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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 265
del 17 giugno 2010
In questo
numero:
1.
Aggiornato il sito www.coipiediperterra.org
2.
Jean-Marie Muller: Significato della nonviolenza (parte seconda e conclusiva)
3. Per contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di
Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo
1.
STRUMENTI. AGGIORNATO IL SITO WWW.COIPIEDIPERTERRA.ORG
E' stato
aggiornato il sito del comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo: www.coipiediperterra.org
Nel sito
sono disponibili e agevolmente consultabili tutti i fascicoli del notiziario
"Coi piedi per terra", che costituiscono una
sorta di enciclopedia in progress delle molte ragioni per opporsi non solo
all'illegale e devastante mega-aeroporto a Viterbo, ma anche piu'
complessivamente al dissennato incremento del trasporto aereo.
Il sito
contiene anche una documentazione fotografica di alcune iniziative del
comitato, sezioni specifiche che presentano comunicati, relazioni, interviste,
bibliografie e sitografie, link utili e siti amici,
un'ampia cronologia delle attivita' svolte, una sezione in lingua inglese
particolarmente apprezzata.
Di particolare
rilevanza e' un'ampia sezione di testi di studio, che
presenta anche opere integrali di Gunther Anders, Piero Calamandrei, Aldo
Capitini, Susan George, Martin Luther King, Alexander Langer, Primo Levi,
Giulio A. Maccacaro, Jean-Marie Muller, Vandana Shiva, ed ancora altre autrici
ed altri autori.
Nel sito e' ospitato anche uno spazio dell'Isde di Viterbo (l'Isde e'
2. TESTI. JEAN-MARIE MULLER: SIGNIFICATO DELLA NONVIOLENZA (PARTE SECONDA E
CONCLUSIVA)
[Riproponiamo ancora una volta questo testo di uno dei massimi studiosi e
amici della nonviolenza; esso e' stato pubblicato nel 1974 e tradotto in
italiano nel 1980 per le cure di Matteo Soccio in Jean Marie Muller,
Significato della nonviolenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Torino 1980:
da questo opuscolo abbiamo ripreso il testo del solo saggio mulleriano, ivi
alle pp. 7-27.
Jean-Marie
Muller, filosofo francese, nato nel
Lo sciopero
Lo sciopero,
nel senso in cui l'intendiamo generalmente, e' un
metodo che si apparente direttamente all'azione nonviolenta: e' una azione di
non-cooperazione, di non-collaborazione con le strutture ingiuste. L'analisi
sulla quale si fonda lo sciopero e' questa: se i
borghesi, vale a dire i proprietari dei mezzi di produzione, non possono
mantenere il loro potere e la loro ricchezza che grazie alla collaborazione dei
lavoratori, si tratta per questi di cessare ogni attivita' per obbligarli a
cedere.
Sarebbe
sicuramente derisorio, e cio' e' al di fuori del
nostro proposito, pretendere di recuperare gli scioperi operai nel grembo della
nonviolenza. Spesso gli scioperi sono stati condotti in un clima di violenza,
anche se queste violenze sono state marginali in
rapporto allo sciopero propriamente detto. Ci si puo' d'altronde chiedere se
queste violenze non siano venute piuttosto a screditare lo sciopero che a
rafforzarlo. Parecchi esempi (come lo sciopero di Perus in Brasile) ci mostrano
che uno sciopero puo' essere condotto con piu' efficacia in una prospettiva
nonviolenta.
*
Il
boicottaggio
Il
boicottaggio e' ugualmente un metodo di
non-cooperazione sul piano economico: rifiuto di far beneficiare l'altro del
mio potere d'acquisto che diventa allora veramente un potere che io oppongo a
quello del mio avversario. C'e' soltanto da constatare
che questa forma di lotta e' stata pochissimo utilizzata se non in maniera
troppo spontanea ed effimera; potrebbe certamente essere utilizzata meglio, in
particolare nell'ambito delle lotte operaie.
Per togliere
la segregazione nei grandi magazzini bianchi degli Stati Uniti, che avevano una
fortissima clientela nera e nonostante cio' si rifiutavano
di assumere personale nero - creando per conseguenza situazioni di sottoimpiego
e dunque di miseria -, Martin Luther King e il suo gruppo decisero il
boicottaggio di questi magazzini fino a che un numero sufficiente di posti di
lavoro non fossero stati creati per i neri. Da quel giorno piu' nessun nero
ando' a rifornirsi in quei magazzini. Molto rapidamente, dopo una settimana o
due, i proprietari di quei magazzini decisero di soddisfare le richieste di M.
L. King.
E'
interessante chiedersi quali abbiano potuto essere le ragioni che hanno indotto
i proprietari di quei magazzini a cedere alle rivendicazioni di Martin Luther
King. Si erano forse convinti dei giusti diritti dei neri? Si erano forse
convertiti? Forse. Noi avremmo torto ad escludere del
tutto questa eventualita'. Tuttavia la piu' verosimile e'
che la minaccia del fallimento, che incombeva su quei magazzini, li ha
costretti e cedere: cio' traduce perfettamente la nozione di costrizione e
tuttavia di una costrizione senza violenze.
*
La lotta di
classe
Esaminero'
un altro esempio concreto, recente, che illustra in maniera notevolissima la possibilita'
di condurre con la nonviolenza uno sciopero e un boicottaggio nel quadro della lotta di classe.
Si dice
spesso che la nonviolenza puo' forse soddisfare le esigenze spirituali o
intellettuali dei ricchi e dei benestanti, ma che non puo' assolutamente armare
la lotta degli oppressi. Credo che tutto cio' sia fondato, soprattutto, su
malintesi.
Gli ambienti
spiritualisti, o notoriamente gli ambienti cristiani,
hanno per molto tempo rifiutato di riconoscere non soltanto la lotta di classe,
ma la realta' stessa della lotta di classe. Si diceva che il cristianesimo non
insegnava la lotta di classe, ma l'amore delle classi, come se fosse possibile
l'amore in situazioni di ingiustizia. E' una presa in
giro predicare l'amore quando da una parte esistono poveri che restano poveri e dall'altra parte ricchi che intendono restare
ricchi. Logicamente, cio' non vuol nemmeno dire che il fatto di riconoscere la
lotta di classe e parteciparvi debba necessariamente sfociare in scontri
violenti. Ma c'e' una certa nonviolenza che non merita
nemmeno di essere presa in considerazione: quando i poveri sono pronti a
scendere in piazza per far riconoscere i loro diritti, forse da quel momento i
ricchi saranno tentati di parlare di nonviolenza. In questo senso vi e' un rischio di recupero della nonviolenza da parte delle
classi privilegiate. Cio' spiega quella diffidenza, cosi' caratteristica di
quelli che sono impegnati nella lotta per la giustizia, nei confronti della
nonviolenza: hanno paura che essa generi una certa smobilitazione. Ma, al di
la' degli equivoci, deve essere invece chiaro che non soltanto la nonviolenza
non e' smobilitazione, ma che e' un appello alla
mobilitazione, un appello alla lotta.
*
L'azione di
Cesar Chavez
L'azione di
Cesar Chavez condotta in California, purtroppo poco conosciuta da noi, e' un esempio di come anche quelli che sono i meno preparati
hanno la possibilita' di mettere in opera i metodi nonviolenti, a condizione
che i responsabili dell'azione, i leaders del movimento, diano ordini precisi in
questo senso.
Cesar Chavez
non e' venuto in mezzo ai poveri, e' nato in mezzo a
loro; e' nato in mezzo a quegli americani di origine messicana gli
"chicanos", che costituiscono la mano d'opera preferita dai grandi
proprietari agricoli degli Stati Uniti. Se i sindacati operai sono
completamente integrati nello "establishment"
della societa' americana, non e' la stessa cosa nel campo agricolo.
Tradizionalmente,
i proprietari di vigneti californiani, che sono veri e propri imperi
industriali, utilizzavano una popolazione di origine messicana, che costituiva
un tipo di sottoproletariato, al tempo stesso disorganizzato e supersfruttato.
Tutti gli sforzi che erano stati compiuti fino allora per giungere
all'organizzazione di questa popolazione erano falliti. Tanto erano potenti i
proprietari di questi vigneti.
Cesar Cbavez
ha fatto prima di tutto, per parecchi anni, un lavoro di
"coscientizzazione" e di organizzazione.
Indisse,
poi, uno sciopero con certe esigenze precise riguardo alla nonviolenza, che si
estese molto rapidamente. I proprietari, aiutati dalle autorita' federali,
cioe' governative, poterono comunque reclutare altrettanto rapidamente altri
lavoratori messicani che non chiedevano altro che guadagnare un po' di denaro
per sopravvivere. C'erano dunque dei "crumiri" che hanno permesso il
raccolto dell'uva, sebbene ci fossero stati picchetti di sciopero che, ancora
una volta, non intendevano fare uso della violenza ma tentavano di mostrare il
senso dello sciopero e che era nell'interesse di tutti
parteciparvi.
A questo
punto, davanti al rischio di veder fallire lo sciopero, Cesar Chavez decise di
affiancare allo sciopero il bolcottaggio. Proclamo' cosi' il boicottaggio
dell'uva, dapprima nelle grandi citta' degli Stati Uniti. Gli scioperanti
organizzarono picchetti di boicottaggio in cui cercavano di spiegare le ragioni
del loro movimento e i suoi obiettivi. Questo boicottaggio si dimostro', molto
presto, di un'efficacia sorprendente. Cbavez ottenne subito il concorso dei
militanti del movimento di M. L. King, e in
particolare degli studenti impegnati in quel movimento. In breve tempo, il
boicottaggio dell'uva divenne effettivo su tutto il mercato nazionale.
Allora, come
in tutte le azioni nonviolente d'un qualche rilievo,
la repressione si abbatte' su questo movimento: gli scioperanti ebbero a subire
violenze fisiche; ci furono processi promossi dai proprietari, il presidente
Nixon prese posizione contro gli scioperanti e arrivo' al punto di prendersi
beffa di loro mangiando un grappolo d'uva davanti alle telecamere. Per vendere
il loro prodotto i proprietari decisero di esportare
l'uva: interi mercantili furono spediti a Londra; ma i dockers di Londra, per
solidarieta' col movimento di Cesar Chavez, si rifiutarono di scaricare l'uva.
Ultimo tentativo fu quello di spedire l'uva ai soldati
americani nel Vietnam che dovettero mangiare uva dalla mattina alla sera. Ma
cio' non e' stato sufficiente. Dopo uno sciopero e un
boicottaggio durati cinque anni, i proprietari furono costretti a cedere alle
rivendicazioni di Cesar Chavez.
OggiAggiungi
un appuntamento per oggi, questi e' diventato il
leader di tutti gli operai agricoli americani; i sindacati riprendono sempre di
piu' questi metodi nonviolenti e tentano di accoppiare lo sciopero col
boicottaggio.
Per mostrare
come per Cesar Chavez la nonviolenza non fosse un aspetto secondario della sua
lotta, conviene precisare il suo atteggiamento di fronte ai rischi di violenza
che ha dovuto fronteggiate.
Se l'azione
nonviolenta consiste in un primo tempo nel risvegliare l'aggressivita' dei
poveri, nel creare il conflitto, e' dunque inevitabile
che ci siano rischi di violenze. Se si risveglio la coscienza degli oppressi e
se questi prendono coscienza del loro stato di oppressione, non ci sara' da
stupirsi se da un momento all'altro, esasperati, ricorrono alla violenza. Ma a
questo punto, Cesar Chavez, al fine di evitare la crescita della violenza,
intraprese un digiuno sia per motivi personali che per
ragioni tattiche (sapeva bene che se scoppiava la violenza, i proprietari avrebbero
potuto benissimo scatenare una repressione brutale). Digiuno' per venticinque
giorni, non perche' i proprietari cedessero alle sue esigenze, ma perche' gli
operai stessi accettassero di attenersi ai principi dell'azione nonviolenta.
Dopo quei 25 giorni di digiuno, essi giunsero ad un
accordo, cio' che ha certamente reso possibile al movimento di durare e infine
di riuscire.
*
Il
boicottaggio del caffe' dell'Angola
Ricordiamo
anche il boicottaggio del caffe' dell'Angola organizzato nei Paesi Bassi agli
inizi del 1972.
Una delle
fonti piu' importanti per il finanziamento della guerra coloniale condotta dal
Portogallo proveniva dalle imposte che pesavano sull'esportazione dei prodotti
agricoli delle colonie.
Ora, da una
parte, il caffe' dell'Angola rappresentava una parte importante
dell'esportazione totale (32%) e, dall'altra parte, i Paesi Bassi erano il
secondo paese importatore di questo caffe' (21% del totale).
Nel febbraio
1972 un comitato d'azione per l'Angola lancia il boicottaggio del caffe'
organizzando una campagna d'informazione sulla situazione nelle colonie
portoghesi e mostrando come il fatto di consumare del caffe' angolano e' un atto di collaborazione con la politica condotta dal
Portogallo. Questa azione ebbe una larga eco tra la
popolazione olandese e il boicottaggio riscontro' rapidamente un grande
successo. Alla fine di un mese, nemmeno un grano di caffe' dell'Angola era piu'
in vendita sul mercato dei Paesi Bassi.
Il
Portogallo aveva perduto una battaglia e l'opinione pubblica olandese era
mobilitata per altre battaglie.
*
La
disobbedienza civile
La piu'
forte azione di non-collaborazione e' l'azione di
disobbedienza civile.
Si
rimprovera spesso alla nonviolenza di promuovere talvolta la disobbedienza alle
leggi.
Se da
sinistra siamo accusati di disinnescare la rivoluzione e di smobilitare le
energie e le volonta' necessarie nella lotta per la giustizia, cosi' da destra
siamo accusati di rimettere in discussione la legalita' e l'ordine stabilito e
di preparare la strada ad una rivoluzione che non
sarebbe affatto nonviolenta.
E' vero che
la nonviolenza preconizza la disobbedienza alle leggi, ma non la preconizza a
sproposito. In ogni societa' le leggi hanno una loro funzione. La funzione
della legge e' insieme quella di mantenere l'ordine e
di promuovere la giustizia; essa percio' deve difendere i diritti dei piu'
poveri contro i privilegi dei piu' ricchi. C'e' da dire poi che le leggi non
sono stabilite una volta per tutte: bisogna
costantemente rimetterle in discussione per migliorarle. Quando la legge non adempie piu' alla sua funzione, anzi, al contrario, viene a
difendere maggiormente gli interessi dei privilegiati, dei ricchi e dei potenti
contro, invece, gli interessi dei piu' sfavoriti, quando la legge copre e
garantisce l'ingiustizia, non soltanto e' un diritto, ma e' un dovere
disobbedire ad essa.
Non si
tratta evidentemente di predicare la disobbedienza alla legge in maniera
sistematica; si tratta semplicemente di non predicare sistematicamente
l'obbedienza alla legge.
La legge
della maggioranza non puo' imporsi a noi su dei problemi di coscienza. E'
ragionevole che noi ci sottomettiamo su problemi di ordine puramente tecnico
alla legge della maggioranza, anche perche' su tali problemi le nostre non sono
convinzioni ma soltanto opinioni. Su problemi che impegnano invece realmente la
nostra responsabilita' morale, non ci e' possibile
rimetterci in maniera pura e semplice alla legge della maggioranza. E' a questo
punto che la nonviolenza preconizza la disobbedienza civile. Questa
possibilita' di disobbedire alla legge e' necessaria
all'equilibrio stesso della democrazia.
Infatti, non
si tratta di cessare di essere solidali: colui che in
coscienza obietta, accetta di essere solidale, ma si rifiuta di essere
complice.
Nella
dottrina ufficiale degli Stati, ogni cittadino ha veramente la possibilita' di
esprimersi votando. Se non dobbiamo disprezzare il suffragio universale (penso
a certi amici nostri che sono in lotta nei paesi totalitari per ottenere il
suffragio universale) dobbiamo, pero', riconoscerne i limiti. Bernanos diceva
che "il suffragio universale non rende alla fin fine piu' liberi gli
uomini di quanto la lotteria nazionale non li renda ricchi".
Non conviene
operare soltanto perche' il potere cambi politica o per provocare un
cambiamento di potere, conviene esercitare effettivamente il proprio potere di cittadino libero rifiutando da questo momento, con
un atto di disobbedienza civile, ogni collaborazione personale con
l'ingiustizia. Gandhi afferma: "la vera
democrazia non verra' dalla presa del potere da parte di qualcuno, ma dal
potere che tutti avranno un giorno di opporsi agli abusi delle autorita'".
Sulla strada che conduce alla vera democrazia, la presa del potere per il
popolo e' una delle piu' pericolose deviazioni dove si
finisce molto spesso per perdersi. La nonviolenza ci insegna, percio', a
evitare questa deviazione: nel suo aspetto rivoluzionario, essa non ha per
proprio fine la presa del potere per il popolo, ma la presa del potere
direttamente da parte del popolo stesso. Non e' lo
Stato forte a costituire la vera democrazia, ma i cittadini liberi.
Tra l'insufficienza della scheda elettorale e l'inefficacia del
lancio di pietre, la disobbedienza civile appare qui come una via privilegiata per l'azione politica.
*
La vera
figura di Gandhi
Prendero' un
esempio concreto di disobbedienza civile nella lotta condotta da Gandhi per
l'indipendenza dell'India.
Voglio
aprire una parentesi sulla figura di Gandhi perche' nella maggior parte dei
casi mi pare lo si conosca male. Il suo personaggio e' stato volgarizzato da qualche immagine di Epinal che ce
lo rappresenta seduto per terra, il dorso nudo, che fila la lana, e ci diciamo
allora volentieri che questo saggio orientale non ha nulla da dirci sui nostri
problemi.
Facciamo
nostra la sprezzante espressione di Churchill che derideva Gandhi accusandolo
di non essere che un "fachiro magro e nudo".
Se riconosciamo che Gandhi ha potuto acquistare l'indipendenza del suo paese di
fronte all'impero britannico, attribuiamo allora il merito di questo al
"fair-play" dei gentlemen britannici, come se a quell'epoca l'impero
britannico fosse pronto a lasciare le Indie e come se fosse bastata la santita'
attribuita, a torto o a ragione, a Gandhi perche' gli Inglesi accettassero di
partire. Credo che sarebbe interessante studiare a fondo quali siano le azioni
di Gandhi e quale fu la sua strategia. E' utile sottolineare,
a questo proposito, che i membri del Congresso dell'India, primo dei quali
Nehru, non condividevano le convinzioni religiose e morali di Gandhi. Se Nehru
accetto' di seguire Gandhi nella pratica della nonviolenza e'
soltanto perche' questa si dimostro' efficace. E il popolo indiano non era per
niente pronto ad attenersi alle esigenze della nonviolenza di Gandhi, che e' estranea alla tradizione religiosa dell'India. Come tutti
gli altri popoli, e forse piu' ancora degli altri, il popolo indiano oscilla
tra la rassegnazione e
*
La marcia
del sale
Nel 1930,
Gandhi decise di sfidare il governo (ogni azione di disobbedienza civile e' una sfida al governo) organizzando la disobbedienza ad
una legge che nel contesto globale della dominazione britannica appariva
irrisoria: si trattava della legge sul sale. Essa imponeva a tutti gli indiani
di pagare una tassa relativamente alta al governo inglese. Questa minima
ingiustizia veniva a simboleggiare tutta l'ingiustizia
della dominazione britannica.
Gandhi
organizzo' una lunga marcia attraverso l'India per diverse centinaia di
chilometri. In ogni villaggio che attraversava, coscientizzava
gli abitanti e li invitava alla disobbedienza civile. Giunto sulla spiaggia del
mare, compi' il simbolico gesto di raccogliere dell'acqua per poterne estrarre
il sale. Da quel momento preciso, Gandhi per l'impero britannico era diventato
un ribelle. Il governo, a dir la verita', era molto imbarazzato perche', o
arrestava Gandhi, facendone cosi' un martire e aumentandone di conseguenza il
prestigio presso le masse indiane, o non lo arrestava affatto,
dimostrando cosi' di tollerare la sfida aperta e dando, in tal modo, prova di
debolezza. Il riflesso professionale delle autorita' ebbe il sopravvento nella
risoluzione di questo dilemma: si arresto' Gandhi ma si dovettero arrestare pure tutti quelli che lo avevano imitato; perche'
questi, non soltanto accettavano di andare in prigione, ma esigevano di
andarci. Esiste, pero', un limite di saturazione delle prigioni oltre il quale
un governo non puo' piu' governare in completa serenita'. Si puo' discutere
sulla proporzione necessaria di quelli che sono disposti ad andate in prigione
per far si' che un popolo sia piu' forte di qualsiasi
governo - Martin Luther King parlava di un 5 per cento.
Alla fine il
governo dovette cedere e accettare di negoziare con Gandhi: non soltanto
discussero del problema del sale, ma anche del problema
dell'indipendenza.
*
La violenza e' l'arma dei ricchi
Vorrei
ancora insistere su questo punto che mi pare essenziale: di fronte alle
situazioni d'ingiustizia, arriviamo spesso a pensare e a dire che non esiste
piu' che una sola soluzione e che questa soluzione e'
la violenza.
Ma
dobbiamo chiederci: quale soluzione puo' essere la violenza? E anche: la
violenza puo' veramente essere una soluzione?
Prendo un
esempio su cui abbiamo molto parlato: quando M. L. King mori', ovunque si
sostenne che con lui la nonviolenza era finita, che se egli aveva potuto
migliorare di qualcosa la sorte dei neri, spettava ora ai movimenti violenti di
condurre in porto il lavoro che lui aveva incominciato. Pareva allora che il
"Potere Nero", il partito delle "Pantere Nere",
i "Musulmani Neri", fossero in grado, e solamente loro, di liberare i
neri. Ci si poteva chiedere, gia' da allora, se era ragionevole credere che i
neri ponendosi sul piano della violenza, sarebbero stati in grado di riuscire
vincitori e di stabilire un rapporto di forza in loro favore.
Quando si
pensa alla capacita' di repressione di cui dispone il potere bianco, era
realista per i neri situarsi sul piano della violenza per intraprendere la
prova di forza?
Ora, accadde
quello che poteva gia' essere previsto: i movimenti
neri che si richiamano alla violenza si trovarono nella incapacita' di mettere
in opera azioni rilevanti all'infuori di qualche colpo di mano che potevano
effettuare. La stampa ne parlo': il partito delle
"Pantere Nere" che e' stato il piu' rappresentativo di questo
movimento violento e' attualmente smantellato, si trova ad essere completamente
disorganizzato sotto i colpi della repressione del potere bianco. Certamente
Eldridge Cleaver puo' moltiplicare, da Algeri dove si
trova in esilio, le dichiarazioni fracassanti contro il potere bianco, ma cio'
non puo' venire in aiuto ai neri che sono negli USA; cosi' pure Stokely
Carmichael, che fu uno dei leaders del "Potere Nero", che milito'
nelle file delle "Pantere Nere" e che si trova ora in Guinea, di la'
non puo' proporre ai suoi fratelli degli Stati Uniti che un impossibile ritorno
verso la madre terra Africa.
Cosi' nel
nome stesso del realismo, non cadiamo troppo facilmente nella
affermazione che solo la violenza puo' essere una soluzione?
Sapete pure
che questo argomento e' stato trattato da dom Helder
Camara quando gli e' stato chiesto se non sarebbe, almeno in un primo momento,
necessario usare la violenza. "Certo, potremo avere qualche arma, ma il
nostro avversario avra' sempre un numero maggiore di armi e piu' perfette delle
nostre; e' vano voler intraprendere su questo terreno
la nostra prova di forza".
Il Padre
Comblin e' venuto a confermarci nell'aprile '72 le
affermazioni di dom Helder Camara: "Una piccola parte dell'opposizione e'
entrata nella clandestinita', ha creato dei piccoli movimenti di guerriglia, ha
lanciato delle operazioni di terrorismo. Questo ha provocato da parte del
potere un apparato di repressione estremamente
potente, che e' riuscito praticamente non solo a contenere questa opposizione
violenta ma anche a ridurla sempre piu'. E, in questo momento, il potere
alimenta una psicosi d'angoscia che sta creando un "circolo vizioso del terrore" che coinvolge lo stesso potere:
sentendosi minacciato, esso reagisce in maniera angosciosa, donde dei controlli
sempre raddoppiati, cosa che mantiene nelle masse un sentimento di paura, la
quale provoca a sua volta una piu' grande angoscia nei dirigenti... e cosi' di
seguito". ("Informations catholiques internationales", 15 aprile
'72).
Forse che
noi non possiamo arrivare a questa ipotesi di lavoro: la capacita' di violenza
degli oppressori sara' sempre smisuratamente piu' grande della capacita' di
violenza degli oppressi? Abbandonare il piano della
giustizia per porci sul piano della violenza e', in
fondo, un errore strategico: quando un movimento di resistenza ricorre esso
stesso alla violenza, viene ad offrire all'avversario le ragioni di cui ha
bisogno per giustificare la sua repressione.
Ogni
dibattito pubblico che sara' aperto da atti di violenza non vertera' sulle
motivazioni politiche che hanno ispirato quegli atti, ma sui mezzi, sui metodi
che sono stati utilizzati. L'azione armata attira l'attenzione dell'opinione
pubblica sulla violenza che io commetto, non sull'ingiustizia che io combatto.
La forza
della nonviolenza consiste nel rifiutare di offrire all'avversario i pretesti
che giustifichino la sua repressione. Con questo non voglio dire che i
movimenti nonviolenti non diano luogo a repressione - e'
certo che in una prova di forza che si prolungasse, ci sarebbe una repressione
esercitata sul movimento nonviolento e la sua forza consistera' nella misura
della capacita' che avra' di resistere a questa repressione - ma questa
repressione restera' senza vera giustificazione; essa arrivera' al contrario a
screditare quelli che l'esercitano e ad accreditare, per cio' stesso, il
movimento.
*
La
nonviolenza e' preferibile
Data
l'ignoranza e insieme il disprezzo nei quali e' stata
tenuta fino ad ora la nonviolenza, non e' concepibile che essa sia in grado di
risolvere tutti i nostri problemi e subito.
Molti
conflitti si sono sviluppati in un crescendo di violenza dall'una e dall'altra
parte; non e' facile, a partire di la', tentare di
intravvedere una soluzione nonviolenta.
Ma noi
potremmo almeno metterci d'accordo su questa ipotesi di lavoro: se la nonviolenza
e' possibile, allora essa e' preferibile.
Ad
un algerino che durante e dopo la rivoluzione algerina aveva ricoperto cariche
di grossissima responsabilita' nel governo rivoluzionario, chiedevo se credesse
che la nonviolenza avrebbe potuto essere impiegata dal popolo algerino. Mi
diede questa risposta paradossale: "In linea di fatto, Gandhi era il
maestro al quale ci ispiravamo". Perche' diceva questo? Precisamente
perche' Gandhi fu il primo a scuotere il giogo del colonialismo. Ci siamo
lasciati prendere forse troppo dall'idea che il colonialismo britannico fosse
un colonialismo dove il "fair-play"
prevaleva sulla brutalita' - cio' costituisce, invece, una contro-verita'
storica. Gandhi appariva in effetti ai popoli
colonizzati come colui che, per primo, si oppose a questa oppressione. Ma,
aggiungeva quest'algerino, non conoscevamo proprio niente di questa
nonviolenza, non ne eravamo per niente preparati, e non ci era
assolutamente possibile costruire la nostra lotta in questa prospettiva. Diceva
ancora - ed e' proprio questo che mi pare molto
interessante: "attualmente mi interesso e studio sulla possibilita' della
nonviolenza, perche' se la nonviolenza e' possibile, sarebbe criminoso per un
rivoluzionario usare la violenza".
Se la
nonviolenza e', dunque, da preferire, ci spetta ora il
compito di studiare le possibilita' offerte dalla nonviolenza.
Bisogna
ammettere che finora non l'abbiamo mai fatto. Ci siamo sempre accontentati di idee ricevute, di schemi prefabbricati e di vere e
proprie caricature della nonviolenza; cio', evidentemente, ci permetteva di
condannarla piu' facilmente.
Se misuriamo
gli investimenti che a destra o a sinistra sono stati fatti per la violenza, e
se misuriamo gli investimenti che non sono stati compiuti per la nonviolenza,
allora avremo la giusta misura di cio' che puo' essere fatto, cercando di
discernere cio' che e' possibile da cio' che non lo
e'. Comunque, se la nonviolenza non puo' permetterci di risolvere subito tutti
i nostri problemi, ci permette almeno di impostarli in maniera giusta.
E concludo con questa riflessione di Rilke: "entrando
insieme nelle vere questioni, finiremo certamente con l'entrare insieme nelle
vere risposte".
3.
RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL
MEGA-AEROPORTO DI VITERBO E S'IMPEGNA PER
Per
informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute,
dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail:
info@coipiediperterra.org , sito:
www.coipiediperterra.org
Per contattare direttamente la portavoce del comitato,
Per ricevere
questo notiziario: nbawac@tin.it
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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore
responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara
9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 265
del 17 giugno 2010
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