la sua analisi ci sembra interessante, tenta di
sostituire nella coscienza operaia il mito della guerra rivoluzionaria con la
quale il proletariato schiaccia definitivamente la borghesia in un bagno di
sangue - e noi sappiamo quanti "rivoluzionari" in tutto il mondo sono
ancora legati piu' o meno coscientemente a questo mito -, con il mito dello
sciopero generale con il quale il proletariato pone fine all'oppressione
capitalistica e inaugura con entusiasmo l'era del socialismo. Comunque, esiste
effettivamente una tradizione operaia in cui lo sciopero generale concentra
tutte le speranze del proletariato.
Barthelemy De Ligt ci ricorda una canzone che una volta "si cantava
dappertutto: nelle famiglie, nelle assemblee e nelle officine". Essa
illustra questa tradizione in modo particolarmente significativo:
"0
tu che ti chini verso la terra / La tua fronte e' pallida dal dolore /
Sollevati, fiero proletario / Un migliore avvenire appare all'orizzonte! / Non
a colpi di mitraglia / Il Capitale vincerai / Per vincere la battaglia / Non
avrai che da incrociar le braccia! / Per la caduta fatale / Degli sfruttatori
tiranni, / Lo sciopero generale / Ci fara' trionfanti! / La migliore arma per
abbattere / I difensori del Capitale, / Questa orrenda razza matrigna, / e' lo
sciopero generale".
Rosa
Luxemburg ha consacrato allo sciopero generale uno studio documentato e
dettagliato, facendo riferimento essenzialmente all'esperienza della
rivoluzione russa del 1905. Per molto tempo lo sciopero generale fu combattuto
in seno ai partiti comunisti come un'idea pericolosa, propagandata dagli
anarchici e capace di portare il movimento rivoluzionario fuori dalle vie
realiste. Su questo punto, Engels aveva vivamente attaccato Bakunin. Ma Rosa
Luxemburg non esita ad affermare: "Lo sciopero di massa (...) appare oggi
l'arma piu' potente della lotta politica per i diritti politici".
Analizzando gli avvenimenti sopravvenuti in Russia, Rosa Luxemburg sottolinea
che "lo sciopero di massa non puo' essere "fatto"
artificiosamente, non puo' essere "deciso" nel cielo azzurro, ne'
"propagandato", ma che esso e' un fenomeno storico che in un certo
momento risulta dalle condizioni sociali con la forza della necessita'
storica".
Percio'
"il Partito deve - se si osa adoperare questo termine - agganciarsi al
movimento di massa, quando lo sciopero sia stato spontaneamente intrapreso, e
ha il compito di dargli un contenuto politico e delle parole d'ordine giuste.
Se non ne ha l'iniziativa, deve averne la direzione e l'orientamento politico.
E' soltanto cosi' che potra' impedire che l'azione si perda e rifluisca nel
caos".
Se
ci riferiamo allo sciopero di massa avvenuto in Francia, nel maggio del '68,
non possiamo che essere sorpresi dalla giustezza delle affermazioni di Rosa
Luxemburg. E' vero che nel 1968 lo sciopero generale non e' stato ne'
suscitato, ne' deciso, ne' organizzato da alcun partito ne' organizzazione ma
che esso e' stato intrapreso spontaneamente da un movimento venuto dalle masse
stesse. E' pure vero che, per il fatto di non aver intravisto come possibile un
tale fenomeno, i diversi partiti e le diverse organizzazioni che si ritiene
rappresentino gli interessi delle masse, sono stati presi alla sprovvista. Si
sono trovati nell'incapacita' di dare un contenuto politico coerente allo
sciopero generale e non hanno potuto "impedire che l'azione si disperdesse".
Cosi', anche se appare difficile preparare a medio termine, per tale giorno e a
tale ora, l'inizio di uno sciopero generale, e' opportuno che quest'ultimo
venga tenuto in considerazione come un elemento essenziale della prospettiva
rivoluzionaria. La sua possibilita' concreta deve essere ricercata in certe
circostanze sociali particolari, allo scopo di potere allora dominare e
orientare l'avvenimento e di far riuscire per quell'occasione i progetti da cui
dipende l'avvento di un "socialismo dal volto umano".
*
b.
Azioni dirette d'intervento
Se
la manifestazione e' un confronto diretto con il pubblico che si cerca di far
aderire alla propria causa perche' eserciti una pressione capace di provocare
il cambiamento ricercato, se l'azione di non-cooperazione ha lo scopo di
inaridire le fonti del potere dell'avversario e di costringerlo a soddisfare le
rivendicazioni che gli vengono presentate, l'intervento nonviolento e' un
confronto diretto con l'avversario attraverso il quale ci si sforza di provocare
il cambiamento nei fatti. Con l'intervento nonviolento si porta il conflitto
nel campo dell'avversario che e' posto di fronte ai fatti compiuti, per cui lo
scontro diventa inevitabile. L'intervento provoca deliberatamente le
rappresaglie e la repressione, per cui i rischi in cui si incorre devono essere
accuratamente calcolati.
-
Il sit-in. Il piu' noto metodo di intervento diretto nonviolento e' il sit-in
(letteralmente: stare seduti dentro) che fu impiegato soprattutto dai neri
negli Stati Uniti per ottenere la fine della segregazione nei ristoranti, nei
cinema, nelle biblioteche, ecc. Si tratto' allora di sfidare i responsabili di
quei locali pubblici mettendoli di fronte al fatto compiuto e di obbligarli a
cedere di fronte alla pressione sociale cosi' esercitata.
Generalmente
il sit-in e' un'occupazione che si fa stando seduti nei locali di proprieta'
dell'avversario allo scopo di imporsi a lui come interlocutori necessari e di
obbligarlo a riconoscere i diritti che si e' rifiutato, fino a quel momento, di
prendere in considerazione. Durante uno sciopero operaio, questo metodo
dovrebbe consistere nell'occupare pacificamente gli uffici del padrone per
costringerlo a negoziare nel caso che si rifiuti di farlo. Esso dovrebbe essere
sistematicamente preferito al sequestro del padrone nel suo ufficio, per
ragioni morali e tattiche, e dovrebbe rivelarsi piu' efficace.
In
senso lato il sit-in consiste nello svolgere una manifestazione sedendosi in un
luogo pubblico. Questo metodo puo' essere impiegato in particolare da quelli
che partecipano ad una manifestazione che rischia di scontrarsi con le forze di
polizia. Essa permette allora un'occupazione efficace del terreno che diventa
molto difficile da "pulire", e permette alla manifestazione di
durare. E' possibile allora che le forze di polizia indietreggino di fronte
alla responsabilita' di caricare, a colpi di sfollagente e di bombe
lacrimogene, una folla silenziosa il cui solo torto e' di star seduta in una
strada per far valere i propri diritti. Ma e' anche possibile che esse non
indietreggino e si decidano invece a fare una carica. Queste due possibilita'
si sono verificate negli Stati Uniti nel corso di manifestazioni nonviolente
dei neri in lotta per 1'integrazione. Si tratta di valutare nel modo piu' giusto
possibile il rischio che si corre, partendo dall'analisi del clima politico e
sociale nel quale si svolge la manifestazione. Se si prendera' la decisione di
andare fino in fondo, e' opportuno che le prime file dei manifestanti siano
particolarmente preparate, sia psicologicamente che tecnicamente, ad affrontare
le cariche della polizia e conoscano in particolare i metodi elementari di
protezione che devono essere presi in quel momento (si tratta soprattutto di
proteggersi la nuca con le mani). Se la polizia non osa disperdere la
manifestazione con la violenza, si trova costretta a portar via uno alla volta
tutti i manifestanti.
Si
puo' dare allora la parola d'ordine di rifiutare qualsiasi cooperazione con le
forze di polizia, e cioe' di "diventare molli" (come dicono gli
anglosassoni) e lasciarsi "manipolare" con calma dai poliziotti
mentre questi riempiono i furgoni destinati a ricevere i manifestanti.
-
L'ostruzione. L'ostruzione consiste nell'impedire la libera circolazione su una
via pubblica facendo dei proprio corpo un ostacolo inevitabile per chi volesse
passare. Questo metodo e' stato utilizzato in particolare in occasione di
scioperi operai per impedire ai non-scioperanti di accedere al loro posto di
lavoro. Si e' pure ricorso a questo procedimento per ottenere l'arresto e
l'immobilizzazione di veicoli che servono ad alimentare direttamente, sia in
uomini che in materiali, l'ingiustizia che si combatte. Puo' essere utilizzata
anche per impedire una costruzione giudicata indesiderabile come quella di una
base militare, di una centrale atomica o di una realizzazione di prestigio che
costituirebbe un'ingiuria per i poveri: si tratterebbe in questi casi di
occupare il cantiere e di impedire agli operai di lavorare. Si puo' anche
concepire l'ostruzionismo simbolico dell'ingresso di un edificio ufficiale:
ostruendo ad esempio l'ingresso del ministero della Difesa nazionale per
protestare contro la vendita di armi che vanno ad alimentare l'oppressione in
diversi paesi stranieri.
In
genere, e' preferibile che l'ostruzione sia compiuta da un gran numero di
persone piuttosto che da poche. Vi sono soprattutto meno pericoli e l'azione
sara' capita meglio dal pubblico.
In
questi ultimi tempi, si sono sviluppate altre tecniche di ostruzione: non si
tratta piu' soltanto di fare ostruzione con il proprio corpo ma con la propria
automobile, con il proprio trattore, o con il proprio camion. Il fine
dell'ostruzione qui non e' piu' di impedire gli spostamenti dell'avversario o
di rendere impossibile la cooperazione con lui, ma di impedire semplicemente la
circolazione al fine di creare il fatto che consenta di far conoscere
l'ingiustizia all'opinione pubblica. E' noto che in Francia i commercianti, gli
agricoltori e i camionisti sono ricorsi a queste tecniche, e generalmente con
successo.
-
L'usurpazione civile. Invece che abbandonare il proprio posto e interrompere
ogni attivita', puo' essere piu' efficace, per dare scacco al sistema,
sovvertirlo dall'interno restando al proprio posto. Si tratta allora di
ignorare volutamente le istruzioni che giungono dall'alto e d'impegnarsi a
seguire, nel proprio lavoro, le disposizioni dei movimento di resistenza.
Invece di scioperare, questa o quella categoria di funzionari o di
professionisti puo' esercitare sul governo una pressione maggiore mettendo a
disposizione del movimento "le sue armi e i suoi bagagli". Questo
metodo di azione e' chiamato "usurpazione civile". Theodor Ebert ne
da' la seguente definizione: "Lungi dall'interrompere il lavoro, gli
insorti si assumono direttamente l'organizzazione dei lavoro secondo i metodi
del sistema sociale che essi auspicano ed e' l'ampiezza di questa azione che
costringe gli attuali detentori del potere ad adattarsi alle strutture create
dagli insorti". Ci sembra opportuno precisare che non si tratta qui di
fare evolvere le strutture dall'interno sforzandosi di sfruttare il piu'
possibile il margine d'iniziativa lasciato dal sistema. Salvo qualche
eccezione, questo comportamento avalla maggiormente il sistema piu' di quanto
non lo metta in discussione. Serve spesso di pretesto a chi non ha il coraggio
di rifiutare apertamente la propria collaborazione con l'ingiustizia.
L'usurpazione civile si colloca certamente all'interno delle strutture, pero'
essa opera una rottura con il sistema dominante e sfida apertamente la
gerarchia. Si tratta di dirottare le strutture dal fine che e' loro assegnato
dal sistema e di rivolgere la loro efficacia contro di esso.
Questo
metodo puo' essere utilizzato allo scopo di incominciare a realizzare
direttamente nei fatti il cambiamento sociale che si vuole promuovere, invece
che esercitare una pressione per ottenerlo.
Arriviamo percio' alla nozione di "controllo operaio" cosi'
come e' stato gia' espresso nel contesto della lotta di classe.
"L'assunzione del controllo da parte dei lavoratori significa che questi
smettono di giocare secondo le regole. Significa che essi stessi decidono delle
loro condizioni di lavoro, e soprattutto della loro produzione. Significa
rifiutare totalmente la collaborazione con il sistema esistente. Significa
farsi carico della vita dell'impresa (formazione professionale, ritmi,
sicurezza, orari, ripartizione dei lavoro, movimenti del personale...). (...)
La strategia del fatto compiuto e' sempre comprensibile a condizioni che sia
onesta' fin dall'inizio della sua proposta. Infatti, non bisogna nascondere ai
lavoratori che l'esercizio del controllo non puo' essere transitorio e legato
ad un rapporto di forza. Cio' finisce sempre in uno scontro globale con
l'avversario di classe (lock-out...). Ma soprattutto, l'esercizio dei controllo
collettivo resta la forma migliore di apprendimento da parte dei proletariato
delle responsabilita' che l'attendono per la presa del potere e la transizione
verso il socialismo" ("Le controle ouvrier").
Cosi',
invece di porsi in sciopero per reclamare nuovi ritmi di lavoro in fabbrica,
gli operai decidono da soli di lavorare con i nuovi ritmi e instaurano in
fabbrica una situazione di fatto. La pressione cosi' esercitata puo' rivelarsi
piu' efficace.
L'usurpazione
civile realizza contemporaneamente sia il programma di non-cooperazione con il
quale ci si rifiuta di servire un sistema ingiusto, sia il programma
costruttivo che permette di realizzare nei fatti le soluzioni concrete proposte
dal movimento. I settori di attivita' sociale, in cui l'organizzazione dei
lavoratori e' riuscita a soppiantare la direzione legata al sistema e in cui
diventa possibile applicare concretamente i principi della nuova societa',
costituiscono dei "territori liberati".
Certo,
anche qui si dovra' fare i conti con i mezzi di risposta di cui dispone
l'avversario. Egli tentera' di porre fine a questa usurpazione e di riprendere
possesso dei servizi amministrativi o dei settori sociali che sono sfuggiti al
suo controllo. Questa risposta dell'avversario potra' essere piu' o meno
efficace a seconda dei rapporti di forza gia' esistenti. Puo' divenire
necessario evacuare i territori momentaneamente liberati e organizzare la
resistenza facendo ricorso unicamente ai metodi classici di non-cooperazione, e
cioe' alle diverse forme di sciopero. Ma e' anche possibile che l'avversario si
trovi disarmato per riprendere questi territori e che questi giochino allora un
ruolo determinante nell'evoluzione del conflitto.
-
Usurpazione delle funzioni governative e governo parallelo. Quando tutto un
paese e' abbandonato all'arbitrio di un governo che intende imporre il dominio
rinnegando tutti i principi della vita democratica, non si tratta piu' soltanto
di opporsi a una legge particolare, si trattera' di opporsi al governo.
Converra' percio', allo scopo di bloccare i meccanismi del governo e di
paralizzarlo, estendere la disobbedienza civile alle leggi che, pur non essendo
di per se stesse ingiuste, servono nondimeno ai progetti del governo.
Nella
misura in cui la disobbedienza civile avra' potuto essere organizzata su scala
nazionale, i leader dei movimento di resistenza potranno essere considerati
come rappresentanti dell'autorita' legittima del paese. Se la situazione
l'esiga e lo permetta - e bisogna ammettere che cio' si puo' verificare solo
eccezionalmente - il movimento di resistenza puo' essere condotto a usurpare
certe funzioni governative, fino a creare un governo parallelo. La popolazione
ignorerebbe allora sistematicamente le decisioni del governo per obbedire solo
alle disposizioni del movimento di resistenza. "Quando un gruppo di uomini
rinnega lo Stato sotto la cui dominazione hanno vissuto fino ad allora - scrive
Gandhi -, essi costituiscono quasi un proprio governo. Dico "quasi"
perche' essi non arrivano al punto d'impiegare la forza quando lo Stato
resiste".