1. Primo Levi
2. Primo Levi:
Shema'
3. Primo Levi:
Alzarsi
4. Primo Levi:
Si immagini ora un uomo
5. Primo Levi:
Che appunto perche'...
6. Primo Levi:
Verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945
7. Primo Levi:
Hurbinek
8. Primo Levi:
Approdo
9. Primo Levi:
La bambina di Pompei
10. Primo
Levi: Non ci sono demoni...
11. Primo
Levi: Partigia
12. Primo
Levi: Il superstite
13. Primo
Levi: Contro il dolore
14. Primo
Levi: Canto dei morti invano
15. Primo
Levi: Agli amici
16. Primo
Levi: La vergogna del mondo
17. Primo
Levi: Il nocciolo di quanto abbiamo da dire
18. Appendice:
La legge istitutiva del Giorno della Memoria
1. PRIMO LEVI
Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente
scomparso nel 1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz,
sopravvissuto, fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni
della dignita' umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei
campi di sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti
piu' alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi:
fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La
ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti presso
Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora incerta;
sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di Conversazioni e
interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La chiave a stella,
Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il fabbricante di specchi,
edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo Levi (e una
vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due volumi delle Opere,
Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere su Primo Levi: AA. VV.,
Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano 1991; AA. VV., Primo Levi:
la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994; Marco Belpoliti, Primo Levi,
Bruno Mondadori, Milano 1998; Massimo Dini, Stefano Jesurum, Primo Levi: le
opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992; Ernesto Ferrero (a cura di), Primo
Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo
Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi,
La Nuova Italia, Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una
voce perduta, Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se
questo e' un uomo" di Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti,
Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano 1976.
2. PRIMO LEVI:
SHEMA'
[Da Primo
Levi, Ad ora incerta (ma e' anche l'epigrafe che apre Se questo e' un uomo),
ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 525]
Voi che vivete
sicuri
Nelle vostre
tiepide case,
Voi che
trovate tornando a sera
Il cibo caldo
e visi amici:
Considerate se
questo e' un uomo,
Che lavora nel
fango
Che non
conosce pace
Che lotta per
mezzo pane
Che muore per
un si' o per un no.
Considerate se
questa e' una donna,
Senza capelli
e senza nome
Senza piu'
forza di ricordare
Vuoti gli
occhi e freddo il grembo
Come una rana
d'inverno.
Meditate che
questo e' stato:
Vi comando
queste parole.
Scolpitele nel
vostro cuore
Stando in casa
andando per via,
Coricandovi
alzandovi:
Ripetetele ai
vostri figli.
O vi si
sfaccia la casa,
La malattia vi
impedisca,
I votri nati
torcano il viso da voi.
10 gennaio
1946
3. PRIMO LEVI:
ALZARSI
[Da Primo
Levi, Ad ora incerta (ma e' anche l'epigrafe che apre La tregua), ora in Idem,
Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 526]
Sognavamo
nelle notti feroci
Sogni densi e
violenti
Sognati con
anima e corpo:
Tornare; mangiare;
raccontare.
Finche'
suonava breve sommesso
Il comando
dell'alba:
"Wstawac":
E si spezzava
in petto il cuore.
Ora abbiamo
ritrovato la casa,
Il nostro
ventre e' sazio,
Abbiamo finito
di raccontare.
E' tempo.
Presto udremo ancora
Il comando
straniero:
"Wstawac".
11 gennaio
1946
4. PRIMO LEVI:
SI IMMAGINI ORA UN UOMO...
[Da Primo
Levi, Se questo e' un uomo, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I,
p. 21]
Si immagini
ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le
sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede:
sara' un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignita' e
discernimento, poiche' accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se
stesso; tale quindi, che si potra' a cuor leggero decidere della sua vita o
morte al di fuori di ogni senso di affinita' umana; nel caso piu' fortunato, in
base ad un puro giudizio di utilita'. Si comprendera' allora il duplice
significato del termine "Campo di annientamento"...
5. PRIMO LEVI:
CHE APPUNTO PERCHE'...
[Da Primo
Levi, Se questo e' un uomo, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I,
p. 35]
Che appunto
perche' il Lager e' una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non
dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si puo' sopravvivere, e percio'
si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che
per vivere e' importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro,
l'impalcatura, la forma della civilta'. Che siamo schiavi, privi di ogni
diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facolta'
ci e' rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perche' e' l'ultima: la
facolta' di negare il nostro consenso.
6. PRIMO LEVI:
VERSO IL MEZZOGIORNO DEL 27 GENNAIO 1945
[Da Primo
Levi, La tregua, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, pp. 205-206]
La prima
pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio
1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla (...).
Erano quattro giovani
soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati,
lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono
a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da
uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su
noi pochi vivi (...).
Non
salutavano, non sorridevano, apparivano oppressi, oltre che da pieta', da un
confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo
scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci
sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o
sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che
il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che
esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che
esistono, e che la sua volonta' buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia
valso a difesa.
7. PRIMO LEVI:
HURBINEK
[Da Primo
Levi, La tregua, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, p. 216]
Hurbinek, che
aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero;
Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per
conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo
aveva bandito; Hurbinek, il senzanome, il cui minuscolo avambraccio era pure
stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek mori' ai primi giorni del
marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia
attraverso queste mie parole.
8. PRIMO LEVI:
APPRODO
[Da Primo
Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p.
542]
Felice l'uomo
che ha raggiunto il porto,
Che lascia
dietro se' mari e tempeste,
I cui sogni
sono morti o mai nati;
E siede e beve
all'osteria di Brema,
Presso al
camino, ed ha buona pace.
Felice l'uomo
come una fiamma spenta,
Felice l'uomo
come sabbia d'estuario,
Che ha deposto
il carico e si e' tersa la fronte
E riposa al
margine del cammino.
Non teme ne'
spera ne' aspetta,
Ma guarda
fisso il sole che tramonta.
10 settembre
1964
9. PRIMO LEVI:
LA BAMBINA DI POMPEI
[Da Primo
Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p.
549]
Poiche'
l'angoscia di ciascuno e' la nostra
Ancora
riviviamo la tua, fanciulla scarna
Che ti sei
stretta convulsamente a tua madre
Quasi volessi
ripenetrare in lei
Quando al
meriggio il cielo si e' fatto nero.
Invano,
perche' l'aria volta in veleno
E' filtrata a
cercarti per le finestre serrate
Della tua casa
tranquilla dalle robuste pareti
Lieta gia' del
tuo canto e del tuo timido riso.
Sono pssati i
secoli, la cenere si e' pietrificata
A incarcerare
per sempre codeste membra gentili.
Cosi' tu
rimani tra noi, contorto calco di gesso,
Agonia senza
fine, terribile testimonianza
Di quanto
importi agli dei l'orgoglioso nostro seme.
Ma nulla
rimane fra noi della tua lontana sorella,
Della
fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
Che pure
scrisse la sua giovinezza senza domani:
La sua cenere
muta e' stata dispersa dal vento,
La sua breve
vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
Nulla rimane
della scolara di Hiroshima,
Ombra confitta
nel muro dalla luce di mille soli,
Vittima
sacrificata sull'altare della paura.
Potenti della
terra padroni di nuovi veleni,
Tristi custodi
segreti del tuono definitivo,
Ci bastano
d'assai le afflizioni donate dal cielo.
Prima di
premere il dito, fermatevi e considerate.
20 novembre
1978
10. PRIMO
LEVI: NON CI SONO DEMONI...
[Da Primo
Levi, La ricerca delle radici, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol.
II, p. 1519]
Non ci sono
demoni, gli assassini di milioni di innocenti sono gente come noi, hanno il
nostro viso, ci rassomigliano. Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno
infilato, consapevolmente o no, una strada rischiosa, la strada dell'ossequio e
del consenso, che e' senza ritorno.
11. PRIMO
LEVI: PARTIGIA
[Da Primo
Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p.
561]
Dove siete,
partigia di tutte le valli,
Tarzan,
Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono
in tombe decorose,
Quelli che
restano hanno i capelli bianchi
E raccontano
ai figli dei figli
Come, al tempo
remoto delle certezze,
Hanno rotto
l'assedio dei tedeschi
La' dove
adesso sale la seggiovia.
Alcuni
comprano e vendono terreni,
Altri
rosicchiano la pensione dell'Inps
O si
raggrinzano negli enti locali.
In piedi,
vecchi: per noi non c'e' congedo.
Ritroviamoci.
Ritorniamo in montagna,
Lenti,
ansanti, con le ginocchia legate,
Con molti
inverni nel filo della schiena.
Il pendio del
sentiero ci sara' duro,
Ci sara' duro
il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo
senza riconoscerci,
Diffidenti
l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora,
staremo di sentinella
Perche'
nell'alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico?
Ognuno e' nemico di ognuno,
Spaccato
ognuno dalla sua propria frontiera,
La mano destra
nemica della sinistra.
In piedi,
vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra
guerra non e' mai finita.
23 luglio 1981
12. PRIMO
LEVI: IL SUPERSTITE
[Da Primo
Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 576]
a B. V.
Since then, at an uncertain hour,
Dopo di
allora, ad ora incerta,
Quella pena
ritorna,
E se non trova
chi lo ascolti
Gli brucia in
petto il cuore.
Rivede i visi
dei suoi compagni
Lividi nella
prima luce,
Grigi di
polvere di cemento,
Indistinti per
nebbia,
Tinti di morte
nei sonni inquieti:
A notte menano
le mascelle
Sotto la mora
greve dei sogni
Masticando una
rapa che non c'e'.
"Indietro,
via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho
soppiantato nessuno,
Non ho
usurpato il pane di nessuno,
Nessuno e'
morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla
vostra nebbia.
Non e' mia
colpa se vivo e respiro
E mangio e
bevo e dormo e vesto panni".
4 febbraio
1984
13. PRIMO
LEVI: CONTRO IL DOLORE
[Da Primo
Levi, L'altrui mestiere, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p.
675]
E' difficile
compito di ogni uomo diminuire per quanto puo' la tremenda mole di questa
"sostanza" che inquina ogni vita, il dolore in tutte le sue forme; ed
e' strano, ma bello, che a questo imperativo si giunga anche a partire da
presupposti radicalmente diversi.
14. PRIMO
LEVI: CANTO DEI MORTI INVANO
[Da Primo
Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p.
615]
Sedete e
contrattate
A vostra
voglia, vecchie volpi argentate.
Vi mureremo in
un palazzo splendido
Con cibo,
vino, buoni letti e buon fuoco
Purche'
trattiate e contrattiate
Le vite dei
vostri figli e le vostre.
Che tutta la
sapienza del creato
Converga a
benedire le vostre menti
E vi guidi nel
labirinto.
Ma fuori al
freddo vi aspetteremo noi,
L'esercito dei
morti invano,
Noi della
Marna e di Montecassino
Di Treblinka,
di Dresda e di Hiroshima:
E saranno con
noi
I lebbrosi e i
tracomatosi,
Gli scomparsi
di Buenos Aires,
I morti di Cambogia
e i morituri d'Etiopia,
I patteggiati
di Praga,
Gli esangui di
Calcutta,
Gl'innocenti
straziati a Bologna.
Guai a voi se
uscirete discordi:
Sarete stretti
dal nostro abbraccio.
Siamo
invincibili perche' siamo i vinti.
Invulnerabili
perche' gia' spenti:
Noi ridiamo
dei vostri missili.
Sedete e
contrattate
Finche' la
lingua vi si secchi:
Se dureranno
il danno e la vergogna
Vi annegheremo
nella nostra putredine.
14 gennaio
1985
15. PRIMO
LEVI: AGLI AMICI
[Da Primo
Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p.
623]
Cari amici,
qui dico amici
Nel senso
vasto della parola:
Moglie,
sorella, sodali, parenti,
Compagne e
compagni di scuola,
Persone viste
una volta sola
O praticate
per tutta la vita:
Purche' fra
noi, per almeno un momento,
Sia stato teso
un segmento,
Una corda ben
definita.
Dico per voi,
compagni d'un cammino
Folto, non
privo di fatica,
E per voi
pure, che avete perduto
L'anima,
l'animo, la voglia di vita.
O nessuno, o
qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi:
ricorda il tempo
Prima che
s'indurisse la cera,
Quando ognuno
era come un sigillo.
Di noi
ciascuno reca l'impronta
Dell'amico
incontrato per via;
In ognuno la
traccia di ognuno.
Per il bene od
il male
In saggezza o
in follia
Ognuno
stampato da ognuno.
Ora che il
tempo urge da presso,
Che le imprese
sono finite,
A voi tutti
l'augurio sommesso
Che l'autunno
sia lungo e mite.
16 dicembre
1985
16. PRIMO
LEVI: LA VERGOGNA DEL MONDO
[Da Primo
Levi, I sommersi e i salvati, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol.
II, pp. 1157-1158]
E c'e'
un'altra vergogna piu' vasta, la vergogna del mondo. E' stato detto
memorabilmente da John Donne, e citato innumerevoli volte, a proposito e non,
che "nessun uomo e' un'isola", e che ogni campana di morte suona per
ognuno. Eppure c'e' chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le
spalle, cosi' da non vederla e non sentirsene toccato: cosi' hanno fatto la
maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell'illusione che il
non vedere fosse un non sapere, e che il non sapere li alleviasse dalla loro
quota di complicita' o di connivenza. Ma a noi lo schermo dell'ignoranza
voluta, il "partial shelter" di T. S. Eliot, e' stato negato: non
abbiamo potuto non vedere. Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava,
ed il suo livello e' salito di anno in anno fino quasi a sommergerci. Era
inutile chiudere gli occhi o volgergli le spalle, perche' era tutto intorno, in
ogni direzione fino all'orizzonte. Non ci era possibile, ne' abbiamo voluto,
essere isole; i giusti fra noi, non piu' ne' meno numerosi che in qualsiasi
altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la
colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti
coinvolti, perche' sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro
presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai
piu'; avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo
potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore
e' la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non
vedere, non ascoltare, non fare.
17. PRIMO
LEVI: IL NOCCIOLO DI QUANTO ABBIAMO DA DIRE
[Da Primo
Levi, I sommersi e i salvati, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol.
II, pp. 1149-1150]
L'esperienza
di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti e' estranea alle nuove
generazioni dell'Occidente, e sempre piu' estranea si va facendo a mano a mano
che passono gli anni (...).
Per noi,
parlare con i giovani e' sempre piu' difficile. Lo percepiamo come un dovere,
ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere
ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze
individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed
inaspettato, fondamentale appunto perche' inaspettato, non previsto da nessuno.
E' avvenuto contro ogni previsione; e' avvenuto in Europa; incredibilmente, e'
avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura
culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso;
eppure Adolf Hitler e' stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. E'
avvenuto, quindi puo' accadere di nuovo: questo e' il nocciolo di quanto
abbiamo da dire.
18. APPENDICE.
LA LEGGE ISTITUTIVA DEL GIORNO DELLA MEMORIA
Legge 20
luglio 2000, n. 211: Istituzione del Giorno della Memoria in ricordo dello
sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e
politici italiani nei campi nazisti (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.
177, 31 luglio 2000).
*
Art. 1.
La Repubblica
italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di
Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah
(sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei
cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia,
la morte, nonche' coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono
opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato
altre vite e protetto i perseguitati.
*
Art. 2.
In occasione
del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati
cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di
riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto
e' accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei
campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un
tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e
affinche' simili eventi non possano mai piu' accadere.