ALEXANDER
LANGER: QUANDO L'ECONOMIA UCCIDE... BISOGNA CAMBIARE
[Riproponiamo
la seguente trascrizione (non rivista dall'oratore) di una conferenza tenuta da
Alexander Langer a Viterbo il 27 gennaio 1995, che gia' ripubblicammo in
opuscolo e in rete (e cogliamo l'occasione per ringraziare ancora una volta di
tutto cuore Sandro Ercoli, all'epoca responsabile della formazione degli
obiettori di coscienza in servizio civile presso la Caritas di Viterbo nonche'
principale artefice dei cicli di incontri per una cultura della pace e della
solidarieta' nel cui ambito si svolse anche quello con Alex).
Alexander
Langer e' nato a Sterzing (Vipiteno, Bolzano) nel 1946, e si e' tolto la vita
nella campagna fiorentina nel 1995. Promotore di infinite iniziative per la
pace, la convivenza, i diritti, l'ambiente. Per una sommaria descrizione della
vita cosi' intensa e delle scelte cosi generose di Langer rimandiamo ad una sua
presentazione autobiografica che e' stata pubblicata col titolo Minima
personalia sulla rivista "Belfagor" nel 1986 (poi ripresa in La
scelta della convivenza). Opere di Alexander Langer: Vie di pace. Rapporto
dall'Europa, Arcobaleno, Bolzano 1992 esaurito). Dopo la sua scomparsa sono
state pubblicate alcune belle raccolte di interventi: La scelta della convivenza,
Edizioni e/o, Roma 1995; Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio,
Palermo 1996; Scritti sul Sudtirolo, Alpha&Beta, Bolzano 1996; Die Mehrheit
der Minderheiten, Wagenbach, Berlin 1996; Piu' lenti, piu' dolci, piu'
profondi, suppl. a "Notizie Verdi", Roma 1998; The Importance of
Mediators, Bridge Builders, Wall Vaulters and Frontier Crossers, Fondazione
Alexander Langer Stiftung - Una Citta', Bolzano-Forli' 2005; Fare la pace.
Scritti su "Azione nonviolenta" 1984-1995, Cierre - Movimento
Nonviolento, Verona, 2005; Lettere dall'Italia, Editoriale Diario, Milano 2005;
Alexander Langer, Was gut war Ein Alexander-Langer-ABC; inoltre la Fondazione
Langer ha terminato la catalogazione di una prima raccolta degli scritti e
degli interventi (Langer non fu scrittore da tavolino, ma generoso suscitatore
di iniziative e quindi la grandissima parte dei suoi interventi e' assai
variamente dispersa), i materiali raccolti e ordinati sono consultabili su
appuntamento presso la Fondazione. Opere su Alexander Langer: Roberto
Dall'Olio, Entro il limite. La resistenza mite di Alex Langer, La Meridiana,
Molfetta 2000; AA. VV. Una vita piu' semplice, Biografia e parole di Alexander
Langer, Terre di mezzo - Altreconomia, Milano 2005; Fabio Levi, In viaggio con
Alex, la vita e gli incontri di Alexander Langer (1946-1996), Feltrinelli,
Milano 2007. Si vedano inoltre almeno i fascicoli monografici di "Azione
nonviolenta" di luglio-agosto 1996, e di giugno 2005; l'opuscolo di
presentazione della Fondazione Alexander Langer Stiftung, 2000, 2004; il volume
monografico di "Testimonianze" n. 442 dedicato al decennale della
morte di Alex. Inoltre la Casa per la nonviolenza di Verona ha pubblicato un
cd-rom su Alex Langer (esaurito). Videografia su
Alexander Langer: Alexander Langer: 1947-1995: "Macht weiter was gut
war", Rai Sender Bozen, 1997; Alexander Langer. Impronte di un
viaggiatore, Rai Regionale Bolzano, 2000; Dietmar Hoess, Uno di noi, Blue Star
Film, 2007. Un indirizzo utile: Fondazione Alexander Langer Stiftung, via
Latemar 3, 9100 Bolzano-Bozen, tel. e fax: 0471977691; e-mail:
info@alexanderlanger.org, sito: www.alexanderlanger.org]
Vorrei
innanzitutto fare un ricordo per tutti significativo: oggi, in tutto il mondo,
si svolge il ricordo dell'Olocausto di Auschwitz e forse molte crisi di
umanita' che oggi stiamo affrontando ci richiamano anche a questo abisso nel
quale non un solo popolo, ma la comunita', la nostra comunita' europea
civilizzata ed industrializzata, e' precipitata. Il ricordo di Auschwitz, in questi
giorni, forse sta proprio a significare, per ognuno di noi, che mai piu' questo
possa accadere.
Una delle
grandi difficolta' di oggi e' quella di trovare, non solo buone ragioni o
valide cause in cui impegnarsi, ma anche ragioni perche' questo impegno abbia
un senso, non solo di testimonianza o per mettere a posto la coscienza. Il
punto di partenza e' proprio questo: il riconoscimento di una reale grande
difficolta'.
Ci sono oggi
molti fatti scoraggianti e, guardando alle guerre, alla fame, all'enorme dislivello
che aumenta tra ricchi e poveri, una persona potrebbe scoraggiarsi in anticipo
ancor prima di cominciare ad impegnarsi. Ci sono tanti fatti scoraggianti per
chi e', ad esempio, impegnato sui temi ambientali e che, in particolare, di
fronte alla natura di oggi, constata come la velocita' della distruzione e'
talmente superiore ai tempi della ricostruzione: ci sarebbe voglia di
disperare. Pensiamo a quanto tempo ci vuole per far crescere un albero e in
quanto poco tempo si abbatte, a quanto tempo ci e' voluto per formare le nostre
riserve e quanto ci e' voluto perche' i nostri mari si riempissero e come in
molti casi oggi li abbiamo gia' vuotati. Insomma, se si confrontano i tempi
della distruzione e i tempi, viceversa, della manutenzione e della ricostruzione,
ci sarebbe da scoraggiarsi. Credo ci siano poi anche altre ragioni che ci
impongono degli interrogativi, senza peraltro che si possano trovare a tutti
delle risposte soddisfacenti.
Guardiamo per
esempio a come e' oggi l'Italia.
L'Italia venti
anni fa era considerato il paese piu' politicizzato, il paese con la piu' alta
partecipazione civica e passione politica del mondo, non nel senso di
tifoseria, ma di alta partecipazione, di attivazione civica, di intensita'.
Guardiamo invece a cosa siamo arrivati oggi: da un lato la degenerazione della
politica ad affari, a procacciamento di posti, di vantaggi, di interessi, e
dall'altro, verificatosi negli ultimi mesi, il trionfo della
politica-spettacolo. Io penso che le ragioni del dubbio e anche qualche volta
di un certo sconforto, siano presenti. Tanto piu' se si guarda a quanto sia
difficile poi costruire una alternativa che abbia senso.
Oggi siamo di
fronte a numerose ed a notevoli crisi di molti dei grandi orizzonti, delle
grandi ideologie o ideali, di cio' che in qualche modo dava un senso positivo
all'azione, all'impegno, dava insomma motivazioni, sostegno, speranza e
spiegazione al mondo di quel che si faceva e sembrava, per questo, indicare un
indirizzo. Credo che queste crisi attraversino un po' tutti i campi, perche' mi
pare che sia in crisi, allo stesso grado e allo stesso tempo, l'idea del
progresso. Per esempio a me sembra difficile definirsi oggi progressisti senza
autoironia cosi' come sono fortemente in crisi le varie idee di nazione: guardiamo
a che cosa portano oggi i vari nazionalismi. Al tempo stesso sono in crisi le
esperienze sovranazionali: guardiamo la crisi ad esempio delle Nazioni Unite,
la loro impotenza e scarsa credibilita', ma guardiamo anche ad altre grandi
idee, grandi ideali, comprese le religioni, compresa la fede nel mercato.
Ecco, tutto
cio' e' fortemente in crisi.
*
Per ipotizzare
una via di ricostruzione bisogna fare uno sforzo per sgomberare il campo da
alcuni idoli. Non parlo di idoli come false divinita', ma di idoli in senso
piu' modesto, come veniva detto dal filosofo illuminato Bacon. Egli aveva
individuato degli idoli che, per comodita', voglio richiamare. Questo
facilitera' l'esposizione non solo rispetto a cio' che puo' fare il potere, il
mercato, il governo, i sindacati o altri, ma anche a quello che tocca ad ognuno
di noi fare: e' molto importante capire a quale ispirazione, orientamento ci
sentiamo impegnati.
Bacon aveva
utilizzato questi quattro tipi di idoli: quelli del foro, quelli del teatro,
quelli della tribu' e quelli della caverna.
Quelli del
foro erano quelli del mercato.
Io credo che
oggi gli idoli del mercato siano ampiamente presenti nell'idea che il fine
supremo della vita sia quello di fare soldi. Questo ci viene quasi
quotidianamente propinato dalla televisione, dai concorsi a premi, dall'idea
che comunque la vita e' una lotteria e che in particolare il primo premio, o
comunque i premi vincenti, siano quelli che portano molti soldi. Tutto sembra
poter essere trasformato in soldi compresi gli organi, la creativita'
intellettuale, ogni surrogato di solidarieta' che puo' essere pagato,
dall'assistenza all'anziano alla maternita', fino all'utero in affitto. Da
questo punto di vista, l'idea dei soldi e della ricchezza come obiettivo
riconosciuto ed unificante e' oggi un po' il primo di questi idoli, e, se non
riusciamo a preparare il terreno in un'altra direzione, assai difficilmente e'
immaginabile anche la costituzione di una alternativa civile.
Il secondo,
quello del teatro, mi pare non ci voglia molto a comprenderlo.
Siamo oggi,
molto piu' che ai tempi di Bacon, in una societa' dell'immagine, ed e' una
constatazione sufficientemente realistica dire che oggi sembra che solo cio'
che esiste a livello di immagine ha diritto di cittadinanza. Io credo che oggi,
tra i requisiti per un cambiamento per un'alternativa civile, etica, sociale,
una condizione di grande importanza sia quella di sfuggire alla frenesia e alla
sudditanza dell'immagine. Credo, per esempio, che chi opera in politica ed in
altri enti pubblici, sa benissimo che anche la migliore idea non serve se poi
non viene riconosciuta o se piu' semplicemente viene deformata. La concorrenza
sull'immagine e per l'apparire sulla stampa e sulla televisione fa parte quindi
di un certo senso del mestiere.
Credo pero'
che una costruzione di alternativa sia possibile solo da parte da chi, non solo
si sia appunto liberato dall'idolo del foro, cioe' del denaro e del mercato, ma
anche di questo dell'immagine. Altrimenti non c'e' dubbio, e lo vediamo in
questa fase politica, che tutto, tutto verra' sottoposto alla utilizzabilita'
sul piano dell'immagine, della spettacolarita', della finzione, insomma della
non-verita'.
Sostanzialmente
quindi, se si vuole lavorare a un cambiamento, occorrono ambiti, persone,
comunita' che in qualche modo incoraggino anche chi sia stanco della dittatura
dell'immagine, cioe' che incoraggino per esempio chi non e' servo dell'immagine
televisiva o della stampa, sia che si tratti di magistrati o che si tratti di
vescovi, sia che si tratti di sportivi o che si tratti di medici. Sappiamo che
nel momento in cui l'esercizio di una funzione, l'esercizio di una
partecipazione civile o di qualunque altra cosa, si svolge sotto il
condizionamento dell'idolo del teatro e della sceneggiata, allora e' pressoche'
impossibile la reale partecipazione e il peso della gente, e la stessa verita'
in tanti ancora sara' assente.
Il terzo tipo
di idolo di cui parlava Bacon, riferendosi a tempi un po' diversi, e' quello
della tribu', cioe' quello dell'appartenere alla tribu'.
Se io oggi uso
questa immagine mi riferisco fortemente ad una intesa di spirito quasi tribale,
etnico, nazionalistico, e, comunque vogliamo chiamarla, una ipervalutazione del
noi: noi che abbiamo lo stesso colore di pelle, noi che apparteniamo alla
stessa nazione, noi che tifiamo la stessa squadra, noi che pratichiamo la
stessa religione.
In questo
smodato ed esagerato bisogno di bandiere vi sono bandiere di identificazione e
di compattazione, vi sono bandiere contro qualcuno, bandiere che dovrebbero
obbligare chi non vuole stare in un campo a scegliere e a delimitarsi, e quindi
anche a contrapporsi a qualcun altro. Io credo che oggi anche la ripresa della
crisi di ideali internazionalisti o sovranazionali, comunque di affratellamento
dei popoli, porta ad una forte emergenza di idoli della tribu' e mi pare che
sia una delle cose che impediscono la costruzione di alternative piu' pacifiche
e piu' civili.
Il quarto di
questi idoli che voglio citare, abusando di Bacon, e' quello della caverna.
Bacon diceva
che l'uomo, la specie umana, non ha una conoscenza piena delle cose. Egli ha
una conoscenza velata che deriva dal nostro essere finiti e limitati. Bacon
diceva che l'uomo e' come se stesse in una caverna e vede passare alle sue
spalle le cose delle quali in realta' vede solo l'ombra, e quindi e' vittima in
un certo senso di questa illusione ottica, di questa sua ridotta percezione.
Tra le
illusioni ottiche della caverna di cui siamo oggi particolarmente vittime e
particolarmente esposti, c'e' una illusione di onnipotenza. In questo senso
oggi il "diventerete come Dio" e' piu' forte che in ogni altro tempo
che l'umanita' abbia mai vissuto. Si pensi che oggi appunto non solo si
teorizza, ma si pratica, la stessa costruzione artificiale di vita, della natura
ed in generale delle fonti energetiche, dell'equilibrio termico o di qualunque
cosa. Si pensa che attraverso una artificializzazione della natura, della vita,
del pianeta intero, si riesca, con fughe in avanti, a risolvere i problemi ed a
puntare su una ulteriore crescita, un'ulteriore arbitraria soddisfazione di
presunti bisogni.
Questo e' il
quarto dei grandi idoli che rendono appunto difficile oggi il cambiamento.
Qualcuno lo ha chiamato "il faustismo", richiamando l'idea di poter
fare tutto, facendo anche il patto con il diavolo, fino alla ri-creazione
dell'uomo secondo i propri desideri.
Io penso che
per costruire un mondo oggi piu' sostenibile, termine con il quale intendo
molte cose, bisogna prima riuscire ad affrancarsi da questi idoli e la cosa non
e' facilissima perche' tutto tenderebbe a spingere nella direzione opposta.
*
Cosa potrebbe
voler dire un mondo piu' sostenibile? Oggi si parla, anche nei documenti
dell'Onu, di sviluppo piu' sostenibile, e, al di la' del nome tecnologico, una
lettura realistica potrebbe voler dire "continuiamo come prima, ma
cerchiamo di moderarci un po'". Pero', al di la' di questa lettura, e'
importante capire che la nostra civilta', cosi' come appare, non e' compatibile
con la natura perche', se continuassimo solo con questa produzione di rifiuti,
non ci basterebbe il pianeta che abbiamo. La stessa cosa si potrebbe dire per
l'energia e per tutti gli altri campi.
Tutto questo,
accanto ai molti paradossi della vita economica, della vita sociale, della vita
ecologica, credo che ci obblighi ad un cambiamento di rotta. Io cerco di
individuare solo alcune strade possibili, non un affresco di come potrebbe
essere il nuovo mondo, perche' mi pare che non si possa avere un affresco del
genere. Ci sono pero' alcune cose che si possono gia' dire.
Una e' la
forte rivalutazione e rivitalizzazione delle comunita' locali.
Io credo che
oggi una delle vie del risanamento passa attraverso la rivitalizzazione ed il
rafforzamento delle radici, anche delle pluralita' delle radici. Quando dico
radici non parlo di realta' biologica, ma, sostanzialmente, di cio' che ci
permette di sentirci a casa, di cio' che ci permette di sentirci parte di
generazioni, di storia, di tradizione, di cultura, anche di prospettiva di
senso. Credo che oggi ci sia un forte bisogno di rafforzare le radici e,
siccome su questo bisogno si specula con tante forme di integralismo, la
comunita' locale deve essere la ragionevole alternativa su cui coltivare le
radici senza abusi ideologici.
Coltivare le
radici vuol dire fare quello che noi tanto ammiriamo nei cosiddetti popoli
indigeni, che vivono da custodi della terra in cui stanno. Da questo punto di
vista oggi qualunque politica si proponga un'alternativa deve fortemente
rivalutare la dimensione locale, che portera' poi a rivalutare la dimensione
del vicinato, delle vicinanze, del radicamento, per restituirgli un senso.
Radicamento
non vuol dire che uno deve concentrarsi egoisticamente sul proprio territorio o
che sara' obbligato a vivere sempre nello stesso posto, anche perche' in ogni
caso la nostra civilta' obblighera' sempre piu' persone ad andare via, ad
emigrare, per necessita', per poter migliorare la propria vita e per altro
ancora. Pero' se oggi non si riscoprono le radici, ho paura che si e' molto
piu' esposti a qualunque soluzione totalitaria, a qualunque inganno televisivo,
agli idoli sopra esposti.
Serve quindi
la rivalutazione della comunita' locale dove comunita' non vuol dire solo
unita' amministrativa, non vuol dire solo un quadratino sulla carta geografica,
ma vuol indicare qualcosa che e' cresciuto, che poi si modifica ma che ha dei
legami.
Penso invece
che la frase ormai molto usata, del "pensare globalmente ed agire
localmente", e' fondamentale, ed oggi nessuno puo' fingere di non sapere
che qualsiasi scelta facciamo a livello locale ha delle ripercussioni globali
molto forti: i prodotti che compriamo cominciano ad essere quelli che
rifiutiamo, quelli che versiamo nel rigagnolo sotto casa hanno delle
conseguenze anche altrove, il motore acceso della macchina ha conseguenze anche
globali, i sacchetti di plastica hanno conseguenze anche altrove, eccetera. Il
fatto che utilizziamo dei detersivi piu' rispettosi dell'aria e dell'acqua ha
conseguenze globali. Anche delle piccole scelte quali l'andare in bicicletta e
non in macchina hanno conseguenze un po' su tutto e non solo sui nostri
polmoni.
Un altro
settore importante di rigenerazione e' l'assoluta necessita' di agire per una
politica, per una cultura e una amministrazione per la convivenza tra diversi.
Non esistono piu', e se mai esistevano, non esisteranno piu' soprattutto nelle
citta', ma anche nelle campagne, realta' perfettamente omogenee dal punto di
vista etnico, culturale.
Siamo cioe' in
un mondo molto piu' mescolato di quanto magari non ci piaccia, pero' abbiamo
solo due alternative di fondo: o puntare, chiamiamola pure cosi',
sull'epurazione etnica, cioe' creare una forte omogeneita', e questo significa
usare violenza, reprimere, cacciare via, sterminare, ghettizzare; oppure
sviluppare l'arte della convivenza.
Io credo che
lo sviluppo dell'arte della convivenza, tra etnie, tra Nord e Sud, tra noi
diversi, tra professioni, tra persone con diverso colore della pelle, tra
lingue, culture, eccetera, e' oggi una delle condizioni fondamentali per il
riequilibrio e per la conservazione della stessa pace. Penso che a questo
proposito sia molto importante dire che la convivenza non e' in contrasto con
la politica del luogo, perche' il luogo e' ospitale anche con chi ha diverso
colore della pelle o parla una lingua diversa se sa rispettosamente inserirsi.
Io credo che
al di la' dei grandi disegni che si possono fare, oggi un punto di svolta verso
un'alternativa di ricostruzione, che e' forse possibile, mi pare che possa
sintetizzarsi abbastanza bene intanto con una parola molto comune che io
chiamerei la semplicita'. Credo cioe' che oggi ci sia molto bisogno di una
svolta verso la semplicita', da molti punti di vista. E quando dico semplicita'
non lo dico per negare che il mondo e' complesso, anzi, le semplificazioni
sarebbero pericolosissime.
Non voglio
significare l'idea manichea della massima semplificazione di decidere chi e' il
buono e chi e' il cattivo, con la quale le destre del mondo a volte hanno
successo; non dico quindi semplificazione o semplicismo, dico proprio
semplicita', che vuol dire sostanzialmente operare una svolta nei nostri
comportamenti, nelle scelte economiche che facciamo, nelle scelte di come
organizziamo la convivenza. Svolta che a mio giudizio si potrebbe sintetizzare
bene capovolgendo esattamente nel suo contrario il motto dei giochi olimpici.
Il motto dei
giochi olimpici ci spinge al massimo della competizione: "piu' forte, piu'
alto, piu' veloce". Io credo che la svolta verso la semplicita' puo'
facilmente capovolgere questo.
Invece di dire
piu' veloce probabilmente abbiamo bisogno oggi di una svolta verso una maggiore
lentezza (lentius).
Invece di dire
piu' alto, che e' poi il massimo della competizione, io credo che possiamo
puntare viceversa sul piu' profondo (profundius), cioe' sul valorizzare piu' le
dimensioni della profondita' che significa tante volte rinunciare alla
quantita', alla crescita, guadagnando in qualita'.
E invece di
piu' forte oggi possiamo cercare invece il piu' dolce, il piu' mite (suavius):
nei comportamenti collettivi ed individuali invece di puntare alla prova di
forza, al massimo della competizione, si punti, anche in questo caso,
sostanzialmente alla convivenza.
Piu' di
duecento anni fa, Kant cercando di capire una regola generale che potesse
illuminare tutti, credenti e non credenti, su che cosa fosse giusto fare,
disse: "noi dobbiamo agire in modo tale che i nostri criteri di
comportamento possano essere anche i criteri di ciascun altro".
Io credo che
oggi questa regola ha una comunicazione in piu': oggi dovremmo dire che, di per
se', ogni nostro comportamento, per essere equo, dovrebbe teoricamente essere
moltiplicabile per cinque miliardi, tali siamo gli abitanti del mondo, e credo
che allora molto presto ci accorgeremmo che molti dei nostri comportamenti non
sono eticamente accettabili perche' non sono moltiplicabili per cinque
miliardi.