GIULIO A.
MACCACARO: MEDICINA DEMOCRATICA, MOVIMENTO DI LOTTA PER LA SALUTE (1976)
[Riproponiamo
la relazione da Giulio Maccacaro pronunciata in apertura del convegno
costitutivo di Medicina Democratica tenutosi a Bologna il 15-16 maggio 1976.
Sappiamo che certe formule linguistiche in essa presenti - e caratterizzanti -
possono oggi suonare per taluni forse persino arcaiche: e' il linguaggio della
tradizione del movimento operaio, della corrente calda del pensiero socialista,
di vaste e profonde e decisive esperienze di resistenza e di liberazione; ed
anche coloro tra i lettori di questo notiziario che per eta' o situazione quel
linguaggio non conoscono o trovano ostico sapranno decodificare e cogliere la
sostanza - che appunto sta sotto e dentro e oltre le forme del dire. Anni fa
cosi' presentavamo questo testo: Giulio Maccacaro: partigiano, medico,
scienziato, intellettuale democratico, militante del movimento dei lavoratori.
La sua figura, la sua esperienza, le sue ricerche e le sue riflessioni, costituiscono
un punto di riferimento per tutti coloro che ritengono di doversi impegnare per
la dignità umana, per la dignita' di ogni essere umano, e quindi per il diritto
di ogni essere umano alla solidarieta'. Scrivevamo, ripresentando questo testo
di Giulio Maccacaro in opuscolo nel 1991: "Pubblicando ancora una volta
(...) questa illuminante relazione di Giulio Maccacaro, pronunciata in apertura
del convegno costitutivo di Medicina Democratica tenutosi a Bologna il 15-16
maggio 1976, pensiamo di offrire un'occasione di riflessione sui fondamenti
della nostra lotta, ed uno strumento analitico, e un orizzonte progettuale,
invero necessari a fronte dell'attacco politico, sociale e culturale che il
sistema di potere sta conducendo in Italia contro il diritto alla salute,
contro gli spazi di democrazia e verita' conquistati a prezzo di dure lotte
dagli oppressi e dal loro movimento. Cosa non e' successo nei quindici anni che
da quelle parole ci separano! Ed esse oggi costituiscono, ci pare, a un tempo
un documento in certo senso storico, e uno specchio del presente, degli
interrogativi e delle lotte nel presente da porre e condurre. E' in corso, ed
e' a tutti evidente, un'azione incalzante, percussiva, e senza scrupoli
condotta, da parte del sistema di potere che in questo paese effettualmente
domina, la quale mira allo smantellamento del diritto alla salute, delle
strutture pubbliche, della partecipazione popolare; che mira a fare della
salute e della medicina occasione di speculazione, potere, privilegio e
oppressione feroci. E questo con laide manovre, con sgangherati sofismi, ma con
determinazione ferrea: sa quel che vuole il sistema del profitto, come il lupo
della favola di Fedro. Per resistere abbiamo bisogno anche, di fronte alla
raffica di menzogne delle agenzie del rimbambimento, di fronte alla narcosi e
all'amnesia in tanti indotte, di riesporre le vere ragioni della lotta che
ancora e' la nostra. Per questo fine le parole di Maccacaro ancora ci sembrano
nitide e dure, come le pietre che infrangono ed edificano. Insegnamento,
ammonimento, che avremmo vergogna se dimenticassimo". Un altro decennio e'
passato e l'aggressione al diritto alla salute, lo smantellamento del welfare
state, hanno proceduto vieppiu'. Ricordare oggi cosa stabiliva la legge di riforma
sanitaria del 1978 conquistata dalle lotte sociali degli anni Sessanta e
Settanta par quasi esercizio di archeologia ed ha suono di beffa, tanto quelle
verita' paiono remote, quei diritti sono stati ridotti a rovine, a ruderi di
un'epoca in cui non si aveva paura di affermare che ogni essere umano ha
diritti inalienabili, e tra essi il diritto alla salute e all'assistenza.
Giulio Maccacaro: le sue riflessioni sulla scienza, il suo lavoro di medico, il
suo impegno diretto per ogni buona causa: e quanto avremmo bisogno di persone
come lui oggi, che occorre contrastare la mercificazione totalitaria della
ricerca scientifica come della sanita'; oggi che il diritto all'assistenza
sempre piu' e' negato, e dal welfare si sta tornando alla piu' cruda
speculazione sulla sofferenza. Forse mai come oggi tanto l'area della scienza
quanto l'area dei servizi sono state asservite alla logica della
massimizzazione del profitto, al delirio di onnipotenza, all'irresponsabilita'
dei nuovi apprendisti stregoni, alla prepotenza dei poteri economici che tutto
stritolano per distillarne ricchezza. Le parole di Maccacaro, il suo esempio,
costituiscono ancora un forte appello politico e morale, uno strumento
analitico ed interpretativo, una proposta d'azione comune per difendere e promuovere
concretamente i diritti di tutti gli esseri umani.
Giulio Alfredo
Maccacaro e' nato a Codogno nel 1924, ancora studente prese parte alla
Resistenza; medico, docente universitario, noto in campo internazionale per le
sue ricerche di microbiologia, genetica e biometria, ha dedicato un'intensa
attivita' alla costruzione di una medicina democratica. Ha collaborato, fondato
e diretto importanti riviste e collane editoriali. E' scomparso nel 1977. Tra
le opere di Giulio A. Maccacaro: Per una medicina da rinnovare. Scritti
1966-1976, Feltrinelli, Milano 1979 (che contiene anche una bibliografia
completa); cfr. anche: a cura di G. A. Maccacaro e di A. Martinelli, Sociologia
della medicina, Feltrinelli, Milano 1977; AA. VV., La salute in fabbrica,
Savelli, Roma 1974. Opere su Giulio A. Maccacaro: si veda il fascicolo
monografico a Maccacaro dedicato della rivista "Sapere", n. 798,
marzo 1977; ed in volume: AA. VV., Attualita' del pensiero e dell'opera di G.
A. Maccacaro, Cooperativa Centro per la salute "Giulio A. Maccacaro",
Milano 1988]
In nessuna
delle altre occasioni - accademiche, scientifiche o politiche - in cui ebbi il
compito di svolgere una relazione introduttiva, ho sentito su di me pesare
tanta responsabilita' e dentro di me vibrare tanta emozione.
Perche' siamo
convenuti qui affinche' qualcosa che supera ogni nostra persona nasca, viva e
cresca: qualcosa che abbiamo sentito prima esprimersi come speranza progettuale
e poi urgere come volonta' perentoria da un sempre piu' largo, diffuso,
articolato, motivato comando di base: la costituzione di "Medicina
Democratica, movimento di lotta per la salute". E poiche' ogni comando di
base, quando spontaneo e autentico come questo, non e' oblazione ai vertici ma
volonta' di partecipazione, noi siamo qui per obbedirgli con tutta la lealta',
la dedizione e lo spirito unitario di cui siamo capaci.
Siamo qui noi
ma non per noi, compagni ma per altri compagni, tanti ma per i ben piu' tanti
che attendono da Medicina Democratica non solo un messaggio responsabile ma anche
un'azione efficace per la salute e la integrita' di chi e' oggetto di
sfruttamento, emarginazione e repressione, onde questi ne emerga con tutto il
suo diritto e la sua capacita' di porsi quale soggetto politico primario.
Infine, siamo
qui anche per gli altri - per gli amici che ci osservano e ci interrogano, per
i nemici che ci temono ma non ci sfidano - ed a tutti e con tutti vogliamo fare
chiarezza.
*
Vogliamo dire,
anzitutto, "perche' ora" e "perche' cosi'" si apre il
convegno costitutivo di Medicina Democratica. Questa e' un'ora di crisi
profonda del nostro paese: crisi economica, politica ed istituzionale. Una
crisi che non ci e' affatto oscura nelle sue cause e ci e' ben chiara nei suoi
effetti.
Per quanto
riguarda le cause essa nasce da:
1) la dipendenza
diretta e indiretta dal comando imperialista che - attraverso il sistema delle
multinazionali il cui potere non riconosce piu' ne' i confini
politico-geografici ne' quelli di regime - aspira dai paesi subalterni capitali
e profitti esportandovi continuamente le sue contraddizioni, le sue crisi e
costringendoli a pagare il costo umano, ambientale ed economico del suo
sfruttamento di rapina: fin dove e fin quando il rischio politico non supera il
prelievo effettuato. Oltre questo limite abbiamo conosciuto altrove e abbiamo
sentito incombere su di noi le soluzioni piu' violente. Oggi sentiamo che altre
ci minacciano: ma non tutti hanno chiaro che il golpe tecnocratico verso il
quale qualcuno vorrebbe avviare l'Italia e' diverso da quello militare soltanto
per l'uso della divisa;
2) la
inadeguatezza storica del capitalismo italiano che, incapace di sviluppare
persino il modello d'impresa e il sistema di investimento gia' praticati da
altre societa' e in altre economie del secolo scorso, si e' trattenuto ancora
in questo dopoguerra alla pigra avidita' della rendita parassitaria, scaricando
nel finanziamento di Stato tutta la sua avidita' di profitto e speculando non
sulle sue capacita' imprenditoriali ma su un selvaggio prelievo di plusvalore
dalla forza-lavoro;
3)
l'indegnita' criminosa della dirigenza democristiana e satellite che, dietro lo
schermo scientemente artefatto e mistificante dell'interclassismo, non ha
saputo per sei lustri esprimere alcun esercizio di governo ma solo gestione di
un potere delegato dai gruppi del piu' arrogante e ottuso privilegio: di
classe, di casta e di arma, di corpi separati e di corruttori riuniti, contro i
lavoratori e le loro organizzazioni. Questo per le cause.
Per quanto
riguarda gli effetti, la stessa crisi:
1) produce un
deterioramente delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia e
delle masse popolari, attraverso la perdita di potere d'acquisto dei salari, la
precarieta' dell'occupazione, la insufficienza della casa, l'impoverimento
della vita;
2) determina
un obiettivo decadimento di salute attraverso la intensificazione dello
sfruttamento, la diffusione del lavoro nero, il conseguente incremento della
nocivita', il deterioramento delle strutture socio-sanitarie;
3) rinvia
(ancorche' pretestuosamente, se si pone mente alla volonta' negativa
manifestatasi in congiunture di altro segno) ogni ipotesi credibile di riforma
dell'assetto sanitario del paese che sia intesa al benessere della
collettivita' e non, come avviene, alla speculazione, statalmente partecipata o
mutualisticamente mediata, del capitale finanziario, industriale e
farmaceutico.
Se queste note
sono del tutto inadeguate per un discorso, anzi non sono intese come un
discorso sulla crisi che stiamo vivendo, pero' bastano a riaffermare che questa
crisi non e' affatto (come nessuna e' mai) complessiva, interclassista,
accomunante, egualitaria: non e' affatto una catastrofe che si abbatte quale
un'oscura calamita' naturale su un intero paese: questo o altri che sia. Ma e'
un'ulteriore aggressione di cui sono identificabili i mandanti e gli esecutori,
i destinatari e le vittime: e' l'aggressione piu' dura sferrata dal padronato
nazionale e internazionale contro la classe lavoratrice italiana, come quella
piu' politicamente maturata e organizzata, creativa e combattiva, nel sistema
di controllo e di egemonia dell'imperialismo capitalista.
Questa
aggressione, anche se ha forme piu' manifeste di incidenza politica ed
economica, per cio' stesso va oltre e colpisce pesantemente, come ho appena
accennato, in tutto cio' che e' "salute" individuale e collettiva
aggravando le minacce, moltiplicando le offese, disarmando le difese.
*
Questo ho
detto come breve premessa per sottolineare che la nascita "ora" di
"Medicina Democratica" non e' casuale ne' coincidentale, ma sembra a
noi dettata da una precisa tempestivita' in rapporto e alla gravita' della
situazione gia' presente e all'importanza della consultazione gia' imminente.
Ma questa
affermazione, che credo condivisa da tutti i compagni, resterebbe una premessa incompiuta
ove non fosse subito detto e chiarito che Medicina Democratica sarebbe nata ora
ed ormai anche se questa crisi non fosse stata; anche se questa congiuntura non
si fosse data.
La gestazione
del nostro movimento e' piu' lunga e complessa, se ne possono rintracciare
antecedenti e premesse su un arco di tempo assai lungo; ma certamente non e'
scorretto ritenere decisive e significative le lotte studentesche e operaie
degli ultimi anni Sessanta e dei successivi.
Da allora sono
venuti maturando e affrontandosi due processi di enorme portata e di opposto
segno: la medicalizzazione della politica e la politicizzazione della medicina:
la prima come scelta della classe del capitale, la seconda come scelta della
classe del lavoro.
Ne parleremo
ancora quando il movimento vorra' veramente approfondire l'analisi di questi
processi e il senso di questi termini, ormai entrati e discussi nel dibattito
internazionale.
Ne parlammo
gia' in quel memorabile convegno sulla salute che si svolse a Firenze nel 1973
e le individuammo allora come linee di uno scontro entro il quale ognuno
avrebbe dovuto fare presto la sua scelta. Cosicche' ora sarebbe abbastanza
semplice dire che, nella chiarezza e nella crudezza di quello scontro,
"Medicina Democratica" e' la nostra scelta, e che perche' questa
scelta si compisse e diventasse premessa di un movimento nel movimento era
naturale giungere alla costituzione di Medicina Democratica.
Sarebbe
semplice ma sarebbe insufficiente. Dobbiamo sviluppare qualche riflessione
ulteriore che ci permetta di individuare - e naturalmente discutere - una linea
chiara e ferma che attraversi i principali problemi in cui si articola la lotta
per la salute e quindi l'impegno di Medicina Democratica: una linea che di
volta in volta, di problema in problema, misuri la coerenza delle nostre
scelte, confermi la solidarieta' del nostro impegno, individui la chiarezza dei
nostri obiettivi (quella chiarezza che sola puo' far giustizia di ogni residuo
settarismo e di qualsiasi sopraggiungente parrocchialita').
Dobbiamo
anzitutto riflettere sul concetto di salute per dire subito che non hanno qui
molto rilievo, perche' ci sono semplicemente ovvie, le definizioni di salute
individuale, ancorche' autorevolmente formulate come quella dell'Organizzazione
mondiale della sanita'.
Naturalmente -
ma anche questo e' ovvio - ognuno di noi e' impegnato, come operatore sanitario
o come compagno di milizia o come membro della collettivita', al soccorso piu'
efficace, alla dedizione piu' generosa per la liberazione dell'altro dalla
sofferenza comunque vissuta, per la promozione del suo benessere psichico e
fisico comunque personalizzato. Ma il nostro pensiero e la nostra azione si
impegnano ben oltre: su quella salute che va privilegiata nella sua dimensione
collettiva e cui occorrono, quindi, una dottrina e una pratica politica.
Si tratta,
cioe', di affermare oggi - come non fu mai in passato - la centralita' della
lotta per la salute nello scontro di classe. E l'esattezza di questa
affermazione - assolutamente generalizzabile ad ogni ambito sociale - appare
con lampante evidenza nella realta' della fabbrica riverberando da questa su
tutto il territorio. La fabbrica infatti e' non solo il luogo dove si
realizzano insieme ed in massimo grado la concentrazione della nocivita' e la spoliazione
di salute - quale estremo e preciso portato di una scienza lungamente votatasi,
nel comando borghese, alla organizzazione detta, appunto,
"scientifica" del lavoro - ma e' ancora il luogo dove il movimento
operaio ha chiarito a se' e agli altri che la lotta collettiva per la salute
collettiva investe tutto il modo di produzione e lo contesta proprio in cio' di
cui e' piu' geloso: la sua falsa - o deviata - razionalita'.
Quella
razionalita' asservita quanto piu' si dichiara oggettiva, che ne alimenta e
vorrebbe legittimarne la pretesa a porsi come modello per la gestione della
societa' in tutte le sue articolazioni: dalla struttura urbana
all'organizzazione dei servizi, dalla scansione dei tempi al dettato dei
consumi, dalla scuola e per ogni altro dove sociale fino alla sanita':
recuperando, infine, da questa sanita' modi e strumenti per dare una risposta
preformata e normalizzante, quindi contenitiva ed infine repressiva, ad una
domanda che nasce da un malessere classificato come patologico ma autenticamente
esistenziale (sociale).
E' il
controllo sociale che cerca di rinchiudere un problema di relazione, cioe'
strutturale, nella malattia dell'individuo, cioe' accidentale, per separare il
lavoratore dalla sua classe e la classe dalla sua coscienza.
A questa luce
che ci viene di la', dalla fabbrica, dove e' piu' chiaro e piu' duro il
confronto tra capitale e lavoro, dove il movimento operaio ha combattuto per la
sua e per l'altrui liberazione - come sentiremo tra poco nel discorso di reali
avanguardie - la salute collettiva va intesa per quello che e' e che conta:
valore totalizzante di altri valori, assunzione in una lotta di altre lotte,
affermazione nella pratica di una corretta priorita' politica. La salute
collettiva non e', quindi, soltanto la somma di benesseri individuali ne' di
individuali riscatti dalla malattia, proprio perche' identifica nel privato del
benessere e nel malessere del sociale i disvalori che la contraddicono.
*
Su questo
primo punto - sulla salute collettiva come condizione e sostanza di quella
individuale - Medicina Democratica non lascia spazio ad equivoci teorici e ne
deriva precise indicazioni pratiche. Se in una occasione ulteriore la nostra
analisi avra' ulteriore ampiezza ed approfondimento, gia' ora ci e' dato, per
coerenza alla premessa, dichiarare il nostro impegno, globalmente politico e
specificamente sanitario, contro:
1) la
ristrutturazione e le nuove forme di organizzazione capitalistica del lavoro e
della societa',
2) la campagna
sull'assenteismo che tende ad occultare la rapina di salute collettiva
continuamente perpetrata sulla classe del lavoro,
3) la
teorizzazione delle "compatibilita'" che cerca di riproporre e
recuperare la subordinazione di tale salute alle esigenze del profitto,
4) la consegna
al capitale pubblico, privato e misto della progettazione, organizzazione e
gestione dei presidi sanitari;
e il nostro
impegno per:
a) il ritiro
ad ogni livello della delega sanitaria,
b)
l"autogestione di base della tutela della salute,
c) la lotta ad
ogni tipo di emarginazione,
d) la nascita
e lo sviluppo di forme di governo popolare e di democrazia diretta con
particolare riguardo allo specifico socio-sanitario.
*
Queste
indicazioni, che saranno riprese e documentate negli interventi previsti e in
quelli attesi, gia' ci portano a considerare altri punti oltre il primo e
subito un secondo: quello della partecipazione che e' il fattor comune degli
impegni ora detti. Conviene dedicargli qualche attenzione perche' la nostra
linea si chiarisca oltre e a fronte dell’uso e dell'abuso che l'esercizio dei
poteri ne ha fatto in questi anni, mistificando per partecipazione cio' che
partecipazione non era.
Ancora una
volta vorrei fare riferimento alle lotte e alle conquiste del movimento operaio
ma vi rinuncio serenamente perche' altri compagni ne diranno: diranno come un
nuovo modo di intendere la partecipazione nasca proprio da cio' che io mi
limito a ricordare e mi trattengo dall'illustrare: la liberazione della
soggettivita', l'emergenza del gruppo omogeneo, la sua assunzione di funzioni
politiche, sanitarie e scientifiche.
Voglio
soltanto sottolineare come, dal gia' detto primato della salute collettiva,
discenda che se una sociologia medica d'altro tempo ha definito la malattia
come perdita di partecipazione, oggi siamo arrivati ad intendere la perdita di
partecipazione come sostanza di malattia. Pero' noi crediamo che alla
partecipazione autentica non basti mai l'articolato di una legge ma occorra
sempre l'impegno di una lotta: che si sviluppa continuamente nell'identificazione
dei suoi obiettivi, che si accresce progressivamente nell'allargamento del suo
campo, che non riconosce limiti a questo campo ne' ammette che esista l'ultimo
di quegli obiettivi. Questo non e' un discorso estremista nel senso deteriore
dell'insinuazione che di solito accompagna tale termine, ma e' anche un
discorso meditatamente estremista se e' vero come credo che in medicina e per
Medicina Democratica l'unico e sacrosanto estremismo e' la salute collettiva e
che questa non puo' darsi senza partecipazione. Allora vogliamo definire questa
partecipazione - sempre con riferimento preciso alla tematica di questo
convegno e di questo movimento - sia in positivo sia in negativo secondo
l'insegnamento del piu' grande rivoluzionario: "Quali sono i nostri nemici
e quali sono i nostri amici? Questa e' una questione di primaria importanza per
ogni rivoluzione".
I nemici della
partecipazione sono almeno tre: l'autorita', l'efficienza e la
provvidenzialita'.
Nell'ambito
del nostro impegno a definirci come Medicina Democratica l'autorita' cui
opponiamo la partecipazione e' identificata come quella che - indossati i panni
della competenza, separatasi nella tecnica, costituitasi come corporazione,
legittimatasi come ordine - si pone di fatto quale esecutrice dei comandi di un
potere che la sovrasta e che, pagatala con ruoli e privilegi, ne fa lo
strumento piu' insidioso ed efficace del controllo sociale nelle forme della
medicalizzazione. Per tutto cio' essa pretende: il diritto di un sapere
separato, la consegna di un uomo oggettivato, l'esercizio di un insindacabile
potere. Questo e' un nemico della partecipazione.
Un altro
nemico e' l'efficienza che in un sistema dato e' sempre una domanda del potere
costituito. Essa si avvale della voluta e perpetrata confusione con l'efficacia.
Cui corrisponde un'altra consapevole e consumata confusione tra funzione e
funzionamento. La funzione di ogni sistema e' definita dai suoi fini, il
funzionamento dai suoi modi.
Noi vogliamo
che la funzione dell'istituzione sanitaria sia rivolta interamente alla
promozione e alla difesa della salute collettiva, come la abbiamo gia'
definita, e che il suo funzionamento sia giudicato soltanto a misura della
capacita' di adempimento di tale funzione.
L'istituzione
sanitaria e', invece, ordinata all'ottimizzazione di se stessa, del suo
vantaggio economico, delle sue autorita' di comando, del suo plesso di potere.
Pertanto nell'occultamento di una profonda divergenza della sua funzione dai
fini sociali cui dovrebbe rendere e misurare il suo servizio, riconosce ogni
primato al funzionamento e converte la totale perdita di efficacia in una
ulteriore domanda di efficienza. Non e' questa la sede per esempi che sono
innumeri e noti: avremo presto un'altra occasione in cui discuteremo a lungo -
nel riscontro reale, nel dettaglio specifico, struttura per struttura, servizio
per servizio - questo problema dei rapporti, in medicina, tra funzionamento e
funzione, tra efficienza ed efficacia.
Qui ci basta
riconoscere e ricordare che e' in nome dell'efficienza del funzionamento per
una mentita efficacia della funzione che la partecipazione popolare e' sempre
stata sistematicamente esclusa - come e' esclusa la madre del bambino
ricoverato, come e' esclusa la consapevolezza del paziente abusato, come e'
esclusa la realta' della sofferenza sociale -
dalla gestione della cosa sanitaria, dalla possibilita' di intervenire
per indicarle fini nuovi, ulteriori impegni, piu' vere destinazioni.
Il terzo
nemico della partecipazione e' la provvidenzialita'. E qui il nostro discorso si
sposta dal luogo sanitario al governo sanitario, rivolgendosi francamente anche
a chi ne porta responsabilita' locali in un quadro politico alternativo a
quello nazionale.
C'e' un modo
che non vogliamo nemmeno discutere di intendere tale responsabilita': come
occasione di potere, tessitura di clientele, pretesto di corruzioni: e' il modo
"democristiano" per antonomasia.
Ma c'e' un
altro modo che e' pure antipartecipatorio. E' di chi - ente o persona, ma piu'
spesso il primo che la seconda - si ritiene investito del compito e titolare
della capacita' di anticipare la domanda sociale di salute, di presentirla
prima che sia espressa, di immaginarla prima che sia concepita, infine di
provvedere ad essa prima che si sia consapevolizzata.
Con un termine
corrente cio' si chiama anche "paternalismo" ma ritengo piu' corretto
definirlo "provvidenzialita'". Perche' cosi' mi pare meglio indicato
quel modo di mettersi in rapporto con la realta' che prescinde dal suo ascolto;
quell'attitudine a disporre risposte preformate che prescindono dalla
formazione delle domande; quell'interpretazione del mandato amministrativo che
infine determina una richiesta cui si consente soltanto di conformarsi
all'offerta.
Medicina
Democratica e' contro tutto cio' - l'autorita' ma non soltanto perche' e'
inautorevole, l'efficienza ma non soltanto perche' e' inefficace, la
provvidenzialita' ma non soltanto perche' e' improvvida - e' contro tutto cio'
perche' tutto cio' e' contro la partecipazione e Medicina Democratica e' un
movimento partecipatorio di base non solo perche' da questa base e' nata ma
perche' vuole continuare a restarci: per raccogliere, assecondare, collegare,
moltiplicare, potenziare onde siano infine vincenti, tutte quelle lotte che, in
specifici diversi - dalla fabbrica al territorio, dalla scuola all'ospedale,
dal quartiere all'istituzione, dalla casa alla caserma - la soggettivita' di
base viene conducendo per la salute, anche individuale, ma assunta in quella
collettiva.
*
Si pone cosi',
naturalmente, il terzo punto sul quale occorre sviluppare qualche riflessione
ed e' quello della soggettivita' per una definizione, ora in positivo, della
partecipazione. Ancora una volta e' dall'esperienza e dalla lotta di fabbrica
che e' emersa la soggettivita' del lavoratore rivendicata ed affermata contro
la volonta' oggettivante del capitale.
Ma ancora una
volta dalla fabbrica le conquiste del movimento operaio incidono su tutto
l'ambito sociale e ne reinterpretano e riqualificano la realta'.
La
soggettivita' di cui parliamo e' una anche se, nell'uso ormai corrente
all'interno della tematica che ci e' comune, le vengono attribuiti due
significati complementari: uno e' in alternativa alla definizione - cosiddetta
obiettiva - della salute e della malattia, del benessere e del disagio, della
nocivita' e del danno. Costituisce, quindi, la base di quel ritiro della delega
lungamente rilasciata al "tecnico" quale verificatore e falsificatore
di una sofferenza soggettivamente patita e dunque reale ma che poteva essere
negata, in conto della pretesa "obiettivita'" di una scienza che non
e' retorico chiamare padronale.
Da questa
rivendicata soggettivita' e' nata la identificazione di un quarto gruppo di
fattori di nocivita', e' nata una ridefinizione del benessere-malessere non
piu' come conformita'-difformita' a modelli espressi ed imposti dalla logica
della produzione per il profitto, ma come vissuto individuale e di gruppo del
rapporto con le condizioni di lavoro e di vita.
L'altro
significato di "soggettivita'", che si integra al primo, e', oltre i
limiti di cio' che puo' pur sempre essere ricondotto a una lettura medica,
l'affermazione di se' non solo come soggetto di salute ma come soggetto di
sanita' capace di appropriazione e di autogestione della medesima.
E' su questa
seconda soggettivita' che vorrei insistere ancora un poco per dire che essa
riconosce, abilita ed esprime - nel suo crescere nell'esperienza senza la quale
non si ha partecipazione e nel suo evolvere a volonta' collettiva senza la
quale non si ha la trasformazione - una pluralita' di soggetti, che vanno dal
singolo al gruppo, dal gruppo al collettivo, dal collettivo alla classe, ma per
ciascuno dei quali e' acquisito il diritto di porsi, all'interno dell'atto
medico, dell'istituzione sanitaria, dell'organizzazione assistenziale, in un
rapporto finalmente dialettico con tutto cio' che - strutture e persone - lo
avevano sin allora considerato l'oggetto di un rapporto analitico.
*
Questa e' la
straordinaria e nuova ricchezza che in questi anni e' venuta crescendo in
quella base da cui ora si esprime Medicina Democratica.
E questo e'
stato il mio tentativo di contribuire al vostro dibattito costruendo, pezzo a
pezzo, quella che io credo sia la linea che connota il nostro movimento - che
lo fara' capace di attraversare in chiarezza e coerenza la molteplicita' quasi
innumere dei problemi che lo confrontano e che ora vorrei cosi' formulare: il
primato politico della salute collettiva come momento centrale della lotta di
classe fondata su una reale partecipazione capace di accogliere nella loro
genuina espressione e assumere a livello di integrazione ulteriore le
molteplici soggettivita' della base sociale.
Se questa
linea e' corretta (ma vostro ne e' il giudizio) essa deve essere capace di dare
corrette e chiare indicazioni pratiche, così come deve essere capace di
sollecitare analisi ed approfondimenti ulteriori.
A questi
secondi io credo che noi vogliamo impegnarci in vario modo e con vari mezzi:
costituiremo gruppi di studio per problemi specifici, prepareremo nelle sedi
piu' appropriate dibattiti e confronti, andremo entro l'anno a un congresso
ordinato sui temi e sulle tesi che saranno stati oggetto di studio e
discussione adeguati, secondo le indicazioni del movimento. Questo convegno di
oggi, del quale ho cercato di dire "perche' ora" e del quale mi si e'
incaricato di dire "perche' cosi'", nasce, dunque, come convegno di
fondazione e di presentazione. Nasce, dicevo all'inizio, da una volonta' anzi
da una urgenza di incontro e di collegamento chiaramente formulata dalla base.
E' allora
parso giusto che fosse dedicato alla piu' libera e articolata espressione di
questa base, compatibilmente con le costrizioni imposte dal tempo ma anche con
i doveri imposti dalla responsabilita'. Per questo il comitato promotore ha
creduto di assicurare alle diverse componenti l'opportunita' del loro
contributo ed ha invitato tutti i compagni a far convergere il loro.
Per questo io,
incaricato di aprire il dibattito, ho cercato di individuare - tra le molte e
preziose indicazioni raccolte in questi mesi - una linea che fosse di
aggregazione per noi e di definizione per gli altri.
Per questo,
infine, mi sono trattenuto dall'entrare nei problemi che emergeranno dagli
interventi previsti, convinto tuttora di averne soltanto interpretato la scelta
comune, senza volerne anticipare le articolate proposte.
*
Mi pare
tuttavia che da quella linea le indicazioni che discendono siano chiare e
riconoscibili nel senso che Medicina Democratica
1) si impegna
in una lotta per la salute che non separa il campo sanitario da quello sociale
ma li attraversa entrambi secondo una direttrice fondamentale segnata dalla
contraddizione di classe. E' rispetto a questa direttrice che sa qualificarsi
una nuova solidarieta' tra il lavoratore alla sanita' e la sanita' dei
lavoratori: noi opereremo perche' cio' avvenga;
2) si impegna
ad operare per un radicale cambiamento degli attuali studi medici nel senso di
una articolata ma congiunta formazione di tutto il personale sanitario
orientandolo a:
a) saldare la
pratica con la teoria,
b) mettere la
prevenzione al primo posto,
c) priorizzare
la medicina di base e di comunita',
d) attendere
alla educazione sanitaria come premessa di partecipazione;
3) si impegna
ad operare per la deistituzionalizzazione dell'assistenza e per la
territorializzazione dei servizi nel pieno e diretto controllo popolare di
tutta l'attivita' sanitaria, valorizzando da una parte i consigli dei delegati,
stimolando dall'altra i comitati sanitari di zona, sostenendo e assistendo ogni
forma spontanea di partecipazione di base, proprio perche' tale e perche' in
quanto tale, nella sua assunzione e coscienza politica e collettiva della
medicina e' l'alternativa irriducibile alla medicalizzazione della
collettivita' e della politica;
4) riconosce e
valorizza nella autogestione della salute non un riduttivo "far da
se'" e una rinuncia all'uso di ogni valido sussidio medico, ma assume
questo in un diverso comando politico come momento fondamentale per la
riaffermazione della soggettivita', per il recupero di un rapporto dialettico
tra i soggetti dell'atto sanitario individuale e complessivo: pertanto e'
impegnata ad un'ulteriore valorizzazione di tale soggettivita' - che riconosce
nell'insegnamento del movimento operaio e nella lotta dei movimenti femministi
- in ogni occasione ove sia negata e repressa (a breve termine, per esempio,
Medicina Democratica concludera' la elaborazione di una legge di iniziativa
popolare contro la sperimentazione sull'uomo e promuovera' l'applicazione della
carta dei diritti del bambino ricoverato in ospedale);
5) rifiuta -
per tutto quanto la sua linea dice in tema di salute collettiva, di
partecipazione e di soggettivita' - qualsiasi uso repressivo, di controllo
sociale, di emarginazione della devianza da parte della medicina e dei suoi
operatori, impegnandoli non solo a rifiutarlo ma a contrastarlo in ogni modo;
6) rifiuta,
conseguentemente ma intransigentemente, ogni ruolo limitativo o condizionante
della liberta' della donna in ordine alle sue scelte di generazione e di
salute; solidarizza con i movimenti della sua liberazione e intende operare
perche' a questo fine siano orientate la struttura e la funzione dei
consultori;
7) assume la
responsabilita' di promuovere e ottenere l'inserimento sociale degli
handicappati come soggetti di piena partecipazione e di assicurare diretta
collaborazione alla loro azione e alla piu' diffusa conoscenza dei loro
problemi;
8) impegna i
suoi aderenti a dare senso e prassi alla concezione della medicina come
servizio per il popolo: quindi ad opporsi fino alla loro estinzione ad ogni
forma di arroccamento corporativo ed antipopolare dell'ordinaismo medico,
perche' la sanita' non sia - come e' stata altrove - un banco di prova generale
del blocco di destra;
9) si impegna
a cercare le solidarieta' politiche e sindacali che riconoscano negli obiettivi
di Medicina Democratica reali obiettivi della classe, ma anche a conservare
a se stessa le funzioni e i caratteri
di movimento autonomo di base, capace di accogliere e valorizzare politicamente
tutte le istanze e le iniziative che da tale base sono espresse nelle diverse
forme del suo articolarsi ed aggregarsi su obiettivi individuati dalla volonta'
popolare;
10) intende
compiere e ha gia' iniziato un lavoro di collegamento con movimenti che in
altri paesi - pur in una estrema diversificazione di metodi e di prassi congrue
alle diversita' dei quadri istituzionali e di regime - sviluppano azioni e
conducono lotte per la riappropriazione e l'autogestione della salute.
Questi dieci
punti, compagni, non sono un decalogo. Sono soltanto alcuni degli impegni -
pero' chiari ed esplicati - ed altrettante scelte di azione - pero' incidenti e
coerenti - secondo la linea che ci siamo dati e che e' sintesi di quanto voi,
non solo nelle assemblee di questi mesi, ma nelle lotte di questi anni siete
venuti esprimendo. Il dibattito ne arricchira' i contenuti, ne aggiungera di
ulteriori, ne indichera' la priorita'.
Cosi',
avviandomi a concludere quella che non poteva essere che una introduzione a un
convegno di fondazione, che desse la parola a tutti senza sottrarla a nessuno,
vorrei sottolineare a chi ci ascolta la nostra piena consapevolezza di un'altra
crisi che, come quella ricordata all'inizio, e' oggi congiunturalmente
clamorosa ma e' da tempo strutturalmente deteriorata: e' la crisi di questa
medicina contemporanea che, di giorno in giorno, si fa sempre piu'
assistenzialmente inefficace e socialmente repressiva.
*
L'inefficacia
dell'assistenza e' dimostrata da:
1) progressivo
deterioramento, statisticamente documentabile, della salute collettiva per
l'incidenza crescente di tutte le malattie legate alla nocivita' -
dell’ambiente di lavoro, di abitazione, di alimentazione e di vita - che e' il
portato inseparabile del modo di produzione capitalistico;
2) ricorrenza
- frequente e dilagante - di patologie infettive che si credevano e potevano
essere state debellate;
3) vertiginoso
incremento del consumo di farmaci in larga misura meramente sintomatici e
concretamente tossici;
4) emergenza
di un diffuso malessere, socialmente determinato e personalmente patito, che
investe larghi strati della popolazione indotta o costretta a vivere come
"disturbo mentale" cio' che e' soltanto "insopportabilita' di
vita".
La funzione
repressiva e' dimostrata da:
1) crescente
trasferimento dei problemi sociali e personali (conflittualita', trasgressione
dei limiti di "norma", domanda di soggettivazione, ecc.) in un'area
di gestibilita' istituzionale e di silenziamento terapeutico;
2) avanzante
tecnicizzazione dell'atto medico fino alla estinzione dei suoi contenuti di rapporto
interpersonale;
3) diffusione
di false o inefficaci pratiche di prevenzione secondaria per deviare la domanda
di conversione del modo di produzione;
4)
attribuzione al medico di nuovi compiti repressivi nei confronti del
comportamento infantile, se e' un pediatra, del diritto di aborto se e' un
ostetrico, del rifiuto del lavoro se e' un fiscale, dell'uso di droga se e' un
medico, della devianza se e' uno psichiatra, della rivolta alla nocivita' se e'
un medico del lavoro, e cosi' via.
A questo ed oltre
ci porta la "medicalizzazione della politica", e a questo si oppone
la scelta di Medicina Democratica che e' "politicizzazione della
medicina".
*
Cio'
significa, per noi e nei fatti, puntare su tutte le forme di appropriazione e
di autogestione che possono mettere la classe a soggetto di una lotta per la
salute che non cessi mai di essere, in quanto tale, una lotta contro il
sistema.
Non appartiene
alla classe l'insidioso dilemma: o le riforme oggi o la rivoluzione un'altra
volta. Per la classe contano quelle riforme - meglio: quelle conquiste - che
fanno parte di una strategia per la rivoluzione. Perche' ciascuna di esse - se,
oltre il suo valore assoluto, non fosse anche un acceleratore del processo di
mutazione strutturale - sarebbe soltanto apparente e, alla fine, perdente.
Occorre,
dunque, assecondare - ognuno all'interno del suo ruolo che e' pur sempre un
ruolo interno - il processo di appropriazione da parte della classe e delle
masse 1) degli strumenti di conoscenza dei meccanismi di profitto e di
sfruttamento del capitale e 2) degli strumenti di autocontrollo e di
autogestione della salute.
Occorre dare
ogni appoggio, ogni contributo - di forze, di idee, di critiche - ai consigli
di fabbrica, ai consigli di zona, ai comitati di quartiere, ai collettivi e ai
movimenti nei quali si esprime la volonta' di base delle masse, cui
naturalmente si raccordano quei medici, quegli studenti, quegli operatori
sanitari di ogni grado e funzione, quegli operatori sociali di vario ruolo e
qualificazione, quei - piu' comprensivamente - "tecnici della salute e per
la salute" che abbiano fatto una corretta scelta di classe e che si siano
dati una pratica congruente.
Questo che
dico, qui ed ora, e', con le stesse parole, l'impegno ed il voto, il progetto e
il proposito formulati negli anni addietro.
*
Ebbene, questo
ora avviene perche' da questa premessa, con questi connotati, su questa linea
nasce Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute. Nasce da una
grande ricchezza di lotte, di esperienze, di volonta' collettiva e individuali
che vogliono collegarsi per procedere insieme in un'analisi che sia verificata
e in una prassi che sia coordinata.
Nasce, deve
nascere, fuori da ogni settarismo e da ogni subalternita'.
Nasce, deve
nascere, fuori da ogni pia illusione di farne una zattera di salvataggio per
annaspanti coscienze nel mare di questa o di quella corporazione.
Nasce, deve
nascere, fuori di ogni risibile velleita' di farne un "partito
sanitario" o la proiezione sanitaria di questo o quel partito.
Nasce da uno
scontro di classe per la vittoria di una classe, quella, l’unica che - Marx ci
ha insegnato - liberando se' libera anche gli altri uomini.
E' un duro
scontro, e' tuttora una vittoria da conquistare: e' una lotta cui occorrono
l'impegno di tutti noi, anche quello della lealta' di confronto, della
dialetticita' di posizioni.
E' quindi
questo un momento di grande e positiva tensione ma anche di grave e riflessiva
responsabilita'. Io sento e penso che tutti i compagni debbano sentire e
riconoscere le dimensioni della nostra responsabilita': che e' quella di dar
vita a un movimento che non si ripieghi sui problemi pur autentici dei suoi
aderenti ma si rivolga anche a quelli della popolazione al cui servizio deve
porsi, che si conquisti fin dall'inizio e conservi la credibilita' di fronte
anche al giudizio piu' severo delle masse.
Che per loro - come gia' si intende e vede da ogni parte - cio'
che oggi nasce, sappia crescere per una lotta che sara' lotta di liberazione.