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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 271
del 23 giugno 2010
In questo
numero:
1. La prima
lettera di Guenther Anders a Claude Eatherly
2. La prima
lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders
3. Per
contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna
per la riduzione del trasporto aereo
1.
DOCUMENTI.
[Riproponiamo
ancora una volta il testo della prima lettera di Guenther Anders a Claude
Eatherly, del 3 giugno 1959, riprendendola dalla corrispondenza tra Guenther
Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al
bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (ivi alle pp.
27-34), nella classica traduzione di Renato Solmi.
Guenther
Anders (pseudonimo di Guenther Stern, "anders" significa
"altro" e fu lo pseudonimo assunto quando le riviste su cui scriveva
gli chiesero di non comparire col suo vero cognome) e' nato a Breslavia nel
1902, figlio dell'illustre psicologo Wilhelm Stern, fu allievo di Husserl e si
laureo' in filosofia nel 1925. Costretto all'esilio dall'avvento del nazismo,
trasferitosi negli Stati Uniti d'America, visse di disparati mestieri. Tornato
in Europa nel 1950, si stabili' a Vienna. E' scomparso nel 1992. Strenuamente
impegnato contro la violenza del potere e particolarmente contro il riarmo
atomico, e' uno dei maggiori filosofi contemporanei; e' stato il pensatore che
con piu' rigore e concentrazione e tenacia ha pensato la condizione
dell'umanita' nell'epoca delle armi che mettono in pericolo la sopravvivenza
stessa della civilta' umana; insieme a Hannah Arendt (di cui fu coniuge), ad
Hans Jonas (e ad altre e altri, certo) e' tra gli ineludibili punti di
riferimento del nostro riflettere e del nostro agire. Opere di Guenther Anders:
Essere o non essere, Einaudi, Torino 1961; La coscienza al bando. Il carteggio
del pilota di Hiroshima Claude Eatherly e di Guenther Anders, Einaudi, Torino
1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (col titolo: Il pilota di Hiroshima
ovvero: la coscienza al bando); L'uomo e' antiquato, vol. I (sottotitolo:
Considerazioni sull'anima nell'era della seconda rivoluzione industriale), Il
Saggiatore, Milano 1963, poi Bollati Boringhieri, Torino 2003; L'uomo e'
antiquato, vol. II (sottotitolo: Sulla distruzione della vita nell'epoca della
terza rivoluzione industriale), Bollati Boringhieri, Torino 1992, 2003;
Discorso sulle tre guerre mondiali, Linea d'ombra, Milano 1990; Opinioni di un
eretico, Theoria, Roma-Napoli 1991; Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze
1995; Stato di necessita' e legittima difesa, Edizioni Cultura della Pace, San
Domenico di Fiesole (Fi) 1997. Si vedano inoltre: Kafka. Pro e contro, Corbo,
Ferrara 1989; Uomo senza mondo, Spazio Libri, Ferrara 1991; Patologia della
liberta', Palomar, Bari 1993; Amare, ieri, Bollati Boringhieri, Torino 2004;
L'odio e' antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 2006; Discesa all'Ade, Bollati
Boringhieri, Torino
Claude
Eatherly, ufficiale dell'aviazione militare statunitense, il 6 agosto del 1945
prese parte al bombardamento atomico di Hiroshima. Sconvolto dal crimine cui
aveva partecipato, afflitto da un senso di colpa insostenibile, considerato
pazzo, conobbe il carcere e il manicomio. Si impegno' nella denuncia
dell'orrore della guerra atomica e nel movimento pacifista e antinucleare. La
corrispondenza che ebbe con Guenther Anders tra il 1959 e il 1961 e' raccolta
nel libro Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi,
Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992.
Renato Solmi
e' stato tra i pilastri della casa editrice Einaudi, ha introdotto in Italia
opere fondamentali della scuola di Francoforte e del pensiero critico contemporaneo,
e' uno dei maestri autentici e profondi di generazioni di persone impegnate per
la democrazia e la dignita' umana, che attraverso i suoi scritti e le sue
traduzioni hanno costruito tanta parte della propria strumentazione
intellettuale; e' impegnato nel Movimento Nonviolento del Piemonte e della
Valle d'Aosta. Dal risvolto di copertina del recente volume in cui sono
raccolti taluni dei frutti mggiori del suo magistero riprendiamo la seguente
scheda: "Renato Solmi (Aosta 1927) ha studiato a Milano, dove si e'
laureato in storia greca con una tesi su Platone in Sicilia. Dopo aver
trascorso un anno a Napoli presso l'Istituto italiano per gli studi storici di
Benedetto Croce, ha lavorato dal 1951 al 1963 nella redazione della casa
editrice Einaudi. A meta' degli anni '
Al signor
Claude R. Eatherly
ex maggiore
della A. F.
Veterans' Administration Hospital
Waco, Texas
3 giugno 1959
Caro signor
Eatherly,
Lei non conosce
chi scrive queste righe. Mentre Lei e' noto a noi, ai miei amici e a me. Il
modo in cui Lei verra' (o non verra') a capo della Sua sventura, e' seguito da
tutti noi (che si viva a New York, a Tokio o a Vienna) col cuore in sospeso. E
non per curiosita', o perche' il Suo caso ci interessi dal punto di vista
medico o psicologico. Non siamo medici ne' psicologi. Ma perche' ci sforziamo,
con ansia e sollecitudine, di venire a capo dei problemi morali che, oggi, si
pongono di fronte a tutti noi. La tecnicizzazione dell'esistenza: il fatto che,
indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo
essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne
prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare - questo fatto ha trasformato
la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto si' che si possa
diventare "incolpevolmente colpevoli", in un modo che era ancora
ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri.
Lei capisce
il suo rapporto con tutto questo: poiche' Lei e' uno dei primi che si e'
invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere
- oggi o domani - ciascuno di noi. A Lei e' capitato cio' che potrebbe capitare
domani a noi tutti. E' per questo che Lei ha per noi la funzione di un esempio
tipico: la funzione di un precursore.
Probabilmente
tutto questo non Le piace. Vuole stare tranquillo, your life is
your business. Possiamo
assicurarLe che l'indiscrezione piace cosi' poco a noi come a Lei, e La
preghiamo di scusarci. Ma in questo caso, per la ragione che ho appena detto,
l'indiscrezione e' - purtroppo - inevitabile, anzi doverosa. La Sua vita e'
diventata anche il nostro business. Poiche' il caso (o comunque vogliamo
chiamare il fatto innegabile) ha voluto fare di Lei, il privato cittadino
Claude Eatherly, un simbolo del futuro, Lei non ha piu' diritto di protestare
per la nostra indiscrezione. Che proprio Lei, e non un altro dei due o tre
miliardi di Suoi contemporanei, sia stato condannato a questa funzione di
simbolo, non e' colpa Sua, ed e' certamente spaventoso. Ma cosi' e', ormai.
E tuttavia
non creda di essere il solo condannato in questo modo. Poiche' tutti noi
dobbiamo vivere in quest'epoca, in cui potremmo incorrere in una colpa del
genere: e come Lei non ha scelto la sua triste funzione, cosi' anche noi non
abbiamo scelto quest'epoca infausta. In questo senso siamo quindi, come direste
voi americani, "on the same boat", nella stessa barca, anzi siamo i
figli di una stessa famiglia. E questa comunita', questa parentela, determina
il nostro rapporto verso di Lei. Se ci occupiamo delle Sue sofferenze, lo
facciamo come fratelli, come se Lei fosse un fratello a cui e' capitata la
disgrazia di fare realmente cio' che ciascuno di noi potrebbe essere costretto
a fare domani; come fratelli che sperano di poter evitare quella sciagura, come
Lei oggi spera, tremendamente invano, di averla potuta evitare allora.
Ma allora
cio' non era possibile: il meccanismo dei comandi funziono' perfettamente, e
Lei era ancora giovane e senza discernimento. Dunque lo ha fatto. Ma poiche' lo
ha fatto, noi possiamo apprendere da Lei, e solo da Lei, che sarebbe di noi se
fossimo stati al Suo posto, che sarebbe di noi se fossimo al Suo posto. Vede
che Lei ci e' estremamente prezioso, anzi indispensabile. Lei e', in qualche
modo, il nostro maestro.
Naturalmente
Lei rifiutera' questo titolo. "Tutt'altro, dira', poiche' io non riesco a
venire a capo del mio stato".
*
Si stupira',
ma e' proprio questo "non" a far pencolare (per noi)
Non dico
"consolante per Lei". Non ho nessuna intenzione di volerLa consolare.
Chi vuol consolare dice, infatti, sempre: "La cosa non e' poi cosi
grave"; cerca, insomma, di impicciolire l'accaduto (dolore o colpa) o di
farlo sparire con le parole. E' proprio quello che cercano di fare, per
esempio, i Suoi medici. Non e' difficile scoprire perche' agiscano cosi'. In
fin dei conti sono impiegati di un ospedale militare, cui non si addice la
condanna morale di un'azione bellica unanimemente approvata, anzi lodata; a
cui, anzi, non deve neppure venire in mente la possibilita' di questa condanna;
e che percio' devono difendere in ogni caso l'irreprensibilita' di un'azione
che Lei sente, a ragione, come una colpa. Ecco perche' i Suoi medici affermano:
"Hiroshima in itself is not enough to explain your behaviour", cio'
che in un linguaggio meno lambiccato significa: "Hiroshima e' meno
terribile di quanto sembra"; ecco perche' si limitano a criticare, invece
dell'azione stessa (o "dello stato del mondo" che l'ha resa
possibile), la Sua reazione ad essa; ecco perche' devono chiamare il Suo dolore
e la Sua attesa di un castigo una "malattia" ("classical guilt
complex"); ed ecco perche' devono considerare e trattare la Sua azione
come un "self-imagined wrong", un delitto inventato da Lei. C'e' da
stupirsi che uomini costretti dal loro conformismo e dalla loro schiavitu'
morale a sostenere l'irreprensibilita' della Sua azione, e a considerare quindi
patologico il Suo stato di coscienza, che uomini che muovono da premesse cosi'
bugiarde ottengano dalle loro cure risultati cosi' poco brillanti? Posso
immaginare (e La prego di correggermi se sbaglio) con quanta incredulita' e
diffidenza, con quanta repulsione Lei consideri quegli uomini, che prendono sul
serio solo la Sua reazione, e non la Sua azione. Hiroshima-self-imagined!
Non c'e'
dubbio: Lei la sa piu' lunga di loro. Non e' senza ragione che le grida dei
feriti assordano i Suoi giorni, che le ombre dei morti affollano i Suoi sogni.
Lei sa che l'accaduto e' accaduto veramente, e, non e' un'immaginazione. Lei
non si lascia illudere da costoro. E nemmeno noi ci lasciamo illudere. Nemmeno
noi sappiamo che farci di queste "consolazioni".
No, io
dicevo per noi. Per noi il fatto che Lei non riesce a "venire a capo"
dell'accaduto, e' consolante. E questo perche' ci mostra che Lei cerca di far
fronte, a posteriori, all'effetto (che allora non poteva concepire) della Sua
azione; e perche' questo tentativo, anche se dovesse fallire, prova che Lei ha
potuto tener viva la Sua coscienza, anche dopo essere stato inserito come una
rotella in un meccanismo tecnico e adoperato in esso con successo. E serbando
viva la Sua coscienza ha mostrato che questo e' possibile, e che dev'essere
possibile anche per noi. E sapere questo (e noi lo sappiamo grazie a Lei) e',
per noi, consolante.
"Anche
se dovesse fallire", ho detto. Ma il Suo tentativo deve necessariamente
fallire. E precisamente per questo.
Gia' quando
si e' fatto torto a una persona singola (e non parlo di uccidere), anche se
l'azione si lascia abbracciare in tutti i suoi effetti, e' tutt'altro che
semplice "venirne a capo". Ma qui si tratta di ben altro. Lei ha la
sventura di aver lasciato dietro di se' duecentomila morti. E come sarebbe
possibile realizzare un dolore che abbracci 200.000 vite umane? Come sarebbe
possibile pentirsi di 200.000 vittime?
Non solo Lei
non lo puo', non solo noi non lo possiamo: non e' possibile per nessuno. Per
quanti sforzi disperati si facciano, dolore e pentimento restano inadeguati.
L'inutilita' dei Suoi sforzi non e' quindi colpa Sua, Eatherly: ma e' una
conseguenza di cio' che ho definito prima come la novita' decisiva della nostra
situazione: del fatto, cioe', che siamo in grado di produrre piu' di quanto
siamo in grado di immaginare; e che gli effetti provocati dagli attrezzi che
costruiamo sono cosi' enormi che non siamo piu' attrezzati per concepirli. Al
di la', cioe', di cio' che possiamo dominare interiormente, e di cui possiamo
"venire a capo". Non si faccia rimproveri per il fallimento del Suo
tentativo di pentirsi. Ci mancherebbe altro! Il pentimento non puo' riuscire.
Ma il fallimento stesso dei Suoi sforzi e' la Sua esperienza e passione di ogni
giorno; poiche' al di fuori di questa esperienza non c'e' nulla che possa
sostituire il pentimento, e che possa impedirci di commettere di nuovo azioni
cosi tremende. Che, di fronte a questo fallimento, la Sua reazione sia caotica
e disordinata, e' quindi perfettamente naturale. Anzi, oserei dire che e' un
segno della Sua salute morale. Poiche' la Sua reazione attesta la vitalita'
della Sua coscienza.
*
Il metodo
usuale per venire a capo di cose troppo grandi e' una semplice manovra di
occultamento: si continua a vivere come se niente fosse; si cancella l'accaduto
dalla lavagna della vita, si fa come se la colpa troppo grave non fosse nemmeno
una colpa. Vale a dire che, per venirne a capo, si rinuncia affatto a venirne a
capo. Come fa il Suo compagno e compatriota Joe Stiborik, ex radarista
sull'Enola Gay, che Le presentano volentieri ad esempio perche' continua a
vivere magnificamente e ha dichiarato, con la miglior cera di questo mondo, che
"e' stata solo una bomba un po' piu' grossa delle altre". E questo
metodo e' esemplificato, meglio ancora, dal presidente che ha dato il
"via" a Lei come Lei lo ha dato al pilota dell'apparecchio
bombardiere; e che quindi, a ben vedere, si trova nella Sua stessa situazione,
se non in una situazione ancora peggiore. Ma egli ha omesso di fare cio' che
Lei ha fatto. Tant'e' che alcuni anni fa, rovesciando ingenuamente ogni morale
(non so se sia venuto a saperlo), ha dichiarato, in un'intervista destinata al
pubblico, di non sentire i minimi "pangs of conscience", che sarebbe
una prova lampante della sua innocenza; e quando poco fa, in occasione del suo
settantacinquesimo compleanno, ha tirato le somme della sua vita, ha citato,
come sola mancanza degna di rimorso, il fatto di essersi sposato dopo i trenta.
Mi pare difficile che Lei possa invidiare questo "clean sheet". Ma
sono certo che non accetterebbe mai, da un criminale comune, come una prova
d'innocenza, la dichiarazione di non provare il minimo rimorso. Non e' un
personaggio ridicolo, un uomo che fugge cosi' davanti a se stesso? Lei non ha
agito cosi', Eatherly; Lei non e' un personaggio ridicolo. Lei fa, pur senza
riuscirci, quanto e' umanamente possibile: cerca di continuare a vivere come la
stessa persona che ha compiuto l'azione. Ed e' questo che ci consola. Anche se
Lei, proprio perche' e' rimasto identico con la Sua azione, si e' trasformato
in seguito ad essa.
Capisce che
alludo alle Sue violazioni di domicilio, falsi e non so quali altri reati che
ha commesso. E al fatto che e' o passa per demoralizzato e depresso. Non pensi
che io sia un anarchico e favorevole ai falsi e alle rapine, o che dia scarso
peso a queste cose. Ma nel Suo caso questi reati non sono affatto
"comuni": sono gesti di disperazione. Poiche' essere colpevole come
Lei lo e' ed essere esaltati, proprio per la propria colpa, come "eroi
sorridenti", dev'essere una condizione intollerabile per un uomo onesto;
per porre termine alla quale si puo' anche commettere qualche scorrettezza.
Poiche' l'enormita' che pesava e pesa su di Lei non era capita, non poteva
essere capita e non poteva essere fatta capire nel mondo a cui Lei appartiene,
Lei doveva cercare di parlare ed agire nel linguaggio intelligibile costi', nel
piccolo linguaggio della petty o della big larceny nei termini della societa'
stessa. Cosi' Lei ha cercato di provare la Sua colpa con atti che fossero
riconosciuti come reati. Ma anche questo non Le e' riuscito.
E' sempre
condannato a passare per malato, anziche' per colpevole. E proprio per questo,
perche' - per cosi' dire - non Le si concede la Sua colpa Lei e' e rimane un
uomo infelice.
*
E ora, per
finire, un suggerimento.
L'anno
scorso ho visitato Hiroshima; e ho parlato con quelli che sono rimasti vivi
dopo il Suo passaggio. Si rassicuri: non c'e' nessuno di quegli uomini che
voglia perseguitare una vite nell'ingranaggio di una macchina militare (cio'
che Lei era, quando, a ventisei anni, esegui' la Sua "missione"); non
c'e' nessuno che La odi.
Ma ora Lei
ha mostrato che, anche dopo essere stato adoperato come una vite, e' rimasto, a
differenza degli altri, un uomo; o di esserlo ridiventato. Ed ecco la mia
proposta, su cui Lei avra' modo di riflettere.
Il prossimo
6 agosto la popolazione di Hiroshima celebrera', come tutti gli anni, il giorno
in cui "e' avvenuto". A quegli uomini Lei potrebbe inviare un
messaggio, che dovrebbe giungere per il giorno della celebrazione. Se Lei
dicesse da uomo a quegli uomini: "Allora non sapevo quel che facevo; ma
ora lo so. E so che una cosa simile non dovra' piu' accadere; e che nessuno
puo' chiedere a un altro di compierla"; e: "La vostra lotta contro il
ripetersi di un'azione simile e' anche la mia lotta, e il vostro 'no more
Hiroshima' e' anche il mio 'no more Hiroshima`, o qualcosa di simile puo'
essere certo che con questo messaggio farebbe una gioia immensa ai
sopravvissuti di Hiroshima e che sarebbe considerato da quegli uomini come un
amico, come uno di loro. E che cio' accadrebbe a ragione, poiche' anche Lei,
Eatherly, e' una vittima di Hiroshima. E cio' sarebbe forse anche per Lei, se
non una consolazione, almeno una gioia.
Col
sentimento che provo per ognuna di quelle vittime, La saluto
Guenther
Anders
2.
DOCUMENTI.
[Riproponiamo
il testo della prima lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders, del 12
giugno 1959, riprendendola dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly,
Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962,
poi Linea d'ombra, Milano 1992 (ivi alle pp. 34-36), nella classica traduzione
di Renato Solmi]
12 giugno
1959
Dear Sir,
molte grazie
della Sua lettera, che ho ricevuto venerdi' della scorsa settimana.
Dopo aver
letto piu' volte la Sua lettera, ho deciso di scriverLe, e di entrare
eventualmente in corrispondenza con Lei, per discutere di quelle cose che
entrambi, credo, comprendiamo. Io ricevo molte lettere, ma alla maggior parte
non posso nemmeno rispondere. Mentre di fronte alla Sua lettera mi sono sentito
costretto a rispondere e a farLe conoscere il mio atteggiamento verso le cose
del mondo attuale.
Durante
tutto il corso della mia vita sono sempre stato vivamente interessato al
problema del modo di agire e di comportarsi. Pur non essendo, spero, un
fanatico in nessun senso, ne' dal punto di vista religioso ne' da quello
politico, sono tuttavia convinto, da qualche tempo, che la crisi in cui siamo
tutti implicati esige un riesame approfondito di tutto il nostro schema di
valori e di obbligazioni. In passato, ci sono state epoche in cui era possibile
cavarsela senza porsi troppi problemi sulle proprie abitudini di pensiero e di
condotta. Ma oggi e' relativamente chiaro che la nostra epoca non e' di quelle.
Credo, anzi, che ci avviciniamo rapidamente a una situazione in cui saremo
costretti a riesaminare la nostra disposizione a lasciare la responsabilita'
dei nostri pensieri e delle nostre azioni a istituzioni sociali (come partiti
politici, sindacati, chiesa o stato). Nessuna di queste istituzioni e' oggi in
grado di impartire consigli morali infallibili, e percio' bisogna mettere in
discussione la loro pretesa di impartirli. L'esperienza che ho fatto
personalmente deve essere studiata da questo punto di vista, se il suo vero
significato deve diventare comprensibile a tutti e dovunque, e non solo a me.
Se Lei ha
l'impressione che questo concetto sia importante e piu' o meno conforme al Suo
stesso pensiero, Le proporrei di cercare insieme di chiarire questo nesso di
problemi, in un carteggio che potrebbe anche durare a lungo.
Ho
l'impressione che Lei mi capisca come nessun altro, salvo forse il mio medico e
amico.
Le mie
azioni antisociali sono state catastrofiche per la mia vita privata, ma credo
che, sforzandomi, riusciro' a mettere in luce i miei veri motivi, le mie
convinzioni e la mia filosofia.
Guenther, mi
fa piacere di scriverLe. Forse potremo stabilire, col nostro carteggio,
un'amicizia fondata sulla fiducia e sulla comprensione. Non abbia scrupoli a
scrivere sui problemi di situazione e di condotta in cui ci troviamo di fronte.
E allora Le esporro' le mie opinioni.
RingraziandoLa
ancora della Sua lettera, resto il Suo
Claude
Eatherly
3.
RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL MEGA-AEROPORTO DI
VITERBO E S'IMPEGNA PER
Per
informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute,
dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail:
info@coipiediperterra.org , sito: www.coipiediperterra.org
Per
contattare direttamente la portavoce del comitato,
Per ricevere
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responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel.
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Numero 271
del 23 giugno 2010
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