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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 262
del 14 giugno 2010
In questo
numero:
1. Emily
Dickinson: Presentimento
2.
Jean-Marie Muller: Momenti e metodi dell'azione nonviolenta (parte seconda)
3. Per
contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna
per la riduzione del trasporto aereo
1. TESTI.
EMILY DICKINSON: PRESENTIMENTO
[Da Emily
Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, 2005, p. 859.
Emily
Dickinson visse ad Amherst, Massachusetts, tra il 1830 e il 1886; molte le
edizioni delle sue poesie disponibili in italiano con testo originale a fronte
(tra cui quella integrale, a cura di Marisa Bulgheroni: Emily Dickinson, Tutte
le poesie, Mondadori, Milano 1997, 2005; ma vorremmo segnalare anche almeno la
fondamentale antologia curata da Guido Errante: Emily Dickinson, Poesie,
Mondadori, Milano 1956, poi Guanda, Parma 1975, e Bompiani, Milano 1978; e la
vasta silloge dei versi e dell'epistolario curata da Margherita Guidacci: Emily
Dickinson, Poesie e lettere, Sansoni, Firenze 1961, Bompiani, Milano 1993,
2000); per un accostamento alla sua figura e alla sua opera: Barbara Lanati,
Vita di Emily Dickinson. L'alfabeto dell'estasi, Feltrinelli, Milano 1998,
2000; Marisa Bulgheroni, Nei sobborghi di un segreto. Vita di Emily Dickinson,
Mondadori, Milano 2002]
Presentimento
- e' quell'ombra sul prato -
lunga - a
indicare che il sole tramonta -
Avvertimento
all'erba sbigottita
che la
tenebra sta per cominciare -
2. TESTI.
JEAN-MARIE MULLER: MOMENTI E METODI DELL'AZIONE NONVIOLENTA (PARTE SECONDA)
[Riproponiamo
ancora una volta il testo di un opuscolo edito dal Movimento Nonviolento che a
sua volta riproduceva anastaticamente un capitolo di una piu' ampia opera. L'opuscolo
e': Jean-Marie Muller, Momenti e metodi dell'azione nonviolenta, Edizioni del
Movimento Nonviolento, s. i. l. 1981; il libro e' Jean-Marie Muller, Strategia
dell'azione nonviolenta, Marsilio, Venezia-Padova 1975 (il capitolo e' il
settimo, alle pp. 73-99). Noi riproduciamo qui il testo di Muller senza le note
dell'autore e senza la presentazione del traduttore Matteo Soccio (uno dei
maggiori studiosi ed amici della nonviolenza in Italia), rinviando per la
lettura del testo integrale all'acquisto dell'opuscolo, disponibile presso il
Movimento nonviolento, via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax
0458009212, e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito: www.nonviolenti.org
Jean-Marie
Muller, filosofo francese, nato nel
6. Azioni
dirette
Divenuta
inevitabile la prova di forza, in seguito al fallimento dei mezzi di persuasione,
e' necessario mettere in opera dei mezzi di costrizione. Sottolineiamo tuttavia
che e' opportuno proseguire lo sforzo di persuasione, in modo particolare nei
confronti dell'opinione pubblica. Comunque, a questo stadio del conflitto, non
si tratta piu' soltanto di invitare l'opinione pubblica a esprimersi: bisogna
incitarla ad agire. Percio' le manifestazioni pubbliche non devono essere
interrotte. Si puo' prevedere che, quando il conflitto si inasprira', queste
manifestazioni vengano proibite. Sara' percio' compito dei responsabili dei
movimento calcolare la capacita' dei manifestanti di far fronte alla
repressione delle forze di polizia attenendosi ai principi e ai metodi della
nonviolenza. Potra' verificarsi il caso in cui sia necessario sospendere una
manifestazione essendoci probabilita' che essa non si svolga senza offrire
pretesti per gravi disordini, il che arrecherebbe discredito al movimento.
Certi ripiegamenti strategici si rivelano necessari allo scopo di permettere
una migliore preparazione della successiva offensiva. Sara' percio' opportuno
rinforzare l'organizzazione e il servizio d'ordine delle manifestazioni e forse
limitare volontariamente il numero dei manifestanti, per essere in grado di
sfidare il governo; infatti non si possono sospendere tutte le manifestazioni.
Una simile misura sarebbe una prova di debolezza e rischierebbe di pregiudicare
il morale di coloro che sono mobilitati per la lotta e di spezzare il dinamismo
del movimento. Nel 1962, durante la campagna condotta ad Albany, una
disposizione federale proibi' una manifestazione di massa indetta da King.
Questi, dopo molte esitazioni, decise finalmente, contro il parere di numerosi
leader, di disdire la manifestazione prevista perche' non voleva violare
un'interdizione del Governo federale che lo aveva sostenuto fino ad allora
contro le autorita' locali quando queste non rispettavano i testi
costituzionali. Ma "successivamente - ci ricorda sua moglie Coretta - egli
ebbe l'impressione che fu questa decisione ad aver spezzato lo slancio del
movimento di Albany, e se ne dispiacque".
*
a. Azioni
dirette di non-cooperazione
E'
importante che i gesti di non-cooperazione proposti dal movimento siano alla
portata di tutti. Chiedere dei gesti di rottura le cui conseguenze siano molto
gravi significa riservare l'azione ad un'elite e costringere gli altri a
tenersi ai margini, nella veste di semplici spettatori; mentre e' essenziale
che il maggior numero di persone possa partecipare.
Facciamo
notare che molte di queste azioni di non-cooperazione, cosi' come abbiamo
rilevato per le semplici manifestazioni, possono essere o no azioni di
disobbedienza civile secondo la legislazione in vigore o le decisioni prese
dalle autorita' governative durante il conflitto.
Fra le
azioni di non-cooperazione che possono essere adottate nel caso di una campagna
di azione diretta, ricordiamo in particolare:
- L'hartal.
Un hartal e' un giorno di sciopero generale durante il quale viene chiesto a
tutta la popolazione di disertare i luoghi di lavoro, le strade e i locali
pubblici e di restare a casa. In quel giorno, tutte le attivita' devono
cessare, le citta' e i paesi devono sembrare morti. Un hartal puo' essere
deciso allo scopo di inaugurare la campagna di azione diretta. Esso esprime la
determinazione della popolazione a condurre la lotta fino a che i diritti non
verranno riconosciuti e rispettati; manifesta la sua unita' e la sua capacita'
di autodisciplina. Il successo di un hartal implica che la popolazione abbia
forte coscienza della portata del conflitto in corso e abbia gia' dato segni
concreti della sua determinazione. Gandhi fece ricorso a questo metodo in
diverse occasioni. Fu proprio con un hartal che egli inauguro', il 6 aprile
1919, la prima campagna di azione diretta che segnava l'inizio della lotta
aperta dell'India contro il governo britannico per la sua indipendenza. Questo
metodo fu pure utilizzato a Budapest nel 1956, all'inizio della rivoluzione
ungherese.
L'hartal
puo' anche essere presentato come una giornata di "lutto nazionale"
deciso dalla popolazione al fine di esprimere i suoi sentimenti di fronte ad
una qualche decisione dei governo mirante a privarla di uno dei suoi diritti
essenziali.
- Rinvio di
titoli e di decorazioni. Il rinvio di titoli e di decorazioni non puo' non
avere un'influenza diretta nel rapporto di forze in campo. Esso e'
essenzialmente un gesto simbolico, ma in quanto tale nel suo impatto
sull'opinione pubblica puo' essere considerevole.
Nel piano di
non-cooperazione che egli compi' nel 1920, la prima tappa prevista da Gandhi
era il rinvio dei titoli e la rinuncia ai posti onorifici. Gandhi, come
d'abitudine, diede il primo esempio e il primo agosto 1920 restitui' al vicere'
le tre medaglie che gli erano state conferite per i suoi buoni e leali servizi
resi all'impero britannico.
Nel 1970
negli Stati Uniti i resistenti alla guerra del Vietnam organizzarono una
manifestazione di massa durante la quale soldati americani in congedo che
avevano partecipato a questa guerra gettarono a terra le loro decorazioni,
secondo una messinscena che dava a questo gesto un significato del tutto
particolare. Questa manifestazione impressiono' notevolmente l'opinione
pubblica sia nazionale che internazionale.
Si puo'
ragionevolmente pensare che se molte personalita' francesi in vista
(universitari, scrittori, vescovi...) decidessero di restituire al presidente
della Repubblica
- Lo
sciopero. Lo sciopero illustra direttamente il principio di non-cooperazione.
Poiche' i capitalisti (nel senso tecnico della parola) devono in gran parte la
loro potenza economica e sociale alla cooperazione degli operai, e' possibile
per questi ultimi (quando sono vittime di una ingiustizia relativa sia alle
loro condizioni di lavoro, sia alle loro condizioni di salario) interrompere
questa cooperazione allo scopo di costringere i propri avversari di classe a
riconoscere i loro diritti. Certo, numerosi scioperi si sono svolti in un
contesto di violenza e sarebbe ridicolo pretendere di recuperare gli scioperi
operai nel campo della nonviolenza. Tuttavia, e' opportuno rilevare che se
delle forme di violenza hanno accompagnato molto spesso - non sempre - gli
scioperi, esse sono rimaste marginali rispetto all'azione di sciopero
propriamente detto. D'altronde resterebbe da dimostrare l'efficacia reale di
queste violenze, in rapporto all'evoluzione del conflitto. Qui e' importante
sottolineare che lo sciopero puo' essere organizzato attenendosi strettamente
allo spirito e ai principi della nonviolenza e, pensiamo, con maggiori
possibilita' di successo.
- Il
boicottaggio. Il principio del boicottaggio e' una variante del principio di
non-cooperazione. I proprietari di una impresa commerciale devono la loro
ricchezza alla cooperazione volontaria dei loro clienti. Il boicottaggio
consiste, quando per esempio i proprietari rifiutano di soddisfare una certa
rivendicazione del personale giudicata essenziale, nel ritirare loro il
beneficio di questa cooperazione al fine di esercitare su di essi una pressione
sociale che li costringa a cedere. Il potere di acquisto dei consumatori
diventa allora un vero potere sociale che si oppone al potere dell'avversario.
Certo, il boicottaggio puo' riuscire solo se una forte percentuale della
popolazione si unisce al movimento. Cio' dovrebbe essere possibile soprattutto
quando l'obiettivo e' particolarmente chiaro e preciso, poiche' la
partecipazione a un boicottaggio non comporta generalmente gravi inconvenienti.
Lo sciopero
e il boicottaggio condotti da Cesar Chavez negli Stati Uniti illustrano in modo
esemplare la possibilita' e l'efficacia della lotta nonviolenta nel contesto
della lotta di classe. Cesar Chavez non si e' avvicinato agli oppressi per
fornire loro il suo aiuto generoso. Egli e' nato tra di loro. E' uno di loro.
E' uno di quegli americani di origine messicana, uno di quei chicanos che
formano la maggior parte della manodopera dei vigneti californiani. I chicanos
costituiscono il tipo stesso di un sottoproletariato inorganizzato e sfruttato.
Tutti gli sforzi compiuti in precedenza erano stati spezzati dai proprietari e
votati al fallimento. Cesar Chavez ha lavorato dapprima con Saul Alinsky nel
quadro della Comunity Service Organisation e fu in questo lavoro che egli
scopri' in maniera empirica i principi della strategia dell'azione nonviolenta.
Solo piu' tardi egli scopri' Gandhi a cui si riferi' costantemente cosi' come a
Martin Luther King. Dopo aver rotto con questa organizzazione, che giudicava
troppo lontana dagli operai stessi, egli decise di creare un sindacato. Prima
di lanciare delle azioni di rivendicazione impiego' parecchi mesi in un lavoro
di "coscientizzazione" e di organizzazione. Spinto dalle circostanze,
quando non si sentiva ancora sufficientemente pronto, nel 1965 diede slancio al
suo movimento in uno sciopero. Chavez volle sin dall'inizio che il movimento
diventasse nonviolento sia nello spirito che nei metodi. Questa scelta precisa
fu sottoposta al voto di tutti gli operai durante una manifestazione di
preparazione allo sciopero e approvata all'unanimita'. Picchetti di sciopero
furono organizzati nei vigneti dagli operai, allo scopo di proseguire il lavoro
di coscientizzazione e di persuadere quelli che accettavano ancora di lavorare
che era loro interesse fare sciopero e unirsi al movimento. Sin dall'inizio
dello sciopero, i proprietari reagirono brutalmente e cercarono di spezzare il
movimento. Inoltre, gli operai dovettero subire parecchi fastidi da parte delle
autorita' locali che si erano schierate a fianco dei proprietari. D'altra
parte, i proprietari poterono reclutare lavoratori "crumiri" in
numero sufficiente da garantire la raccolta dell'uva. Tuttavia, questa prima
fase della lotta permise agli operai di superare la loro paura e di prendere
coscienza della loro forza.
Fu a quel
punto che Cesar Chavez decise di organizzare il boicottaggio dell'uva.
Picchetti di boicottaggio furono organizzati un po' ovunque negli Stati Uniti e
l'azione si rivelo' subito estremamente efficace. Venne effettuata una marcia
di cinquecento chilometri su Sacramento allo scopo di dare il massimo di
pubblicita' all'azione degli operai dei vigneti. A Boston, i leader del
boicottaggio diedero una rappresentazione del Boston Tea Party (e' noto che fu
gettando in mare un carico di te' britannico nel porto di Boston che inizio' il
processo che doveva portare
I
proprietari dei vigneti decisero allora di esportare il massimo di uva che
restava invenduta sul mercato degli Stati Uniti e del Canada. Ma, a San
Francisco, il sindacato degli scaricatori di porto rifiuto' di caricare l'uva
sulle navi che dovevano salpare per l'Oriente. In Inghilterra gli operai si
rifiutarono di scaricare piu' di trenta tonnellate di uva della California. La
stessa cosa si verifico' in Finlandia, in Svezia e in Norvegia. Ma, dal canto
suo, il Pentagono, le cui simpatie si indovina facilmente a chi andavano,
forni' un aiuto prezioso ai proprietari; opero' massicci acquisti di uva di cui
la maggior parte fu destinata ai soldati del Vietnam. Ma l'intervento
dell'esercito non fu in grado di spezzare il boicottaggio.
Infine, dopo
cinque anni di lotta, i proprietari dovettero cedere e il 29 luglio 1970 riconobbero
il sindacato di Chavez e accettarono l'essenziale delle sue richieste. Durante
la riunione nella quale furono firmati gli accordi, Cesar Chavez pote'
affermare: "OggiAggiungi un appuntamento per oggi, nel momento in cui vi
e' tanta violenza in questo paese, siamo felici di mostrare che questo accordo
giustifica la nostra posizione: la giustizia sociale puo' essere realizzata
attraverso l'azione nonviolenta". Dopo questa vittoria Cesar Chavez
divenne il leader di tutti gli operai agricoli della California. Altre azioni
furono intraprese e altri successi ottenuti.
- Lo
sciopero degli affitti. Sul finire del XIX secolo, nel quadro della lotta
condotta dall'Irish Land League il cui fine era di "dare la terra al
popolo", "i contadini cattolici irlandesi si rifiutarono di pagare
l'affitto ai proprietari terrieri che erano in genere inglesi molto
ricchi" (D. De Ligt).
In
conclusione, nonostante la mobilitazione di 15.000 poliziotti e di 40.000
soldati, il movimento ottenne un largo successo.
Nel maggio
del 1965, il primo sciopero promosso da Cesar Chavez non fu diretto contro i
proprietari dei vigneti, ma contro coloro che affittavano agli operai agricoli
capanne di una sola stanza, col tetto metallico, prive di finestre e acqua
corrente, costruite provvisoriamente nel 1937. Era stato appena deciso un
aumento di affitto che elevava il prezzo da diciotto a venticinque dollari.
Cesar Chavez giudico' inammissibile questo aumento e lancio' la parola d'ordine
dello sciopero degli affitti. Nel novembre dello stesso anno, gli operai videro
trionfare la loro causa.
- Il rifiuto
collettivo dell'imposta. E' opportuno precisare sin dall'inizio che il rifiuto
di pagare l'imposta non potrebbe giustificarsi come opposizione al principio
stesso dell'imposta. Non soltanto e' legittimo, ma e' necessario che i membri
di una comunita' partecipino al finanziamento delle realizzazioni della
comunita' stessa. Il pagamento dell'imposta e' l'esercizio pratico della
solidarieta' che deve legare tutti i membri della medesima comunita'. Non si
puo' pertanto opporsi al pagamento dell'imposta che quando questa viene ad
alimentare delle ingiustizie di cui ci si rifiuta di essere complici e che si
vogliono denunciare e combattere pubblicamente.
Il rifiuto
di pagare interamente o in parte l'imposta puo' concepirsi in due prospettive
diverse. Puo' trattarsi innanzitutto di far cessare un'ingiustizia di cui si e'
personalmente vittima. Quando, ad esempio, delle imposte colpiscono una certa
categoria sociale o un certo settore d'attivita' in modo abusivo, diventa
legittimo per coloro che sono vittime di questo abuso il rifiuto di pagare
queste imposte allo scopo di obbligare il governo a rendere loro giustizia.
Cosi' il rifiuto collettivo dell'imposta praticato a Bardoli, in India, nel
1928, si rivelo' un mezzo efficace di lotta nelle mani dei contadini contro
l'arbitrio del governo di Bombay. Questo aveva deciso un aumento del 22%
dell'imposta sul ricavato agricolo. Dopo aver tentato, ma invano, di ottenere
l'annullamento di questa decisione attraverso vie legali, i contadini decisero
di organizzare
In secondo
luogo, puo' invece trattarsi di opporsi ad una decisione ingiusta del governo
non accettando che il finanziamento di questa ingiustizia venga assicurato con
i propri denari e mettendo in opera tutto cio' che e' possibile per costringere
il governo a tornare su questa decisione. Quando gli strumenti di controllo
previsti dalla costituzione si rivelano inefficaci, questo mezzo permette alla
popolazione di esercitare un controllo effettivo sull'azione del governo.
Osserviamo che conviene in questo caso non tenere per se' i soldi
"risparmiati" sulle proprie imposte ma versarli a organismi o
movimenti che partecipano direttamente alla lotta contro l'ingiustizia in
questione. Certo, il governo sara' generalmente ben provvisto di mezzi
repressivi che dovrebbero consentirgli in particolare, attraverso trattenute
sui salari o pignoramenti sui beni, di recuperare il denaro che egli e' stato
rifiutato, senza contare le ammende che non mancheranno di colpire i
contribuenti refrattari. Tuttavia l'impatto che si cerca non e' finanziario, ma
politico, e questa repressione deve venire ad accrescerlo. Se il numero di
coloro che rifiutano l'imposta in queste circostanze diventasse notevole,
l'efficace di un simile gesto potrebbe essere molto grande. Siccome pero' il
costo di quest'azione potrebbe anche essere elevato, quelli che decidono di
ricorrervi devono avere piena coscienza delle sue conseguenze e devono essere
pronti ad assumersele fino in fondo. E' fondamentale percio' che essi possano
contare, se dovesse occorrere, sulla solidarieta' effettiva di un gruppo di
sostegno, in particolare dal punto di vista finanziario.
Negli Stati
Uniti, alcuni militanti contro la guerra dei Vietnam si rifiutavano di pagare
una parte delle loro imposte allo scopo di rifiutare ogni complicita' personale
con quella guerra e di denunciarla pubblicamente.
In Francia,
diverse persone appartenenti alla Comunita' di Ricerca e di Azione Nonviolenta
di Orleans hanno incominciato nel
-
L'obiezione di coscienza. L'obiezione di coscienza in passato non si inseriva
il piu' delle volte nel quadro di una strategia dell'azione nonviolenta. Essa
si basava fondamentalmente su una esigenza morale e/o religiosa che proibiva
l'omicidio e aveva innanzitutto un carattere individualista.
L'obiezione
di coscienza politica puo' concepirsi secondo due prospettive. In primo luogo,
puo' trattarsi, per coloro che sono convinti dell'efficacia dei metodi
nonviolenti in caso di aggressione straniera diretta contro la propria nazione,
di rivendicare il diritto di essere riconosciuti cittadini a tutti gli effetti
pur scegliendo la via della nonviolenza. Infatti e' inammissibile che gli Stati
impongano a tutti i cittadini il mezzo della violenza come il solo modo di
assumersi le responsabilita' civiche nel caso di un conflitto internazionale.
In questa prospettiva l'obiettore di coscienza deve svolgere un servizio
nazionale durante il quale e' suo diritto-dovere prima di ogni cosa studiare
teoricamente i principi e i metodi della nonviolenza e prepararsi a metterli
successivamente in pratica. Precisiamo che nei paesi in cui esiste una legge
che riconosce l'obiezione di coscienza, cio' non vuol dire che la nonviolenza
abbia ottenuto diritto di cittadinanza. Infatti questa legge e' stata
generalmente accordata al solo scopo di risolvere qualche singolo caso che diventava
sempre piu' scomodo. La nonviolenza, tuttavia, continua ad essere disprezzata
dal governo come un'idea ingenua e pericolosa.
In secondo
luogo, l'obiezione di coscienza puo' essere utilizzata come mezzo per opporsi
alla politica del governo, in un certo campo, in particolare quando
nell'esecuzione di questa politica riveste primaria importanza il ruolo giocato
dall'esercito. In questo caso, l'obiezione di coscienza e' un metodo
nonviolento impiegato per combattere una politica precisa, anche se essa non
implica, come nel caso precedente, un'opzione fondamentale per
- Lo
sciopero della fame illimitato. Uno sciopero della fame illimitato non ha piu'
per fine, come e' il caso dello sciopero della fame limitato, di protestare
contro un'ingiustizia. Quelli che ricorrono ad esso sono intenzionati a
proseguirlo fino al raggiungimento degli obiettivi che si sono fissati, fino a
quando, cioe', venga eliminata l'ingiustizia che essi denunciano. Questa azione
pone numerosi e gravi problemi tali da far pensare che essa non sia un mezzo che
possa trovare il suo posto nella strategia dell'azione nonviolenta. Inoltre,
non possiamo affatto citare qui come esempio i digiuni illimitati intrapresi da
Gandhi. Il loro significato e la loro efficacia devono spiegarsi essenzialmente
nell'influsso del tutto eccezionale esercitato da Gandhi sulla popolazione
indiana. Per di piu', e' in questo caso che religione e politica si trovano
inestricabilmente mescolate nell'atteggiamento di Gandhi. Cosi', a proposito
del digiuno illimitato deciso da Gandhi nel settembre 1932, il suo biografo
Nanda scrive: "Gandhi, tuttavia, non doveva giustificarsi con nessuno
tranne che con la propria coscienza o, come lui diceva, con il suo
creatore". Ci conviene percio' cercare altrove i criteri per definire a
quali condizioni uno sciopero della fame illimitato puo' essere intrapreso
conformemente alle esigenze della nonviolenza.
Innanzitutto,
deve essere scrupolosamente rispettato anche qui cio' che e' richiesto per le
altre azioni dirette nonviolente, vista la natura particolare dell'azione e la
gravita' dei rischi che devono correre gli attori. In particolare, e'
necessario che questi abbiano in precedenza fatto ricorso ad altre iniziative
per farsi ascoltare dall'avversario e che quest'ultimo si sia ostinatamente
rifiutato di prenderli in considerazione. Uno sciopero della fame illimitato
non puo' essere intrapreso che per motivi particolarmente gravi, quando e'
apparso, dopo un'analisi dettagliata del dossier, che l'obiettivo ricercato
puo' essere raggiunto nello spazio di tempo che esso consente. Uno sciopero
della fame illimitato intrapreso su un obiettivo impossibile da raggiungersi,
oltre ad essere un gesto disperato di protesta, non sarebbe un'azione
nonviolenta. Questo atteggiamento si avvicinerebbe invece a quello di coloro
che si immolano con il fuoco. Pur non volendo esprimere qui un giudizio sul
significato e sul valore che simili gesti possono avere - soprattutto quando
questi si collocano nella prospettiva di una filosofia o di una religione
orientale -, ci teniamo a sottolineare che essi non possono entrare a far parte
di una strategia dell'azione nonviolenta.
Resta il
fatto che ogni sciopero della fame illimitato comporta, per chi lo intraprende
seriamente, il rischio di morire. Tutte le precauzioni prese per assicurare
l'efficacia dell'azione non possono garantire in assoluto la sua riuscita. Ma
ci sono delle cause che giustificano questo rischio. E colui che decide di
correrlo volontariamente deve assumersene la responsabilita' fino alle sue piu'
estreme conseguenze. Esercitare pressioni sull'avversario e minacciarlo
facendogli capire che non cedendo diverrebbe responsabile delle sofferenze e,
nel caso estremo, della morte di coloro che fanno lo sciopero della fame,
costituirebbe un inammissibile ricatto. Le sole responsabilita' che gli devono
essere attribuite durante lo sciopero sono quelle che egli porta effettivamente
a proposito dell'ingiustizia denunciata e combattuta. Le pressioni che devono
essere esercitate nei confronti dei responsabili dell'ingiustizia non devono
affatto mettere in evidenza le sofferenze degli scioperanti della fame, ma le
sofferenze di coloro che sono vittime dell'ingiustizia.
Perche'
l'obiettivo possa essere raggiunto in uno spazio di tempo cosi breve, e'
necessario che l'opinione pubblica sia gia' sensibilizzata riguardo
all'ingiustizia di cui si vuole ottenere l'eliminazione. La funzione di uno
sciopero della fame illimitato e' di opporsi a una ingiustizia contro cui si e'
delineata una maggioranza, rimasta pero' ancora silenziosa. L'ingiustizia e'
gia' stata identificata come tale, ma non ne e' stata veramente percepita la
sua gravita'. La tentazione di rassegnarsi e' piu' forte della volonta' di
agire. La maggioranza potra' allora trovare nell'azione degli scioperanti
l'espressione del proprio sentimento e del proprio pensiero. Essa avra' cosi'
modo di esprimersi e di agire a sua volta allo scopo di esercitare il proprio
potere politico per far fallire il potere di coloro che sono responsabili
dell'ingiustizia. Lo sciopero della fame illimitato svolge allora il ruolo di
catalizzatore che mobilita e mette in moto per una stessa azione delle energie
rimaste latenti. A questo punto facciamo nostra l'affermazione di Gandhi
secondo cui e' piu' conveniente intraprendere il digiuno contro i propri amici,
che contro i propri nemici.
La
pressione, che dovra' essere decisiva per il raggiungimento dell'obiettivo
fissato, non deve essere quella dello sciopero della fame, ma quella che e'
stata suscitata dallo sciopero della fame. Cosi', quando si conduce la lotta
contro una decisione del governo, lo sciopero della fame illimitato non ha come
fine diretto quello di farlo cedere, ma di cristallizzare l'opposizione e la
determinazione della popolazione perche' questa faccia cadere il governo. E'
percio' necessario che gli scioperanti possano contare immediatamente su
appoggiAggiungi un appuntamento per oggi, innanzitutto a livello
dell'informazione ma anche a livello dell'azione. Cio' richiede che
organizzazioni che giocano un ruolo importante nei confronti dell'opinione
pubblica, come i partiti politici, i sindacati e le Chiese, e anche
personalita' influenti, condividano nella parte essenziale, prima ancora
dell'inizio dello sciopero, l'analisi e l'obiettivo di coloro che sono decisi
ad intraprenderlo e siano pronti a sostenerlo. Per costringere l'avversario a
cedere, sara' dunque necessario che siano organizzate altre manifestazioni
nonviolente: non soltanto manifestazioni pubbliche ma pure azioni di
non-cooperazione, magari di disobbedienza civile. E' compito di coloro che
hanno preso l'iniziativa dei movimento di resistenza, cioe' degli scioperanti,
suggerire quali sono le possibilita' concrete di azione. Dovra' essere
costituito un comitato direttivo con il compito di coordinarle.
Ricordiamo
che fu attraverso uno sciopero della fame illimitato che Louis Lecoin, all'eta'
allora di settantaquattro anni, ottenne il riconoscimento legale in Francia
dell'obiezione di coscienza. Nell'ottobre dei 1958, il comitato di sostegno
degli obiettori di coscienza consegno' al governo il progetto di uno statuto.
Nonostante tutti i passi intrapresi, non fu dato alcun seguito a questo
progetto. Tuttavia, interrogato in privato, soprattutto da Albert Camus, il
generale De Gaulle rispose che gli obiettori avrebbero avuto uno statuto, ma
che bisognava attendere il momento opportuno, cioe' la fine della guerra
d'Algeria. All'inizio del 1962, Lecoin stimo' che non c'era piu' niente che
poteva opporsi all'approvazione di questo statuto. Egli decise percio'
d'impegnarsi in una prova di forza con il governo. Il 28 maggio scrisse al
generale De Gaulle per informarlo che avrebbe incominciato dal primo di giugno
uno sciopero della fame affinche' le buone intenzioni manifestate fin allora a
favore degli obiettori di coscienza si traducessero nei fatti. A partire dal
primo di giugno Lecoin si astenne percio' da qualsiasi nutrimento. Dopo qualche
giorno, i giornali e la radio diedero abbondanti informazioni sull'azione di
Lecoin. Ben presto dagli ambienti vicini al presidente della Repubblica
arrivarono promesse ufficiose. Lo stesso generale De Gaulle disse ad una
persona molto vicina a lui: "Non voglio vedere morire il signor
Lecoin". Il vecchio anarchico volle pero' proseguire il suo sciopero fino
a che una decisione non fosse stata presa ufficialmente. L'opinione pubblica,
interpellata, incomincio' a mobilitarsi. Furono promosse numerose iniziative a
sostegno dell'azione di Lecoin. Il 15 giugno, alcuni poliziotti, accompagnati
da un medico legale, fecero irruzione nella camera di Lecoin e lo trasportarono
all'ospedale. Il 21 giugno, il primo ministro Georges Pompidou informo' che il
governo aveva deciso di sottoporre all'Assemblea nazionale, durante la sessione
in corso, un progetto di legge per il riconoscimento degli obiettori di coscienza.
Lecoin poteva a quel punto ritenersi del tutto soddisfatto. Tuttavia egli
richiese che se, per un qualsiasi motivo, il Parlamento non avesse potuto
discutere il progetto durante la sessione in corso e fosse stato costretto a
spostare l'esame a una data ulteriore, gli obiettori incarcerati fossero
liberati in attesa di un voto definitivo. La sera dei 22 giugno il governo
diede questa assicurazione e Lecoin cesso' il suo sciopero. Bisogno' pero'
aspettare il 24 luglio 1963 perche' l'Assemblea potesse discutere il progetto
di legge. Lecoin assistette ai dibattiti. Ma numerosi emendamenti, di cui molti
furono presentati dal deputato Michel Debre' che si trovava purtroppo "in
posizione critica rispetto al governo", mutilarono il progetto iniziale
che purtuttavia era stato accettato dallo stesso generale De Gaulle. A quel
punto Lecoin, non potendo sopportare ulteriormente, si alzo' e grido': "E'
una vergogna, e' uno scandalo". Gli uscieri e i poliziotti lo bloccarono e
lo portarono in questura. Alla fine, cio' che resto' del progetto fu votato
definitivamente il 22 dicembre 1963.
- Lo
sciopero generale. Nella sua Histoire socialiste Jaures riporta la seguente
dichiarazione che Mirabeau pronunzio all'Assemblee des Etats de Provence
rivolgendola all'indirizzo di "tutti i gentiluomini e signorotti che
intendevano tutelare gli interessi della classe produttiva": "State
attenti, non sdegnate questo popolo che produce tutto, questo popolo che per
essere formidabile non dovrebbe che rimanere immobile". E Jaures osserva
che Mirabeau diede in questa occasione "la piu' potente e la piu'
sbalorditiva formula di cio' che chiamiamo oggiAggiungi un appuntamento per
oggi sciopero generale". Cosi' definito, lo sciopero generale di tutto un
popolo, deciso a spezzare il giogo della tirannide e dell'oppressione che pesa
sulle sue spalle e a diventare padrone dei proprio destino, e'
l'esemplificazione piu' perfetta del principio di non-cooperazione.
Nel suo
famoso libro Considerazioni sulla violenza, Georges Sorel fa l'apologia della
"violenza proletaria". Ma nell'affermare con forza la necessita'
della violenza per la liberazione dei proletariato, Sorel non intende incitare
gli operai a buttarsi in uno scontro sanguinoso con gli eserciti della
borghesia. Al contrario, egli si rammarica del fatto che la parola rivoluzione
evochi generalmente questa immagine, e rifiuta questa prospettiva che, egli
afferma, appartiene al passato. "Per moltissimo tempo - egli scrive - la
Rivoluzione e' apparsa, nei suoi tratti fondamentali, come un succedersi di
guerre gloriose, che un popolo, assetato di liberta', e mosso dalle piu' nobili
passioni, aveva sostenuto contro la coalizione di tutte le forze della
tirannide e dell'errore". Ma, facendo leva soprattutto sui fatti tragici
della Comune avvenuti nel 1871, egli mostra che il proletariato ha dovuto
distogliere la sua immaginazione e la sua ragione da qualsiasi epopea
guerresca. D'altra parte, Sorel se la prende con forza con i "socialisti
parlamentari" che vorrebbero convincere gli operai del fatto che e'
possibile ormai ottenere il riconoscimento dei loro diritti con il solo gioco
della democrazia formale. Sorel afferma che ormai il proletariato deve porre il
suo ideale e la sua speranza soltanto nello sciopero generale. Dicendo cio',
egli non si preoccupa di concepire l'organizzazione pratica di questa azione
gigantesca: cio' che a lui interessa dimostrare e' che l'idea dello sciopero
generale corrisponde alle aspirazioni profonde dell'anima operaia e che essa e'
capace di mobilitare il proletariato nella lotta contro
Cosi' Sorel,
ed e' in cio' che la sua analisi ci sembra interessante, tenta di sostituire
nella coscienza operaia il mito della guerra rivoluzionaria con la quale il
proletariato schiaccia definitivamente la borghesia in un bagno di sangue - e
noi sappiamo quanti "rivoluzionari" in tutto il mondo sono ancora
legati piu' o meno coscientemente a questo mito -, con il mito dello sciopero
generale con il quale il proletariato pone fine all'oppressione capitalistica e
inaugura con entusiasmo l'era del socialismo. Comunque, esiste effettivamente
una tradizione operaia in cui lo sciopero generale concentra tutte le speranze
del proletariato. Barthelemy De Ligt ci ricorda una canzone che una volta
"si cantava dappertutto: nelle famiglie, nelle assemblee e nelle
officine". Essa illustra questa tradizione in modo particolarmente
significativo:
"0 tu
che ti chini verso la terra / La tua fronte e' pallida dal dolore / Sollevati,
fiero proletario / Un migliore avvenire appare all'orizzonte! / Non a colpi di
mitraglia / Il Capitale vincerai / Per vincere la battaglia / Non avrai che da
incrociar le braccia! / Per la caduta fatale / Degli sfruttatori tiranni, / Lo
sciopero generale / Ci fara' trionfanti! / La migliore arma per abbattere / I
difensori del Capitale, / Questa orrenda razza matrigna, / e' lo sciopero
generale".
Rosa
Luxemburg ha consacrato allo sciopero generale uno studio documentato e
dettagliato, facendo riferimento essenzialmente all'esperienza della
rivoluzione russa del 1905. Per molto tempo lo sciopero generale fu combattuto
in seno ai partiti comunisti come un'idea pericolosa, propagandata dagli
anarchici e capace di portare il movimento rivoluzionario fuori dalle vie
realiste. Su questo punto, Engels aveva vivamente attaccato Bakunin. Ma Rosa
Luxemburg non esita ad affermare: "Lo sciopero di massa (...) appare
oggiAggiungi un appuntamento per oggi l'arma piu' potente della lotta politica
per i diritti politici". Analizzando gli avvenimenti sopravvenuti in
Russia, Rosa Luxemburg sottolinea che "lo sciopero di massa non puo'
essere "fatto" artificiosamente, non puo' essere "deciso"
nel cielo azzurro, ne' "propagandato", ma che esso e' un fenomeno
storico che in un certo momento risulta dalle condizioni sociali con la forza
della necessita' storica".
Percio'
"il Partito deve - se si osa adoperare questo termine - agganciarsi al
movimento di massa, quando lo sciopero sia stato spontaneamente intrapreso, e
ha il compito di dargli un contenuto politico e delle parole d'ordine giuste.
Se non ne ha l'iniziativa, deve averne la direzione e l'orientamento politico. E'
soltanto cosi' che potra' impedire che l'azione si perda e rifluisca nel
caos".
Se ci
riferiamo allo sciopero di massa avvenuto in Francia, nel maggio del '68, non
possiamo che essere sorpresi dalla giustezza delle affermazioni di Rosa
Luxemburg. E' vero che nel 1968 lo sciopero generale non e' stato ne'
suscitato, ne' deciso, ne' organizzato da alcun partito ne' organizzazione ma
che esso e' stato intrapreso spontaneamente da un movimento venuto dalle masse
stesse. E' pure vero che, per il fatto di non aver intravisto come possibile un
tale fenomeno, i diversi partiti e le diverse organizzazioni che si ritiene
rappresentino gli interessi delle masse, sono stati presi alla sprovvista. Si
sono trovati nell'incapacita' di dare un contenuto politico coerente allo
sciopero generale e non hanno potuto "impedire che l'azione si
disperdesse". Cosi', anche se appare difficile preparare a medio termine,
per tale giorno e a tale ora, l'inizio di uno sciopero generale, e' opportuno
che quest'ultimo venga tenuto in considerazione come un elemento essenziale
della prospettiva rivoluzionaria. La sua possibilita' concreta deve essere
ricercata in certe circostanze sociali particolari, allo scopo di potere allora
dominare e orientare l'avvenimento e di far riuscire per quell'occasione i
progetti da cui dipende l'avvento di un "socialismo dal volto umano".
(Parte
seconda - continua)
3.
RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL MEGA-AEROPORTO DI
VITERBO E S'IMPEGNA PER
Per informazioni
e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per
la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della
democrazia, dei diritti di tutti: e-mail: info@coipiediperterra.org , sito:
www.coipiediperterra.org
Per
contattare direttamente la portavoce del comitato,
Per ricevere
questo notiziario: nbawac@tin.it
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COI PIEDI
PER TERRA
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Direttore
responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel.
0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 262
del 14 giugno 2010
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