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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 264
del 16 giugno 2010
In questo
numero:
1. Omar
Khayyam: Mai l'intelletto mio si distacco' dalla scienza
2.
Jean-Marie Muller: Significato della nonviolenza (parte prima)
3. Per
contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna
per la riduzione del trasporto aereo
1. TESTI.
OMAR KHAYYAM:
[Da Omar
Khayyam, Quartine, Einaudi, Torino 1956, 1979, p. 35]
Mai
l'intelletto mio si distacco' dalla scienza,
Pochi
segreti ci sono che ancor non mi son disvelati,
E notte e
giorno ho pensato per lunghi settantadue anni,
E l'unica
cosa che seppi e' che mai nulla ho saputo.
2. TESTI.
JEAN-MARIE MULLER: SIGNIFICATO DELLA NONVIOLENZA (PARTE PRIMA)
[Riproponiamo
ancora una volta questo testo di uno dei massimi studiosi e amici della
nonviolenza; esso e' stato pubblicato nel 1974 e tradotto in italiano nel 1980
per le cure di Matteo Soccio in Jean Marie Muller, Significato della
nonviolenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Torino 1980: da questo
opuscolo abbiamo ripreso il testo del solo saggio mulleriano, ivi alle pp.
7-27.
Jean-Marie
Muller, filosofo francese, nato nel
Cio' che
caratterizza, in gran parte, ogni dibattito sulla nonviolenza e' il fatto che
questa non ha un posto rilevante nel nostro passato. Cio' giustifica la nostra
prima reazione che non puo' che essere di diffidenza, di scetticismo, nonche'
d'ironia, ora bonaria ora cattiva. Percio' si tratta di rendere chiaro questo
dibattito, al di la' di ogni equivoco, di ogni malinteso e di ogni confusione.
*
Partire dai
fatti
Bisogna
partire dai fatti ed e' sin troppo evidente che, se ci mettiamo davanti ai
fatti, ci troviamo davanti alla violenza. Del resto non saremmo seri nella
nostra riflessione sulla nonviolenza se, prima di tutto, non prendessimo sul
serio
*
La violenza
e' una distruzione
Bisogna
riconoscere che, in un primo tempo, questa espressione "nonviolenza"
e' equivoca nella misura in cui appare puramente negativa. Tanto piu' quando
noi siamo abituati a pensare alla violenza riferendola a quantita' di valori e
di virtu': il coraggio, la virilita', la nobilta', l'attaccamento alla
giustizia e alla liberta'... In modo tale che nella nostra coscienza e piu'
ancora nel nostro subconscio, la violenza appare essa stessa come un valore e
una virtu' di cui la nonviolenza sarebbe la negazione e il rinnegamento. E'
cosi' che a destra, quelli che si richiamano alla nonviolenza sono accusati di
essere traditori della patria e, a sinistra, di essere traditori della
rivoluzione.
Infatti, se
noi prendiamo coscienza della violenza per cio' che essa e', dobbiamo definirla
negativamente, come un attentato fatto alla liberta' ed alla dignita' di colui
che la subisce, come un'alienazione, come una distruzione. "Non bisogna
lasciarsi ingannare - scrive Ricoeur -. Il volto della violenza, il fine che
essa persegue implicitamente o esplicitamente, direttamente o indirettamente, e'
la morte dell'altro". Percio' il rifiuto della violenza, la nonviolenza,
diviene la condizione preliminare di ogni azione rispettosa di "tutto
l'uomo e di tutti gli uomini".
*
La violenza
di oppressione
Bisogna
sforzarsi di comprendere non soltanto la violenza ma le violenze, perche' la
violenza presenta molti aspetti, molte facce, e conviene dunque introdurre
delle distinzioni fondamentali.
Ne
introdurro' tre:
1) la prima
violenza, che Helder Camara definisce la violenza madre di tutte le violenze,
e' la violenza delle situazioni di ingiustizia. Potremo chiamare questa
violenza: la violenza degli oppressori, la violenza dei ricchi e dei potenti
per mezzo della quale i poveri sono mantenuti in condizioni di oppressione.
Questo e'
importante da sottolineare nella misura in cui siamo portati a pensare che la
nonviolenza denunci le azioni armate, terroristiche o militari, e metta tra
parentesi le situazioni di violenza.
E'
importante sottolineare quanto pesi sulla nonviolenza l'equivoco del pacifismo.
Il pacifismo si attiene ad una pura e semplice condanna della violenza armata,
ma questa dottrina non e' in grado di farci assumere fino in fondo le nostre
responsabilita' di fronte agli avvenimenti. Se il pacifismo si e' sviluppato
dopo la prima guerra mondiale, bisogna pero' riconoscere che ha fallito al
momento dell'aggressione nazista.
Non si puo'
eludere il problema della difesa delle comunita', e in particolare delle
comunita' nazionali visto che le nazioni ci sono ancora. E' necessario
garantire la sicurezza delle comunita'. E' un problema reale che i pacifisti
non hanno saputo risolvere.
Una
comunita' non potrebbe garantire la sua unita', la sua coerenza, se non ci
fosse nei suoi membri il sentimento di vivere in sicurezza. Ora, e' un fatto
che, fine ad oggiAggiungi un appuntamento per oggi, salvo qualche eccezione, le
comunita' non hanno saputo trovare altri mezzi per garantire la loro sicurezza
che la violenza o la minaccia della violenza, la guerra o la sua preparazione.
Il problema, dunque, non e' soltanto di trovare un'alternativa alle virtu'
militari, bisogna trovare anche un'alternativa ai metodi militari. Non e'
giusto lasciare intendere che basterebbe sopprimere gli eserciti e gli
armamenti per avere la pace.
Simone Weil,
che era vicinissima agli ambienti pacifisti fra le due guerre mondiali, ha
dovuto riconoscere cio' che ha definito "l'errore criminale" del
pacifismo. In quel momento e' andata a raggiungere anche lei le file della
resistenza violenta.
Non si
tratta, dunque, di privilegiare la violenza militare e la violenza delle armi.
Se e' vero che sono le situazioni di ingiustizia che provocano e spiegano le
azioni violente, e' dunque innanzitutto l'ingiustizia che la nonviolenza
denuncia e combatte.
*
La violenza
degli oppressi
2) La
seconda violenza e' la violenza che nasce dalla rivolta degli oppressi quando
essi tentano di liberarsi dal giogo della oppressione che li schiaccia.
Quando gli
oppressi, per disperazione, ricorrono alla violenza, noi non possiamo, in nome
della nonviolenza, voltare loro sdegnosamente le spalle, sotto il pretesto di
un ideale astratto e formale di nonviolenza. La nonviolenza ci deve mantenere
sempre legati agli oppressi quand'anche questi adoperino la violenza: non
spetta a noi rimettere in discussione questa solidarieta' fondamentale.
Possiamo avere le nostre opzioni personali, ma non spetta a noi decidere, al
posto degli oppressi, dei mezzi che essi devono adoperare per la loro
liberazione.
Se la
nonviolenza condanna e combatte innanzitutto la violenza degli oppressori, essa
pero' viene a rimettere in questione anche la violenza degli oppressi. Liberare
i poveri, vuoi dire anche liberarli dalla loro violenza. Anche questo e' un
compito dell'amicizia e della solidarieta'; non e' certo il compito piu' facile
e cio' ci obbliga ancor piu' a non sottrarcene. Del resto, e' troppo facile
dimostrare una solidarieta' formale con la violenza dei poveri e giustificarla
se non prendiamo su di noi i rischi di questa violenza.
*
La violenza
della repressione
3) La terza
violenza e' la violenza della repressione, essenzialmente legata alla violenza
d'oppressione per mezzo della quale i ricchi ed i potenti spezzano i movimenti
di liberazione dei poveri.
Ancora una
volta, in nome della nonviolenza, dobbiamo dichiararci solidali con quelli che
sono vittime di questa violenza di repressione quando la loro lotta e'
veramente quella della giustizia.
E' chiaro
che questo schema non puo' essere puramente e semplicemente applicato ad ogni
situazione concreta; sara' opportuno, partendo volta per volta dall'analisi
piu' rigorosa, correggerlo e adattarlo.
*
La
necessita' del conflitto
Nella
comprensione della violenza bisogna andare piu' lontano cercando di situarla al
livello in cui sorge, nelle relazioni fra gli uomini.
Il primo
rapporto che abbiamo col nostro prossimo e' il piu' delle volte un rapporto di
avversione, di opposizione, di scontro. Dobbiamo guardarci da un certo
idealismo, di cui si vorrebbe che la nonviolenza resti prigioniera, da un
idealismo che lascerebbe troppo facilmente intendere che "tutti gli uomini
sono fratelli". In realta' e' vero che il mio vicino, il mio prossimo,
prima ancora di essere potenzialmente il mio amico, e' potenzialmente mio
nemico.
Sartre ha
trovato una formulazione felice quando scrisse: "il peccato originale e'
il mio sorgere in un mondo dove c'e' l'altro". L'altro, infatti, e'
innanzitutto per me quello la cui liberta' minaccia la mia liberta', quello i
cui diritti vengono a usurpare i miei diritti, quello i cui progetti vengono a
compromettere i miei progetti. Dovro' riconoscere, accettare questo momento di
conflitto con l'altro, questo momento di opposizione, di lotta, questa prova di
forza, al fine di poter far riconoscere i miei diritti e di farli rispettate.
In altre
parole la nonviolenza non presuppone un mondo senza conflitti; anzi, ha senso
parlare di nonviolenza solo in situazioni di conflitto.
Peguy,
proprio contro i pacifisti del suo tempo, diceva che "era una follia voler
legare alla dichiarazione dei diritti dell'uomo una dichiarazione di pace
perche' ogni dichiarazione dei diritti dell'uomo e' istantaneamente un inizio
di guerra". Se prendiamo questa parola "guerra" nel suo
significato piu' ampio, e se intendiamo per essa: un conflitto, una lotta, un
combattimento, una prova di forza, Peguy aveva ragione di andare contro i
pacifisti.
Lo stesso
Peguy diceva che era da maleducati volere la vittoria e non aver voglia di
battersi. In effetti, saremmo maleducati se ci contentassimo di formulare dei
voti per un mondo piu' giusto e non avessimo voglia di batterci contro
l'ingiustizia.
*
Nonviolenza
e aggressivita'
In questa
battaglia, non si tratta di reprimere l'aggressivita' dell'uomo, ma di metterla
in opera.
La storia e'
cosi' piena di violenza che siamo talvolta tentati di credere che quest'ultima
sia innata nel cuore umano: parlare di nonviolenza sarebbe allora andate contro
la legge stessa della natura.
Tuttavia se
ascoltiamo gli psicologi, questi ci dicono che non e' la violenza che e'
inscritta nella natura umana, ma piu' precisamente l'aggressivita', e che non
e' fatale che l'aggressivita' si manifesti con la violenza.
L'aggressivita'
e' una capacita' di combattere, una capacita' di affermare se stessi per mezzo
della quale io sono portato a rivendicare i miei diritti di fronte all'altro.
Senza aggressivita' io non potrei ne' costruire la mia personalita', ne'
salvaguardarla. Senza aggressivita' non ci potrebbe essere ne' rispetto per se
stessi, ne' amore per gli altri.
Questa
aggressivita' bisogna invece disciplinarla, controllarla in modo che si
manifesti attraverso altri mezzi, piu' costruttivi della violenza.
Come disse
il padre Cottier, con un'espressione che mi sembra molto suggestiva, la
nonviolenza non attecchisce nella speranza di vivere un giorno in "un
paradiso devitalizzato dove anziane zitelle tengono al guinzaglio leoni
erbivori". Cio' sarebbe molto noioso e, per fortuna, e' del tutto
inconcepibile.
Bisogna,
dunque, accettare questa realta' del conflitto, anzi, in un primo momento, la
strategia della nonviolenza si sforzera' di create il conflitto e di
risvegliare l'aggressivita'.
Abusiamo
spesso di parole come rivolta, rivoluzione e violenza. In realta', se
consideriamo bene la storia dell'uomo - sia nella nostra vita quotidiana che
nella storia dei popoli - ci accorgiamo che il piu' delle volte, di fronte
all'ingiustizia, la sua capacita' di rassegnazione e' superiore alla sua
capacita' di rivolta. Quando lo schiavo e' sottomesso al suo padrone, non
esiste conflitto; al contrario, e' proprio allora che "l'ordine e'
stabilito" e che niente sembra venire a metterlo in causa. Il conflitto
incomincia ad esistere dal momento in cui lo schiavo prende coscienza dei suoi
diritti e si erge per rivendicarli.
Prendiamo
l'esempio di Martin Luther King: per cio' che riguarda il popolo nero degli
Stati Uniti, il suo primo e piu' grande lavoro e' stato quello di risvegliare
l'aggressivita' dei neri che si erano rassegnati al loro destino di schiavi.
Gli stessi leaders neri che in seguito hanno preconizzato la violenza gli hanno
riconosciuto questo merito.
La
spiritualita' degli spirituals neri e' una spiritualita' di evasione per mezzo
della quale i neri riponevano nell'Aldila' la loro speranza in un mondo libero
da ingiustizie. Aspettavano il regno di Dio in cui Gesu' li avrebbe accolti
riconoscendo la loro dignita' di uomini. C'era in quel caso come una
rassegnazione di quel popolo davanti alla propria storia. Martin Luther King
risveglio', dunque, l'aggressivita' di questo popolo e creo' il conflitto tra i
bianchi e i neri - e, come sempre in casi analoghi, ci sono stati naturalmente
rischi di scontri violenti.
La
rassegnazione, la passivita' sono dunque piu' contrarie alla nonviolenza della
violenza stessa. Gandhi ha sempre affermato che se la scelta fosse unicamente
tra vilta' e violenza, tra passivita' e violenza, allora bisognerebbe scegliere
la violenza.
*
L'importanza
dei mezzi
Se, dunque,
riconosciamo la necessita' della lotta, la necessita' dello scontro, allora, e'
il problema dei mezzi che si pone.
Questo
problema dei mezzi e' stato troppo trascurato a solo vantaggio della ricerca
dei fini. E' per questa ragione che molto sbrigativamente si arriva a dire,
specialmente nel campo politico, che il fine giustifica i mezzi, vale a dire
che il fine giustifica qualsiasi mezzo. Si scivola subito dalla giustificazione
del fine alla giustificazione dei mezzi. Ora, questo non e' soltanto un
problema morale, e' anche un problema di efficacia.
Una delle
caratteristiche della nonviolenza e' precisamente di affermare che, se la
scelta dei mezzi vien dopo (e' seconda) rispetto al fine da conseguire, non e'
tuttavia secondaria, e' anzi essenziale alla effettiva realizzazione di quel
fine. Gandhi diceva: "il fine e' nei mezzi come l'albero nel seme".
Il compito della nonviolenza sara' giustamente quello di ricercare dei mezzi
omogenei al fine che si persegue. Non e' un semplice principio teorico: si puo'
benissimo, a livello di critica degli avvenimenti, constatare che l'impiego di
mezzi violenti rischia di produrre altre situazioni di violenza, altre
situazioni di sfruttamento, anche se assumono forme diverse.
Proviamo ora
a mettere in luce il significato della nonviolenza ponendoci successivamente a
tre livelli diversi:
- il livello
personale;
- il livello
delle relazioni interpersonali;
- il livello
delle relazioni sociali e politiche.
Non si
tratta di separare l'uno dall'altro questi tre livelli; e' precisamente una
caratteristica della nonviolenza non considerarli staccati, mentre le diverse
morali hanno sempre avuto la tendenza a separare, ad esempio, cio' che era
della vita privata e cio' che era della vita pubblica; cio' che la morale
richiedeva nel campo della vita personale, non lo richiedeva piu' nel campo
della vita sociale e politica.
Passero'
molto rapidamente a considerare i primi due punti per arrivare al piu' presto
al problema delle relazioni sociali e politiche che costituisce forse il piu'
grosso problema e al quale siamo piu' sensibili.
*
Un dinamismo
della speranza
Sul piano
personale, la nonviolenza puo' definirsi come la ricerca di una corrispondenza
perfetta tra i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre azioni; come la
ricerca di una saggezza di vita, come la ricerca del controllo di quella
aggressivita' di cui parlavamo prima.
Sarebbe
interessante sviluppare il significato della nonviolenza in quanto
rivendicazione di un senso da dare alla vita in un mondo reso assurdo
dall'ingiustizia e dalla violenza. E' la dimensione filosofica e anche (credo
che non si debba aver paura delle parole) la dimensione metafisica della
nonviolenza.
La violenza
e' il segno di una certa assurdita' del destino umano. La filosofia comincia
con la presa di coscienza della violenza come ostacolo alla riconciliazione
dell'uomo con se stesso e con l'altro. Potremo riprendere per esempio tutte le
affermazioni di Camus che vanno in tal senso.
Se la
violenza e' fatale, se l'uomo deve necessariamente farsi complice della
violenza, allora la speranza non e' possibile.
In questo
senso la nonviolenza ci permette di affermare che la speranza e' possibile.
Essa ci colloca in un dinamismo della speranza che ci libera dalla fatalita'
della violenza. Cio' non e' legato, infine, ad alcuna filosofia particolare, ma
ad ogni filosofare. Non ci puo' essere altra filosofia che quella della
nonviolenza.
Ogni filosofia,
e cosi' pure ogni morale, non puo' non riconoscere la violenza come una
contraddizione, per cui non e' piu' possibile avanzare alcuna giustificazione
della violenza. La violenza e' giustificata nella misura in cui noi non abbiamo
piu' il sentimento che essa e' una contraddizione in rapporto alle aspirazioni
profonde dell'uomo, allorquando ci stabiliamo nella violenza. Il fallimento
delle ideologie consiste nel fatto che esse hanno creduto di dovere, sotto un
falso pretesto di realismo, venire a giustificare la violenza e integrarla
nell'ideale umano.
I grandi
maestri della nonviolenza, che si tratti di Tolstoi, di Gandhi, di Martin
Luther King, e anche piu' vicino a noi, di Cesar Chavez, hanno legato, nel loro
cammino personale, la scelta della nonviolenza ad una fede religiosa. Ma non e'
necessariamente cosi'; degli uomini come Danilo Dolci hanno provato che la
nonviolenza poteva trovare la sua radice in una visione dell'uomo che non era
religiosa, ma che afferma ugualmente questa speranza: di fronte all'esistenza
quotidiana e di fronte alla storia, e' possibile superare questa fatalita'
della violenza.
*
Chiamare
crimine un crimine
Detto
questo, e' logico che ci troveremo sempre nel compromesso con la violenza; non
si tratta di pretendere una "nonviolenza assoluta". Gandhi ha
insistito su questo punto: "fino a che non saremo degli spiriti puri la
nonviolenza perfetta sara' altrettanto teorica quando la linea retta di
Euclide".
Ma le
filosofie e le morali devono sempre chiamare compromesso un compromesso.
Ricoeur dice: "Colui che chiama crimine un crimine, e' gia' sulla via del
senso e della salvezza". Le violenze delle quali abbiamo coscienza di
essere complici esigono non una giustificazione ma una riparazione. Se la
violenza e' un diritto per l'uomo, questo si adatta, si adegua all'uso della
violenza e non ci sara' piu' nessuna ricerca per superare questo atteggiamento;
l'immaginazione, la creazione sono esse stesse bloccate e non possono piu'
proporre altre vie. Ora e' essenziale, qualunque sia il riferimento culturale
in rapporto al quale ci situiamo, di ritrovare il senso della contraddizione di
ogni violenza.
La
nonviolenza appare qui come una dimensione essenziale della rivoluzione
culturale che deve essere realizzata perche' possa compiersi, senza tradire se
stessa, la rivoluzione delle strutture.
*
Le relazioni
interpersonali
Sul piano
delle relazioni interpersonali, diro' semplicemente due parole, perche' qui ci
siamo spesso trovati nella stessa situazione del signor Jourdain che faceva
della prosa senza saperlo; abbiamo soddisfatto le esigenze della nonviolenza
senza saperlo.
Nel campo
delle relazioni interpersonali, le morali e le filosofie hanno sempre insistito
sulla ricerca del dialogo piuttosto che sulla giustificazione della violenza, su
questa necessita' che c'e' da fare richiamo alla ragione per convincere, alla
coscienza per convertire.
A questo
livello si e' sempre privilegiato il perdono rispetto alla vendetta. Il perdono
e' certamente un atteggiamento piu' virile della vendetta. E si potrebbe
parlare, in questa prospettiva, del sacrificio, dell'accettazione, senza
compiacimento, della sofferenza come condizione di un amore autentico del
prossimo. Al di fuori di tutte le deviazioni nel senso del masochismo, c'e'
posto, in ogni lotta nonviolenta, per l'accettazione dei piu' grandi rischi e
delle piu' grandi sofferenze.
D'altronde,
tutte le societa' hanno saputo darsi dei tribunali capaci di condannare come
criminali - con (notiamolo) un raddoppiamento della violenza - quelli che hanno
fatto uso della violenza sul piano delle relazioni interpersonali.
*
La
specificita' del politico
Arrivo
subito al problema delle relazioni sociali e politiche.
Queste non
devono, come un certo spiritualismo ha preteso, essere poste nel quadro
allargato delle relazioni interpersonali, perche' a questo livello le relazioni
umane sono notevolmente condizionate - io non direi determinate, come certuni
forse penseranno - dalle strutture della societa'. La nonviolenza non intende
porre soltanto dei problemi che troverebbero la loro origine e la loro
soluzione in un rapporto fra persona e persona, ma dei problemi sociali e
politici che non possono porsi e risolversi che in termini di strutture. Cosi'
c'e' sicuramente una consistenza propria del politico, tuttavia non penso che
ci sia un'autonomia del politico. Certo, nel campo politico, non e' sufficiente
attenersi alle esigenze morali. Le buone intenzioni non bastano a far della
buona politica. La legge dell'azione deve sottostare alle esigenze della
efficacia. Non basta, come diceva Bernanos, "aver ragione contro l'errore,
bisogna averne ragione".
*
Morale e
politica
E' vero che
il politico deve basarsi su un'analisi razionale e obiettiva delle situazioni e
deve ricorrere ai mezzi tecnici che gli permetteranno di far riuscire i suoi
progetti. Ma e' anche vero che il politico, essendo al servizio dell'uomo e
avendo per preciso fine quello di creare le migliori condizioni possibili
all'uomo per condurre la sua esistenza, non puo' sottrarsi alle esigenze della
morale. Se il politico e' veramente al servizio dell'uomo e se la morale e'
cio' che stabilisce il rispetto di tutto l'uomo e di tutti gli uomini, allora
appartiene effettivamente alla morale giudicare ed apprezzare il politico, sia
nei fini che persegue che nei mezzi che adopera.
Cosi' non
possiamo restare prigionieri dell'alternativa secondo la quale non avremmo
scelta che tra mezzi morali ma inefficaci e mezzi efficaci ma immorali: non e'
possibile basare l'efficacia dell'azione dell'uomo al di fuori della moralita'.
Quali sono,
in effetti, i criteri dell'efficacia?
L'efficacia:
per fare che cosa?
L'efficacia:
per quale societa'?
Eí qui che
la moralita' di un'azione politica appare come uno dei criteri essenziali della
sua efficacia. Si puo' dire che una azione non e' efficace, nella misura stessa
in cui viene a contraddire le esigenze della morale. Siamo allora costretti,
per amore o per forza, a ricercare dei mezzi efficaci che possano soddisfare le
esigenze della morale.
*
Una
dimostrazione di forza
Qui e'
necessario che noi parliamo in termini di strategia. Bisogna mettere l'accento
non tanto sulle disposizioni soggettive delle persone, sui buoni o cattivi
sentimenti, sulle buone o cattive intenzioni delle persone, ma sulle obiettive
situazioni in cui esse si trovano nella societa', sulle situazioni di potenza o
d'impotenza. L'azione nonviolenta e' una prova di forza.
Riferendosi
a formule utilizzate da Gandhi, la nonviolenza e' stata spesso definita come la
forza dell'amore e della verita'. In effetti al di fuori dell'amore e della
verita' non c'e' speranza possibile per una societa' piu' giusta e piu' libera.
Ma noi non possiamo accontentarci di definire la nonviolenza come forza
dell'amore e della verita', perche' nei conflitti politici potremmo chiederci a
lungo cosa significhi la forza dell'amore e della verita'. Bisogna guardarsi
dal nascondersi dietro certe formule che vogliono dire tutto e niente allo
stesso tempo.
Infatti,
un'azione nonviolenta non e' una dimostrazione d'amore. Essa e' molto piu'
precisamente una dimostrazione di forza. La nonviolenza, non e' l'amore, ma
piuttosto la ricerca di tecniche e di metodi di lotta compatibili con l'amore,
compatibili con il rispetto della verita'. Ci sembra che qui gia' gli accenti
sono posti diversamente. Si tratta di situarsi in una visione dell'uomo che non
e' moralistica, anche se e' morale. Si tratta di porsi in una visione politica.
*
Il principio
di non-cooperazione
Qual'e' la
strategia dell'azione nonviolenta?
Il principio
essenziale di questa strategia e' il principio di non-cooperazione; io lo
chiamerei meglio: principio di non-collaborazione. Esso si fonda sulla seguente
analisi: la forza dell'ingiustizia nella societa' deriva dalla complicita' che
la maggioranza dei membri di questa societa' apporta a questa ingiustizia.
Il nostro
dibattito sulla violenza e la nonviolenza sarebbe falsato se presupponessimo
che di fronte alla ingiustizia, la nostra prima tentazione e' sempre la
tentazione della violenza. Ancora una volta, noi ci accontenteremmo di parole.
Infatti, di fronte alla ingiustizia siamo pochissimo tentati dall'uso della
violenza perche', il piu' delle volte, la violenza ci pare troppo rischiosa.
Del resto la nonviolenza non intende fare nessun processo alle intenzioni di
quelli che ricorrono alla violenza perche' spesso essi si assumono i piu'
grossi rischi; e noi dobbiamo, al contrario, rispettarli. Ma sara' sempre una
piccola minoranza che fara' ricorso alla violenza di fronte all'ingiustizia. Il
piu' delle volte, siamo tentati di cooperare con questa ingiustizia, di
collaborare con essa. Cio' si capisce facilmente nella misura in cui questo
atteggiamento di complicita' salvaguarda i nostri interessi, la nostra
tranquillita', il nostro comodo.
Il vero
dibattito, percio', non e' tanto, come invece si fa con un certo compiacimento,
di opporre la resistenza violenta di una piccola minoranza a cio' che potrebbe
essere la resistenza nonviolenta, ma piuttosto di opporre alla passivita',
complicita', collaborazione della maggioranza cio' che potrebbe essere la
resistenza nonviolenta. A questo punto il dibattito si presenta gia' in
prospettive diverse.
Si tratta,
dunque, di mettere in opera questa non-cooperazione, cercando di far
beneficiare dell'apporto del numero le azioni condotte.
Se soltanto
alcuni si dispongono a non cooperare con l'ingiustizia, benche' il loro
atteggiamento sia del tutto giustificato e s'imponga ad essi in ogni caso,
l'azione intrapresa non puo' avere la pretesa d'incidere sul piano politico.
Quelli che hanno rifiutato di fare le guerre di Hitler (penso ai tedeschi e
agli austriaci che sono stati le prime vittime del nazismo), quelli, proprio
perche' erano un piccolo numero, non hanno potuto cambiare il corso degli
eventi. Tuttavia saremmo tutti unanimi nel riconoscere che solo il loro
atteggiamento era giustificato sia sul piano morale che su quello politico.
Quando si
organizzano queste azioni di non-cooperazione, bisogna mirare ad esaurire le
sorgenti del potere dell'avversario. Si tratta di rifiutare ogni cooperazione
con le istituzioni, le strutture, le leggi, i sistemi, i regimi che creano o
che mantengono l'ingiustizia, al fine di metterli "in condizione di non
nuocere".
Diviene
chiaro qui che l'azione nonviolenta non e' soltanto una azione di persuasione,
ma anche una azione di costrizione.
Allora come
arrivare a precisare meglio questa strategia nonviolenta?
Innanzitutto
a partire dall'analisi.
Io insisto
su questa necessita' dell'analisi, ma non faro' ulteriori precisazioni perche'
non e' il mio proposito. E' chiaro che non si tratta di applicare delle
esigenze morali a una realta' che non conosciamo. Si tratta invece di
analizzare questa situazione. E qui, la nonviolenza non ci apporta una
competenza particolare; la divergenza, a livello di analisi, non e' certamente
tra quelli che si richiamano alla nonviolenza e quelli che si richiamano alla
violenza.
A partire
dall'analisi di ciascuna situazione concreta, converra' condurre una prova di
forza per stabilire un rapporto in favore di quelli che sono vittime
dell'ingiustizia.
*
Le azioni di
protesta
Il primo
passo sara' quello di realizzare delle azioni di protesta pubblica contro
l'ingiustizia: sfilate, marce, sit-in, etc. E' d'altronde a queste azioni che
noi siamo piu' spesso, se non quotidianamente, chiamati. Io preciserei
semplicemente due punti.
Innanzitutto
a proposito della spiegazione che si da' della manifestazione: il piu' delle
volte, sia attraverso volantini che slogans, si arriva troppo facilmente alla
condanna sistematica, e percio' spesso semplicistica, dell'avversario; ci si
compiace di maneggiare l'invettiva e l'ingiuria. E', molto spesso, sia una
ingiustizia che un errore strategico. Perche', infatti, quelli che manifestano
devono manifestare per farsi capire da quelli che non manifestano. Ogni
movimento di resistenza deve sforzarsi di avere le migliori "relazioni
pubbliche" con la maggioranza dei membri di questa societa'. Nel campo
delle relazioni pubbliche, se e' un obbligo attenersi alle esigenze della
morale, e' una necessita' soddisfare le esigenze della psicologia. E'
certamente inopportuno maneggiare l'ingiuria per voler convincere della
giustezza di una causa; questo comporta il rischio ben piu' grande di
indisporre il pubblico e di discreditare la manifestazione.
Cosi'
un'esigenza della nonviolenza sara' la "pacificazione della parola".
E' solo per
un pregiudizio che noi pensiamo di transigere sui fini di giustizia che ci
siamo dati, se siamo educati con l'avversario. Questo atteggiamento di cortesia
nei riguardi dell'avversario, che si manifesta con la parola, attraverso il testo
di un volantino o il contenuto di uno slogan, viene a stabilire un'atmosfera
gia' diversa nel conflitto intrapreso.
Converra'
cosi', per esprimersi, ricorrere quanto piu' e' possibile allo humour. Lo
humour e' certamente la migliore protezione contro l'odio. Lo humour ci
dispensa dal disprezzare il nostro avversario. Se noi facessimo piu' umorismo
faremmo meno spesso la guerra.
Un altro
punto al quale siamo molto sensibili e' l'atteggiamento dei manifestanti
davanti alle forze di polizia. E' vero che un certo razzismo si e' sviluppato,
da molti anni a questa parte, nei confronti dei poliziotti. Ancora una volta,
dobbiamo chiederci se questo non sia insieme un'ingiustizia e un errore
strategico. Qui l'esigenza della nonviolenza sara' anche di attenersi ad un
atteggiamento di stretta cortesia nei confronti dei membri del servizio
d'ordine. Cio' dovrebbe permettere un clima piu' propizio a reali soluzioni,
piuttosto che arrivare a voler sistematicamente "lanciare la pietra"
sui poliziotti, talvolta nel vero senso della parola, talvolta nel senso
figurato.
*
Lo sciopero
della fame
Lo sciopero
detta fame e' una delle azioni di protesta piu' specifiche della nonviolenza.
Ha raggiunto un notevole sviluppo in questi ultimi tempi ed e' stato utilizzato
da quelle stesse persone che generalmente intendono usare mezzi violenti, o per
lo meno, non intendono escluderli. Si corre forse il rischio di abusare di
questo mezzo; si tratta, quindi, di non condurre scioperi della fame a
sproposito. D'altronde, uno sciopero della fame non e' sempre nonviolento: se i
volantini che lo accompagnano usano ad ogni riga l'ingiuria, dobbiamo mettere
in discussione il suo carattere nonviolento.
Dobbiamo
sottolineare ancora che lo sciopero della fame non e' nonviolento se diventa un
ricatto nel confronti dell'avversario. C'e' ricatto quando si lascia capire,
piu' o meno esplicitamente, che quelli che sono entrati in sciopero -
prenderei, in particolare, l'esempio di uno sciopero illimitato - fanno cadere
la responsabilita' della loro morte, se morte ci sara' - e non si potrebbe
escludere a priori - sull'avversario. E' un ricatto inammissibile. L'avversario
porta su di se' la responsabilita' dell'ingiustizia per la quale conduco le
sciopero della fame, ma se conduco uno sciopero della fame, devo prendere fino
in fondo le mie responsabilita' e non far cadere su altri la responsabilita'
dei rischi cui vado incontro.
*
Le azioni di
costrizione
Ma la
nonviolenza non puo' limitarsi alle azioni di protesta.
Dopo aver
esaurito le possibilita' del dialogo, le possibilita' del negoziato, bisogna
passare all'azione diretta. Perche', ancora una volta, contrariamente a quello
che si lascia troppo spesso capire, la nonviolenza non si limita alla pratica
del dialogo. Il piu' delle volte, il dialogo non e' possibile tra gli
oppressori e gli oppressi. Il dialogo non e' possibile tra quelli che sono
troppo potenti e quelli che sono troppo poveri. Quando ci sono scontri di
piazza, delle anime "candide" ci richiamano subito al negoziato, al
dialogo, e invitano le due parti che si scontrano al tavolo delle trattative.
Generalmente questi appelli alla ragione sono vani. Bisogna dunque rovesciare i
termini e non dire che il negoziato e' il mezzo per risolvere il conflitto, ma
che il conflitto e' un mezzo per risolvere il negoziato. E' proprio perche' il
negoziato non e' possibile che il conflitto e' necessario per rendere possibile
il negoziato e per creare le condizioni in cui il dialogo e il negoziato
saranno possibili.
Quando M. L.
King condusse la sua prima azione di una certa ampiezza, il boicottaggio degli
autobus a Montgomery, aveva solo 26 anni (credo che non si sia sufficientemente
sottolineato il fatto che M. L. King era gia' leader nazionale dei neri ad
un'eta' in cui non gli era possibile assumersi tutte le responsabilita' che lo
schiacciavano) e, nella sua ingenuita' - lo dice molto semplicemente nei suoi
scritti autobiografici - si immaginava che dopo un po' di giorni sarebbe stato
possibile iniziare il dialogo e condurre a buon fine i negoziati con il potere
bianco. Ha dovuto ricredersi e accorgersi che il dialogo non era possibile.
C'e' voluto piu' di un anno di questo boicottaggio degli autobus, condotto in
condizioni estremamente difficili per rendere possibile il dialogo.
Si fa
ricorso alle azioni dirette per esercitare sull'altro reali costrizioni
sociali, per poter negoziare al fine di soddisfare le rivendicazioni degli
oppressi.
Quali sono i
mezzi?
(Parte prima
- Segue)
3.
RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL MEGA-AEROPORTO DI VITERBO
E S'IMPEGNA PER
Per
informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute,
dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail:
info@coipiediperterra.org , sito: www.coipiediperterra.org
Per
contattare direttamente la portavoce del comitato,
Per ricevere
questo notiziario: nbawac@tin.it
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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
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Direttore
responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel.
0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 264
del 16 giugno 2010
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