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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 276
del 28 giugno 2010
In questo
numero:
1. Paolo Finzi ricorda Colin Ward
2. Una
bibliografia essenziale di Colin Ward
3. Alcuni
estratti da "Acqua e comunita'" di Colin Ward
4. Per contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di
Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo
1. MEMORIA.
PAOLO FINZI RICORDA COLIN WARD
[Da
“A. Rivista anarchica” n. 352 dell’aprile 2010 riprendiamo il seguente ricordo apparso col
titolo Mio padre e Colin.
Paolo Finzi (Milano, 1951) giornalista e saggista, politologo e
conferenziere, e' una delle figure piu'
prestigiose e autorevoli della cultura libertaria in Italia; fa parte della
redazione di "A. rivista anarchica" fin dalla sua fondazione nel
1971. Tra le opere di Paolo Finzi: La nota persona. Errico Malatesta in Italia, La Fiaccola, Ragusa 1990;
Insuscettibile di ravvedimento. L'anarchico Alfonso Failla
(1906-1986), La Fiaccola, Ragusa 1993; amico fraterno di Fabrizio De Andre' fin dal
Colin Ward (1924- 2010) e' stato uno
straordinario militante, pensatore, educatore e saggista anarchico; e' deceduto
l'11 febbraio
Una piccola
premessa. Nella coppia dei miei genitori, e sempre stata mia
madre lanima politica, la partigiana, la socialista, lattivista dellUdi (le donne di
sinistra) e del Cemp (educazione sessuale e diffusione della pillola
anticoncezionale). Mio padre, morto 21 anni fa, era
una brava persona, un imprenditore legato al fare, al lavoro, una persona
sicuramente antifascista, politicamente direi un liberal,
con la mente curiosa e aperta, troppo pratico per sentir proprie le ideologie.
Era persona interessata a conoscere; parlava con lo stesso interesse del suo
incontro con mio suocero, lanarchico Alfonso Failla,
e di quello avvenuto in ben altro contesto con il
generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Era come
spiazzato dalla mia militanza anarchica. Venne a sentire alcune mie conferenze,
una volta si spinse addirittura a Rimini per sentirmi parlare di Errico
Malatesta. Apprezzava, cercava di comprendere, ma cera
troppa ideologia, troppi programmi futuri da realizzare. E la sua concezione antropologica,
espressa al meglio dalle poesie di Trilussa (tante ne recitava
a memoria), non lasciava spazio a utopie, sogni, anarchie.
Allinizio degli anni 70, una mattina,
entro in camera mia insolitamente agitato. Gli avevo dato da leggere un libro
di Colin Ward, in inglese: Anarchy
in action, che dopo sarebbe stato tradotto per i tipi
dellAntistato con il titolo
Anarchia come organizzazione. In sostanza mi disse: e inutile che
stampiate una rivista e tanti
libri pieni di teorie, che servono a voi che siete gia
convinti, ma non convincono nessuno. E questo il libro che dovete
tradurre. Lanarchia spiegata da questo Ward
e una cosa seria, comprensibile, che si fa rispettare. Se voi anarchici volete un consiglio, stampate e distribuite questo libro.
Era un
imprenditore, mio padre, seppure di quelli allantica.
Di fronte al mio antimilitarismo mi ripeteva spesso Se sei qui, ringrazia
per tutta la tua vita i resistenti di Stalingrado e i
piloti inglesi della Raf.
Ebreo, poliglotta, aveva vissuto la stagione dellOlocausto.
La vita era per lui una cosa terribilmente concreta. Conobbe e apprezzo
tanti compagni nostri, suoi coetanei. Ma solo Colin Ward riusci nel miracolo di
fargli apparire concreta lutopia anarchica. Scusate se e
poco.
2.
MATERIALI. UNA BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DI COLIN WARD
[Dal
sito di "Anarchopedia"
(http://ita.anarchopedia.org) riprendiamo la seguente bibliografia essenziale
di Colin Ward]
- Anarchy in Action,Allen & Unwin 1973,
Freedom Press 1988 (trad. it.: Anarchia
come organizzazione, Antistato,
Milano, 1976 e ried. Eleuthera 2006).
- Streetwork: The
- (a cura
di), Vandalism, Architectural
Press 1973.
- Utopia, Penguin 1974.
- Tenants take Over, Architectural Press 1976.
- Work, Penguin Education 1978.
- Violence, Penguin Education 1979.
- Housing: An anarchist approach, Freedom Press 1983.
- (a cura di),
- The Children in the City, Architectural
Press 1979; Penguin 1994 (trad. it.: Il bambino e la citta,
L'Ancora del Mediterraneo 2000).
- (con Dennis Hardy),
- When we Build Again, Lets have Housing That Works,
Pluto Press 1985.
- (con Dennis Hardy), Goodnight Campers! The History
of the British
-
- (a cura di), A Decade Of Anarchy, selezione
- (con David Crouch), The Allotment: Its landscape
& culture, Faber & Faber 1988.
- The Child in the Country, Hale 1988;
-
- (con Ruth Rendell), Underminig
The Central Line, Chatto
& Windus 1989.
- Talking Houses, Freedom press 1990.
- (con Tim Ward), Images of Childhood, Sutton 1991 (trad. it.: Dopo
lautomobile, Eleuthera
1997).
- Influences: Voices Of
Creative Dissent, Green Books 1992.
- New Town,
- Talking Schools, Freedom Press 1995.
- Reflected in Water,
- (a cura di
D. Goodway), Conversazioni con Colin Ward Eleuthera 2003.
- Anarchism,
3. LIBRI.
ALCUNI ESTRATTI DA "ACQUA E COMUNITA'" DI
COLIN WARD
[Riproponiamo - ripresi dal sito www.tecalibri.it - i seguenti estratti dal
libro di Colin Ward, Acqua e comunita'.
Crisi idrica e responsabilita' sociale, Eleuthera, Milano 2003 (ed. orig.: Reflected
in Water, A Crisis of
Social Responsibility, 1997)]
Indice del
volume
Presentazione dell'edizione italiana, di Teresa Isenburg; Al lettore italiano; Prefazione; I. La condivisione di un bene comune;
II. La "tragedia dei beni comuni"; III. Societa'
idrauliche e speranze regionali; IV. Il fascino della diga;
V. Zuffe per l'acqua; VI. Piccolo e locale;
VII. Donne al pozzo; VIII. L'acqua mercificata; IX. L'ineguale mondo
dell'acqua; X. Acqua sporca; XI. Crisi
confluenti; XII. I piaceri dell'acqua; Suggerimenti bibliografici, a
cura di Teresa Isenburg.
*
Da pagina 19
Prefazione
"C'e' qualcosa che lega tutti gli uomini e le donne del mondo in
modo tanto stretto e intimo che ogni differenza di colore, religione e cultura
diventa, di fronte a esso, insignificante... composto per il 55 per cento di
acqua, il flusso vitale del sangue che scorre nelle vene di ogni membro della
specie umana dimostra che la famiglia umana e' una realta'.
Migliaia di anni fa, l'essere umano ha scoperto che questo fluido gli era
indispensabile e prezioso oltre ogni prezzo" (Richard M. Titmuss, The Gift Relationship)
Richard Titmuss scriveva non dell'acqua ma del sangue. Studiava la
trasfusione di sangue e le sue implicazioni, mettendo a confronto il mercato
commerciale, dove il sangue viene acquistato, con la
donazione volontaria. Aveva rilevato che il carattere dominante del sistema
americano delle banche del sangue era una
redistribuzione dei prodotti ematici dai ceti poveri a quelli ricchi, poiche' le persone che vendono il proprio sangue, non
avendo nient'altro da vendere, sono tendenzialmente quelle senza
specializzazione e senza lavoro appartenenti ai "gruppi a basso reddito,
oggetto di sfruttamento". Aveva anche osservato come in Gran Bretagna i
donatori volontari di sangue, interrogati circa le loro motivazioni, fornissero
indicazioni la cui "vivacita', individualita' e diversita' davano vita e senso comunitario alle generalita'
statistiche", tanto che l'80 per cento delle risposte "suggeriva
sentimenti di responsabilita' sociale verso gli altri
membri della societa'".
La sua
conclusione era che il mercato commerciale del sangue fosse negativo, per
quattro ragioni non etiche e verificabili: "Sotto il profilo
dell'efficienza economica, provoca un grande spreco di sangue; il rapporto tra
domanda e disponibilita' e'
caratterizzato da una scarsita', cronica e acuta, che
rende illusoria ogni idea di equilibrio. E' amministrativamente inefficiente, poiche' genera un aumento delle pratiche burocratiche e
ancor piu' dei costi fissi di gestione, computo e
registrazione. In Gran Bretagna, il prezzo che il paziente (o consumatore) deve
pagare per unita' di sangue e'
da cinque a quindici volte superiore a quello del sistema volontario. Infine,
per quanto riguarda la qualita', nella distribuzione
commerciale e' piu' facile
che possa circolare sangue contaminato".
Titmuss e' morto nel 1974, e quindi non e'
vissuto abbastanza da assistere in Gran Bretagna al passaggio dell'ideologia
mercantile da teoria economica a dogma politico. E non ha nemmeno potuto vedere
il disastro che ha colpito i pazienti emofiliaci, pesantemente dipendenti dagli
emoderivati, in conseguenza dell'importazione di sangue contaminato. Cio' che lo spingeva era semplicemente la volonta' di contestare "la resurrezione rozzamente
materialistica dell'homo oeconomicus nella politica
sociale".
Il sangue,
come si dice, e' piu' denso
dell'acqua. Il sangue e' una proprieta'
individuale, l'acqua e' una necessita' collettiva.
Eppure le due sostanze hanno qualcosa in comune, poiche'
e' l'acqua a tenere insieme i costituenti del sangue
ed e' altrettanto indispensabile per
L'acqua e' vitale al pari del sangue, e pertanto anch'essa, come
diceva Titmuss, e' preziosa oltre ogni prezzo. Questa
consapevolezza spiega la nostra indignazione quando sentiamo di famiglie
inglesi cui l'acqua e' venuta a mancare per non aver
pagato le tariffe imposte dalle compagnie private, alle quali il governo ha
venduto quella che e' una risorsa collettiva. A maggior ragione dovremmo
provare angoscia a sapere che un terzo della popolazione mondiale non ha
accesso ad acqua potabile sicura, e che un terzo di tutti i decessi che si verificano ogni giorno nel mondo sono la conseguenza di
malattie di origine idrica.
Qualcuno
deve riaffermare il fatto di per se'
evidente che l'acqua, risorsa continuamente rinnovata ma non inesauribile,
appartiene a tutti e non a un particolare gruppo che ha scelto di controllarne
Ma l'acqua e' anche essenziale per produrre tutto cio'
che mangiamo, beviamo e usiamo, per tutte le produzioni industriali e per ogni
tipo di pulizia e comfort. Come il sangue, e' troppo
preziosa per essere considerata una merce. Ed e' anche
strumento di gioia umana infinita, come ben sappiamo dal piacere che traiamo da
fiumi, torrenti, laghi e mari, come dimostrano le fontane e le piscine che si
trovano in ogni citta' o paese.
Questo libro
non e' il tentativo di ripetere per l'acqua lo studio
che Titmuss ha fatto per il sangue, visto come
trasferimento di risorse dal povero al ricco o come un dono da parte dei piu' fortunati ai meno fortunati. Esso intende
semplicemente fornire un breve resoconto delle gigantesche implicazioni
sociali, a livello tanto locale quanto globale, generate dall'universale
bisogno di acqua e dalle varie crisi idriche che si prospettano al mondo.
*
Da pagina 33
Quando nel
1979 e' entrato in carica il nuovo governo
conservatore, nessuno immaginava che tra le sue realizzazioni ci sarebbe stata
quella di cambiare la natura dell'acqua da bene comune a merce. Eppure, dieci
anni piu' tardi, l'acqua e'
stata venduta, insieme ad altri beni di proprieta'
pubblica, ai consumatori che gia' la possedevano
collettivamente. Gli storici di un'altra industria ci ricordano che la
privatizzazione della fornitura idrica non e' stata
facile. I politici responsabili sono "stati sconfitti
nella Camera dei Lord e hanno corso il rischio di essere incriminati
dall'Unione Europea per gli standard qualitativi dell'acqua. Sono stati contestati dai gruppi ambientalisti per il medesimo
motivo e per le massicce occupazioni di territorio da parte delle amministrazioni
idriche". Ciononostante, la vendita delle azioni, nel novembre
Il popolo
dei consumatori d'acqua (il che significa tutte le famiglie della nazione) non
si e' probabilmente reso conto che il bene
inestimabile che gia' possedeva era stato venduto in
perdita sulla spinta di una transitoria ideologia governativa. Ma si e' ben presto reso conto delle conseguenze. Ogni gruppo
familiare ha constatato un incremento medio delle
tariffe del 67 per cento tra il 1989-90 e il 1994-95, mentre i profitti delle
compagnie erano aumentati in media del 20 per cento all'anno tra il 1989-90 e
il 1992-93, e i margini di profitto erano saliti dal 28,7 al 35,6 per cento. Il
malumore per i prezzi dell'acqua e' andato crescendo
man mano che si veniva a conoscenza dei ricchi stipendi e delle partecipazioni
agli utili che la dirigenza delle compagnie idriche si era attribuita, del
fatto che le operazioni di diversificazione finanziaria effettuate al di fuori
dell'industria idrica erano state disastrose, e del fatto che per l'adeguamento
di impianti e installazioni era stato speso assai meno di quanto si fosse fatto
credere pubblicamente.
Possiamo
anche ritenere tutto cio' un aspetto scontato
dell'economia imprenditoriale. Ma e' la situazione dei
ceti poveri che mi interessa. Nel rapporto sul prezzo dell'acqua del National
Consumer Council si legge che nel distretto idrico dove le tariffe sono piu'
elevate, cioe' quello denominato South West Water,
"la bolletta media assorbe il 4,9 per cento del reddito di una famiglia di
due adulti e due bambini, il 7,6 per cento di quello di un genitore single con
un unico figlio, e il 9,1 per cento nel caso di un pensionato che vive da
solo". Il rapporto commenta che "queste percentuali costituiscono un
peso finanziario cospicuo per le famiglie con inferiore capacita'
di far fronte all'aumento di prezzo dei servizi
essenziali".
Dove vivo,
gli affittuari delle case di proprieta' pubblica
pagavano settimanalmente una somma modesta per questo servizio, che era
controllato dall'autorita' comunale. Questa, oggi, si
rifiuta di fungere da esattore per conto di una compagnia privata, e la
bolletta dell'acqua, maggiorata e da pagare in anticipo, e'
diventata un altro dei costi fissi della vita che i ceti meno abbienti devono
in qualche modo far rientrare nel proprio bilancio. Fino al 1988, chi aveva
diritto ai "benefici supplementari" governativi era esentato dalle
spese di fornitura idrica. Oggi tale esenzione e'
stata soppressa e costoro devono pagare quei soldi di tasca propria. La
privatizzazione dell'acqua ha fatto conoscere ai consumatori piu' poveri un nuovo approccio aggressivamente commerciale,
tant'e' che migliaia di famiglie si sono viste interrompere
A un meeting
indetto dalla Jackson nel 1993, John Middleton,
direttore sanitario della Sandwell Health Authority nel West Midlands, ha fatto notare come il senso di moralita' pubblica sia andato progressivamente decadendo
dalle campagne sanitarie di centocinquanta anni fa, rammentando che "in
epoca vittoriana veniva almeno riconosciuta la necessita'
che a tutti, ricchi e poveri, fosse garantita una provvista d'acqua
igienicamente sicura. Le interruzioni della fornitura sono
qualcosa che non dovrebbe essere tollerato in una societa'
civile". E ha aggiunto che durante il 1992 e il 1993, anni in cui
si e' verificato un sensibile incremento delle
sospensioni nella sua zona, dove piu' di 1.400
famiglie sono rimaste senz'acqua, "i casi di dissenteria ed epatite sono
aumentati di dieci volte".
Personalmente,
al di la' di ogni considerazione medica, non posso
immaginare una situazione in cui sia possibile vivere senz'acqua, ne' certamente lo possono i miei lettori. Abbiamo tutti bisogno di bere e di mangiare, tutti produciamo feci e
urina di cui ci dobbiamo liberare, tutti abbiamo bisogno di lavarci. Negare a
chiunque di noi l'accesso all'acqua ci mette nella condizione di quella donna
di Preston che prima ho citato, portata in tribunale
e condannata per furto d'acqua.
Quello
avveniva centocinquanta anni fa, ed e' sconvolgente
rendersi conto che nella nostra civile Britannia le fantasie degli opulenti
sostenitori della logica di mercato ci vorrebbero ridurre alla brutalita' di quel tipo di atteggiamento. L'equivalente
moderno di Elizabeth Stubbs e'
in certo senso in una situazione ben peggiore della sua. Perche'
un secolo fa, come abbiamo visto, ogni paese aveva la sua pompa comunale,
frutto di uno sforzo comunitario o di un'iniziativa filantropica, accessibile a
tutti. C'e' una fontana di acqua potabile, ora asciutta, nella
East Street di Colchester che reca
l'iscrizione "Con gioia trarrai quest'acqua", e tutti i londinesi di
una certa eta' ricorderanno gli innumerevoli punti
per l'abbeveraggio umano o animale messi a disposizione dalla Metropolitan Drinking Fountain e dalla Cattle Trough Association. L'acqua era
allora riconosciuta come un diritto umano universale e non come una merce.
*
Da pagina
128
Abbiamo
visto nel capitolo I che se in epoca vittoriana, malgrado
la fiducia riposta nel sistema di mercato, era riconosciuto come "dovere morale
vincolante" assicurare a ogni famiglia l'accesso all'acqua potabile,
indipendentemente dalla possibilita' di pagare, nel
1994 12.500 famiglie inglesi si sono viste tagliare la fornitura per morosita'.
Nel
Un secolo
dopo, questa interpretazione sembrerebbe decisamente
ottimistica per due ragioni. La prima e' stata la
rinascita del culto del mercato e della privatizzazione dei beni pubblici a
ogni costo. La seconda, la crescita della coscienza ecologica e la
consapevolezza che tutte le risorse sono limitate. Ad esempio, Sandra Postel, una riconosciuta autorita'
sul problema della scarsita' idrica, fa notare che
"sorprendentemente, il costo dell'acqua nella maggior parte delle famiglie
britanniche e' legato al valore della casa e non ha
niente a che vedere con il consumo reale... Prove fatte in Gran Bretagna hanno
dimostrato che con i contatori il consumo dell'acqua nelle famiglie puo' calare del 10-15 per cento".
Nel 1995,
con il rapporto Water Conservation: Government Action (Interventi
governativi per la tutela idrica), il governo britannico ha dato grande
rilevanza alla necessita' di far pagare l'acqua in
base al consumo. Un portavoce dell'opposizione ha anzi lamentato che
"ventinove dei settantuno paragrafi di questo documento trattano
della misurazione del consumo idrico. I Conservatori vogliono
obbligare tutti a mettersi in casa un contatore dell'acqua". E
aggiungeva che i dati dell'industria idrica dimostravano che le perdite
giornaliere lungo le tubature della rete ammontavano a un valore complessivo di
826 milioni di galloni d'acqua [3 miliardi e 350 milioni di litri circa], su
cui il controllo dei consumi non avrebbe avuto alcuna
influenza.
Il governo
stesso ammette che l'installazione dei contatori potrebbe costare fino a 200
sterline per famiglia. Il che significherebbe una spesa complessiva da
La tutela
idrica e' un problema vitale tanto nei Paesi ricchi
che in quelli poveri, ma viene di fatto banalizzato applicando a entrambi lo
stesso meccanismo mercantile. Commenta Jean Robert: "I governi che
intendono regolare i consumi idrici attraverso il mercato dovrebbero tenere a
mente che solo se l'acqua e' un bene comune,
gratuitamente accessibile ai ceti poveri, e' possibile contenere l'eccesso di
consumo dei ceti ricchi per mezzo di prezzi elevati, senza provocare la rovina
dei poveri. A Lima, ad esempio, dove il governo tenta di
gestire il consumo idrico con questi sistemi, i prezzi sono troppo elevati per
i poveri, che non hanno l'acqua in casa e la comprano in bidoni per strada, e
troppo bassi per i ricchi, che corrompono gli autisti delle autocisterne che
dovrebbero servire i quartieri poveri e usano quell'acqua per lavare le proprie
automobili".
[...]
In Gran Bretagna la privatizzazione della fornitura idrica non e' stata inibita da alcuna opposizione efficace, all'epoca,
e le sue conseguenze non sono state notate pubblicamente se non molti anni piu' tardi. I dettagli amministrativi sull'industria idrica
britannica, dati nel capitolo I, sono importanti per due ragioni. La prima e' che le riforme del 1974 hanno portato la fornitura e lo
smaltimento dell'acqua per la prima volta sotto il controllo diretto del
governo centrale, e il ministero del Tesoro, sia con i Conservatori sia con i
Laburisti, ha costantemente ridotto la spesa a favore delle Authority idriche
tra il 1974 e il 1986. Nel 1982 la somma messa a disposizione dell'industria
idrica dal governo era la meta' di quella prevista
come investimento di capitale nel 1974. La seconda ragione e'
che il riassetto dell'industria idrica da parte del governo ha permesso di
metterla insieme alle altre strutture pubbliche che nel 1980 sono state offerte
in vendita a una cittadinanza che gia' le possedeva
collettivamente.
Le isole
britanniche sono ricche d'acqua, con precipitazioni cospicue, eppure vanno
incontro occasionalmente a periodi di scarsita'
idrica. E' affascinante paragonare l'atteggiamento pubblico durante la siccita' del 1995 con quello dei sedici mesi di asciutta tra il maggio 1975 e l'agosto 1976. Nel 1976 le
famiglie britanniche non avevano ancora maturato alcun mutamento di percezione
di fronte all'acqua trasformata da bene comune in prodotto commerciale. Fred Pearce, corrispondente per i problemi idrici del "New Scientist", riferisce che fino ad
allora i responsabili della pianificazione avevano considerato
"qualunque forma di restrizione della fornitura, anche un semplice hosepipe ban (divieto di uso non
domestico dell'acqua) come un'ammissione di fallimento. Si rendevano
conto che era privo di senso spendere milioni di sterline per ridurre la
frequenza degli hosepipe bans
da un anno su cinque a un anno su dieci". Ma Pearce
sottolinea anche gli sforzi delle Authority, allora
regionali, per agevolare l'accesso alle fonti d'approvvigionamento e i progetti
a lungo termine come quello della conduttura anulare di Londra o il sistema per
ricaricare le falde con le acque invernali dei fiumi. La reazione pubblica era
stata piu' che mai interessante. Il National Water Council infatti rilevava che
"la disponibilita' a risparmiare volontariamente
l'acqua durante la siccita' era molto diffusa tra la
popolazione e le industrie. La campagna per invitare al risparmio durante la siccita' aveva ridotto la domanda d'acqua perfino del 30
per cento in certe zone... e ulteriori interventi come
la verifica delle perdite impreviste e la riduzione della pressione nelle
tubature avevano prodotto risparmi di un altro 10 per cento".
Il 90 per
cento della popolazione aveva risposto all'invito a ridurre i consumi per il
bagno e piu' dell'80 per
cento aveva dichiarato di aver fatto attenzione a mettere il tappo al
lavandino, anche se solo il 9 per cento aveva detto di aver messo un blocco
nello sciacquone del WC. Nel 1976 c'era dunque stata un'intensa cooperazione
tra le varie amministrazioni idriche, tanto che Fred Pearce
nota che "nel peggior caso di siccita' in duecentocinquant'anni, i tecnici sono riusciti a non
interrompere l'erogazione dell'acqua", e c'era stata cooperazione anche da
parte degli utenti per ridurre i consumi. Nessuna
recriminazione: semplicemente il desiderio di trarre insegnamento
dall'esperienza. Durante la siccita' del 1995,
il clima e' cambiato. La gente ha dato
la colpa alle compagnie idriche e queste hanno dato la colpa alla gente.
Il ministro dell'Ambiente, John Gummer, ha avvertito
la popolazione di attenersi ai precetti del 1976, di riciclare nell'orto
l'acqua usata per lavare e di mettere un blocco nello sciacquone. Il giornale
locale della mia citta', che difficilmente potrebbe
essere definito di sinistra, ha sottolineato in un
articolo di fondo la differenza fondamentale tra allora e adesso: "Allora
l'acqua era proprieta' pubblica, e il pubblico aveva
interesse a conservarla. Ma poi e' arrivato Mr Gummer con i suoi colleghi e
ci ha detto che dovevamo cambiare idea, che l'acqua non era una risorsa
naturale ma un prodotto capitalistico come gli altri".
Le compagnie
idriche appena privatizzate hanno cercato di giustificare i loro profitti
esorbitanti spiegandoci quali grandi miglioramenti stavano apportando al
servizio. Si sono auto-compensate con enormi aumenti "di
incentivazione". Non dovremmo allora aspettarci, se paghiamo la
bolletta, di poter usare tutta l'acqua che vogliamo? E che importa alle
compagnie, che mirano al loro profitto, se la usiamo per innaffiare l'orto o
per lo scarico del gabinetto? Forse che, come qualunque acquirente, non abbiamo
il diritto di usare come vogliamo il bene che abbiamo comprato, al pari di
qualunque prodotto commerciale?
E' vero che
tali atteggiamenti non vanno troppo d'accordo con il risparmio idrico, ma se
questo fosse stato tenuto nella giusta considerazione a suo tempo, forse la
privatizzazione non sarebbe apparsa un'idea tanto buona.
*
Da pagina
150
I disastri
prodotti dalla concentrazione della produzione agricola sulle colture da
reddito per l'esportazione voluta dall'alto non si esauriscono con le
frustrazioni finanziarie. Ovunque nel mondo i contadini si sono basati sulla
coltivazione di prodotti di sussistenza per il consumo locale adattando le loro
tecniche alla disponibilita' d'acqua e di
fertilizzanti. Ben diversamente, le piu' importanti
colture da esportazione non solo richiedono superiori
apporti nutritivi (con il ricorso a costosi prodotti agro-chimici di
importazione, che a loro volta possono provocare l'inquinamento delle falde
idriche), ma anche quantitativi d'acqua superiori a quelli delle coltivazioni
alimentari locali. Per secoli, la richiesta di cotone da parte dei Paesi piu' ricchi ha prodotto disastri umani. Nelle parole dei
redattori della rivista "The Ecologist":
"Le ripercussioni del commercio del cotone sono state catastrofiche e
hanno colpito popolazioni praticamente di ogni colore
e clima. Negli Stati Uniti, circa 90.000 indiani Cherokee sono stati scacciati
dalle loro terre per far posto alle piantagioni di cotone, e 30.000 di essi sono morti nella famosa marcia verso ovest. Il periodo tra
il 1784 e il
Il processo
non riguarda solo la storia passata. Come abbiamo
visto, era il desiderio di produrre piu' cotone che
stava dietro ai tentativi di imbrigliare il Nilo, scatenando infiniti problemi
politici e sociali per l'Egitto e gli Stati confinanti. E lo stesso vale per la
distruzione del lago d'Aral, risultato della politica dell'ex-Unione Sovietica.
"The Ecologist" riporta la storia ai giorni
nostri: "Durante il terzo Piano quinquennale dell'Etiopia, il 60 per cento
dei terreni messi a coltura nella fertile valle di Awash
e' stato dedicato alla produzione di cotone. I pastori
Afar del luogo sono stati allontanati dai loro
pascoli tradizionali e spinti verso i fragili territori piu'
in alto, contribuendo a quella deforestazione che in parte e'
responsabile della crisi ecologica dell'Etiopia".
Le fortune
ammassate per secoli dall'industria cotoniera mai, in alcun continente, sono
andate a beneficio di chi e' stato impiegate per
piantare, curare e raccogliere il cotone, uomini donne e bambini cui l'acqua e'
stata sottratta per irrigare
L'imperialismo
vecchia maniera e' morto, ma e' stato sostituito da un
ben piu' efficiente imperialismo economico, che
obbliga i Paesi poveri a distruggere la loro precaria economia e il loro
ambiente a beneficio dell'economia consumistica del mondo industrializzato.
L'acqua che potrebbe essere gestita in modo da garantire la vita locale viene dissipata a favore dell'esportazione, in un mercato
altamente competitivo, o dell'industria turistica. E come sempre le vittime
dell'economia del mercato globale sono le popolazioni locali, private della
loro dotazione di acqua per l'esclusivo vantaggio di estranei lontani. A
organizzazioni solidaristiche non ufficiali come Oxfam
e' lasciato il compito di ribadire il principio
elementare secondo cui l'acqua deve essere usata per le necessita'
umane, magari poca per tutti, ma non tutta per pochi.
*
Da pagina
158
Un quarto di
secolo dopo, lo scenario e' cambiato. Non solo le
industrie di approvvigionamento idrico e scarico sono state
privatizzate, ma adesso e' anche presente una lobby ambientalista che si
preoccupa degli aspetti economici dell'approvvigionamento idrico e dei problemi
ecologici connessi con lo smaltimento degli scarichi fognari. E siamo tutti
diventati consapevoli del fatto assurdo che il 32 per cento dell'impiego
domestico di un prodotto sottoposto a costosa depurazione e'
per lo scarico dei gabinetti.
Un altro
cambiamento deriva dall'impegno del governo britannico a conformarsi agli
standard stabiliti dagli accordi internazionali. L'Unione Europea, quando
ancora si chiamava Comunita' Europea, ha emesso una
lunga serie di standard idrici che sono serviti soprattutto a fornire argomenti
per le campagne delle organizzazioni non ufficiali. Ad esempio, ha emesso
direttive sulla qualita' delle acque di balneazione,
dal punto di vista fisico, chimico e microbiologico, in base alle quali
Un effetto
salutare simile hanno avuto le direttive europee in
materia di controllo dell'inquinamento fluviale e qualita'
dell'acqua potabile. Kinnersley nota l'ironia del
fatto che, da quando l'acqua di rete e' stata
sottoposta a controlli analitici indipendenti, "gli inglesi si sono
rivolti al consumo di acqua in bottiglia in misura difficilmente immaginabile
prima. Quest'acqua viene acquistata nei supermarket a
un prezzo per litro piu' di mille volte superiore a
quello dell'acqua di rubinetto". E' stato anche detto, nel 1996, che
alberghi e ristoranti vendono acqua imbottigliata prodotta semplicemente
filtrando la normale acqua di rete, con un profitto superiore al 1000 per cento.
Sono le follie di una societa' ricca, dove nessuno si
preoccupa di separare l'acqua da bere da quella usata per gli scarichi igienici
o per lavare
*
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160
La
situazione britannica e' meno clamorosa, ma anche qui
e' ovvia la scarsa volonta' di applicare
"tecniche di risanamento". L'ente di controllo dell'industria idrica,
l'Ofwat, nel novembre
Le direttive
europee sulla qualita' delle spiagge sono state
disattese poiche' il governo britannico ha sostenuto
che la definizione di spiaggia "deve essere applicata solo a luoghi dove almeno 500 bagnanti siano effettivamente
presenti in acqua, o dove siano piu' di 1.500 per
miglio lineare di spiaggia". Tale definizione esclude non solo tutte le
spiagge gallesi, ma anche Blackpool, la spiaggia piu' conosciuta di tutta
Un'altra
direttiva dell'Unione Europea, accettata dal governo britannico nel 1991,
stabiliva i limiti di riferimento per lo smaltimento dei reflui urbani nei
corsi d'acqua superficiali. Una scappatoia nel testo della direttiva imponeva
limiti meno severi per le "aree a elevata dispersione naturale", cioe' dove il mare potrebbe allontanare rapidamente gli
scarichi. Nel 1994 il ministro per l'ambiente, John Gummer,
ha realizzato "una bizzarra manipolazione geografica per consentire alla
privatizzata Yorkshire Water Company di evitare
l'obbligo di costruire un nuovo impianto da 100 milioni di sterline per il
trattamento degli scarichi inquinanti [di Hull]".
Costui ha dichiarato mare aperto piu' di
Questa
manipolazione governativa della geografia e'
esattamente il tipo di risposta ai tentativi di controllare lo smaltimento dei
reflui civili e industriali che induce le industrie manifatturiere a spostare i
loro impianti dai Paesi ricchi dotati di legislazione ambientale alle nazioni
povere, dove normative simili mancano o non vengono fatte rispettare. Da questo
punto di vista, aveva ragione Jean Robert a dichiarare la nostra manifesta incapacita' a disattivare la bomba a orologeria
epidemiologica ed ecologica: i leader politici non vogliono accettare le
conseguenze delle leggi che sono stati costretti a
promulgare.
Cosi'
come le compagnie idriche non intendono affrontare il costo di
impianti e condutture separate per fornire acqua costosamente purificata
per bere e fare da mangiare e acqua meno trattata destinata agli altri usi che
formano la gran parte del consumo domestico e industriale, anche le aziende che
si occupano dello smaltimento dei reflui non sono disposte ad affrontare i
costi per tenere separati quelli civili da quelli industriali.
*
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173
Ai
britannici viene fatto credere che la Francia sia la
nazione piu' centralizzata dell'Europa, ma un tale
dubbio onore e' invece piu' meritato dalla Gran
Bretagna. E' impossibile pensare che una qualunque citta'
britannica possa recuperare la propria capacita' di
controllo sulla sua fornitura idrica, quantomeno nell'attuale clima politico.
Ma la disastrosa conclusione che dobbiamo trarre dal dibattito che ha avuto
luogo in Gran Bretagna e' che la crisi di responsabilita' sociale e' stata ridotta al problema di
"acquistare dove costa di meno". Centocinquant'anni
prima del dibattito parlamentare sull'introduzione della concorrenza
nell'industria idrica, come e' stato sottolineato nel
capitolo d'apertura di questo libro, era evidente che "l'acqua e'
indispensabile alla salute e al benessere dell'umanita'
come l'aria che respiriamo, e quando gli esseri umani si radunano in masse
conteggiabili a decine di migliaia, e' essenziale per la salute pubblica che
sia disponibile nella misura piu' abbondante
possibile".
Questo
antico concetto e' andato perduto tanto nei Paesi ricchi che in quelli poveri.
Le decisioni sulla disponibilita' di acqua potabile
sono prese su basi economiche invece che sociali, tranne i vari casi in cui
intervengono istituzioni non governative ad aiutare gli attivisti locali. Se e' il meccanismo dei prezzi a determinare la distribuzione
dell'acqua, i ceti poveri muoiono di sete; se e' in base a esso che si
stabilisce quali coltivazioni devono essere irrigate per l'immissione sul
mercato, i ceti poveri muoiono di fame; se e' sempre questo a decidere la
convenienza finanziaria a controllare l'inquinamento, i ceti poveri si
avvelenano; e se sono i prezzi a determinare la disponibilita'
idrica per l'igiene personale, un gran numero di bambini del mondo non
industrializzato muore prima dei cinque anni per malanni banali come la
diarrea.
In occasione
del discorso tenuto da Christiaan Barnard, pioniere
della chirurgia a cuore aperto, di fronte a migliaia di persone in uno stadio
sudamericano, Ivan Illich ha sottolineato
la probabilita' statistica che una rilevante
percentuale degli astanti soffrisse di parassitosi intestinali.
Il problema
dell'acqua, un bene limitato ma rinnovabile all'infinito, e'
un problema globale. Esistono grandi soluzioni tecnologiche che generalmente
penalizzano le popolazioni locali e vanno a profitto di imprenditori
stranieri e metropolitani. Il che, a sua volta, acuisce le dispute
internazionali, combattute con armamenti di gran lunga
piu' sofisticati delle semplici tecniche di gestione
idrica. Il messaggio di questo libro e' che se le comunita' umane potessero realmente ottenere il controllo e
la gestione dell'acqua che a loro serve, opererebbero con equita'
e senso di responsabilita', riconoscendo le necessita' di tutti, comprese quelle di chi, accanto a
loro, fa uso della medesima risorsa.
La tragedia
della crisi idrica mondiale e' che questo e' l'ultimo
approccio che chi controlla l'economia dell'acqua a livello globale intende
prendere in considerazione. L'uso responsabile dell'acqua non dipende dall'imposizione
di prezzi esorbitanti ai ceti poveri, estromettendoli cosi'
dal mercato, ma dall'accettazione del principio elementare di un equo accesso
per tutti, un concetto che ogni bambino impara fin dall'infanzia finche' il realismo politico non gli insegna che cio' che conta e' il potere. Se in
una situazione di scarsita' il prezzo dell'acqua venisse lasciato all'azione del mercato, i ceti poveri
morirebbero di malnutrizione e malattia, come gia'
accade in molte parti del mondo, mentre le classi agiate pagherebbero senza
problemi, appunto perche' sono agiate.
*
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183
Esiste
davvero un parallelismo tra il nostro comune godimento dell'acqua pubblica, che
non appartiene a nessuno ed e' condivisa da tutti, e
il nostro bisogno individuale di acqua domestica idonea e sicura. Mari, fiumi,
laghi e fontane non sono strutture private, anche se puo'
esserlo l'accesso a essi. La pioggia non appartiene a nessuno, ma purificarla e
portarla fino alla nostra cucina o stanza da bagno e'
un servizio vitale, per il quale paghiamo individualmente o collettivamente.
L'esperienza dimostra che per il bene della societa'
nel suo complesso ogni famiglia deve avere la sua quota, per quanto modesto sia il suo contributo economico. Prima che cio' fosse capito, nel 1844
Elizabeth Stubbs (vedi capitolo I) e' stata multata
per aver tratto acqua dalla bocchetta della Preston
Water Company senza contratto che la autorizzasse a farlo. E'
assai deprimente leggere che centocinquant'anni dopo
Rachel e Steve, cui l'acqua era stata tagliata, abbiano dovuto confessare che
"giriamo dietro la casa dei vicini e riempiamo la vasca da bagno con il
loro tubo di gomma per innaffiare, e quella e' l'acqua che usiamo per lavare,
per il gabinetto, per far da mangiare e tutto il resto". In teoria, sono
colpevoli del medesimo reato.
Il fatto che
una simile situazione sarebbe stata inconcepibile in una citta'
britannica del XX secolo fino agli anni Ottanta ci rammenta che in Gran
Bretagna i dogmi dell'economia di mercato sono stati assorbiti con la forza
incontenibile di un risveglio religioso. Hanno cambiato il linguaggio di noi
tutti, convertiti o eretici, con il risultato che chi usa l'acqua, come il
passeggero delle ferrovie, viene oggi descritto come
"utente". Un corrispondente del "New Statesman"
ci invita, a mio parere correttamente, a "riconoscere che gli 'studi
economici' che attualmente ci vengono proposti sono il
piu' efficace programma di propaganda politica mai
intrapreso in questo Paese". Il medesimo assunto ha dominato per anni la
politica delle istituzioni internazionali, come
A ognuna di
queste ondate evangeliche segue una reazione che riconferma gli antichi valori.
E' per questo che nella prefazione ho citato il pensiero di Richard Titmuss, che mette a confronto il sistema della donazione
di sangue (basato sul senso di solidarieta' e responsabilita' sociale verso gli altri, membri sconosciuti
della societa') e il mercato commerciale del sangue,
che e' risultato essere essenzialmente una
redistribuzione dai ceti poveri a quelli ricchi. E ho suggerito che ci fossero
somiglianze, ma anche differenze, tra la distribuzione di queste due sostanze
ugualmente necessarie alla vita. Nel corso del libro ho anche mostrato che, nel
fondamentale dovere sociale di preservare l'acqua, l'esperienza britannica
indica l'esistenza di un diverso atteggiamento popolare a seconda che questa
sia fornita come bene pubblico o come il risultato di una transazione
commerciale.
Anni prima, Titmuss sosteneva che "e'
probabile che nei prossimi cinquant'anni, in Gran Bretagna, le idee sociali
saranno importanti quanto l'innovazione tecnica". La maggior parte di quei
cinquant'anni e' trascorsa, e tutto quello che abbiamo
potuto vedere nel campo delle idee sociali e' stato cio'
che Titmuss condannava come "l'ipocrita
resurrezione dell'uomo economico nella politica sociale".
Eppure,
questo libro ha anche dimostrato che in tutto il mondo una
varieta' di societa' umane
ha messo a punto sofisticati sistemi di distribuzione idrica che combinano la
conservazione dell'acqua con un automatico rispetto per l'equita'
e
4.
RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL
MEGA-AEROPORTO DI VITERBO E S'IMPEGNA PER
Per
informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute,
dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail:
info@coipiediperterra.org , sito:
www.coipiediperterra.org
Per contattare direttamente la portavoce del comitato,
Per ricevere
questo notiziario: nbawac@tin.it
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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
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Direttore
responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532,
e-mail: nbawac@tin.it
Numero 276
del 28 giugno 2010
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