ALDO CAPITINI:
TEORIA DELLA NONVIOLENZA
[Riproduciamo
l'opuscolo che riporta alcuni testi di Aldo Capitini, Teoria della nonviolenza,
Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1980 (richiedibile presso la
redazione di "Azione nonviolenta", e-mail: azionenonviolenta@sis.it,
sito: www.nonviolenti.org).
Aldo Capitini
e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario,
infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. E' morto a
Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande pensatore ed operatore della
nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli
scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori), Il messaggio di
Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di
testimonianze ed una pressoche' integrale - ovviamente allo stato delle
conoscenze e delle ricerche dell'epoca - bibliografia degli scritti di
Capitini); recentemente e' stato ripubblicato il saggio Le tecniche della
nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una raccolta di scritti
autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea d'ombra, Milano 1991, nuova
edizione presso L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; e gli scritti sul
Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; segnaliamo anche Nonviolenza dopo
la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991; e la
recente antologia degli scritti (a cura di Mario Martini, benemerito degli
studi capitiniani) Le ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004.
Presso la redazione di "Azione nonviolenta" (e-mail:
azionenonviolenta@sis.it, sito: www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono
essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in
libreria (tra cui i fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e
Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una
edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla
nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e
religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi
Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni
alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le
pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci,
Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini,
Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi
dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991;
Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di
Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo
Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il
ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta'
liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia
1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Federica
Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi
2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un profilo pedagogico di Aldo
Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze 2005; Andrea Tortoreto, La
filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze 2005; Marco Catarci, Il pensiero
disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007;
cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel
Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una bibliografia della critica
cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato; numerosi utilissimi
materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito dell'Associazione nazionale amici
di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito
www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo Capitini
possono essere richiesti scrivendo a Luciano Capitini: capitps@libero.it, o
anche a Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni@libero.it, o anche al Movimento
Nonviolento: tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta@sis.it
o anche redazione@nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org]
Principi di
nonviolenza
La nonviolenza
risulta dall'insoddisfazione verso cio' che, nella natura, nella societa',
nell'umanita', si costituisce o si e' costituito con la violenza; e
dall'impegno a stabilire dal nostro intimo, unita' amore con gli esseri umani e
non umani, vicini e lontani. La manifestazione piu' concreta ed anche piu'
evidente di questa unita' amore e' l'atto di non uccidere questi esseri e di
non operare su di loro mediante l'oppressione e la tortura. Questo impegno non
e' che un punto di partenza (come nessuno nella poesia, nella musica, puo'
pretendere di esaurirle), e le imperfezioni del nostro atto di unita' amore non
possono essere compensate che dal proposito di essere attivissimi in essa, nel tu
che diciamo agli esseri nella loro singola individualita', mai dicendo che
basta. La nonviolenza non e' l'esecuzione di un ordine, ma e' una persuasione
che pervade mente, cuore ed agire, ed e' un centro aperto: il che significa che
ognuno prende l'iniziativa di unita' amore senza aspettare che prima tutti si
innamorino, e la concreta in modi particolari che egli decide con sincerita', e
con dolore per ogni limite e impedimento che lo stato attuale della
realta'-societa'-umanita' ancora mette a sviluppare pienamente questa unita'
con tutti.
Vi sono,
dunque, tanti gradi e tante espressioni della nonviolenza, ma, al punto in cui
siamo, esse si concentrano in un modo fondamentale, che e' di non uccidere
esseri umani. Mentre si sta stabilendo, oggi piu' che mai, anche economicamente
politicamente culturalmente, l'unita' mondiale dell'umanita', l'atto di affetto
all'esistenza di ogni essere umano ci porta al punto di questa unita' umana.
Verso gli altri esseri viventi ma non umani, come gli animali e le piante,
tutto cio' che e' fatto nell'affetto e rispetto alla loro esistenza, apre
l'unita' amore anche a loro e abitua a sentire, di riflesso, il valore del non
uccidere esseri piu' complessi e piu' simili a noi, come sono gli uomini. La
prassi del vegetarianesimo ha percio' grande importanza.
La nonviolenza
non e' soltanto contro la violenza del presente, ma anche contro quelle del
passato; e percio' tende a un rinnovamento della realta' dove il pesce grande
mangia il pesce piccolo, della societa' dove esiste l'oppressione e lo
sfruttamento, dell'umanita' nella sua chiusura egoistica e nelle sue abitudini
conformistiche e gusto della potenza. Ma finche' diamo col pensiero e con
l'atto la morte, non possiamo protestare contro la realta' che da' la morte. E
perche' la societa' non torni sempre oppressiva sotto un nome od un altro, deve
cambiare l'uomo e il suo modo di sentire il rapporto con gli altri: la
nonviolenza e' impegno alla trasformazione piu' profonda, dalla quale derivano
tutte le altre; e percio' non si colloca nella realta' pensando che tutto resti
com'e', ma sentendo che tutto puo' cambiare, e che com'e' stata finora la
realta' societa' umanita' non era che un tentativo secondo i modi della potenza
e della distruzione, e che vien dato un nuovo corso alla vita con i modi
dell'unita' amore e della compresenza di tutti.
La nonviolenza
e' in una continua lotta, con le tendenze dell'animo e del corpo e dell'istinto
e la paura e la difesa, con la realta' dura, insensibile, crudele, con la
societa', con l'umanita' nelle sue attuali abitudini psichiche: non puo' fare
compromessi con questo mondo cosi com'e', e percio' il suo amore e' profondo,
ma severo; ama svegliando alla liberazione e sveglia alla liberazione amando;
quindi distingue nettamente tra le persone e gli esseri tutti che unisce
nell'amore, tutti avviati alla liberazione, e le loro azioni, delitti, peccati,
stoltezze, assumendo il compito di aiutare questi esseri ad accorgersi del
male, e, se proprio non e' possibile altro, contribuendo a liberarli dando,
piu' che e' possibile, il bene.
La nonviolenza
e' attivissima, per conoscere gli aspetti della violenza e smascherarli
impavidamente; per supplire all'efficacia dei mezzi violenti col moltipllcare i
mezzi nonviolenti, facendo percio' come le bestie piccole che sono piu'
prolifiche delle grandi; per vincere l'accusa e il pericolo intimo che essa sia
scelta perche' meno faticosa e meno rischiosa; per dare effettivamente un
contributo alla societa', che ci da', in altri modi. altri contributi. Proprio
in questo tempo la nonviolenza ha il suo preciso posto nell'indicare una svolta
decisiva e nell'inserire il fatto nuovo. Che non si veda un altro impero romano
e un altro impero barbarico, e sempre oppressioni e rivolte, nascere e uccidere
e morire, e l'uomo dolorante e illusoriamente lieto, perche' ancora non ha
imparato a fondo quanto dinamismo rinnovatore hanno l'interiorita', la
liberta', l'amore. Proprio appassionandoci per l'esistenza degli esseri
viventi, rispettandoli piu' che si puo', e dolendoci della loro morte, noi
impariamo a sentire immortali i morti e uniti all'intima presenza.
Chi e'
nonviolento e' portato ad avere simpatia particolare con le vittime della
realta' attuale, i colpiti dalle ingiustizie, dalle malattie, dalla morte, gli
umiliati, gli offesi, gli storpiati, i miti e i silenziosi, e percio' tende a
compensare queste persone ed esseri (anche il gatto malato e sfuggito) con
maggiore attenzione e affetto, contro la falsa armonia del mondo ottenuta
buttando via le vittime.
La nonviolenza
e' impegnata a parlare apertamente su cio' che e' male, costi quello che costi,
non cedendo mai su questa liberta', e rivendicandola per tutti; e a non
associarsi mai a compiere cio' che ritiene il male. Contro imperialismo,
tirannia, sfruttamento, invasione, il metodo della nonviolenza e' di non
collaborare al male; e di creare difficolta' all'esplicazione di quei modi,
senza sospendere mai l'amore per le singole persone, anche autrici di quei
mali, ma non esaurentisi in essi; cosi' si riconosce di avere un alleato alla
solidarieta' che si stabilisce tra gli oppressi, nell'intimo stesso degli
oppressori.
Chi e'
persuaso della nonviolenza tende alla comunita' aperta, e percio' a mettere in
comune il piu' largamente le sue iniziative di lavoro, la proprieta', non
sfruttatrice, che egli possiede, la cultura (partecipando e celebrando i valori
culturali con altre persone), la liberta' (favorendola con altri in assemblee
nonviolente per il controllo e lo sviluppo amministrativo della vita).
(Principi
elaborati per il Centro di Perugia per la Nonviolenza costituito nel 1952)
*
La nonviolenza
nella prospettiva individuale e in quella sociale
La nonviolenza
e' lotta
Agli uomini
usciti dalle guerre, agli animi che sentono il peso di un'immensa stanchezza e
il bisogno di un riposo che talvolta e' perfino sogno di annullamento e piu'
spesso e' idoleggiamento di uno stato lento, comodo, col gusto di piaceri che
non vengano tolti; prospettare l'idea e le conseguenze della nonviolenza
produce un urto doloroso; ed essi domandano tra stizziti e allarmati: "ma
e' cosi difficile ricomporre una vita tranquilla, una casa, un orario
giornaliero, e la fruizione dei beni della terra; e bisogna invece affrontare
un problema cosi sconcertante e paradossale? Noi vogliamo la pace, l'umanita'
vuole, merita la pace".
Penso che
questa gente abbia una sensazione esatta. E' un errore credere che la
nonviolenza sia pace, ordine, lavoro e sonno tranquillo, matrimoni e figli in
grande abbondanza, nulla di spezzato nelle case, nessuna ammaccatura nel
proprio corpo.
La nonviolenza
non e' l'antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto infranto, li'
tutto intatto. La nonviolenza e' guerra anch'essa, o, per dir meglio, lotta,
una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le
abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i
propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata.
La nonviolenza
significa esser preparati a vedere il caos intorno, il disordine sociale, la prepotenza
dei malvagi, significa prospettarsi una situazione tormentosa. La nonviolenza
fa bene a non promettere nulla del mondo, tranne la croce. E quegli uomini che
dicevo prima non vogliono la croce: disfatti o disorientati preferirebbero
ritagliarsi una parte anonima della vita, con uno stipendio immancabile, e
frequenti "bicchierini" per tirare avanti. Gli uomini, la civilta'
infine del "bicchierino" per reggere; e il bicchierino puo' essere
liquore, fumo, vincita di lotteria, vita sensuale, un appoggio insomma che ci
sia realmente, un qualche cosa di sensibile, che dica all'uomo attraverso un
piacere: tu sei.
Questi uomini
furono ingannati perfettamente dal fascismo, il quale di rado era scomodo, ma
nell'insieme ordinato e piacevole; e quando divenne pieno di punte
problematiche quegli uomini gli si ribellarono contro con una sincerita' tale
come se gli fossero stati avversi dall'inizio.
Per scoprire
l'inganno del fascismo sarebbe bisognato non prendere l'ordine per cosa
assoluta; e per reagire sarebbe bisognato non prendere per cosa assoluta il
comodo proprio e circostante.
I regimi
politici che assicurano comunque un ordine trovano sempre moltissimi che li
accettano, senza badare se l'ordine esterno non e' tradito potenzialmente da
una mentalita' sopraffattrice e avventuriera.
Si diceva
durante il fascismo: "Nel '21 c'era il disordine, scioperi, i treni non
partivano; il fascismo ha stabilito l'ordine, la concordia tra capitale e
lavoro". E si diceva cosa insulsa; perche' il fascismo non risolse i problemi
del dopoguerra, quelli che generavano il "disordine"; e se delle due
fazioni avesse invece trionfato la socialista, avrebbe essa stabilito il suo
ordine; e allora e' da discutere sull'essenza, sulla qualificazione
dell'ordine: ordine fascista o ordine socialista? Che cosa fosse l'ordine
fascista si poteva intrinsecamente gia' vedere con l'occhio alla sua sostanza
morale; ma si vide nel fatto: partirono, si', i treni, ma sono partite poi
anche le stazioni.
La nonviolenza
non e' appoggio all'ingiustizia
Ma oltre
l'equivoco della nonviolenza come pace, io vorrei chiarire e dissipare un altro
equivoco, che e' ancor piu' insinuante e pericoloso.
Nella lotta
politica e sociale, necessaria in una societa' di ingiustizia e di privilegi,
la nonviolenza fa tirare un sospiro di sollievo ai tiranni di ogni specie; e
questo sospiro di sollievo e' per noi oltremodo tormentoso.
Se la
nonviolenza dovesse essere interpretata, o comunque risolversi in
un'acquiescenza all'ingiustizia, a quella violenza di secoli cristallizzata in
potere e in privilegi decorati ora di una apparente legittimita', non ci
sarebbe una piu' tentatrice sollecitazione a metterla in dubbio ed
abbandonarla.
La nonviolenza
non e' soltanto rifiuto della violenza attuale, ma e' diffidenza contro il risultato
ingiusto di una violenza passata. Di quanto piu' di violenza e' carico un
regime capitalistico o tirannico, tanto piu' il nonviolento entra in stato di
diffidenza verso di esso.
Bisogna aver
ben chiaro che la nonviolenza non colloca dalla parte dei conservatori e dei
carabinieri, ma proprio dalla parte dei propagatori di una societa' migliore,
portando qui il suo metodo e la sua realta'. Il nonviolento che si fa
cortigiano e' disgustoso: migliore e' allora il tirannicida, Armodio,
Aristogitone, Bruto. Due grandi nonviolenti come Gesu' Cristo e San Francesco
si collocarono dalla parte degli umiliati e degli offesi. La nonviolenza e' il
punto della tensione piu' profonda del sovvertimento di una societa'
inadeguata.
La nonviolenza
e' attiva e modesta
Percio', e
cosi chiariamo il terzo equivoco, la nonviolenza e' attivissima.
La nonviolenza
e' prova di sovrabbondanza interiore, per cui all'uso della violenza che
sarebbe ovvio, naturale, possibilissimo, viene sostituita, per ulteriore
ricerca e sforzo, la nonviolenza.
Sarebbe anche
qui falsificazione intendere il nonviolento come un pedante occupato
esclusivamente a torcere il volto davanti ad ogni menomo atto violento, senza
addentrarsi nella vita e nei suoi motivi. Tra il nonviolento inerte e il
soldato che si esercita faticosamente ed arrischia, la possibilita' di un
valore morale e' piu' nel secondo che nel primo.
Il nonviolento
deve essere attivissimo sia per conoscere le ragioni della violenza, per
individuare la violenza implicita che si ammanta di legalita' e smascherarla
impavidamente; sia per supplire all'efficacia dei mezzi violenti con il
moltipllcarsi dei mezzi nonviolenti, facendo come le bestie piccole che sono
piu' prolifiche (e anche sopravvivono alle specie delle bestie grandi); sia per
vincere l'accusa e il pericolo intimo che la nonviolenza venga scelta perche'
meno faticosa e meno rischiosa: il nonviolento deve portarsi alla punta di ogni
azione, di ogni causa giusta, appunto per curare il proprio sentimento che
potrebbe stagnare e per farsi perdonare dalla societa' la propria singolarita'.
E' noto che gli obbiettori di coscienza (cioe' coloro che non hanno voluto
collaborare alla coscrizione) sono stati uccisi a migliaia dai governi
totalitari; e dove sono stati tollerati, hanno chiesto spesso servizi rischiosi
e dolorosi, per esempio di sottoporsi agli esperimenti medici o di raccogliere
i feriti nelle prime linee.
E infine sara'
opportuno chiarire anche un quarto equivoco, che cioe' il nonviolento pretenda
essere superiore per il suo atto di nonviolenza.
Non e' l'atto
di nonviolenza per se stesso, ma tutto cio' che sta con esso e all'origine di
esso, che puo' costituire un valore.
L'animo,
l'intenzione, l'amore, gli sforzi fatti, quanto di proprio sacrificio ci sia
stato messo: qui e' il valore sia dell'atto di violenza che dell'atto di
nonviolenza. E' evidentissimo che tra colui che per evitare l'uccisione di un
bambino si slanciasse con l'arma in mano a difenderlo a rischio di essere
ucciso egli stesso, e il nonviolento che se ne stesse ben lontano e inerte,
avrebbe maggior valore il primo, quando il secondo non si fosse gettato tra
l'uccisore e il bambino a persuadere ed anche a offrire il suo corpo, avanti a
quello del bambino, al colpo mortale.
Concetti e
modi della nonviolenza
Chiariti e
dissolti questi equivoci, sara' bene ora prender contatto con il concetto
stesso della nonviolenza.
Violenza e' un
concetto relativo all'oggetto sul quale si esercita una certa azione. Quanto
meno io considero quell'oggetto in cio' che esso e' per se stesso, tanto piu'
mi avvio alla violenza contro di esso.
La nonviolenza
e' una presa di contatto col mondo circostante nella sua varieta' di cose, di
esseri subumani, e di esseri umani, e' un destarsi di attenzione alle singole
individualita' di tutti questi oggetti circostanti per porsi un problema:
"che cosa e' questo singolo oggetto? qual e' la sua caratteristica, la sua
vita, la sua liberta', il suo formarsi dal di dentro?".
E' la
sospensione dell'attivismo che consideri tutto, senza eccezione, come mezzo,
fino a quei casi tipici che sono come il lusso e il gioco di questo attivismo,
come l'incendio di Roma da parte di Nerone per vederne la bellezza, o il letto
su cui il brigante greco Procuste stendeva i suoi prigionieri stirandoli o
stroncandoli secondo che fossero piu' corti o piu' lunghi. Sospensione di
attivismo che e' attivissima moltiplicazione d'attenzione, d'interesse, di
affetto, potenziamento della vita interiore proprio mediante questo
collegamento in atto di tutto il reale nelle sue innumerevoli individuazioni
con l'intimo nostro.
Ma questo non
e' che un punto di partenza, perche' di qui comincia un movimento, una
tensione.
Ad una parte
degli oggetti assegno un compito di collaborazione, prendendo interamente su di
me la definizione del fine del lavoro con cui essi collaborano; e questi
oggetti chiamo cose.
Nei riguardi
delle "cose" io non mi pongo altro dovere che di adoperarle bene, di
chiamarle a collaborare ad atti di cui assumo la responsabilita'; e la
malvagita' sta non nell'usare l'acqua per un bagno, ma se nel bagno affogo il
bambino, invece di lavarlo semplicemente, buttando l'acqua ad altro destino.
Per il carbone fossile stare nell'interno della terra o muovere una locomotiva
puo' essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte, in un monumento
o come polvere sulle strade.
Puo' darsi che
un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre il campo
delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di collaborazione meno
imperioso e meno antropocentrico: e' un problema questo non vano, e di un
orizzonte vastissimo, schiuso proprio dal principio della nonviolenza, che e'
inquietudine continua, passione mai saziata di interesse per le individualita'.
Vi e' poi il
gruppo di esseri subumani. E c'e' come un gruppo di passaggio in tutti quegli
esseri di minima vita, microrganismi e microbi, rispetto ai quali non possiamo
fare che una valutazione di "cose" sempre pero' con quella speranza e
quel problema, che nuove indagini e nuove intuizioni permettano una collaborazione
migliore: chissa', per esempio, che non si riesca a trovare il modo di volgere
a benefica l'azione malefica di molti microbi.
Ma quando
incontriamo vite piu' sviluppate, individualita' con cui e' possibile stabilire
un rapporto complesso, qui sentiamo la gioia di salvarci con piu' ragione dalla
considerazione di "cose". Cio' non toglie che ci si possa interessare
a cose minime, rispettarle nel loro essere; che io possa appassionarmi
all'individualita' di quella farfalla che ho visto nel boschetto e che vivra'
oramai una settimana, di quel filo d'erba, di quel sasso. Questo prova che la
nonviolenza, essendo unita'-amore e' espressione nostra, e' collocazione e
scelta volontaria, non un dogma; e ognuno puo' a sua ispirazione (Spiritus ubi
vult spirat) dirigerla. San Francesco voleva che l'ortolano non lavorasse tutto
l'orto, ma ne lasciasse una parte dove le cosi' dette erbacce potessero
crescere liberamente, perche' per lui la spontaneita' di quel crescere, la
bellezza di quelle erbe, e che esse attestassero e lodassero Dio, era la stessa
cosa. E cosi egli preferiva che l'albero si tagliasse lasciandogli la radice e
la possibilita' di crescere nuovamente.
Noi possiamo
su tutta la scala degli esseri non umani istituire a noi stessi delle
direttive, che anche se non sempre attuate, provano che in noi vive un
problema, una passione, una direzione.
Preferire, per
esempio, di regalare piante intere piuttosto che fiori, rinunciare alla caccia,
adoperarsi per addomesticare bestie selvagge.
Il
vegetarianesimo, per esempio, e' una cospicua scelta che viene fatta nel campo
degli esseri subumani. Si decide di rinunciare al cibo che comporti uccisione
di animali; e con cio' stesso muta il nostro modo di avvicinarsi ad essi, il
nostro modo di considerarli; si accetta sorridendo ma con fermezza l'apparente
stranezza che galline e pecore, dopo averci dato uova e lana, "muoiano di
vecchiaia": si amplia, al posto della violenza spietata alle sofferenze e
all'uccisione, quel piano di collaborazione in cui consiste l'incremento della
civilta'.
Questa
"sospensione" introdotta nella leggerezza sterminatrice e nella
freddezza utilitaria si riflette in accrescimento di valore interiore. Ma c'e'
di piu' e forse di meglio. Io debbo confessare che, pur avendo un notevole
interesse all'esistenza degli animali, mi decisi al vegetarianesimo nel 1932,
quando, nell'opposizione al fascismo, mi convinsi che l'esitazione ad uccidere
animali, avrebbe fatto risaltare ancor meglio l'importanza del rispetto
dell'esistenza umana.
Consideriamo,
dunque, la nonviolenza in questi gradi anteriori come un addestramento che ha
due atteggiamenti, quello di considerare cio' che e' altro da noi come
"cosa" ma con l'impegno a servirsene per un fine degno e alto; e
l'atteggiamento di considerarlo come "esistente", rispettato e amato
percio' come tale.
Due
atteggiamenti, come ho detto, non rigidi, ma in dialettica, in travaglio, e
appunto percio' prova della vitalita' interiore di un appassionamento. Ma sia
come un prologo al mondo umano. Noi sappiamo che tutte le volte che in
pedagogia ci si e' posti il problema del piu' basso, di cio' che e' infimo, si
e' fatto un grande passo: quando si e' cercata l'educazione dei deficienti, o
dei molto piccoli o dei molto poveri, si sono scoperti sempre metodi che hanno
dato risultati prodigiosi applicati agli altri.
E cosi in
questo prologo ci siamo posti dei temi: portiamoli ora nel mondo umano, e
sentiremo una risonanza grandiosa.
Riguardo ad
esseri umani la nonviolenza e' l'appello continuo e intenso alla comprensione,
alla spontaneita', alla capacita' che ha l'altro essere umano di giungere ad
una decisione razionale.
Nel campo
umano la dedizione a questo appello ha un fondamento piu' saldo che per ogni
altro essere: basta che io pensi che colui che incontro, potrebbe essere mio
figlio: nulla di eccezionale in questo sentimento di genitura, per la
somiglianza umana che c'e' tra noi.
Del resto, io
penso che sempre nei riguardi di un essere umano debbo richiamarmi a un punto
interno in cui io mi senta madre di lui; che debbo abituarmi a costituire
costantemente questo atteggiamento nel mio intimo; che, insomma, almeno per una
volta, esaurite e sfogate se si vuole, tutte le altre possibilita', io debbo
domandarmi: "ma mi sono anche considerato pur per un istante madre di
costui? come agirei se fossi sua madre, certo una madre non stolta, ma pronta a
vedere che cosa c'e' a favore di lui, a sperare per lui?".
La
nonviolenza, porgendo l'appello alla razionalita' altrui, e' anche un
potenziamento del tu, e dell'interesse a che l'altro viva, si svolga, e come un
generarlo dall'intimo nostro, una gioia perche' l'altro esiste, un
appassionamento alla radice. Come noi potremmo avvicinarci all'infinita miseria
degli esseri umani, alle loro limitazioni, curare le loro infermita', sopportarli,
se non portassimo un infinito compiacimento che l'altro esiste e proprio come
essere umano? In questo atto si va oltre lo stato di felicita' e infelicita', e
si vive il sacro per cui ogni essere che viene alla luce entra in qualche cosa
di positivo, di la' dalla sua miseria e dalla sua grandezza. Lo spirito lo
tocca, e io posso raggiungerlo col mio atto: qui siamo nella presenza
religiosa, che e' piu' di ogni limitatezza, deformita', malattia, bruttezza. La
nonviolenza mi fa risaltare l'importanza dell'atto col quale mi avvicino ad
uno, atto di presenza aperta, superiore alla felicita' o infelicita', a cio'
che puo' accadermi o accadergli.
E se io voglio
che l'altro sia in un certo modo, il ripudio dei mezzi violenti mi induce ad
una tensione interiore perche' io anzitutto viva quello che voglio dall'altro,
perche' io prenda su di me il compito di attuare quel meglio, di portarmi a
quel grado, di purificarmi, di sacrificarmi, fino al sacrificio supremo di dare
l'atto di nonviolenza al posto dell'atto di violenza, e di trasferire con atto
d'amore nell'intimo dell'altro il punto a cui ero giunto. In questa nonviolenza
si attua la fede nell'unita' di tutti, e nell'efficacia che cio' a cui mi tendo
io (o cio' per cui io prego, per dirla nei termini tradizionali) influisce su
di un altro, pur lontano, quanto piu' di sacrificio e di purezza interiore io
vi metto.
Sarebbe piu'
agevole che con un mezzo esteriore e violento io agissi sull'altro, ma quanto
perderei di interiorita', di qualita'!
Attuazione
della nonviolenza
Un principio
che sta dentro l'atto della nonviolenza e' la potente sollecitazione
dell'impegno della propria persona.
La radice
della nonviolenza sta nell'essere nonviolento, internamente, prima dell'atto
rivolto agli altri; e anche questo conferma che la nonviolenza non e' un atto
puntuale, ma una disposizione, una formazione, un'educazione, un'intenzione, un
insieme. Se la nonviolenza e' promovimento della tua razionalita', della tua
bonta', della tua spiritualita' superiore, bisogna che io anzitutto mi tenda
alla mansuetudine e alla ragionevolezza. Non si puo' insegnare la nonviolenza
con l'odio e le fucilate. Se io voglio che tu agisca da persuaso interiormente,
bisogna che io prima sia in tutto persuaso e non retore. Se io voglio che nel
mondo ci sia qualche cosa, e in questo caso, un atto di unita'-amore insistente
fino anche al sacrificio, se non ci metti tu questo atto, o ancora non ce lo
metti, ce lo metto io.
Quanto ai modi
dell'attuazione della nonviolenza io vorrei sottrarli a quella casistica che
sorge per ogni proposito di azione, e anche per questo. Tutti quelli che hanno
esperienza di questo proposito, hanno anche esperienza di una lunga discussione
con se stessi e con gli altri sui casi, sui modi. Piu' di quindici anni di
questa esperienza mi hanno confermato che e' lo spirito che conta, ed e'
l'approfondimento di questo che fa progredire la civilta'.
C'e' una scala
di attuazione, una scelta, una creazione; non e' un dogma e un ordine di
chissa' chi: la nonviolenza e' una creazione che uno attua. Ci puo' essere
un'attuazione cosi' meticolosa da far sorridere; e non c'e' nulla di male. Una
civilta' che consuma tanto suo tempo in mille cose futili e fatue, puo' ben
consumarlo in questo campo. C'e' un eccesso e un ridicolo che e' in funzione
del sublime. Un discepolo di San Francesco aveva spinto cosi' oltre il precetto
dell'imitazione della santita', che ripeteva ogni atto che vedesse fare al
Santo, perfino sputare. E San Francesco ne sorrideva. Tutti sappiamo che vi
sono diverse interpretazioni e attuazioni della nonviolenza, fino a quella che
non si puo' parlare di "violenza" quando si colpisce per diritto e a
giusta ragione. Io qui esporro' l'interpretazione che risulta dalla mia
esperienza.
Considererei
come un grande dolore se nel momento della morte di un qualsiasi essere umano
io non desiderassi con tutte le mie forze che quella morte non avvenisse.
Non posso
accettare come veramente mio il mondo dove le persone cadono come oggetti, ma
quello dove tutti sono soggetti, vivono, si svolgono. Se non sentissi sempre
questo, se avessi fatto qualche eccezione a questo, oggi dovrei moltipllcare la
mia tensione per riparare al passato.
E realmente io
debbo riparare al passato, che oltre che mio, e' di tutte le civilta'
trascorse; e, istruito da questa insufficienza, oggi non sono tanto disposto a
farmi sorprendere dall'indifferenza, e sto attento perche' non perda questa
passione fondamentale ad ogni momento in cui la morte si manifesta in questa
realta'.
Percio' e'
inutile che io raccolga armi vicino a me e mi addestri ad usarle, se so gia'
quale sarebbe la mia posizione domani. Da questo si riflette uno stimolo ad
atteggiare il mio fare in modo che senta di non poter far conto su mezzi
violenti, e che a mia disposizione non c'e' che il prestigio dell'esempio,
l'intima trasparenza, la razionalita' della persuasione, la forza dell'anima.
Potro', a parte il ripudio della uccisione, ricorrere a dei mezzi che
diminuiscano l'effetto della violenza dell'altro, specialmente se in uno stato
di furia; ma sempre tali che non lo mettano in uno stato di tortura ne' in uno
stravolgimento della sua possibilita' di razionalita'.
L'importante
e' che in quel momento io mi immedesimi col problema dell'altro, e della sua
formazione verso la liberta', la razionalita', la bonta'; e che, assicurate
queste dalla parte mia, mi rifiuti ai mezzi che la turbino nell'altro. La
tortura, cioe' che io provochi in te il dolore per ottenere qualche cosa da te,
che senza la tortura mi rifiuteresti, non e' per me giustificata da nulla,
perche' io non voglio mai provocare il dolore, ma riparare al dolore: essere
non al punto in cui si causa il dolore (che e' questa realta' e il mondo della
limitatezza), ma al punto in cui si supera il dolore, che e' la realta'
autentica, il mondo del valore. Se questo mondo e' la mia croce, ma io sono
piu' del mondo, sono dall'infinito. Come davanti alla morte, cosi davanti alla
sofferenza di un altro, ho la passione di essere non dalla parte del mondo ma
del sopramondo eterno che qui si apre, non dalla materia ma dalla forma, non
dall'esteriorita' ma dall'interiorita', non con un Dio che batte, ma con un Dio
che porta nel valore dell'amore che sempre si accresce, e che, come la
liberta', non esiste, se non si fa ancora piu' amore, ancora piu' liberta'.
La nonviolenza
e la societa'
A questo
punto, dopo aver guardato la cosa dall'individuo, bisogna guardarla dalla
societa'; altrimenti mi si potrebbe dire che tutto quello che ho detto e'
"prima della nascita della societa', dello Stato". L'obbiezione piu' formidabile
e' questa: "non faccio questione di me come singolo, della mia difesa,
della mia esistenza, ma della societa', del suo ordine, della norma che io
debbo sostenere e contribuire a tener viva, per cui non e' lecito che uno si
serva della violenza: come potro' far questo senza l'uso della forza? come
potra' avvenir questo se il cittadino manca al suo dovere di riconoscere la
necessita' dell'uso della forza in qualche caso? Una societa' non ha
connessione senza l'uso parco e regolato della forza".
Qui debbo
richiamare quel carattere drammatico della nonviolenza del quale ho parlato
all'inizio. Ho gia' detto che per intendere la nonviolenza bisogna lasciar di
guardare l'ordine, la compostezza, la pace: bisogna, invece, prender su'
risolutamente una responsabilita', che puo' essere anche in mezzo
all'avversione e al biasimo; e' una scelta severa e tremenda. La nonviolenza
non e' per conservare alcuna cosa di questo mondo, sia dell'individuo o della
societa': non il piacere, il comodo, la casa, il letto, la roba, la vita, le
cose fatte, costruite, l'ordine sociale, la regolarita' dei servizi pubblici,
l'esistenza dei cari, degl'innocenti. Non e' un accrescimento di sicurezza che
tutte queste cose permangano; anzi e' una rinuncia interiore a questa sicurezza;
e' in potenza la morte di tutto questo. E' la possibilita' di perdere tutto
cio' che e' nel mondo, il Memento mori, non immaginazione oziosa, ma legato a
un impegno, a un'azione.
Perche' nello
stesso tempo la nonviolenza afferma un valore; ed e' dunque atto, resurrezione.
La societa' col suo ordine, la vita con i suoi oggetti, non possono costituire
quell'assoluto che si imponga indiscutibile e tolga la possibilita' di un
contributo, di un'iniziativa. Siamo davanti, in questo tempo, ad una societa'
impiantata cosi' che vorrei chiamarla "la societa' dei pubblici
servizi", una societa' pratica, del tempo dell'attivismo, del tempo dei
molti aspetti del vivere, delle varie cose. I pubblici servizi esigono una
difesa di essi con tutti i mezzi; e questo non e' la societa' come concetto
eterno: non e' che un tipo della societa' della vita, corrisponde a una scelta
che l'uomo di oggi fa: il che non esclude che si possa fare un'altra scelta,
presentare un altro tipo. Il significato religioso della nonviolenza sta proprio
nel preparare un altro tipo, un'altra realta'. E' evidente che se si volesse
configurare la societa' non con la trama interna della difesa dei pubblici
servizi, ma con la trama interna della celebrazione di atti di infinito tu alle
persone, tutta la prospettiva muterebbe. La societa' romana aveva per trama la
tutela dei diritti del civis, la societa' cristiana aveva per trama la
fruizione dei carismi divini.
La societa'
non e' un qualche cosa di staccato da me. E percio' come io, in quanto
individuo, ho il dovere di interiorizzarla e di rendermi conto delle sue
ragioni, ho anche il diritto di andare eventualmente oltre di essa. Non quando
io fossi ribelle, disordinato, ex lege, per natura; ma se seguo le leggi che
ritengo giuste, se attuo cio' che e' ordine, se continuamente utilizzo
l'esperienza tradizionale della societa', posso bene, quando sia in gioco un
valore, quando nel resto della mia vita sia solito a stare in guardia contro il
gusto personale e l'originalita' di proposito, innovare, prendere
un'iniziativa, dare un contributo, e in questo caso sentire, vivere, e far
vivere, che la vera societa' e' oltre quella dell'ordine sociale, della difesa
dei diritti, del mantenimento dei pubblici servizi; ma e' oltre, nel regno
degli spiriti, cioe' dei soggetti, cioe' dell'amore da instaurare subito a
costo di sacrifici. Accanto ad una societa' che usa la guerra come via alla
pace, la violenza come via all'amore, la dittatura come via alla liberta', la
religione mi porta ad anticipare di colpo il fine nel mezzo; e ad attuare
comunque, qui e subito, pace, amore, liberta'. La religione e' impazienza
dell'attendere il fine; e oggi che l'universo, il tempo, lo spazio, non sono
sentiti in dualismo stabile con l'infinito e l'eterno, porremo noi questo
dualismo nella societa' tra il mezzo e il fine?
Il limite del
realismo
Se si ostenta
la natura umana nel suo fondo utilitario e violento, nelle sue forze brute, che
vanno continuamente represse e indirizzate, ma che sono insopprimibili, la
persuasione della nonviolenza non nega senz'altro questo, non chiude gli occhi
come lo struzzo per non vedere il nemico; e riconosce che la situazione e'
drammatica, quasi sempre drammatica, e ne accetta le conseguenze. Pero' porta
con se' una fede, che ha tanta conferma nella attuale concezione della realta'
fisica; la fede che tutto cio' che e' un dato non e' un continuum senza
interruzione, ma e' come a respiri con intervalli, nei quali e' possibile
inserire altro. Con quale certezza possiamo noi dire che quella cosa e' sempre
cosi? Questa sospensione della continuita' si puo' applicare alla politica, per
cui viene a risultare insufficiente e quasi ingenuo, quel certo realismo di
tipo machiavellico che non tiene conto degli intervalli in cui e' possibile far
agire forze d'altra provenienza: quel realismo e' una specie di imitazione
della natura in ritardo. E cosi' per quella natura che e' la psiche, alla quale
si vorrebbe applicare solidita' e costanza invece di un ritmo di respiri e di
tentativi con intervalli e possibilita' di inserzione di temi e forze e
prospettive diverse. La nonviolenza e' fede in questa possibilita' di
intromissione miracolosa e rinnovatrice, per lo meno a suggerire e far rivivere
una certa realta' diversa.
Accettiamo che
la civilta' culmini nel culto attivo dei valori, e che le forme della civilta'
siano insufficienti quando sono principalmente amministrative, giuridiche,
diffonditrici piu' che produttrici di valori. Ma se la nonviolenza e' nella sua
radice, nella sua intenzione, nella zolla che la sostiene, un valore, ha ben il
diritto di chiedere che la civilta' attuale si allarghi a comprenderlo. Quando
si segue un valore si scopre sempre qualche cosa, una realta' anche maggiore
della cercata, come Colombo che ritrovo' non le Indie, ma scopri' un nuovo continente.
Lo so, si puo' perdere tutto; ma si puo' approfondire la conferma che la vita
da un punto di vista religioso e' eterna presenza aperta nel mondo, quanto piu'
vivendo dall'intimo i valori e la loro pace, tanto piu' incontrando asprezze,
disagi nelle cose e nel corpo, colpi simili alla morte. Non per pochi aspetti
la civilta' attuale sembra perdere il senso della distinzione tra il valore,
che e' fine, e il resto, che e' mezzo; e conquista e difende quelli che
sarebbero semplici mezzi come se essi fossero valori. Si mette, certe volte,
tutto nella conquista e nella difesa, e si tratta anche di cose fatue; tanto
piu' e' importante stabilire una prospettiva, e mostrare che si e' capaci, per
un valore, di perdere tutto il resto.
Mostrare, ho
detto intendendo: non soltanto agli altri, ma a se stessi, perche' anzitutto la
nonviolenza ha un carattere di edificazione interiore. Cio' non e' contro il
principio dell'estensione della razionalita'. Si puo' e si deve accettare che
la razionalita' nell'uomo e nella societa' si estenda sempre, e che l'uomo si
faccia sempre piu' autonomo, e la societa' sempre piu' democratica. Ma ad un
tratto potrebbe avvenire, e avviene, che si sospende la razionalita' e la
democrazia con un atto di violenza. Il metodo religioso, invece, contrappone
l'atto e l'esempio di nonviolenza, aggiunto ad arricchire la razionalita' e la
democrazia. Rendiamo la societa' sempre piu' democratica promovendo la
razionalita', l'autogoverno, lo scambio razionale, il controllo e lo sviluppo
etico, civile, economico di tutti; e in questa societa' aggiungiamo persone o
gruppi che costituiscano centri religiosi.
Tutti quelli
che hanno parlato di nonviolenza nella esperienza etico-religiosa di millenni
hanno sentito piu' o meno consapevolmente che la vita offre difficolta' e
fatiche, che ogni giorno ha la sua pena, e che se ci si vive dentro
semplicemente lottando, ma divisi l'uno dall'altro, non basta; che se invece si
attua anche una intima e superiore unita', di apertura sincera, di aiuto
incondizionato, di sostituzione, tra noi, del bene al posto del male, allora la
realta' della lotta con le asprezze puo' essere sostenuta, integrata, superata.
E alle reazioni moderne alla nonviolenza, reazioni, per esempio, del Marx e del
Sorel in nome dello sviluppo sociale, noi diciamo: ebbene, permetteteci di
vedere questo flusso storico da un intimo, di aggiungere questa presenza.
(Da Il
problema religioso attuale, 1948)
*
Carattere
della nonviolenza
Della
nonviolenza si puo' dare una definizione molto semplice: essa e' la scelta di
un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o distruzione di
qualsiasi essere vivente, e particolarmente di esseri umani. Perche' questa
scelta? Per amore: ecco, vediamo subito che si tratta di una cosa positiva,
appassionata. Ma e' l'amore che non si ferma a due, tre esseri, dieci, mille (i
propri genitori, i figli, il cane di casa, i concittadini, ecc.); e' amore
aperto, cioe' pronto ad amare altri e nuovi esseri, o ad amare meglio e piu'
profondamente gli esseri gia' conosciuti. E qui si capisce uno dei caratteri
essenziali della nonviolenza bene intesa: essa non e' mai perfetta e non
finisce mai, appunto perche' e' una cosa dell'anima; e' un valore, e' come la
musica, la poesia, e si puo' sempre fare nuova musica, nuova poesia; e la
vecchia musica, la vecchia poesia, possono essere vissute piu' profondamente.
Il paragone
con la musica ci fa comprendere anche un'altra cosa: come nessuno puo'
desiderare di ascoltare e comporre la "musica ", tutta la Musica; ma
desidera ascoltare e comporre "delle musiche particolari e concrete";
cosi nessuno abbraccia l'astratta "Nonviolenza", ma compie atti
particolari di nonviolenza, in situazioni concrete. La nonviolenza e', dunque,
dire un tu ad un essere concreto e individuato; e' avere interessamento,
attenzione, rispetto, affetto per lui; e' avere gioia che esso esista, che sia
nato, e se non fosse nato, noi gli daremmo la nascita: assumiamo su di noi
l'atto del suo trovarsi nel mondo, siamo come madri.
Nell'agire
secondo la nonviolenza ha grande rilievo non uccidere, non dare la morte. Si
potrebbe obbiettare: quella persona morra' ugualmente, prima o poi. Rispondiamo
che anzitutto c'e' una grande differenza; e noi stiamo parlando con serieta',
per cui l'atto nostro ha il suo valore non nel fatto, ma nel proposito. E' ben
diverso che io uccida mia madre e che essa muoia assistita amorevolmente da me.
Sono non solo due modi di vivere diversi, ma due mondi. Inoltre: chi ci dice
che la morte sia un fatto costante, ineliminabile? Abbiamo tentato di non dare
la morte ne' col pensiero ne' con l'atto, per vedere se la realta' ci seguisse?
Che ragione abbiamo noi di rimproverare la realta' che da' dolore e morte, se
diamo dolore e morte? Sicche' chi non da' la morte, produce due cose: in se',
tanto e' l'appassionamento all'esistenza delle persone, il senso della loro
presenza anche se muoiono; e nella realta' introduce un'iniziativa che la puo'
trasformare.
Proprio
l'amore per le persone, fino al rispetto della loro esistenza e fin sull'orlo
della morte, prende su di se' la presenza di quelle persone, quando e' amore
non per uno, due, dieci, ma aperto a tutti. Il nostro agire innocente sente che
quelle persone, se muoiono, restano unite all'intima presenza; mentre
l'omicida, soltanto se si pente amorevolmente, ritrova in se' la presenza della
persona uccisa; altrimenti sente il vuoto intorno a se'.
Con la
nonviolenza, dunque, s'impara concretamente che i modi di manifestarsi attuali
della realta' (tra cui la separazione, il dolore, la morte) non sono permanenti,
ma possono trasformarsi in meglio; e' una prova che vale la pena di tentare, e
percio' la nonviolenza e' appello al mondo per una grande mobilitazione
dell'unita' amore, con la fede nella trasformazione della realta' stessa.
E' percio' un
errore credere che la nonviolenza si collochi nel mondo lasciandolo com'e';
piu' si pensa alla nonviolenza e si cerca di attuarla, piu' si vede che essa ha
un dinamismo tale che non puo' accettare il mondo com'e', ma essa porta tutto
verso una trasformazione: l'umanita', la societa', la realta'. Come strumento
di conservazione del mondo, la nonviolenza e' discutibile; come strumento di
trasformazione in meglio, essa ha un valore inesauribile, appunto perche' non
fa modificazioni e spostamenti in superficie, ma va nel profondo, al punto
centrale.
E un altro e
simile errore e' credere che la nonviolenza sia contro le violenze attuali, ma
accetti quelle passate, dell'umanita', della societa', della realta'. Se fosse
cosi' la nonviolenza sarebbe conservatrice e accetterebbe il fatto compiuto, le
prepotenze avvenute, le oppressioni, le monarchie, gli sfruttamenti. La vera
nonviolenza non accetta nemmeno le violenze passate, e percio' non approva
l'umanita', la societa', la realta', come sono ora. Non accetta la realta' dove
il pesce grande mangia il pesce piccolo; e percio' cerca di stabilire unita'
amore anche verso gli animali, appunto per iniziare il bene; non accetta che i
viventi prendano il posto dei morti, e percio' tende a soccorrere i deboli, gli
stroncati; non accetta il potere e la ricchezza privata, e percio' tende a
costituire forme di federalismo nonviolento dal basso e forme di aiuto e
reciprocita' sociale e fruizione comune di beni sempre piu' larghe. Essa ha
come guida instancabile la presenza di tutti, e il principio che ogni singolo
essere e' insostituibile.
Percio' essa
tende a ridurre ed eliminare gli schemi generici e impersonali. Noi viviamo
troppo di questi schemi, e molte volte non ci curiamo d'altro; ma non esistono
gli schemi (gli amici, i nemici, i malati, gl'italiani, i religiosi, gli
autisti, ecc.); esistono i singoli individui, e la vita fondamentale e' quella
che li considera nella loro singolarita' insostituibile. Noi usiamo lo schema,
per esempio se cerchiamo un autista, e poi un altro autista, un librario ecc.
Ma il progresso e' proprio nel ridurre questo uso di schemi. La guerra invece
e' il mostro piu' immane di questo uso di schemi, che divora le singole
individualita': non ci sono che i nostri e i nemici; e' percio' sommamente
diseducatrice.
Ci avviciniamo
cosi ad alcuni punti problematici della nonviolenza. Che cosa succede nella
societa' cosi' com'e' ora costituita? La risposta deve richiamare a quello che
gia' si e' detto: la nonviolenza non puo' mettersi nel mondo com'e', e
lasciarlo tale e quale; la nonviolenza e' lotta (contro se stessi, le proprie
tendenze. i propri sogni di quiete), e' dramma tormentoso, e' spinta a
scegliere cio' a cui uno tiene di piu', a fare una prospettiva; e se uno
continua a vedere la vita come la vedono tutti, trova assurda la nonviolenza;
poi vengono le disgrazie e la morte, e uno non ci capisce nulla. Invece la
nonviolenza fa una prospettiva che da' una preparazione religiosa per tutte le
disgrazie e la morte: l'unita' amore con le persone, come singole e come
eternamente presenti, l'unita' amore che si perde di sentirla se noi compiamo
atti di violenza e di distruzione delle persone. Tenuto fermo questo senso di
eterno, esso si allarga a comprendere tutto cio' che di bello, di buono viene
creato, ed uno si sente in un mondo piu' vero di quello apparente nel tempo e
transeunte. Ora, in una societa' se io sto inerte, sono colpevole. Ma se io,
pur essendo per la nonviolenza, sono attivissimo, e con quella scelta e quella
fede la vivo e la concreto e la diffondo con il mio costume, sono a posto verso
la societa'. Nella quale percio' saranno due gruppi di persone: quelle che
useranno eventualmente la violenza, e quelle che non la useranno, ma
esplicheranno una intensa attivita'.
Ci siamo cosi
preparati per affrontare una delle obbiezioni piu' insistenti; se usiamo la
nonviolenza, trionfano i cattivi. Rispondiamo che, anzitutto, l'uso della
violenza non ci da' sufficiente garanzia che trionfino i buoni, perche' l'uso
della violenza con efficacia richiede che si facciano tanti compromessi e tanti
addestramenti che si perde una parte di quella bonta', di quella elevatezza; e
questo si vede dopo le guerre, quando c'e' un diffuso trionfo di violenti, e ci
vuole l'azione di nuclei puri per cercare di guarire (ecco la fortuna di idee
religiose in ogni dopoguerra). Ora, gli uomini non hanno bisogno soltanto di
ordine nella societa', ma che ci siano vette alte e pure. Se per tener testa ai
cattivi, bisogna prendere tanti dei loro modi, all'ultimo e' realmente la
cattiveria che vince. La cosa e' piu' evidente se i cattivi posseggono armi
potentissime, e noi per avere armi piu' potenti ancora, mettiamo tutta la
nostra forza: alla fine scompare la differenza tra noi e loro, e c'e' bisogno
che sorga una differenza netta tra chi usa le armi potenti, e chi usa altri
modi, con fede che essi trasformano il mondo.
Gia' queste
poche considerazioni mostrano quali modi spirituali piu' ricchi scaturiscono
dalla nonviolenza. E anche in questo essa ha un grande ufficio nel mondo
d'oggi, nel quale sembra che tutto si risolva nell'organizzazione sociale. C'e'
il pericolo di restringere l'orizzonte dello spirito. L'organizzazione sociale
non e' che un aspetto, e se noi piegassimo tutto ad essa, perderemmo cose anche
piu' importanti. E' certo che Gesu' Cristo porto' scompiglio, divisioni, altri
modi nell'organizzazione sociale; eppure siamo convinti che egli era ben degno
di nascere. Forse col Settecento si e' accentuata questa tendenza
politico-sociologica; ma non bisogna dimenticare che la civilta' vuol dire
essenzialmente non ripetizione, ma creazione. Per di piu' lo sviluppo tecnico
ha portato il beneficio di tali comodi e servizi, che uno si e' affezionato
troppo ad essi; e allora la civilta' perde in serieta' confrontata con civilta'
passate, che saranno state devote a miti, ma erano piu' evolute. Bisogna quindi
tornare ad una gerarchla o prospettiva di valori; e allora si vedra' che i
valori che si difendono o acquistano con la violenza sono inferiori a quelli
che si difendono o acquistano con l'attivita' nonviolenta.
Insieme con
questa prospettiva, che si diffondera' a poco a poco negli uomini, specialmente
se dovranno subire una nuova guerra, c'e' un fatto che appare nuovo. Fino ad
ora chi ha attuato la nonviolenza in una parte, per esempio in India, non si e'
sentito perfettamente unito a chi ha usato la nonviolenza in un'altra parte,
perche' uno diceva di farlo per una ragione, uno per un'altra; e ci rientravano
miti, dogmi diversi. Oggi c'e' un'unificazione e noi lavoriamo per questo. E
l'unificazione delle ragioni della nonviolenza porta, tra l'altro, che
consideriamo violenza e nonviolenza non come un fatto privato e personale, ma
internazionale. E percio' puntiamo prima di tutto sul fatto guerra, ci
opponiamo alla violenza internazionale.
Una volta c'e'
stato un pacifismo molto blando, tanto e' vero che davanti alla prima guerra
mondiale e alla seconda vacillo'. Esso credeva di arrivare alla pace molto
facilmente attraverso la cultura, la scienza, l'interesse al benessere, il
cosmopolitismo delle classi dirigenti. Si e' visto poi che non bastavano, e si
capisce perche'. Non era stato affrontato il lato religioso del rifiuto della
violenza, che cioe' la violenza si rifiuta in nome dell'amore (e non dello star
bene), di una realta' liberata dagli attuali limiti (e non della continuazione
di una realta' insufficiente), e con una disposizione al sacrificio, ad essere
come il seme del Vangelo che muore per far sorgere la nuova pianta. Il vecchio
pacifismo era ottimista e di corta vista, il nuovo e' drammatico e di fede
nella liberazione dell'uomo-societa'-realta' dagli attuali limiti.
Percio' anche
a proposito dell'attuale mondialismo la nonviolenza da' un'ottima guida. Non si
oppone, sia perche' c'e' tanta gente che in quella forma esprime per ora quello
che vuole la nonviolenza, sia perche' c'e' sempre qualche cosa di educativo in
questo dirsi "cittadini del mondo", tanto piu' in presenza a tanti
persistenti nazionalismi, e alquanto torbidi: una prima purificazione puo'
esser quella di dire, "conveniamo insieme tutti nel mondo", vediamo
di intenderci, ascoltiamo e parliamo. La' dove la nonviolenza interviene e' nei
primato da dare; il mondialismo dice: facciamo un'assemblea mondiale e un
governo, e un codice, e una polizia mondiale; la nonviolenza dice:
persuadiamoci dell'interna ragione dell'unita' umana attraverso l'impegno
nonviolento, poi vedremo le forme sociali che ne conseguono. Il mondialismo
sembra piu' concreto, ma corre il rischio di mantenere la violenza e di
appoggiarsi a un impero vincente, e tutto resta quasi come prima; diminuira'
qualche guerra, perche' il diritto di farla rimane al centro dell'impero, ma e'
grave l'inconveniente che se questo governo mondiale fa ingiustizie, non c'e'
scampo (mentre ora, almeno, si puo' mutare Stato). Il mondialismo sembra troppo
facile accettarlo (e questa facilita' dovrebbe rendere attenti). La nonviolenza
pone impegni precisi, chiede fede; e' difficile, ma va in profondo, si occupa
della radice: ha fiducia di trarre da se' e dalla trasformazione che porta
nuovi modi anche sociali, diversi dai vecchi del codice, dello Stato, della
polizia, della distruzione repressiva.
La
nonviolenza, per quello che vede finora, considera ogni rapporto non in senso
di autorita', potere, repressione, ma in senso federativo, orizzontale, aperto.
Per questo nella societa' circostante porta un modo diverso che agisce sia
direttamente per le persone che coltivano in se' questo senso orizzontale,
fraterno (e che ne sono trasformate), sia indirettamente per le persone che ricevono
questo nuovo agire nonviolento, purche' costante e convinto. Bisogna tener
presente questa trasformazione dell'uomo, e allora se si dice che la
nonviolenza tende ad un "federalismo nonviolento dal basso", si
capisce che non si tratta di un federalismo in cui ognuno resta tale e quale,
ma di un federalismo nel quale opera un elemento dinamico, che e' la
nonviolenza intesa in quel senso aperto.
Da quello che
si e' detto risulta chiaramente che la nonviolenza tende anche a trasformare le
strutture delle comunita', e stabilire rapporti diversi da quelli repressivi.
Tuttavia si puo' osservare che l'azione dell'organo di "polizia" in
una comunita' e' lontana da quegli eccessi di distruzione e di eccitazione
psichica e di impersonalita' che ci sono per gli eserciti e le guerre:
quell'azione e' circoscritta, diretta specificamente contro chi porta violenza
e con lo scopo piu' di distogliere dalla tentazione che altro. Naturalmente il
nonviolento tende ad altro, e a smobilitare polizie e prigioni, ed ha fiducia che
questo sia possibile, perche' crede alla superabilita' del male e alla
attuabilita' di migliori rapporti umani; e per intanto compie un'opera
instancabile perche' la repressione sia umana, non torturatrice, educatrice,
non vendicatrice, ma cooperante al bene anche del criminale stesso. Ma si rende
anche conto che quello della polizia e della coercizione giudiziaria e'
l'ultimo strumento a cui una comunita' rinuncia, e solo quando ci sia un ampio
sviluppo di modi nonviolenti di convivenza. Il nonviolento si dedica a questo,
specialmente con l'apertura verso il probabile violento, rimovendo le cause,
rafforzando l'unita' sociale gia' nell'intimo.
(Da La
nonviolenza, oggi, 1962)
*
La nonviolenza
nei casi personali
Nei rapporti
personali (che e' il campo dei "casi" e delle critiche nelle
discussioni sulla nonviolenza) la persuasione della nonviolenza si manifesta
come tendenza generale, come una direttiva che va applicata pazientemente, e
con la buona volonta' di cercare di evitare l'uso della violenza, e con la
lealta' di correggersi se si devia, e di affrontare il dolore conseguente. Chi
si mette su questa linea puo' errare mille volte, ma fa uno sforzo, apre una
via, incide nella realta' abituale e fuga l'inerzia: non merita il rimprovero
di chi sta inerte a non tentare nulla. Si', e' vero, e' difficile essere
nonviolenti integralmente: e' piu' facile rifiutarsi agli eserciti e alle
guerre; ma nell'ambito personale e immediato e' piu' difficile purificare dalla
violenza i nostri atti, e ci possiamo trovare in situazioni nelle quali
spingiamo la difesa fino alla violenza. L'importante e' non stancarsi di
tendere ad attuarla, vivendola nelle sue profonde ragioni; che cosa fa il
musicista, se non tendere a realizzare musica meglio che puo'? eppure puo'
riuscirgli anche musica non sempre di valore, pura, alta.
Se uno mi
assale per colpirmi, che cosa debbo fare? E' chiaro che dal punto di vista
della nonviolenza io debbo evitare di colpirlo, e tanto piu' se il mio colpo
sarebbe per lui la morte. Se sono capace di tenerlo nella incapacita' di
colpirmi, cerchero': lo faro' con il dolore di esser tirato ad un contrasto con
una persona ma posso tentare di farlo, e sappiamo che sono costruibili arnesi
con i quali si puo' senza uccidere e senza ferire, impedire ad uno di colpire.
E' probabile anche che io possa fare dei tentativi di parlare e di distogliere
l'avversario. Certo e' che, nel punto estremo, nel quale o muore lui o muoio
io, la nonviolenza mi dice quale e' la scelta da fare. E tuttavia le
circostanze, le ragioni, significano molto se io decidessi diversamente; e con
molto dolore dopo, per la tristezza del caso.
Cosi e' nelle
altre ipotesi tormentose. Per esempio: se uno volesse uccidere un bambino? E'
molto probabile che vi siano mezzi per immobilizzare chi vuoi compiere
quell'atto, e che sia alquanto raro il caso che egli lo possa compiere senza
che lo si cerchi di tener fermo e disarmato. In ogni modo, nel caso estremo, si
puo' arrischiare anche la propria vita davanti a quella del bambino. Sara'
stimabile chi, in omaggio alla nonviolenza e per tutto cio' che essa significa
e produce, non compie la violenza di uccidere l'aggressore. Sara' stimabile
anche chi compia questa violenza, con il puro scopo di difesa del bambino.
Sarebbe un'impostazione errata del problema dire che non c'e' che un modo
d'agire; e ogni altro e' delittuoso e traditore. L'atto vale per tutta la sua
sostanza, e la sostanza della nonviolenza e' rispettabile tanto quanto quella
della difesa, purche' siano entrambe serie e profonde. Del resto, non e' detto
che tutte le volte che si opera con violenza si riesca ad impedire il misfatto;
mentre se ci si desse a diffondere un'educazione alla nonviolenza si agirebbe
anche sul sorgere di atti di violenza dove che siano, perche' nell'intimo siamo
tutti un'unita'.
Del resto, la
nonviolenza oggi si presenta con un accento straordinario. Appunto perche' la
violenza, in atto o potenziale, e' salita a un culmine straordinario, la
nonviolenza interviene per coordinare i tentativi di decongestione, e la cosa
vale bene il sacrificio di qualcuno di noi se sara' offeso ed egli non reagira'
con la violenza. Non che il sacrificio di noi, di altri o di cose, sia cercato
di proposito; ma il fatto e' che si sta non salvando la bianchezza delle
proprie mani, ma intervenendo perche' l'umanita'-societa'-realta' prendano un
nuovo corso, si trasformino. E la trasformazione essenziale, da cui mille
altre, e' quella di aprirsi ai singoli esseri, elevandoli coralmente,
infinitamente, eternamente, ai valori puri. Il non usare violenza verso singole
persone e', insieme, simbolo e realta': volere che i singoli siano presenti e
partecipi in eterno; iniziare la realizzazione paradisiaca in terra, che
richiede (naturalmente) iniziativa e sacrificio. Quest'aria eccezionale di ora
religiosa, di fine di una realta' e di inizio di una realta' migliore, questa
luce festiva tocca i sacrifici che la nonviolenza richiede.
Viene talvolta
obbiettato che e' bene arrestare il violento con altrettanta violenza, proprio
per il suo bene, per amore di lui, perche' conosca cio' che e' giusto, e trovi,
fuori di se', un aiuto di forza per costringere la propria bestialita' e
cattiveria. Rispondiamo che se fosse sempre cosi, sarebbe realmente gia'
miglior cosa della violenza che trascura la situazione della persona che la
riceve. Tuttavia e' da notare che l'efficacia di un tal metodo per migliorare
gli altri e' ben discutibile, e nella realta' il violento si vede vinto da una
violenza maggiore, e non impara a trasferirsi su un altro piano. Anzi vede che
non c'e' che il piano della forza, e che vince chi ne ha di piu'. E' molto male
che agli uomini non si porga l'esempio, l'ipotesi, l'insegnamento di tutto un
altro modo di comportarsi. E fanno male i sacerdoti ad abdicare, quando
abdicano, su questo punto. Inoltre chi usa questa "violenza
pedagogico-giuridica", si cristallizza in essa: i romani la usarono,
risparmiando i sottomessi e debellando i superbi; ma solo il cristianesimo
porto' liberta' e autentica cittadinanza mondiale, e al posto dell'intenzione
pedagogico-giuridica, mise la costruttiva e reale apertura dell'anima. In quel
modo, opponendo violenza al violento, si ottiene, se mai, un risultato nel
momento; mentre opponendo la nonviolenza e i suoi modi si otterra' un risultato
piu' lontano, ma veramente di qualita' migliore.
Non si puo'
sperare che poco dalla persuasione! viene obbiettato. Ammettiamolo, ma
rispondendo: che se non si tenta, non si puo' dire, e bisogna dunque tentare
con cuore intrepido; e poi, il valore della nonviolenza non sta nel persuadere
subito di colpo: essa afferma se stessa e stabilisce unita' amore, apre una
migiore realta'; questo atto viene deposto nell'unita' che lega tutti gli
esseri; prima o poi dara' il suo effetto, anzi esso ha cominciato gia' a darlo
se c'e' stato chi ha iniziato.
Ma voi
persuaderete i buoni, i gia' persuasi; mentre i cattivi non vi daranno ascolto;
ci vien detto. Noi non crediamo, invece, che le persone siano divisibili in due
gruppi netti, ma se, col parlare di nonviolenza, si riuscisse a ritagliare un gruppo
di persuasi, meglio cosi, che non, tacendo sulla nonviolenza, avere tutte
persone violente. E poi: tante volte si parla di cattivi, e dei peggiori, che
si volgono energicamente al bene; ed e' vero che spesso i fortemente buoni sono
dei mancati briganti: che vuol dir questo? che non dobbiamo guardare a nature
fisse, precostituite, predeterminate; ma piuttosto a impulsi, esempi, forze
spirituali pure che entrano nel campo della vita delle persone; ed e' qui che
la nonviolenza puo' fare piu' che puo'.
(Da La
nonviolenza, oggi, 1962)
*
Ragioni della
nonviolenza
1. La
nonviolenza prende in considerazione il nostro rapporto con gli altri esseri
viventi, con la fiducia di renderlo sempre piu' reciprocamente amichevole,
comprensivo, soccorrente, lieto, malgrado le difficolta' che gli altri stessi
possono metterci. Questa fiducia non cessa di colpo al confine degli esseri
umani e spera anche per gli esseri viventi non umani; ma si rende conto che la
storia con la sua spinta vitale ha separato da noi finora questi esseri
(animali e piante) in forme di piu' difficile educazione, trasformazione,
liberazione.
2. La
nonviolenza e' aperta all'esistenza, alla liberta', allo sviluppo di ogni
essere. Quando nel Settecento sono stati banditi i principi di liberta',
eguaglianza, fratellanza, non e' stato fatto tutto. La liberta' era piu' la
liberta' propria come diritto che la liberta' degli altri come dovere;
l'eguaglianza era un bel principio, ma si fermava a meta' perche' restavano i
miseri e gli sfruttati; la fratellanza era piu' quella generica con i lontani
che quella difficile, nonviolenta e perdonante verso i vicini.
3. La bellezza
della nonviolenza e' che essa preferisce non di distruggere gli avversari, ma
di lottare con loro in modo nobile e dignitoso, con il metodo nonviolento, che
fa bene, prima o poi, a chi lo applica e a chi lo riceve. In fondo e' piu'
coraggioso volere vivi e ragionanti gli avversar!, che farli a pezzi.
4. Ma sarebbe
errore credere che la nonviolenza consista nel non far nulla, nell'incassare i
colpi, le cattiverie e le stupidaggini degli altri. La nonviolenza e' sveglia e
attiva, e protesta apertamente, anzi cerca i modi non solo per convincere gli
autori delle ingiustizie, ma per informare l'opinione pubblica, di cui ha la
massima considerazione: la nonviolenza per nessuna ragione crede che si possa
sospendere la liberta' e la possibilita' abbondante di informazione e di
critica per tutti, fino all'ultimo essere umano. Anche qui la nonviolenza attua
al massimo un principio del Settecento, che la borghesia ha poi alterato a
proprio vantaggio: la formazione libera dell'opinione pubblica, comprendente
tutti.
5. La
nonviolenza puo' rinnovare veramente la vita interna di un paese, perche'
nell'insieme di un'opinione pubblica, tutta sveglia e obbiettivamente
informata, porta eventuali piani di non collaborazione e perfino, in casi
estremi, di disobbedienza civile, che servono a bloccare iniziative autoritarie
dall'alto. In Italia un popolo privo di esatta informazione e critica
responsabilita' fu portato ad uccidere e a morire, e poi al popolo privo del
metodo di opposizione nonviolenta fu imposta una dittatura. L'uso del metodo
nonviolento avrebbe salvato e trasformato l'Europa, a cominciare dall'Italia e
dalla Germania.
6. Trasformare
la situazione interna dei paesi vuoi dire anche avere un continuo promovimento
di campagne giuste e rinnovatrici, in cose piccole e in cose grandi, e senza
portare il terrorismo della guerra civile nelle strade e nelle case. E' un
metodo nuovo, il tenere attiva una societa' con il metodo nonviolento,
controllando e smascherando, protestando e agitando, sacrificandosi e cosi
educando i giovanissimi a cercare coraggiosamente di migliorare le societa' dal
di dentro. Anche qui la nonviolenza salva i giovani, occupandoli bene (rivoluzione
permanente).
7. La
nonviolenza e' strettamente congiunta col punto a cui e' giunta la guerra, con
la sua attrezzatura tecnica e le armi nucleari. L'esasperazione della ferocia e
della vastita' distruttiva della guerra, specialmente dopo Hiroshima, ha posto
il problema di arrivare a un altro modo di condurre le lotte e la stessa
difesa. Come ci si difende alle frontiere da missili che varcano i continenti e
in pochi minuti distruggono citta', specialmente le industrie, i civili? Si
puo' arrischiare una tale strage e un tale avvelenamento dell'educazione delle
generazioni? Dietro e dopo le soluzioni provvisorie dell'equilibrio del
terrore, mentre e' enorme nel mondo la fabbricazione di armi di tutte le specie
e la loro distribuzione anche ai popoli sottosviluppati, la nonviolenza prepara
la svolta storica del possesso in tutto il mondo di un metodo di lotta che
esclude la distruzione dei nemici, attraverso la non collaborazione con il
male, la solidarieta' aperta dei giusti. Questo metodo non ha bisogno di armi e
percio' di appoggiarsi ad una nazione con industrie capaci di darle, come sono
costretti a fare i guerriglieri violenti, che usano anche i vecchi modi del
terrorismo tra gli avversari e della tortura dei prigionieri.
8. Il metodo
nonviolento esige prima di tutto qualita' di coraggio, tenacia, sacrificio, e
di non perdere mai l'amore; poi esige un addestramento fisico e psicologico, ma
possibile anche per persone di forze modeste. Un metodo in cui un cieco puo'
essere piu' utile di un gigante. Cosi il metodo nonviolento si rivela come la
possibilita' di partecipazione attiva, appassionata ed eroica, di persone che
non hanno altro che il loro animo e le loro giuste esigenze: la nonviolenza le
valorizza, illumina, e rende presenti anche moltitudini di donne, di
giovinetti, folle del Terzo Mondo, che entrano nel meglio della civilta', che
e' l'apertura amorevole alla liberazione di tutti. E allora perche' essere
cosi' esclusivi (razzisti) verso altre genti? Oramai non e' meglio insegnare,
si', l'affetto per la terra dove si nasce, ma anche tener pronte strutture e
mezzi per accogliere fraternamente altri, se si presenta questo fatto? La
nonviolenza e' un'altra atmosfera per tutte le cose e un'altra attenzione per
le persone, e per cio' che possono diventare.
9. Davanti a
questa svolta storica in anni e decenni, il prevalere di gruppi violenti per un
certo periodo rimane un episodio. L'unica forza che scava loro il terreno e' la
nonviolenza, ma ci puo' volere pazienza, tempo, costanza. E' vero che un atto
di violenza puo' fronteggiare un altro atto di violenza, ma poi? Nel quadro
generale e' meglio attuare un altro metodo. Si possono conservare ancora forze
coercitive per piccoli fatti, di ordine quotidiano, ma nel piu' e nell'insieme
e' il metodo del rapporto nonviolento che va risolto e articolato sempre piu'.
In esso, nel fatto che esso e' amorevolezza, approfondimento dell'unita', festa
della vicinanza, inizio di una storia nuova con nuovi modi di realizzarsi, sta
il compenso per i sacrifici della lotta nonviolenta e per il ritardo delle
vittorie.
10. La
nonviolenza e' la porta da aprire per non sentirsi soli. La nonviolenza cerca
sempre di essere con gli altri. E questo e' molto importante oggi, perche' sta
dilagando il bisogno di una democrazia diretta, dal basso, con il controllo di
tutti su tutto. Contro i poteri imperiali dei capi degli eserciti e delle
industrie che li servono (private o statali), la democrazia diretta costituira'
i suoi strumenti con la continua guida della nonviolenza, per smontare la varia
violenza dei potenti (violenza burocratica, giudiziaria, nella scuola, nel
lavoro, negli enti di assistenza, nella stampa e nella radio), non con assalti
sanguinari che non trasformerebbero, ma con la preparazione al controllo serio
e aperto.
11. Dire
nonviolenza e' come dire apertura in tutti i campi, occuparsi degli esseri
viventi in modo concreto e aiutarli (che e' anche un modo per avere forza in se
stessi); tenersi pronti per sostenere cause giuste e meritare il nome di essere
perfettamente leale; riconoscere che negli errori degli altri c'e' sempre una
qualche responsabilita' e possibilita' attiva per noi; perdonare facilmente al
passato nella serieta' di impegni migliori per il futuro; invidiare Dio che
puo' conoscere piu' da vicino tutti gli esseri e aiutarli infinitamente;
tendere a costituire comunita' di vita con piu' persone e famiglie in modo che
ci sia uno scambio piu' attivo e un'educazione comune dei piccoli; essere piu'
sensibili ad ogni altro valore pratico e contemplativo (l'onesta', l'umilta',
la musica, ecc.); essere piu' fermi nella serieta' e severita' quando occorra
(per esempio contro le ingiuste e molli raccomandazioni); cercare di estendere
il rispetto della vita quando e' possibile (per esempio col vegetarianesimo, ma
facendolo bene perche' non sia dannoso) e assecondare dalla fanciullezza la
zoofilia; utilizzare l'appassionamento universale per la massima valorizzazione
degli esseri per arricchire l'attenzione nel tu rivolto a un singolo essere,
perche' non sia isolato e stagnante; attuare quotidianamente la gentilezza
costante, senza ipocrisia e con franchezza; portare in ogni situazione
un'aggiunta di ragionevolezza umana e di comprensione reciproca; garantire una
riserva di serenita' per il fatto che la nonviolenza e' qualche cosa di piu'
rispetto alla semplice amministrazione della vita.
12. La
nonviolenza non sta in un individuo astratto, ma e' da individui a individui in
situazioni, strutture, grandi problematiche e urgenti realizzazioni. Un modo in
cui si fa presente e', come abbiamo visto, quello del pacifismo integrale. Il
che vuol dire non solo il rifiuto di collaborare alla guerra e guerriglia, e a
cio' che inevitabilmente le accompagna, il terrorismo contro i civili e la
tortura sui prigionieri; ma anche la scelta del disarmo unilaterale, unito
all'addestramento all'azione del metodo nonviolento. Percio' la nonviolenza
indica il pericolo dell'equilibrio del terrore, durante il quale eserciti e
industria alimentano di armi tutto il mondo, da cui conflitti grandi e piccoli;
indica gli spegnimenti della democrazia che vengono fatti per allinearsi in
grandi blocchi politico-militari; mostra l'immenso consumo di denari nelle
spese militari invece che nello sviluppo civile. Le Nazioni Unite, come insieme
di sforzi per dominare razionalmente le situazioni difficili e per provocare
continuamente la cooperazione, sono sostenibili, anche perche' tutte le
trasformazioni rivoluzionarie che la nonviolenza porta, sono sempre il
fondamento e l'integrazione di quelle decisioni razionali e giuridiche che gli
uomini prendono, quando esse sono un bene per tutti. Certo, il nonviolento non
si scalda per il governo mondiale, che potrebbe diventare arbitrario e
oppressivo, ma per il suscitamento di consapevoli e bene orientate moltitudini
nonviolente dal basso.
13. La
nonviolenza vuole la liberazione di tutti, e non cessa mai di portare
l'eguaglianza a tutti i livelli. Ora un problema molto importante e' che l'uomo
non subisca la violenza mediante il lavoro. Il lavoro e' uno dei modi che
l'uomo ha (non il solo) per esprimere la sua personalita', ed e' percio'
positivo, un diritto-dovere, una partecipazione alla comunita'. Ma va sempre
piu' realizzato il fatto che ogni lavoro e' verso tutti, e in certo senso
pubblico, non privato e sottoposto a condizioni di servitu' e di sfruttamento.
Difendere e sviluppare la posizione di tutti i lavoratori vuol dire renderli
sempre piu' capaci di eguaglianza di fruizione della vita comune, nei beni
materiali e nei beni culturali, mediante la formazione nell'adolescenza e
mediante il tempo libero, e capaci di partecipazione attiva, civica, critica,
costruttiva. Percio' i provvedimenti per cui la proprieta' viene resa pubblica
e controllata, cioe' aperta e non chiusa (socialismo) snidano la violenza sostanziale
di chi si vale della proprieta' per alienare gli uomini staccandoli dal loro
pieno sviluppo nonviolento e creativo sul piano orizzontale di tutti.
14. Il grande
fatto della meta' di questo secolo e' il discorso sul potere. La nonviolenza,
meglio di ogni altro atteggiamento, puo' indicare quanta violenza si annidi nel
vecchio potere. Si e' constatato che la statalizzazione della proprieta' non
toglie la durezza del potere. Non basta far cadere le posizioni della
proprieta' privata perche "il potere operaio" abbia il diritto di
tutto costruire. Il problema non e' che nuova gente arrivi, in un modo o in un
altro, al potere; ma che il potere sia esercitato in modo nuovo; altrimenti e'
meglio continuare a lottare e formare un terreno piu' favorevole per arrivare
ad un "potere nuovo", magari cominciando da forme di potere locale,
dove e' meglio possibile attuare tipi di "potere aperto", che conta
sulla costante collaborazione degli altri e possibilmente di tutti.
15. Che fa la
nonviolenza davanti alla legge? La scruta per intenderla, per integrarla con
l'animo, per migliorarla, per ridurre la violenza. La legge, come decisione
razionale, che riguarda azioni da comandare o da impedire, non puo' essere
respinta senz'altro per sostituirla con la naturale istintivita'
individualistica umana. La legge e' una conquista della ragione, e spesso
merita di essere aiutata. Ma il nonviolento l'aiuta a modo suo. L'accetta
quando e' molto buona. Consiglia di sostituire progressivamente alla esclusiva
fiducia nei mezzi coercitivi, lo sviluppo di mezzi educativi e di controllo
cooperante di tutti. Fa campagne per sostituire leggi migliori, quando le
attuali sono insoddisfacenti e sbagliate. Errato e' insegnare a ubbidire sempre
alle leggi e a non volerle riformare, come se non esistesse la coscienza e la
ragione. La nonviolenza aiuta a capire che non basta dire: "Noi siamo
autonomi e ci diamo percio' le nostre leggi". Bisogna aggiungere: "E
le nostre leggi hanno l'orientamento di realizzare la nonviolenza come apertura
all'esistenza, alla liberta', allo sviluppo di tutti".
16. In questo
tempo in cui la nonviolenza allarga e approfondisce le sue responsabilita',
essa si trova davanti il potere delle autorita' religiose, e l'urto e'
inevitabile. Tali autorita' pretendono di decidere su violenza e nonviolenza.
La nonviolenza porta una sua prospettiva, di un sacro aperto e non chiuso, del
valore di raggiungere l'orizzonte di tutti come superiore al cerchio dei
credenti. Il credente nonviolento finisce col trovarsi piu' volentieri a fianco
del nonviolento di un'altra fede che con l'"autorita'" della propria
fede. Lo spirito di autoritarismo che pervade tutto il corpo ecclesiastico
cerca di scacciare proprio quello spirito della nonviolenza aperto
all'interesse per ogni singolo nel suo contributo e nel suo sviluppo, e impone
una assenza di violenza che e' passiva obbedienza. Ben altro e' la nonviolenza
aperta, che non ha paura di nessuna autorita', ed e' sicura di farsi valere
prima o poi.
17. La
nonviolenza non e' soltanto una cosa della vita e nella vita. Nel suo sforzo
continuo di migliorare il rapporto tra gli esseri, e di congiungere piu'
saldamente la vita del singolo con la vita di tutti, avviene effettivamente
un'influenza sulla cosi' detta "natura", che e' la vitalita', la
volonta' di forza, di vita come vita, come piacere, come guadagno e profitto,
come potenza, come riposo utile, come schiacciante energia dal seno stesso
della realta' fisica. Il Vesuvio sterminatore osservato dal Leopardi e che
uccise tanta gente; l'acqua di un'inondazione, che copre indifferente un sasso
e il volto di un bambino, sono aspetti della natura. Ma natura e' anche la
vitalita' che spinge il bambino a nascere e a crescere; la forza che ci
affluisce ogni giorno mediante il cibo, il riposo, l'aria. Non si puo' tagliare
da noi tutta la natura; ma si puo' scegliere: o svilupparci come bruta natura,
o svilupparci come crescente nonviolenza verso gli esseri, rimediando la
crudelta' della natura e proseguendola nel buono, nel vivo, trasformandola
progressivamente. Perche' al limite estremo c'e' la sua trasformazione e il suo
portarsi al servizio di tutti gli esseri affratellati. Un atto di nonviolenza
e' percio' anche un atto di speranza in questa trasformazione della cruda forza
della natura.
18. Ma la
nonviolenza non soltanto progredisce come rapporto. Essa qualche volta ha a che
fare direttamente con la morte: e' rifiuto di dare quella morte determinata, e'
constatazione dell'impotenza davanti ad una morte, e' l'improvviso trovarsi a
dire un tu ad un essere che ci sembra non lo riceva piu' perche' e' morto. Il
nonviolento, che fonda molto della sua decisione sul rispetto della vita, puo'
anche semplicemente confermare, davanti alla morte, il proposito di non darla,
e accomunare i morti in una cara memoria dei singoli e in una generale pieta'.
Ma puo' anche considerare ogni morte come una crocifissione che la natura fa di
ogni essere, come l'impero di Roma la faceva per i ribelli; e se ogni morte e'
una crocifissione, il morto non e' spento ma risorge nella compresenza di
tutti. Cosi la nonviolenza puo' condurre a vivere questo grande mistero della
compresenza di tutti, viventi e morti.
19. Vista ora
nell'insieme di queste possibili attuazioni e prese di influenza e di azione su
una realta' che oggi parrebbe cosi' contraria ad essere penetrata dalla
nonviolenza, essa mostra il suo posto, l'aggiunta che fa al mondo presente. E'
facile la profezia che ancora gli imperi militari-industriali del mondo
concentreranno forze immani. Ma la nonviolenza ha cominciato ad aprire in ogni
paese un conto, in cui ognuno puo' depositare via via impegni e iniziative. Se
si pensa alla creativita' teorica e pratica di pochi decenni, si sente la
crescita potenziale di una Internazionale della nonviolenza. Bisogna
riconoscere che, indipendentemente dalle altre sue teorie, Gandhi, con la
formazione del metodo di azione nonviolenta, ha dato il piu' grande contributo
all'era della nonviolenza; e cosi ogni altro grande attuatore del metodo
nonviolento, e suo testimone, ci e' fratello e padre. Nessuna paura e nessuna
fretta, nessuna gelosia e nessuna presunzione, per l'organizzazione: possono
sorgere innumerevoli centri per l'addestramento alle tecniche del metodo
nonviolento.
20. E se da
questo largo quadro torniamo al semplice e singolo individuo che prende
interesse per la nonviolenza, che prova a sceglierla, che vede di poter
resistere al pensiero della violenza come soluzione, che non s'impiglia nella
casistica dello schiaffo e del non schiaffo, del bambino ucciso e non ucciso,
perche' non tutto sta li', e bisogna rifarsi al quadro generale, vediamo che Io
stesso processo di sviluppo c'e' in grande come c'e' in piccolo, nel mondo e
nel singolo individuo. Noi abbiamo ancora molta violenza addosso, come ce l'ha
il mondo. Se uno per togliersela si isolasse da eremita, sbaglierebbe, perche'
si priverebbe di tutte le occasioni per far progredire in se' e nel mondo la
nonviolenza, che e' amore concreto, e per riprenderla, se l'avesse trascurata.
(Dalla rivista
"Azione nonviolenta", agosto-settembre 1968)
*
Tanto
dilagheranno violenza e materialismo che ne verra' stanchezza e disgusto; e
dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione salira' l'ansia
appassionata di sottrarre l'anima ad ogni collaborazione con quell'errore, e di
instaurare subito, a cominciare dal proprio animo (che e' il primo progresso),
un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci e' estraneo se
ci si deve stare senza amore, senza una apertura infinita dell'uno verso
l'altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo
e' il varco attuale della storia.
(Da Elementi di un'esperienza religiosa, 1936)