GUENTHER
ANDERS: TESI SULL'ETA' ATOMICA
[Abbiamo
ripreso questo breve ma capitale testo dall'appendice all'edizione italiana del
libro di Guenther Anders, Der Mann auf der Brueke. Tagebuch aus Hiroshima und
Nagasaki, apparso col titolo Essere o non essere, presso Einaudi, Torino 1961,
nella traduzione di Renato Solmi (questo maestro grande e generoso che cogliamo
l'occasione per salutare e ringraziare ancora una volta). Come li' si
specifica, queste Tesi sull’eta' atomica sono "un testo improvvisato dall'autore
dopo un dibattito sui problemi morali dell'eta' atomica organizzato da un
gruppo di studenti dell'Universita' di Berlino-Ovest, e uscito nell’ottobre
1960 nella rivista 'Das Argument - Berliner Hefte fuer Politik und Kultur' -
nota del traduttore".
Guenther
Anders (pseudonimo di Guenther Stern, "anders" significa
"altro" e fu lo pseudonimo assunto quando le riviste su cui scriveva
gli chiesero di non comparire col suo vero cognome) e' nato a Breslavia nel
1902, figlio dell'illustre psicologo Wilhelm Stern, fu allievo di Husserl e si
laureo' in filosofia nel 1925. Costretto all'esilio dall'avvento del nazismo,
trasferitosi negli Stati Uniti d'America, visse di disparati mestieri. Tornato
in Europa nel 1950, si stabili' a Vienna. E' scomparso nel 1992. Strenuamente
impegnato contro la violenza del potere e particolarmente contro il riarmo
atomico, e' uno dei maggiori filosofi contemporanei; e' stato il pensatore che
con piu' rigore e concentrazione e tenacia ha pensato la condizione
dell'umanita' nell'epoca delle armi che mettono in pericolo la sopravvivenza
stessa della civilta' umana; insieme a Hannah Arendt (di cui fu coniuge), ad
Hans Jonas (e ad altre e altri, certo) e' tra gli ineludibili punti di
riferimento del nostro riflettere e del nostro agire. Opere di Guenther Anders:
Essere o non essere, Einaudi, Torino 1961; La coscienza al bando. Il carteggio
del pilota di Hiroshima Claude Eatherly e di Guenther Anders, Einaudi, Torino
1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (col titolo: Il pilota di Hiroshima ovvero:
la coscienza al bando); L'uomo e' antiquato, vol. I (sottotitolo:
Considerazioni sull'anima nell'era della seconda rivoluzione industriale), Il
Saggiatore, Milano 1963, poi Bollati Boringhieri, Torino 2003; L'uomo e'
antiquato, vol. II (sottotitolo: Sulla distruzione della vita nell'epoca della
terza rivoluzione industriale), Bollati Boringhieri, Torino 1992, 2003;
Discorso sulle tre guerre mondiali, Linea d'ombra, Milano 1990; Opinioni di un
eretico, Theoria, Roma-Napoli 1991; Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze
1995; Stato di necessita' e legittima difesa, Edizioni Cultura della Pace, San
Domenico di Fiesole (Fi) 1997. Si vedano inoltre: Kafka. Pro e contro, Corbo,
Ferrara 1989; Uomo senza mondo, Spazio Libri, Ferrara 1991; Patologia della liberta',
Palomar, Bari 1993; Amare, ieri, Bollati Boringhieri, Torino 2004; L'odio e'
antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 2006. In rivista testi di Anders sono
stati pubblicati negli ultimi anni su "Comunita'", "Linea
d'ombra", "Micromega". Opere su Guenther Anders: cfr. ora la
bella monografia di Pier Paolo Portinaro, Il principio disperazione. Tre studi
su Guenther Anders, Bollati Boringhieri, Torino 2003; singoli saggi su Anders
hanno scritto, tra altri, Norberto Bobbio, Goffredo Fofi, Umberto Galimberti;
tra gli intellettuali italiani che sono stati in corrispondenza con lui
ricordiamo Cesare Cases e Renato Solmi]
Hiroshima come
stato del mondo. Il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima, e' cominciata un nuova
era: l'era in cui possiamo trasformare in qualunque momento ogni luogo, anzi la
terra intera, in un'altra Hiroshima. Da quel giorno siamo onnipotenti modo
negativo; ma potendo essere distrutti ad ogni momento, cio' significa anche che
da quel giorno siamo totalmente impotenti. Indipendentemente dalla sua
lunghezza e dalla sua durata, quest'epoca e' l'ultima: poiche' la sua
differenza specifica, la possibilita' dell'autodistruzione del genere umano,
non puo' aver fine - che con la fine stessa.
*
Eta' finale e
fine dei tempi. La nostra vita si definisce quindi come "dilazione";
siamo quelli-che-esistono-ancora. Questo fatto ha trasformato il problema
morale fondamentale: alla domanda "Come dobbiamo vivere?" si e'
sostituita quella: "Vivremo ancora?". Alla domanda del "come"
c'e' - per noi che viviamo in questa proroga - una sola risposta:
"Dobbiamo fare in modo che l'eta' finale, che potrebbe rovesciarsi ad ogni
momento in fine dei tempi, non abbia mai fine; o che questo rovesciamento non
abbia mai luogo". Poiche' crediamo alla possibilita' di una "fine dei
tempi", possiamo dirci apocalittici; ma poiche' lottiamo contro
l"apocalissi da noi stessi creata, siamo (e' un tipo che non c'e' mai
stato finora) "nemici dell'apocalissi".
*
Non armi
atomiche nella situazione politica, ma azioni politiche nella situazione
atomica. La tesi apparentemente plausibile che nell'attuale situazione politica
ci sarebbero (fra l'altro) anche "armi atomiche", e' un inganno.
Poiche' la situazione attuale e' determinata esclusivamente dall'esistenza di
"armi atomiche", e' vero il contrario: che le cosiddette azioni
politiche hanno luogo entro la situazione atomica.
*
Non arma ma
nemico. Cio' contro cui lottiamo, non e' questo o quell'avversario che potrebbe
essere attaccato o liquidato con mezzi atomici, ma la situazione atomica in
se'. Poiche' questo nemico e' nemico di tutti gli uomini, quelli che si sono
considerati finora come nemici dovrebbero allearsi contro la minaccia comune.
Organizzazioni e manifestazioni pacifiche da cui sono esclusi proprio quelli
con cui si tratta di creare la pace, si risolvono in ipocrisia, presunzione
compiaciuta e spreco di tempo.
*
Carattere
totalitario della minaccia atomica. La tesi prediletta da Jaspers fino a
Strauss suona: "La minaccia totalitaria puo' essere neutralizzata solo con
la minaccia della distruzione totale". E' un argomento che non regge. 1)
La bomba atomica e' stata impiegata, e in una situazione in cui non c'era
affatto il pericolo, per chi la impiego', di soccombere a un potere
totalitario. 2) L'argomento e' un relitto dell'epoca del monopolio atomico;
oggi e' un argomento suicida. 3) Lo slogan "totalitario" e' desunto
da una situazione politica, che non solo e' gia' essenzialmente mutata, ma
continuera' a cambiare; mentre la guerra atomica esclude ogni possibilita' di
trasformazione. 4) La minaccia della guerra atomica, della distruzione totale,
e' totalitaria per sua natura: poiche' vive del ricatto e trasforma la terra in
un solo Lager senza uscita. Adoperare, nel preteso interesse della liberta',
l’assoluta privazione della stessa, e' il non plus ultra dell'ipocrisia.
*
Cio' che puo'
colpire chiunque riguarda chiunque. Le nubi radioattive non badano alle pietre
miliari, ai confini nazionali o alle "cortine". Cosi', nell'eta'
finale, non ci sono piu' distanze. Ognuno puo' colpire chiunque ed essere
colpito da chiunque. Se non vogliamo restare moralmente indietro agli effetti
dei nostri prodotti (che non ci procurerebbe solo ignominia mortale, ma morte
ignominiosa), dobbiamo fare in modo che l'orizzonte di cio' che ci riguarda, e cioe'
l'orizzonte della nostra responsabilita', coincida con l'orizzonte entro il
quale possiamo colpire o essere colpiti; e cioe' che diventi anch'esso globale.
Non ci sono piu' che "vicini".
*
Internazionale
delle generazioni. Cio' che si tratta di ampliare, non e' solo l'orizzonte
spaziale della responsabilita' per i nostri vicini, ma anche quello temporale.
Poiche' le nostre azioni odierne, per esempio le esplosioni sperimentali,
toccano le generazioni venture, anch'esse rientrano nell'ambito del nostro
presente. Tutto cio' che e' "venturo" e' gia' qui, presso di noi,
poiche' dipende da noi. C'e', oggi, un'"internazionale delle
generazioni", a cui appartengono gia' anche i nostri nipoti. Sono i nostri
vicini nel tempo. Se diamo fuoco alla nostra casa odierna, il fuoco si appicca
anche al futuro, e con la nostra cadono anche le case non ancora costruite di
quelli che non sono ancora nati. E anche i nostri antenati appartengono a
questa "internazionale": poiche' con la nostra fine perirebbero anch'essi, per la seconda volta (se cosi' si puo' dire)
e definitivamente. Anche adesso sono "solo stati"; ma con questa
seconda morte sarebbero stati solo come se non fossero mai stati.
*
Il nulla non
concepito. Cio' che conferisce il massimo di pericolosita' al pericolo
apocalittico in cui viviamo, e' il fatto che non siamo attrezzati alla sua
stregua, che siamo incapaci di rappresentarci la catastrofe. Raffigurarci il
non-essere (la morte, ad esempio, di una persona cara) e' gia' di per se'
abbastanza difficile; ma e' un gioco da bambini rispetto al compito che
dobbiamo assolvere come apocalittici consapevoli. Poiche' questo nostro compito
non consiste solo nel rappresentarci l'inesistenza di qualcosa di particolare,
in un contesto universale supposto stabile e permanente, ma nel supporre
inesistente questo contesto, e cioe' il mondo stesso, o almeno il nostro mondo
umano. Questa "astrazione totale" (che corrisponderebbe, sul piano
del pensiero e dell'immaginazione, alla nostra capacita' di distruzione totale)
trascende le forze della nostra immaginazione naturale. "Trascendenza del
negativo". Ma poiche', come homines fabri, siamo capaci di tanto (siamo in
grado di produrre il nulla totale), la capacita' limitata della nostra
immaginazione (la nostra "ottusita'") non deve imbarazzarci. Dobbiamo
(almeno) tentare di rappresentarci anche il nulla.
*
Utopisti a
rovescio. Ecco quindi il dilemma fondamentale della nostra epoca: "Noi
siamo inferiori a noi stessi", siamo incapaci di farci un'immagine di cio'
che noi stessi abbiamo fatto. In questo senso siamo "utopisti a
rovescio": mentre gli utopisti non sanno produrre cio' che concepiscono,
noi non sappiamo immaginare cio' che abbiamo prodotto.
*
Lo
"scarto prometeico". Non e' questo un fatto fra gli altri; esso
definisce, invece, la situazione morale dell'uomo odierno: la frattura che
divide l'uomo (o l'umanita') non passa, oggi, fra lo spirito e la carne, fra il
dovere e l'inclinazione, ma fra la nostra capacita' produttiva e la nostra
capacita' immaginativa. Lo "scarto prometeico".
*
Il
"sopraliminare". Questo "scarto" non divide solo
immaginazione e produzione, ma anche sentimento e produzione, responsabilita' e
produzione. Si puo' forse immaginare, sentire, o ci si puo' assumere la
responsabilita', dell'uccisione di una persona singola; ma non di quella di
centomila. Quanto piu' grande e' l'effetto possibile dell'agire, e tanto piu'
e' difficile concepirlo, sentirlo e poterne rispondere; quanto piu' grande lo
"scarto", tanto piu' debole il meccanismo inibitorio. Liquidare centomila
persone premendo un tasto, e' infinitamente piu' facile che ammazzare una sola
persona. Al "subliminare", noto dalla psicologia (lo stimolo troppo
piccolo per provocare gia' una reazione), corrisponde il
"sopraliminare": cio' che e' troppo grande per provocare ancora una
reazione (per esempio un meccanismo inibitorio).
*
La
sensibilita' deforma, la fantasia e' realistica. Poiche' il nostro orizzonte
vitale (l'orizzonte entro cui possiamo colpire ed essere colpiti) e l'orizzonte
dei nostri effetti e' ormai illimitato, siamo tenuti, anche se questo tentativo
contraddice alla "naturale ottusita'" della nostra immaginazione, a
immaginare questo orizzonte illimitato. Nonostante la sua naturale
insufficienza, e' solo l'immaginazione che puo' fungere da organo della
verita'. In ogni caso, non e' certo la percezione. Che e' una "falsa
testimone": molto, ma molto piu' falsa di quanto avesse inteso ammonire la
filosofia greca. Poiche' la sensibilita' e' - per principio - miope e limitata
e il suo orizzonte assurdamente ristretto. La terra promessa degli
"escapisti" di oggi non e' la fantasia, ma la percezione.
Di qui il
nostro (legittimo) disagio e la nostra diffidenza verso i quadri normali
(dipinti, cioe', secondo la prospettiva normale): benche' realistici in senso
tradizionale, sono (proprio loro) irrealistici, perche' sono in contrasto con
la realta' del nostro mondo dagli orizzonti infinitamente dilatati.
*
Il coraggio di
aver paura. La viva "rappresentazione del nulla" non si identifica
con cio' che si intende in psicologia per "rappresentazione"; ma si
realizza in concreto come angoscia. Ad essere troppo piccolo, e a non
corrispondere alla realta' e al grado della minaccia, e' quindi il grado della
nostra angoscia. - Nulla di piu' falso
della frase cara alle persone di mezza cultura, per cui vivremmo gia'
nell'"epoca dell'angoscia". Questa tesi ci e' inculcata dagli agenti
ideologici di coloro che temono solo che noi si possa realizzare sul serio la
vera paura, adeguata al pericolo. Noi viviamo piuttosto nell'epoca della
minimizzazione e dell'inettitudine all'angoscia. L'imperativo di allargare la
nostra immaginazione significa quindi in concreto che dobbiamo estendere e
allargare la nostra paura. Postulato: "Non aver paura della paura, abbi
coraggio di aver paura. E anche quello di far paura. Fa' paura al tuo vicino
come a te stesso". Va da se' che questa nostra angoscia deve essere di un
tipo affatto speciale: 1) Un'angoscia senza timore, poiche' esclude la paura di
quelli che potrebbero schernirci come paurosi. 2) Un'angoscia vivificante,
poiche' invece di rinchiuderci nelle nostre stanze ci fa uscire sulle piazze.
3) Un'angoscia amante, che ha paura per il mondo, e non solo di cio' che
potrebbe capitarci.
*
Fallimento
produttivo. L'imperativo di allargare la portata della nostra immaginazione e
della nostra angoscia finche' corrispondano a quella di cio' che possiamo
produrre e provocare, si rivelera' continuamente irrealizzabile. Non e' nemmeno
detto che questi tentativi ci consentano di fare qualche passo in avanti. Ma
anche in questo caso non dobbiamo lasciarci spaventare; il fallimento ripetuto
non depone contro la ripetizione del tentativo. Anzi, ogni nuovo insuccesso e'
salutare, poiche' ci mette in guardia contro il pericolo di continuare a produrre
cio' che non possiamo immaginare.
*
Trasferimento
della distanza. Riassumendo cio' che si e' detto sulla "fine delle
distanze" e sullo "scarto" tra le varie facolta' (e solo cosi'
ci si puo' fare un'idea completa della situazione), risulta che le distanze
spaziali e temporali sono state bensi' "soppresse"; ma questa
soppressione e' stata pagata a caro prezzo con una nuova specie di
"distanza": quella, che diventa ogni giorno piu' grande, fra la
produzione e la capacita' di immaginare cio' che si produce.
*
Fine del
comparativo. I nostri prodotti e i loro effetti non sono solo diventati
maggiori di cio' che possiamo concepire (sentire, o di cui possiamo assumerci
la responsabilita'), ma anche maggiori di cio' che possiamo utilizzare
sensatamente. E' noto che la nostra produzione e la nostra offerta superano
spesso la nostra domanda (e ci costringono a produrre appositamente nuovi
bisogni e richieste); ma la nostra offerta trascende addirittura il nostro
bisogno, consiste di cose di cui non possiamo avere bisogno: cose troppo grandi
in senso assoluto. Cosi' ci siamo messi nella situazione paradossale di dover
addomesticare i nostri stessi prodotti; di doverli addomesticare come abbiamo
addomesticato finora le forze della natura. I nostri tentativi di produrre armi
cosiddette "pulite", sono senza precedenti nel loro genere: poiche'
con essi cerchiamo di migliorare certi prodotti peggiorandoli, e cioe'
diminuendo i loro effetti.
L'aumento dei
prodotti non ha quindi piu' senso. Se il numero e gli effetti delle armi gia'
oggi esistenti bastano a raggiungere il fine assurdo della distruzione del
genere umano, l'aumento e miglioramento della produzione, che continuano ancora
su larghissima scala, sono ancora piu' assurdi; e dimostrano che i produttori
non si rendono conto, in definitiva, di che cosa hanno prodotto. Il comparativo
- principio del progresso e della concorrenza - ha perduto ogni senso. Piu'
morto che morto non e' possibile diventare. Distruggere meglio di quanto gia'
si possa, non sara' possibile neppure in seguito.
*
Richiamarsi
alla competenza e' prova d'incompetenza morale. Sarebbe una leggerezza pensare
(come fa, per esempio, Jaspers) che i "signori dell'apocalissi",
quelli che sono responsabili delle decisioni, grazie a posizioni di potere
politico o militare comunque acquisite, siano piu' di noi all'altezza di queste
esigenze schiaccianti, o che sappiano immaginare l'inaudito meglio di noi,
semplici "morituri"; o anche solo che siano consapevoli di doverlo
fare. Assai piu' legittimo e' il sospetto: che ne siano affatto inconsapevoli.
Ed essi lo provano dicendo che noi siamo incompetenti nel "campo dei
problemi atomici e del riarmo", e invitandoci a non
"immischiarci". L'uso di questi termini e' addirittura la prova della
loro incompetenza morale: poiche' in tal modo essi mostrano di credere che la
loro posizione dia loro il monopolio e la competenza per decidere del "to
be or not to be" dell'umanita'; e di considerare l’apocalissi come un
"ramo specifico". E' vero che molti di loro si appellano alla
"competenza" solo per mascherare il carattere antidemocratico del
loro monopolio. Se la parola "democrazia" ha un senso, e' proprio
quello che abbiamo il diritto e il dovere di partecipare alle decisioni che
concernono la "res publica", che vanno, cioe', al di la' della nostra
competenza professionale e non ci riguardano come professionisti, ma come
cittadini o come uomini. E non si puo' dire che cosi' facendo ci
"immischiamo" di nulla, poiche' come cittadini e come uomini siamo
"immischiati" da sempre, perche' anche noi siamo la "res
publica". E un problema piu' "pubblico" dell'attuale decisione
sulla nostra sopravvivenza non c'e' mai stato e non ci sara' mai. Rinunciando a
"immischiarci", mancheremmo anche al nostro dovere democratico.
*
Liquidazione
dell'"agire". La distruzione possibile dell'umanita' appare come
un'"azione"; e chi collabora ad essa come un individuo che agisce. E'
giusto? Si' e no. Perche' no?
Perche'
l'"agire"" in senso behavioristico non esiste pressoche' piu'. E
cioe': poiche' cio' che un tempo accadeva come agire, ed era inteso come tale
dall'agente, e' stato sostituito da processi di altro tipo: 1) dal lavorare; 2)
dall'azionare.
1) Lavoro come
surrogato dell'azione. Gia' quelli che erano impiegati negli impianti di
liquidazione hitleriani non avevano "fatto nulla", credevano di non
aver fatto nulla perche' si erano limitati a "lavorare". Per questo
"lavorare" intendo quel tipo di prestazione (naturale e dominante,
nella fase attuale della rivoluzione industriale) in cui l'eidos del lavoro
rimane invisibile per chi lo esegue, anzi, non lo riguarda piu', e non puo' ne'
deve piu' riguardarlo. Caratteristica del lavoro odierno e' che esso resta
moralmente neutrale: "non olet", nessuno scopo (per quanto cattivo)
del suo lavoro puo' macchiare chi lo esegue. A questo tipo dominante di
prestazione sono oggi assimilate quasi tutte le azioni affidate agli uomini.
Lavoro come mimetizzamento. Questo mimetizzamento evita all'autore di un
eccidio di sentirsi colpevole, poiche' non solo non occorre rispondere del
lavoro che si fa, ma esso - in teoria - non puo' rendere colpevoli. Stando
cosi' le cose, dobbiamo rovesciare l'equazione attuale ("ogni agire e'
lavorare") nell'altra: "ogni lavorare e' un agire".
2) Azionare
come surrogato del lavoro. Cio' che vale per il lavoro, vale a maggior ragione
per l'azionare, poiche' l'azionare e' il lavoro in cui e' abolito anche il
carattere specifico del lavoro: lo sforzo e il senso dello sforzo. Azionare
come mimetizzamento. Oggi, in realta', si puo' fare in tal modo pressoche'
tutto, si puo' avviare una serie di azionamenti successivi schiacciando un solo
bottone; compreso, quindi, il massacro di milioni. In questo caso (dal punto di
vista behavioristico) questo intervento non e' piu' un lavoro (per non parlare
di un'azione). Propriamente parlando non si fa nulla (anche se l'effetto di
questo non-far-nulla e' il nulla e l'annientamento). L'uomo che schiaccia il
tasto (ammesso che sia ancora necessario) non si accorge piu' nemmeno di fare
qualcosa; e poiche' il luogo dell'azione e quello che la subisce non coincidono
piu', poiche' la causa e l'effetto sono dissociati, non puo' vedere che cosa
fa. "Schizotopia", in analogia a "schizofrenia". E' chiaro
che solo chi arriva a immaginare l'effetto ha la possibilita' della verita'; la
percezione non serve a nulla. Questo genere di mimetizzamento e' senza
precedenti: mentre prima i mimetizzamenti miravano a impedire alla vittima
designata dell'azione, e cioe' al nemico, di scorgere il pericolo imminente (o
a proteggere gli autori dal nemico), oggi il mimetizzamento mira solo a
impedire all'autore di sapere quello che fa. In questo senso anche l'autore e'
una vittima; in questo senso Eatherly e' una delle vittime della sua azione.
*
Le forme
menzognere della menzogna attuale. Gli esempi di mascheramento ci istruiscono
sul carattere della menzogna attuale. Poiche' oggi le menzogne non hanno piu'
bisogno di figurare come asserzioni ("fine delle ideologie"). La loro
astuzia consiste proprio nello scegliere forme di travestimento davanti a cui
non puo' piu' sorgere il sospetto che possa trattarsi di menzogne; e cio'
perche' questi travestimenti non sono piu' asserzioni. Mentre le menzogne,
finora, si erano camuffate ingenuamente da verita', ora si camuffano in altre
guise:
1) Al posto di
false asserzioni subentrano parole singole, che danno l'impressione di non
affermare ancora nulla, anche se, in realta', hanno gia' in se' il loro
(bugiardo) predicato. Cosi', per esempio, l’espressione "armi
atomiche" e' gia' un'asserzione menzognera, poiche' sottintende, poiche'
da' per scontato, che si tratta di armi.
2) Al posto di
false asserzioni sulla realta' subentrano (e siamo al punto che abbiamo appena trattato) realta' falsificate. Cosi'
determinate azioni, presentandosi come "lavori", sono rese diverse e
irriconoscibili; cose' irriconoscibili, e diverse da un'azione, che non
rivelano piu' (neppure all'agente) quello che sono (e cioe' azioni); e gli
permettono, purche' lavori "coscienziosamente', di essere un criminale con
la miglior coscienza del mondo.
3) Al posto di
false asserzioni subentrano cose. Finche' l'agire si traveste ancora da
"lavorare", e' pur sempre l'uomo ad essere attivo; anche se non sa
che cosa fa lavorando, e cioe' che agisce. La menzogna celebra il suo trionfo solo
quando liquida anche quest'ultimo residuo: il che e' gia' accaduto. Poiche'
l'agire si e' trasferito (naturalmente in seguito all'agire degli uomini) dalle
mani dell'uomo in tutt'altra sfera: in quella dei prodotti. Essi sono, per
cosi' dire, "azioni incarnate". La bomba atomica (per il semplice
fatto di esistere) e' un ricatto costante: e nessuno potra' negare che il
ricatto e' un'azione. Qui la menzogna ha trovato la sua forma piu' menzognera:
non ne sappiamo nulla, abbiamo le mani pulite, non c'entriamo. Assurdita' della
situazione: nell'atto stesso in cui siamo capaci dell'azione piu' enorme - la
distruzione del mondo - l'"agire", in apparenza, e' completamente
scomparso. Poiche' la semplice esistenza dei nostri prodotti e' gia' un "agire",
la domanda consueta: che cosa dobbiamo "fare" dei nostri prodotti
(se, ad esempio, dobbiamo usarli solo come "deterrent"), e' una
questione secondaria, anzi fallace, in quanto omette che le cose, per il fatto
stesso di esistere, hanno sempre agito.
*
Non reificazione,
ma pseudopersonalizzazione. Con l'espressione "reificazione" non si
coglie il fatto che i prodotti sono, per cosi' dire, "agire
incarnato", poiche' essa indica esclusivamente il fatto che l'uomo e'
ridotto qui alla funzione di cosa; ma si tratta invece dell'altro lato
(trascurato, finora, dalla filosofia) dello stesso processo: e cioe' del fatto
che cio' che e' sottratto all'uomo dalla reificazione, si aggiunge ai prodotti:
i quali, facendo qualcosa gia' per il semplice fatto di esistere, diventano pseudopersone.
*
Le massime
delle pseudopersone. Queste pseudopersone hanno i loro rigidi principii. Cosi',
per esempio, il principio delle "armi atomiche" e' affatto
nichilistico, poiche' per esse "tutto e' uguale". In esse il
nichilismo ha toccato il suo culmine, dando luogo all'"annichilismo"
piu' totale.
Poiche' il
nostro agire si e' trasferito nel lavoro e nei prodotti, un esame di coscienza
non puo' consistere oggi soltanto nell'ascoltare la voce nel nostro petto, ma
anche nel captare i principii e le massime mute dei nostri lavori e dei nostri
prodotti; e nel revocare e rendere inoperante quel trasferimento: e cioe' nel
compiere solo quei lavori dei cui effetti potremmo rispondere anche se fossero
effetti del nostro agire diretto; e nell'avere solo quei prodotti la cui
presenza "incarna" un agire che potremmo assumerci come agire
personale.
*
Macabra
liquidazione dell'ostilita'. Se il luogo dell'azione e quello che la subisce
sono, come si e' detto, dissociati, e non si soffre piu' nel luogo dell'azione,
l'agire diventa agire senza effetto visibile, e il subire subire senza causa
riconoscibile. Si determina cosi' un'assenza d'ostilita', peraltro affatto
fallace.
La guerra
atomica possibile sara' la piu' priva d'odio che si sia mai vista. Chi colpisce
non odiera' il nemico, poiche' non potra' vederlo; e la vittima non odiera' chi
lo colpisce, poiche' questi non sara' reperibile. Nulla di piu' macabro di
questa mitezza (che non ha nulla a che fare con l'amore positivo). Cio' che
piu' sorprende nei racconti delle vittime di Hiroshima, e' quanto poco (e con
che poco odio) vi siano ricordati gli autori del colpo.
Certo l'odio
sara' ritenuto indispensabile anche in questa guerra, e sara' quindi prodotto
come articolo a se'. Per alimentarlo, si indicheranno (e, al caso,
s'inventeranno) oggetti d'odio ben visibili e identificabili, "ebrei"
di ogni tipo; in ogni caso nemici interni: poiche' per poter odiare veramente
occorre qualcosa che possa cadere in mano. Ma quest'odio non potra' entrare
minimamente in rapporto con le azioni di guerra vere e proprie: e la
schizofrenia della situazione si rivelera' anche in cio', che odiare e colpire
saranno rivolti a oggetti completamente diversi.
*
Non solo per quest'ultima tesi, ma per tutte quelle qui
formulate, bisogna aggiungere che sono state scritte perche' non risultino
vere. Poiche' esse potranno non avverarsi solo se terremo continuamente
presente la loro alta probabilita', e se agiremo in conseguenza. Nulla di piu'
terribile che aver ragione. Ma a quelli che, paralizzati dalla fosca
probabilita' della catastrofe, si perdono di coraggio, non resta altro che
seguire, per amore degli uomini, la massima cinica: "Se siamo disperati,
che ce ne importa? Continuiamo come se non lo fossimo!".