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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 268
del 20 giugno 2010
In questo
numero:
1. Danilo
Dolci: Rivoluzione e subito
2. Alcuni
estratti da Il nucleare impossibile a cura di Virginio Bettini e Giorgio Nebbia (parte
prima)
3. Per
contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna
per la riduzione del trasporto aereo
1. MAESTRI.
DANILO DOLCI: RIVOLUZIONE E SUBITO
[Da Danilo
Dolci, Banditi a Partinico, Laterza, Bari 1955, Sellerio, Palermo 2009, p. 296.
E' una nota di diario datata "Treviso, 13 febbraio" (1954).
Danilo Dolci
e' nato a Sesana (Trieste) nel 1924, arrestato a Genova nel '43 dai
nazifascisti riesce a fuggire; nel '50 partecipa all'esperienza di Nomadelfia a
Fossoli; dal '52 si trasferisce nella Sicilia occidentale (Trappeto, Partinico)
in cui promuove indimenticabili lotte nonviolente contro la mafia e il
sottosviluppo, per i diritti, il lavoro e la dignita'. Subisce persecuzioni e
processi. Sociologo, educatore, e' tra le figure di massimo rilievo della
nonviolenza nel mondo. E' scomparso sul finire del 1997. Di seguito riportiamo
una sintetica ma accurata notizia biografica scritta da Giuseppe Barone (comparsa
col titolo "Costruire il cambiamento" ad apertura del libriccino di
scritti di Danilo, Girando per case e botteghe, Libreria Dante & Descartes,
Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia
di Trieste. Nel 1952, dopo aver lavorato per due anni nella Nomadelfia di don
Zeno Saltini, si trasferisce a Trappeto, a meta' strada tra Palermo e Trapani,
in una delle terre piu' povere e dimenticate del paese. Il 14 ottobre dello
stesso anno da' inizio al primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di un
bambino morto per la denutrizione. La protesta viene interrotta solo quando le
autorita' si impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come
la costruzione di una fogna. Nel 1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a
Partinico, che fa conoscere all'opinione pubblica italiana e mondiale le
disperate condizioni di vita nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro
intenso, talvolta frenetico: le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2
febbraio 1956 ha luogo lo "sciopero alla rovescia", con centinaia di
disoccupati - subito fermati dalla polizia - impegnati a riattivare una strada
comunale abbandonata. Con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958) si
costituisce il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione".
Centinaia e centinaia di volontari giungono in Sicilia per consolidare questo
straordinario fronte civile, "continuazione della Resistenza, senza
sparare". Si intensifica, intanto, l'attivita' di studio e di denuncia del
fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle accuse -
gravi e circostanziate - rivolte a esponenti di primo piano della vita politica
siciliana e nazionale, incluso l'allora ministro Bernardo Mattarella (si veda
la documentazione raccolta in Spreco, Einaudi, Torino 1960 e Chi gioca solo,
Einaudi, Torino 1966). Ma mentre si moltiplicano gli attestati di stima e
solidarieta', in Italia e all'estero (da Norberto Bobbio a Aldo Capitini, da
Italo Calvino a Carlo Levi, da Aldous Huxley a Jean Piaget, da Bertrand Russell
a Erich Fromm), per tanti avversari Dolci e' solo un pericoloso sovversivo, da
ostacolare, denigrare, sottoporre a processo, incarcerare. Ma quello che e'
davvero rivoluzionario e' il suo metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a
guru, non propina verita' preconfezionate, non pretende di insegnare come e
cosa pensare, fare. E' convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere
dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea
di progresso non nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze
locali. Diversi libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui ciascuno
si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e ascoltarsi, a
scegliere e pianificare. La maieutica cessa di essere una parola dal sapore
antico sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna, rinnovata, a concretarsi
nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E' proprio nel corso di alcune
riunioni con contadini e pescatori che prende corpo l'idea di costruire la diga
sul fiume Jato, indispensabile per dare un futuro economico alla zona e per
sottrarre un'arma importante alla mafia, che faceva del controllo delle modeste
risorse idriche disponibili uno strumento di dominio sui cittadini. Ancora una
volta, pero', la richiesta di acqua per tutti, di "acqua
democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo: saranno necessarie lunghe
battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi digiuni, per veder realizzato
il progetto. OggiAggiungi un appuntamento per oggi la diga esiste (e altre ne
sono sorte successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia di
decine di migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora coltivabile;
l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e
cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.
Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del lavoro precedente, cresce
l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il Centro promuove iniziative per
valorizzare l'artigianato e l'espressione artistica locali. L'impegno educativo
assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre connesso
all'effettiva sperimentazione, della struttura maieutica, tentando di
comprenderne appieno le potenzialita'. Col contributo di esperti internazionali
si avvia l'esperienza del Centro Educativo di Mirto, frequentato da centinaia
di bambini. Il lavoro di ricerca, condotto con numerosi collaboratori, si fa
sempre piu' intenso: muovendo dalla distinzione tra trasmettere e comunicare e
tra potere e dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica delle
nostre societa' connessi al procedere della massificazione, all'emarginazione
di ogni area di effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso
la diffusione capillare dei mass-media; attento al punto di vista della
"scienza della complessita'" e alle nuove scoperte in campo
biologico, propone "all'educatore che e' in ognuno al mondo" una
rifondazione dei rapporti, a tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla
maieutica, sul "reciproco adattamento creativo" (tra i tanti titoli
che raccolgono gli esiti piu' recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a
segnalare Nessi fra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La
struttura maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e
Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la
mattina del 30 dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un
infarto lo spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie
residue, nel portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della
sua vita". Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di
accostamento segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di
intervento e di analisi e' Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra i
libri di poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i libri di
riflessione piu' recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988; La
struttura maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Firenze 1996. Recentissimo
e' il volume che pubblica il rilevante carteggio Aldo Capitini, Danilo Dolci,
Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008. Tra le opere su Danilo Dolci: Giuseppe
Fontanelli, Dolci, La Nuova Italia, Firenze 1984; Adriana Chemello, La parola
maieutica, Vallecchi, Firenze 1988 (sull'opera poetica di Dolci); Antonino
Mangano, Danilo Dolci educatore, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1992; Giuseppe Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e
profilo critico di Danilo Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000,
2004 (un lavoro fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di),
Danilo Dolci e la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005;
Raffaello Saffioti, Democrazia e comunicazione. Per una filosofia politica
della rivoluzione nonviolenta, Palmi (Rc) 2007. Tra i materiali audiovisivi su
Danilo Dolci cfr. i dvd di Alberto Castiglione: Danilo Dolci. Memoria e utopia,
2004, e Verso un mondo nuovo, 2006. Tra i vari siti che contengono molti utili
materiali di e su Danilo Dolci segnaliamo almeno www.danilodolci.it,
danilo1970.interfree.it, www.danilodolci.toscana.it, www.inventareilfuturo.com,
www.cesie.org, www.nonviolenti.org, www.fondodanilodolci.it]
Non mi
meraviglio se mi capita di incontrare chi mi contesta i dati che in questi
giorni sto esponendo. Non solo a Treviso ed a Firenze ho incontrato chi e'
convinto che tutti si viva e "normalmente su per giu'", ma a
Trappeto, a 10, 15 metri dalla miseria piu' dolorosa, "chi non lavora e' sempre
perche' lazzarone": tanto vuol dire partecipare o no. Solo se si partecipa
veramente si riesce a sapere e ad avere la forza per rimediare. Alcuni altri,
all'opposto, giudicano opportuna la nostra attivita' di informazione, ma
deleteria la cura intima per il nostro prossimo piu' ferito in quanto ritarda
con palliativi il rinnovamento della struttura. Rivoluzione: d'accordo. Non si
puo' rimandare a domaniAggiungi un nuovo appuntamento per domani il disoccupato
che cerca lavoro perche' ha i figli alla fame. Rivoluzione e subito. Ma il modo
della rivoluzione e' essenziale. Se seminiamo piselli non nascono pesci. Se
seminiamo morte e inesattezze non nasce vita.
2. LIBRI.
ALCUNI ESTRATTI DA IL NUCLEARE IMPOSSIBILE A CURA DI VIRGINIO
BETTINI E GIORGIO NEBBIA (PARTE PRIMA)
[Dal sito
www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di Virginio Bettini,
Giorgio Nebbia (a cura di), Il nucleare impossibile. Perche
non conviene tornare al nucleare, Utet Libreria, Torino 2009]
Indice del
volume
Introduzione.
Le ragioni di questo libro, di Virginio Bettini; 1. La storia del nucleare non
depone a suo favore, di Giorgio Nebbia; 2. Alla ricerca del sito, di Virginio
Bettini e Chiara Rosati; 3. Il nucleare impossibile, di Angelo Baracca e
Giorgio Ferrari; 4. L'eredita nucleare: Sogin,
un'esperienza allarmante, di Daniele Rovai; 5. Verso una societa solare,
di Giorgio Nebbia; Appendice. Lo stato dell'industria nucleare mondiale, di
Mycle Schneider e Antony Froggatt; Note; Bibliografia.
*
Da pagina IX
Introduzione.
Le ragioni di questo libro, di Virginio Bettini
Questo libro
non e' un instant book. Gli autori lavorano da molto tempo sull'argomento,
alcuni da oltre trent'anni, un lasso di tempo, nel corso del quale "le
giuste ragioni del ritorno all'energia nucleare", sono venute meno, sulla
base di nuovi dati e specifiche riflessioni-argomentazioni.
Una delle
ultime riflessioni risale a cinque anni or sono, al 2003, quando l'allora
ministro Carlo Giovanardi si reco' al meeting di Erice sulle emergenze nucleari
per dichiararsi "personalmente favorevole" al nucleare, lanciando
l'idea di un "federalismo delle scorie" da stoccare in siti
regionali. Eravamo in uno dei momenti piu' caldi della discussione relativa al
sito di Scanzano Jonico.
L'allora
Ministro per i rapporti con il Parlamento non solo sostenne che, per stoccare
le scorie nucleari, ogni regione avrebbe avuto a disposizione un proprio sito,
ma anche che, se un giorno si fosse dovuto nuovamente parlare di nucleare come
fonte d'energia in Italia, da parte sua non vi sarebbe stata alcuna posizione
contraria: l'idea lo trovava favorevole (Menafra, 2003).
Ora il
problema di una nuova stagione nucleare in Italia, dopo il fallimento di quella
degli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, e' stato rilanciato dal Governo
di centro-destra, dopo un approccio piuttosto equivoco da parte del precedente
governo Prodi.
Vorremmo
fare riflettere i lettori su questa scelta che riteniamo impossibile.
In primo
luogo, con l'aiuto di Sergio Carra, professore di ingegneria chimica al
Politecnico di Milano, per nulla oppositore per ragioni ideologiche e di
principio del nucleare, vorremmo chiarire come, facendo un semplice calcolo sui
costi della produzione di energia elettrica attraverso la tecnologia nucleare,
si potrebbe spiegare come l'atomo non sia una soluzione.
I numeri
sono numeri.
Per il
nucleare, di cui si dovrebbero realizzare almeno una ventina di centrali per
poter produrre il 10% del fabbisogno italiano di energia, occorrono grossi capitali
d'investimento il cui ritorno non avverrebbe prima di 10 anni, anche non
tenendo conto del costo dello smantellamento futuro delle centrali e dello
stoccaggio delle scorie.
Ovviamente
nessuno di noi e' contrario alla ricerca in merito alle nuove tecnologie. Da
una vita ribadiamo il ruolo e la funzione della ricerca, tenendo pero' conto
che la prospettiva, in termini di realizzazione di impianti nucleari della
quarta generazione, si collocherebbe ben oltre la meta' del XXI secolo.
Se vogliamo,
come dice Sergio Carra, non tener conto dei risultati del referendum italiano
sul nucleare (ma sarebbe sbagliato in quanto prima di avviare un nuovo
programma si dovrebbe verificare il parere dei cittadini), dobbiamo ricordare
che negli Stati Uniti non si costruisce un impianto nucleare dal 1973.
In America
la decisione non e' stata la conseguenza d'alcun referendum.
Una ragione
esiste ed e' unicamente, squisitamente, di ordine economico.
In questo
gli Stati Uniti sono un esempio, ma da noi le ragioni economiche sono prese in
considerazione solo quando hanno un significato giustificativo nei confronti di
una scelta.
In Europa si
propone sempre il caso francese, non tenendo conto che la Francia ha compiuto
una scelta decisiva e radicale a favore del nucleare, ai tempi di De Gaulle,
mezzo secolo fa, per ragioni legate alla force de frappe, quindi per ragioni di
ordine militare.
Ora gli
impianti nucleari francesi sono quasi tutti in scadenza, in termini temporali,
per quanto attiene alla sicurezza e dovranno presto essere posti in
decomissioning, come segnalato dagli incidenti del luglio 2008 nelle centrali
di Tricastin e Romans-sur-Isere.
Sono ben 131
le installazioni nucleari di base (reattori in servizio, reattori declassati,
impianti per la produzione del combustibile, impianti di ritrattamento, aree di
stoccaggio delle scorie) che dovrebbero essere seriamente verificate in termini
di sicurezza (Kempf, Mejean, 2008).
La Francia
sta puntando sul nucleare, per ora con la sola complicita' finlandese, detto di
terza generazione, che sarebbe forse piu' corretto definire di seconda
generazione plus.
La Francia
dovra' comunque, molto presto, rinnovare i propri impianti nucleari, tenendo
conto che bonificare il terreno di una centrale costa quanto costruirne una
nuova.
Le cifre
sono da capogiro e non vanno ignorate (De Ponte, 2006).
Come da
capogiro restano anche le previsioni relative ai costi della pura e semplice
costruzione.
I promotori
del nucleare italiano parlano di 20-40 miliardi di euro per 5-10 centrali da
2000 MWe, ma l'agenzia di rating Moody's, come vedremo in seguito, parla di
3200-3800 euro per kW, contro le ipotesi di 2000 euro di Edison.
L'Italia che
torna al nucleare, in questa prima fase, avrebbe un costo compreso tra i 30 ed
i 70 miliardi di euro.
Al momento,
nel nostro paese, i capofila del ritorno al nucleare sono, oltre al ministro
Scajola, i rappresentanti della Edison, il secondo gruppo elettrico italiano,
e, naturalmente, l'Enel.
Una certa
responsabilita' e' anche da attribuirsi all'ex ministro Bersani.
La Edison,
in accordo con il nuovo Ministro dello Sviluppo Economico Scajola, propone
l'immediata progettazione e localizzazione di 5-10 centrali nucleari, al costo
di 20-40 miliardi di euro.
Si
tratterebbe di cominciare subito, onde disporre della prima centrale nel 2019
ed ipotizzare un nucleare in grado di generare il 20-25% del fabbisogno
elettrico nazionale.
Per capire
questo amore di Edison per il nucleare basta ricordare che la societa' Edison
e' controllata al 50% da Edf, la societa' elettrica francese che nel nucleare
sguazza (Ricci, 2008).
La
Electricite' de France e la Edison sostengono che il passaggio al nucleare
resta fondamentale per combattere il riscaldamento del pianeta, con il
conseguente cambiamento climatico, ma, in questo libro, vedremo quanto cio' sia
falso.
La Edison ha
idee molto chiare, come del resto l'Enel, e cosi' definisce, operativamente, il
proprio piano:
- un anno di
dibattito generale;
- un anno
per scegliere il sito;
- due anni
per disporre delle necessarie autorizzazioni;
- due anni
per la preparazione del sito;
- cinque
anni per costruire la centrale.
Ci si
consenta un qualche dubbio sulla credibilita' di questo modello temporale, in
quanto non e' chiaro, in primis, quale possa essere il significato e
l'obbiettivo del dibattito se si punta direttamente al nucleare e non si
discute della prospettiva dei modelli energetici possibili nei prossimi 25-30
anni, come ci e' stato piu' volte suggerito anche da Rubbia.
In secondo
luogo si e' da tempo dimostrato come, sulla base dei parametri della sicurezza,
della valutazione del rischio e del rispetto ambientale, i siti nucleari, in
Italia, siano "impossibili" (Bettini, 1981).
In terzo
luogo non sappiamo chi possa essere in grado di assicurare la costruzione di
una centrale in 5 anni, considerato che il reattore nucleare finlandese Epr di
Olkiluoto, la cui costruzione e' stata avviata nel 2005, si trova gia' in
ritardo di due anni.
Infine
vorremmo ricordare, ai signori della Edison, in particolare ad Umberto
Quadrino, amministratore delegato della societa', che non si puo' avviare la
costruzione di nuove centrali prima di aver risolto il problema dello
stoccaggio delle scorie.
La Edison
valuta che 5-6 reattori, nell'arco di vita di 60 anni, possano produrre 21.000
metri cubi di residui. Quale sarebbe il sito che potra' stoccare queste scorie?
Con il
decreto 25 febbraio 2008, il Ministero dello Sviluppo Economico costituiva il
gruppo di lavoro per l'individuazione della tipologia, delle procedure e delle
metodologie di selezione dirette alla realizzazione, in un sito del territorio
nazionale, di un centro di servizi tecnologici e di ricerca ad alto livello nel
settore dei rifiuti radioattivi (GU n. 57 del 7-3-2008).
Sappiamo che
nel nostro paese non esistono siti geologicamente sicuri, come dovrebbe essere
quello individuato in Finlandia ed anche in questo caso sarebbe bene una
decente considerazione circa il dibattito che ha interessato il sito di
Scanzano Jonico ed una valutazione attenta delle ragioni del naufragio del sito
di Yucca Mountain (Buccolo, Stigliani, 2008; Bettini, 2006).
L'amministratore
delegato di Edison, in un'intervista a "La Repubblica" del marzo
2008, ha sostenuto la necessita' di affrontare il problema del nucleare in
termini "non ideologici", correggendo la rotta e parlando di centrali
realizzabili in 10 anni.
Quadrino non
ha mezzi termini e dice: mettiamoci al lavoro subito e la prima centrale di
terza generazione (che, ribadiamo, sarebbe bene chiamare di seconda generazione
plus in quanto di nuovo dal punto di vista tecnologico c'e' ben poco) sarebbe
pronta tra 10 anni.
Quadrino
vorrebbe che si parlasse di pro e contro per la definizione e la scelta dei
siti nucleari che pero', come gia' abbiamo dimostrato nei primi anni Ottanta,
nel nostro paese sono impossibili, definendo un rapporto corretto con il
territorio, che, per lui, significa "investimenti per la comunita' ed
elettricita' a prezzi piu' bassi".
La classe
politica, secondo Quadrino, avrebbe una specifica funzione: "La classe
politica deve saper spiegare al Paese che bisogna scegliere tra i rischi
dell'effetto serra, che sono ingestibili, ed i rischi del nucleare, che sono
gestibili".
Anche le
scorie nucleari, per Quadrino, sono assolutamente gestibili: "Ci sono, nel
mondo, siti geologicamente sicuri e probabilmente anche in Italia. Discutiamone
tenendo presenti due cose: leadership politica e rapporto con il
territorio" (Ricci, 2008).
In altre
parole: i politici facciano quello che suggeriamo noi industriali e nessun
problema per la popolazione: la compriamo con investimenti ed infrastrutture.
Un concetto
che Quadrino ha sostenuto anche nel corso della tavola rotonda "Nucleare,
speranza o tabu'?" tenutasi a Milano, il 7 giugno 2008, nell'ambito del
Festival Internazionale dell'Ambiente. Quadrino ha ribadito: "Non
chiediamo incentivi pubblici, le nuove centrali potrebbero essere, per lo
Stato, a costo zero, perche' saranno le aziende a fare i loro conti ed a
costruire adeguati business plan per sostenere l'investimento" (Crivelli,
2008).
Al manager
Umberto Quadrino ha indirettamente risposto il premio Nobel per la Fisica,
Carlo Rubbia in maniera sintetica, direi efficace e lapidaria: "Non esiste
un nucleare sicuro o a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle
probabilita' per cui, ogni 100 anni, un incidente nucleare e' possibile: e
questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali" (Valentini,
2008).
Il professor
Rubbia sarebbe per un nucleare innovativo, per l'uso del torio, elemento
largamente disponibile in natura, che potrebbe alimentare un amplificatore
nucleare, un acceleratore, un reattore non critico, che non provochi reazioni a
catena, non produca plutonio. Dal torio non si tira fuori una bomba, quindi si
taglia il legame tra nucleare civile e nucleare militare.
La
tecnologia suggerita da Rubbia e' gia' stata sperimentata su piccola scala ed
un prototipo del costo di 500 milioni di euro potrebbe anche servire a bruciare
le scorie ad alta attivita' nel nostro paese, producendo, al tempo stesso, una
discreta quantita' di energia.
La posizione
di Rubbia, se completamente accolta ed implementata, potrebbe fare
definitivamente chiarezza su quello che altri due fisici, Gianni Mattioli e
Massimo Scalia, dell'Universita' di Roma, definiscono "favola
atomica", quella che racconta: dal nucleare potremmo trarre energia
abbondante, in grado di liberarci dalla schiavitu' del petrolio e del gas,
energia pulita in grado di contrastare l'incubo del cambiamento climatico,
energia a prezzi piu' limitati.
Una favola,
appunto, senza fondamento scientifico e razionale. A questa favola pero'
credono sia il Governo sia Confindustria.
Il Ministro
dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ritiene che, sul nucleare, la svolta
sia ormai decisa.
L'impegno
nucleare italiano avrebbe, come primo obiettivo, la riduzione, in maniera
strutturale, dei costi dell'energia.
Il Consiglio
dei Ministri, su sua proposta, entro il 30 giugno 2009, dovra' definire la
strategia energetica nazionale, ma, prima ancora, entro il 31 dicembre 2008, il
Governo avrebbe dovuto emanare i decreti legislativi nei quali sarebbero stati
indicati i criteri per la localizzazione degli impianti, per i sistemi di
stoccaggio dei rifiuti radioattivi, per la definizione delle misure minime di
compensazione nei confronti delle popolazioni interessate (per ora, la sola
compensazione individuata e' lo sconto sulla bolletta elettrica).
Scajola ha
poi dichiarato, l'8 luglio 2008, che alcune Regioni ed Amministrazioni Locali
sarebbero interessate ad ospitare le nuove centrali nucleari che il governo ha
annunciato di voler costruire entro la fine della legislatura.
Non ha
chiarito quali siano le Amministrazioni interessate, ma ha ribadito che i síti,
i quali ospiteranno le centrali e lo stoccaggio delle scorie nucleari, potranno
essere dichiarati aree di interesse strategico nazionale. Cosi', dopo la
militarizzazione delle aree urbane, avviata il 4 agosto 2008, avremmo, in
questo sempre meno democratico paese, anche la militarizzazione dei siti
energetici, ovviamente non tenendo per nulla conto di un segnale che ci giunge
anche da attenti osservatori europei.
*
Da pagina 39
Capitolo 3.
Il nucleare impossibile, di Angelo Baracca e Giorgio Ferrari
I
presupposti del "rinascimento nucleare" (nuclear renaissance) si
basano principalmente su tre aspetti che vengono comunemente assunti a
riferimento nell'ambito delle politiche energetiche proposte in molte nazioni
sviluppate e come tali presentati al grande pubblico, senza nessuna discussione
di merito, come fossero verita' assolute: il primo aspetto riguarda le
emissioni di CO2 e gas serra per le quali il nucleare e' considerato ad apporto
zero (carbon free); il secondo attiene al problema della sicurezza degli
approvvigionamenti energetici, cioe' all'affermazione che le forniture di
uranio - a differenza di quelle dei combustibili fossili - non sarebbero
soggette a limitazioni quantitative, ne' a condizionamenti politici; il terzo
riguarda la competitivita' economica del kWh nucleare.
In questo
capitolo esamineremo in dettaglio questi aspetti, cercando di tenere conto
debitamente di tutti i fattori che di solito vengono trascurati, o peggio
occultati; in sintesi, dimostreremo che:
- Se e' vero
che il processo di fissione che avviene nel nocciolo dei reattori e' a
emissioni zero, tutte le altre fasi del ciclo nucleare - dall'estrazione e
lavorazione del minerale, al trattamento dei residui e allo smantellamento
delle centrali - produce CO2 e gas serra in abbondanza: un punto essenziale e'
che l'entita' di tali emissioni, soprattutto nelle fasi di estrazione e
lavorazione del minerale, dipende in modo drammatico (come dovrebbe apparire
abbastanza ovvio anche per un profano, purche' gli venga fatto notare) dalla
concentrazione di uranio nel minerale e, con l'esaurimento prossimo dei
depositi piu' ricchi e facili da estrarre, puo' arrivare anche ad uguagliare, o
addirittura a superare, le emissioni delle centrali a gas;
- un'analisi
circostanziata e non preconcetta della consistenza e distribuzione dei
giacimenti minerari accertati e di quelli "stimati" mostra che la
disponibilita' di uranio nel mondo non e' affatto quella che si vorrebbe far
credere, ne' e' esente da condizionamenti geopolitici: in ultima analisi,
questo problema e' strettamente legato a quello precedente, perche' la presenza
di uranio sulla crosta terrestre e' certamente ingente in termini assoluti, ma
una volta esauriti i giacimenti in cui esso e' piu' concentrato, la
possibilita' di sfruttare i minerali piu' poveri e' assai dubbia, non solo dal
punto di vista economico, ma dallo stesso punto di vista energetico, poiche'
puo' richiedere piu' energia di quanta l'uranio estratto possa fornirne;
- il
problema dei costi di un programma nucleare, infine, e' molto piu' complesso di
come viene di solito presentato. In primo luogo, infatti, i costi non si
riducono solo a quelli di costruzione dell'impianto (sul quale pure gravano
molti piu' interrogativi di quanto si vorrebbe far credere, come dimostrano gli
impianti in costruzione) e del combustibile, ma devono tenere conto di quelli
legati ai problemi teste' citati (per esempio, alla bonifica dei siti
minerari), ed alla gestione della "coda" del ciclo, cioe' al
trattamento e condizionamento dei residui nucleari ed allo smantellamento
finale dell'impianto (decommissioning). In secondo luogo, gli stessi costi, e
tempi, di costruzione di un impianto nucleare non possono venire semplicemente
trasferiti da un paese ad un altro, poiche' dipendono in modo determinante dal
livello tecnologico e dall'esperienza pregressa, dallo stato e dalle condizioni
dell'industria nazionale (fra le altre cose, pubblica o privata), nonche'
dall'esistenza o meno nel paese di programmi nucleari militari.
Riteniamo
opportuno, e corretto, anteporre ancora una considerazione generale alla
discussione di questi punti.
*
Una premessa
doverosa, di metodo, e di sostanza
Poiche' si
discute delle possibili soluzioni dei problemi energetici - dei loro costi e
delle loro ricadute, oltre che degli aspetti della sicurezza - e' giocoforza
esaminare la tecnologia nucleare in rapporto alle altre tecnologie esistenti:
carbone, gas, solare, eolico, idroelettrico (precisiamo subito che non
includeremo il petrolio, in quanto esso ha ormai un ruolo residuale nella
produzione di energia, in quanto la sua progressiva scarsita' impone di
destinarlo principalmente agli usi piu' importanti, e difficilmente
sostituibili, dell'industria chimica di cui e' alla base). Ma nel fare questo
dobbiamo prendere nettamente le distanze dalla logica con la quale tali
confronti vengono impostati e discussi. La tecnologia nucleare presenta infatti
delle caratteristiche intrinseche che non sono in alcun modo rapportabili,
tanto meno paragonabili, a quelle delle altre tecnologie: esse risiedono
nell'assoluta unicita' dei processi nucleari.
Tutta la
biosfera si fonda su processi chimici, dovuti alle proprieta' degli elettroni
che costituiscono la parte esterna degli atomi, mentre il nucleo dell'atomo
gioca un ruolo assolutamente marginale nei processi naturali sulla superficie
terrestre (al contrario il processo di fusione dei nuclei leggeri e'
fondamentale all'interno delle stelle, e quindi su scala astronomica); inoltre
i processi di trasmutazione nucleare comportano singolarmente energie
dell'ordine di un milione di volte di quelle sviluppate dai processi
elettronici, e pertanto quando vengono prodotti artificialmente risultano
incompatibili con la presenza di esseri viventi.
Il problema
noto come la "sicurezza" degli impianti nucleari (ma esso si
presenta, sia pure in termini diversi, per tutti gli usi delle tecniche
nucleari: sanitari, agricoli, industriali) non puo' venire affrontato, come ci
viene sempre proposto, paragonando le probabilita' di incidenti gravi in una
centrale nucleare ad un impianto termoelettrico tradizionale, per vari motivi,
che qui ci limitiamo ad accennare. In primo luogo, l'eventuale esplosione di
una centrale a gas puo' avere conseguenze drammatiche e letali in una zona
abbastanza circoscritta, le quali si esauriscono comunque dopo l'incidente: un
incidente grave in una centrale nucleare, anche qualora fosse sulla carta molto
meno probabile, puo' avere, per quanto ora detto, conseguenze sanitarie ed
ambientali che possono estendersi anche a territori lontani ed alle generazioni
future, come si e' ben visto (ma forse il peggio si deve ancora vedere) per
l'incidente di Chernobyl del 1986 (per quanto gli organi ufficiali si sforzino
di sdrammatizzarne e ridurne l'impatto!). In secondo luogo, appare ridicolo e
irresponsabile il modo in cui, nei casi di incidenti a centrali nucleari che si
stanno ripetendo con una frequenza preoccupante, le autorita' si precipitano ad
assicurare che "non vi sono state conseguenze all'esterno" (quando
addirittura non cercano maldestramente di tenere nascosto lo stesso incidente
all'opinione pubblica): il motivo risiede nel fatto che la tecnologia nucleare
e' estremamente piu' complessa e incontrollabile delle altre piu' comuni
tecnologie, e le analisi degli incidenti che sono avvenuti mostrano che molto
spesso le misure prese quando un malfunzionamento si e' innescato hanno
provocato nel reattore risposte inattese, diverse od opposte a quelle previste.
Per questi motivi e' completamente giustificata la reazione dell'opinione
pubblica di fronte a qualsiasi incidente che si verifica in una centrale
nucleare (oltre che per la superficialita' e l'inaffidabilita' dimostrata dai
tecnici e dalle autorita').
Nell'analisi
dei punti che abbiamo anticipato prescinderemo da questa premessa: ma in base
ad essa il lettore e' autorizzato a fare la tara sulle nostre stesse
considerazioni.
Ma vogliamo
aggiungere ancora una considerazione, che non possiamo riprendere nel seguito.
Se la sequenza degli incidenti a centrali nucleari nell'ultimo anno e', a
nostro parere, un indice dell'invecchiamento degli impianti esistenti, essa
mostra anche la complessita' crescente di applicare controlli di sicurezza
adeguati. Alla fine di agosto 2008 il Governo regionale della Catalogna ha
esplicitamente criticato le compagnie elettriche Endesa (di cui l'Enel detiene
il 67% del pacchetto azionario) e Iberdrola, dopo la serie di incidenti alle
loro tre centrali nucleari, per avere tagliato i costi e ridotto gli
investimenti sulla sicurezza.
La
situazione non e' certo destinata a migliorare visto l'ulteriore invecchiamento
del parco reattori esistente, ne' se verranno promossi programmi di costruzione
di nuove centrali. Per il primo aspetto, "nel parco nucleare francese
esistente, il numero di eventi rilevanti per la sicurezza (safety) e' cresciuto
costantemente da 7,1 per reattore nel 2000 a 10,8 nel 2007, anche se Edf
(Electricite' de France) sottolinea che gli eventi seri sono diminuiti
(l'articolo e' precedente agli incidenti del luglio 2008). Questa e' una
tendenza preoccupante considerando che il parco impianti invecchia ed e'
pensabile che questi eventi potranno solo aumentare con l'eta'". Quanto al
secondo aspetto, "ci sono anche gli errori edili commessi da Areva nella
costruzione di nuovi impianti, che sono basati sul progetto Epr che la ditta
sta cercando di vendere ovunque. Nel dicembre 2007 la ditta avvio' un progetto
Epr a Flamanville, in Francia, dove le autorita' di sicurezza nucleare francesi
hanno osservato che non sono state seguite specifiche e procedure tecniche
fondamentali, come la corretta gettata del cemento, fino all'ordine senza
precedenti di maggio di fermare a tempo indeterminato la gettata di
cemento". Per quanto riguarda poi altri paesi, "il capo
dell'Autorita' Francese di Sicurezza Nucleare ha valutato che ci vorrebbero
almeno 15 anni per costruire il sistema di regolazione necessario in paesi che
stanno partendo da zero". Forse ancora piu' paradossale e' che nemmeno la
Francia del tutto-nucleare piu' che trentennale su questo piano puo' dormire
sonni tranquilli: "Circa il 40% degli operatori e del personale della
manutenzione di Edf si pensionera' entro il 2015. Di conseguenza la Francia si
trovera' una formidabile carenza di lavoratori specializzati".
Si deve
sottolineare che lo scenario prospettato dai sostenitori del nucleare per la
costruzione di nuovi 700 GW di potenza comporterebbe il raddoppio della
produzione di scorie e la riduzione del margine di sicurezza per quel che
concerne la possibilita' di un incidente severo su un impianto, che e' funzione
del numero di reattori: si puo' prevedere un aumento dall'attuale tasso di un
potenziale incidente grave ogni 200 anni (in base alla sommatoria sul numero
dei reattori esistenti della stima della probabilita' annua 1/10000 che avvenga
un evento catastrofico su un singolo reattore) a uno ogni 100 circa, nel caso
il raddoppio della potenza avvenga raddoppiando il numero dei reattori.
Per non
parlare poi dell'aumento dei rischi di proliferazione nucleare: per un lato
questi di fatto preoccupano i governanti mondiali, per cui si vagheggia di
accentrare i processi di arricchimento in pochi impianti sotto l'autorita' e il
controllo della Iaea; ma dagli incontri preparatori della conferenza di
revisione del Tnp del 2010 appare chiaro che molti paesi sono disposti a
sottomettersi a restrizioni solo a fronte di concessioni da parte delle potenze
nucleari (Corea del Nord docet). In ogni caso, gli interessi economici e
politici sono cosi' forti da lasciare molti dubbi sull'effettiva volonta' e
capacita' di risolvere e controllare questi pericoli (e d'altronde, come si
penserebbe di gestire la situazione nel lungo periodo nelle crescenti
condizioni di instabilita' e incontrollabilita' degli equilibri mondiali?).
D'altronde,
la Francia che promuove cosi' attivamente il nucleare nel mondo "sulla
proliferazione ha un passato rovinosamente insoddisfacente, avendo fornito
assistenza nucleare alla maggior parte degli stati che hanno in modo ufficiale
o non ufficiale armi nucleari nel mondo. Il programma militare israeliano si
baso' su tecnologia francese, cosi' come gli sforzi nucleari dell'Iraq e i
programmi nucleari del Sudafrica. Compagnie francesi continuano ad assistere il
Pakistan e l'India, che hanno entrambi utilizzato impianti e materiali nucleari
civili per scopi militari".
Si deve
aggiungere anche che i controlli sull'uso pacifico della tecnologia nucleare
spettano all'Agenzia delle Nazioni Unite, la Iaea, la quale non naviga certo
nell'oro, poiche' alle preoccupazioni per la proliferazione non corrisponde
un'adeguata disponibilita' dei Governi a mettere le mani al portafogli: ma,
come ha osservato l'autorevole rivista "Nature", un aumento
considerevole del numero di reattori nucleari in funzione richiedera' necessariamente
spese ulteriori, che dovranno aggiungersi al calcolo dei costi.
(parte prima
- segue)
3.
RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL MEGA-AEROPORTO DI
VITERBO E S'IMPEGNA PER LA RIDUZIONE DEL TRASPORTO AEREO
Per
informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute,
dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail:
info@coipiediperterra.org , sito: www.coipiediperterra.org
Per
contattare direttamente la portavoce del comitato, la dottoressa Antonella
Litta: tel. 3383810091, e-mail: antonella.litta@gmail.com
Per ricevere
questo notiziario: nbawac@tin.it
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COI PIEDI
PER TERRA
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Direttore
responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel.
0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 268
del 20 giugno 2010
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