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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 261
del 13 giugno 2010
In questo
numero:
1.
OggiAggiungi un appuntamento per oggi a Viterbo un incontro con Riccardo
Orioles
2.
Jean-Marie Muller: Momenti e metodi dell'azione nonviolenta (parte prima)
3. Per
contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna
per la riduzione del trasporto aereo
1. INCONTRI.
OGGIAggiungi un appuntamento per oggi A VITERBO UN INCONTRO CON RICCARDO
ORIOLES
OggiAggiungi
un appuntamento per oggi, domenica 13 giugno 2010 con inizio alle ore 15,30
presso il centro sociale autogestito "Valle Faul" in strada Castel
d'Asso snc a Viterbo si svolgera' un incontro con Riccardo Orioles.
L'incontro
si tiene nell'ambito del percorso di formazione e informazione nonviolenta in
corso da alcuni mesi e giunto al ventottesimo appuntamento.
L'iniziativa
e' ovviamente aperta alla partecipazione di tutte le persone interessate.
*
Riccardo
Orioles (per contatti: riccardoorioles@gmail.com) e' giornalista eccellente ed
esempio pressoche' unico di rigore morale e intellettuale (e quindi di limpido
impegno civile); militante antimafia tra i piu' lucidi e coraggiosi, ha preso
parte con Pippo Fava all'esperienza de "I Siciliani", poi e' stato
tra i fondatori del settimanale "Avvenimenti", cura in rete "La
Catena di San Libero", un eccellente notiziario che puo' essere richiesto
gratuitamente scrivendo al suo indirizzo di posta elettronica; ha formato al
giornalismo d'inchiesta e d'impegno civile moltissimi giovani.
Per gli
utenti della rete telematica vi e' anche la possibilita' di leggere una
raccolta dei suoi scritti (curata dallo stesso autore) nel libro elettronico
Allonsanfan. Storie di un'altra sinistra (ora e' anche il titolo di un suo
libro a stampa, una raccolta di suoi scritti a cura di Francesco Feola e Luca
Rossomando, pubblicato dalla casa editrice Melampo, Milano 2009). Sempre in
rete e' possibile leggere una sua raccolta di traduzioni di lirici greci, ed
altri suoi lavori di analisi (e lotta) politica e culturale, giornalistici e
letterari.
Due ampi
profili di Riccardo Orioles sono in due libri di Nando Dalla Chiesa, Storie
(Einaudi, Torino 1990), e Storie eretiche di cittadini perbene (Einaudi, Torino
1999).
2. TESTI.
JEAN-MARIE MULLER: MOMENTI E METODI DELL'AZIONE NONVIOLENTA (PARTE PRIMA)
[Riproponiamo
ancora una volta il testo di un opuscolo edito dal Movimento Nonviolento che a
sua volta riproduceva anastaticamente un capitolo di una piu' ampia opera.
L'opuscolo e': Jean-Marie Muller, Momenti e metodi dell'azione nonviolenta,
Edizioni del Movimento Nonviolento, s. i. l. 1981; il libro e' Jean-Marie
Muller, Strategia dell'azione nonviolenta, Marsilio, Venezia-Padova 1975 (il
capitolo e' il settimo, alle pp. 73-99). Noi riproduciamo qui il testo di Muller
senza le note dell'autore e senza la presentazione del traduttore Matteo Soccio
(uno dei maggiori studiosi ed amici della nonviolenza in Italia), rinviando per
la lettura del testo integrale all'acquisto dell'opuscolo, disponibile presso
il Movimento nonviolento, via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax
0458009212, e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito: www.nonviolenti.org
Jean-Marie
Muller, filosofo francese, nato nel
In questo
capitolo vorremmo precisare quali sono i diversi momenti di una campagna di
azione nonviolenta tipo, e quali sono le modalita' di ognuno di questi momenti.
Anche se non abbiamo intenzione di dare delle ricette che basterebbe applicare
alla lettera in ogni situazione per raggiungere il successo, non ci sembra
inutile riunire gli insegnamenti tratti dalle azioni compiute in passato e classificarli
secondo un ordine che risponde a una certa logica. Non si rende sterile
l'immaginazione se le offriamo uno schema in cui essa, come ci ha dimostrato
l'esperienza, abbia le maggiori possibilita' di esercitarsi utilmente. Se anche
queste indicazioni non ci garantissero il successo dell'azione, esse almeno
dovrebbero evitarci numerosi errori che ci assicurerebbero il fallimento.
*
1. Analisi
della situazione
E'
essenziale che prima di decidere l'azione si abbia una conoscenza esatta della
situazione in cui s'inserisce quell'ingiustizia che si vuole denunciare e
combattere. Se i responsabili dell'azione dimostrassero di non essere
sufficientemente a conoscenza dei fatti, cio' discrediterebbe gravemente il
movimento. Inoltre, e' molto importante esprimere sui fatti un giudizio
razionale e coerente che miri alla maggiore obiettivita' possibile. Sappiamo
quanto grande sia la tentazione d'ingigantire i fatti e di esagerarne la
gravita', nella presentazione che ne viene data, fino al punto di rendere
ridicola la posizione dell'avversario. Credere pero' che questo stratagemma
possa avere una qualche efficacia e' un'illusione. Al contrario, sara' allora
facile all'avversario far valere, servendosi di argomenti convincenti,
l'aspetto esagerato delle accuse mosse contro di lui, e dare cosi' l'apparenza
di potersi giustificare totalmente. Invece la conoscenza rigorosa dei fatti e
la loro esatta presentazione costituiscono una carta vincente per la posizione
dei responsabili del movimento. La possibilita' di giustificare ogni volta, con
prove alla mano, le affermazioni addotte e' un elemento di prim'ordine nel
rapporto di forze che si va creando tra gli avversari.
Si tratta
percio' di fare un'inchiesta e di preparare un dossier sui fatti per essere
sicuri della fondatezza di tutte le informazioni ricevute sui motivi delle
lamentele sollevate e tener conto solo di quelle che hanno potuto essere
verificate. In questo lavoro, non e' sufficiente limitarsi ai fatti: e'
importante capirli al fine di sapere come e perche' l'ingiustizia si e'
manifestata e si e' mantenuta. Conviene in particolare conoscere quali sono le
forze sociali, politiche ed economiche implicate nella situazione, quali sono
gli atteggiamenti pratici delle parti in gioco e quali le giustificazioni
teoriche che ne vengono date. E' importante analizzare la struttura di potere
che predomina nelle relazioni tra le diverse parti allo scopo di individuare
chi detiene il potere di decisione. Inoltre, e' opportuno sapere cosa dice la
legge a proposito delle controversie che oppongono le parti in causa. A questo
proposito non si potra' fare a meno di consultare un giurista competente.
Quest'analisi
deve permetterci di fare con cognizione di causa una scelta politica con cui si
potra' decidere quali saranno i nostri alleati e quali i nostri avversari nel
conflitto in corso.
*
2. Scelta
dell'obiettivo
In base
all'analisi della situazione, si dovra' scegliere l'obiettivo da raggiungere
attraverso l'azione. La scelta dell'obiettivo e' essenziale poiche' da essa
soltanto puo' dipendere la riuscita o l'insuccesso del movimento. Converra'
scegliere un obiettivo preciso, limitato e possibile. Nella scelta di questo
obiettivo bisognera' tenere conto dei diritti dell'avversario e fare in modo -
per quanto e' possibile - che egli non debba perdere la faccia nell'accettare
le rivendicazioni che gli sono state fatte. L'obiettivo deve essere determinato
in modo tale da iscriversi in una prospettiva futura che permetta se non
proprio una reale riconciliazione - questa, secondo ogni verosimiglianza, non
potra' raggiungersi che piu' tardi -, per lo meno una coesistenza pacifica tra
le due parti. L'obiettivo deve apparire allora come un contributo positivo per
l'avvenire di tutta la comunita'.
Le
rivendicazioni del movimento devono essere realistiche e suscettibili di essere
accettate dall'avversario. Conviene percio' distinguere cio' che sarebbe
auspicabile da cio' che e' possibile. Il successo di un'azione e' raggiunto
solo quando si sia ottenuto cio' che si e' rivendicato; chiedere l'impossibile
significa inevitabilmente andare incontro al fallimento. Una sola campagna di
azioni non bastera' a sopprimere un'ingiustizia profondamente radicata nelle
strutture e nelle mentalita'. Saranno necessarie in seguito altre campagne con
obiettivi via via piu' ambiziosi. E' importante, nel momento iniziale, che la
campagna d'azione non si trovi ridotta a una campagna di proteste a causa di un
obiettivo sproporzionato rispetto ai mezzi di cui dispone il movimento. E'
essenziale per questo movimento vincere il confronto, soprattutto per poter
dare piena coscienza della loro forza e piena fiducia a quelli che fino a quel
momento sono stati le vittime rassegnate dell'ingiustizia. E' opportuno quindi
stabilire cio' che deve essere preteso in modo che non si debba fare alcuna
concessione nel corso dei futuri negoziati. La strategia della nonviolenza non
e' una strategia di mutue concessioni. Il piu' delle volte, si pretende piu' di
quanto si vuole, per essere certi di raggiungere cio' che si vuole. In questo caso
invece ci si sforza di fissare sin dall'inizio cio' che deve e puo' essere
richiesto, e si resta fermi su questa posizione per tutta la durata della
lotta, senza fare concessioni. Nella lotta nonviolenta, sottolinea Gandhi,
"il minimo e' anche il massimo, e siccome e' un minimo irriducibile, non
si puo' parlare di ritirata. Il solo movimento possibile e' un
avanzamento". Qui pertanto, non si tratta di esigere l'impossibile per
ottenere il possibile ma si tratta di esigere il possibile e di attenersi ad
esso senza mai transigere, a meno che non si debbano riconoscere e soddisfare
certe eventuali rivendicazioni dell'avversario che, durante il conflitto,
fossero comprese come giuste.
*
3. Primi
negoziati
Conviene
entrare al piu' presto possibile in contatto diretto con l'avversario, prima di
portare la controversia sulla pubblica piazza, allo scopo di tentare tutto cio'
che e' possibile per risolvere il conflitto senza dover ricorrere alla prova di
forza. Si tratta allora di far conoscere ai rappresentanti della parte avversa
le conclusioni a cui l'analisi della situazione ha condotto e di far valere le
rivendicazioni del movimento precisando l'obiettivo che questo ha deciso di
raggiungere. Sin da questo momento e' importante dar prova della piu' rigorosa cortesia
nei confronti dell'avversario. In particolare e' opportuno evitare di far
pesare sui propri interlocutori minacce destinate a "incutere paura".
Conviene invece sforzarsi di far capire che il cambiamento della situazione
cosi' com'e' ricercato e', tutto sommato, meno minaccioso per l'avversario del
mantenimento dello status quo. Il clima che si istaurera' durante questi primi
negoziati determinera' in buona parte il clima di tutto il conflitto. E'
percio' essenziale impegnarsi a crearlo in modo tale che disponga l'avversario
non ad inasprire gli antagonismi, ma a ridurli. Questi primi negoziati devono
permettere alle due parti di conoscersi meglio. Conviene a questo proposito
osservare attentamente le reazioni dei propri interlocutori e gli argomenti che
adducono in risposta alle accuse mosse.
Nel momento
stesso in cui si da' prova della piu' stretta cortesia e' importante anche dare
prova della massima fermezza e della massima determinazione. Le manifestazioni
di "comprensione", le assicurazioni "di studiare seriamente il
dossier" e magari le promesse di fare "tutto cio' che e'
possibile", che possono essere formulate dall'avversario nel corso di
questi negoziati e' opportuno siano accolte senza processi alle intenzioni.
Nessuna necessita' strategica obbliga a sospettare di malafede queste
manifestazioni di "buona volonta'". La fermezza e il rifiuto di
transigere non guadagnano affatto in forza puntando sulla sistematica
diffidenza nei confronti dell'avversario. Ma deve essere chiaro che il movimento
non si accontenta in nessun momento di promesse, ma che aspetta invece delle
decisioni. Esso accettera' di sospendere la sua azione solo quando sara'
raggiunto un accordo definitivo che metta fine al conflitto.
Cosi', nel
corso dei negoziati tra i neri e i bianchi, durante il boicottaggio degli
autobus di Montgomery, "alcuni membri del comitato bianco ci suggerirono
di ritornare a servirci degli autobus e di rimandare la discussione per un
possibile accordo a dopo le feste natalizie, assicurando che la comunita'
avrebbe accolto con maggior simpatia le nostre richieste, se la protesta fosse
stata intanto sospesa. La nostra risposta fu ancora una volta negativa. Tutti i
nostri sforzi, infatti, sarebbero stati vani, se avessimo sospeso la protesta
in seguito ad una vaga promessa di futuri accordi" (M. L. King).
E' raro che
un accordo possa concludersi gia' con i primi negoziati. Questi, quando si
trovano ad un punto morto, devono essere sospesi ma non rotti definitivamente,
perche' e' proprio fine dell'azione diretta la ripresa dei negoziati. Conviene
pertanto, nei limiti del possibile, mantenere continui contatti con
l'avversario per tutta la durata dei conflitto.
Secondo un
principio fondamentale della strategia, il tempo dei negoziati deve essere pure
il tempo della preparazione alla prova di forza. I negoziati devono essere
leali, e d'altronde e' interesse del movimento che essi riescano. Ma si tratta
anche di prevedere l'avvenire e di prepararsi.
*
4. Appello
all'opinione pubblica
In seguito
al fallimento dei primi negoziati, bisognera' sforzarsi di fare esplodere
l'ingiustizia di fronte all'opinione pubblica con tutti i mezzi di informazione
di cui puo' disporre il movimento. Si tratta di ricercare il massimo di
"pubblicita'" nel senso tecnico della parola, e cioe' di raggiungere
il pubblico per fargli conoscere le ragioni e gli obiettivi dei movimento. E'
molto importante mantenere l'iniziativa dell'informazione e di vigilare
affinche' il senso dell'azione non venga ne' deformato ne' falsificato. Certo
la pubblicita' nasconde tranelli da cui bisognera' guardarsi, ma non per questo
essa, in quanto strumento di comunicazione con il pubblico, e' meno
indispensabile. Facciamo notare che si tratta di mettere l'opinione pubblica di
fronte alle proprie responsabilita', ma non si tratta di colpevolizzare. Si
tratta di farle prendere coscienza dell'ingiustizia e non invece di attribuirle
cattiva coscienza di fronte ad essa. La cattiva coscienza paralizza piu' di
quanto non mobiliti.
Bisognera'
cercare di creare un "fatto di cronaca" e redigere a tal fine
comunicati nei quali verranno esposte le ragioni e gli obiettivi dei movimento.
Si trattera' quindi di informare i partiti, i movimenti, le organizzazioni e le
personalita' suscettibili di dare il loro sostegno all'azione progettata. Si
potra' organizzare una distribuzione di volantini e potra' essere molto
efficace "far parlare i muri" per mezzo di scritte e di manifesti che
espongono in poche parole i dati della situazione e le soluzioni previste per
porvi rimedio.
Sara' opportuno,
per dare forza a questa affermazione, organizzare delle manifestazioni che sono
un confronto diretto con il pubblico, allo scopo di informarlo e di farlo
reagire di fronte agli argomenti sostenuti dai manifestanti. Queste
manifestazioni dovrebbero, inoltre, permettere a quelli che sono disposti a
partecipare all'azione, di contarsi, di conoscersi e di organizzarsi. E'
essenziale che quelli che sono vittime dirette dell'ingiustizia denunciata
possano partecipare a queste manifestazioni. Questa dovrebbe essere per loro
l'occasione di prendere coscienza della propria forza, di vincere la paura e di
sviluppare la volonta' di resistenza.
Questo
confronto del pubblico con le posizioni sostenute dal movimento deve permettere
di correggere cio' che deve essere corretto e di individuare meglio gli
argomenti sui quali e' piu' opportuno insistere. Percio' e' importante
osservare attentamente e registrare le reazioni degli spettatori. Queste sono
delle preziose indicazioni che devono permettere di capire meglio i rapporti di
forza esistenti tra il movimento e la popolazione, e di orientare meglio
l'evoluzione del conflitto.
Nel corso di
tutte queste manifestazioni pubbliche, la scelta degli slogan deve essere
compiuta anticipatamente dai responsabili del movimento. Gli slogan non devono
essere numerosi. I partecipanti devono sottomettersi rigorosamente alla scelta
che sara' stata effettuata e in nessun caso dovranno introdurre nella
manifestazione altri slogan di loro scelta. Nella scelta degli slogan e'
un'esigenza strategica quella di cercare la parola giusta che nomini e
qualifichi le situazioni che si cerca di correggere. L'impatto della parola deriva
dalla sua giustezza e non dalla sua violenza. A questo proposito Danilo Dolci
rievoca un fatto tanto minuscolo quanto significativo. Con un gruppo eterogeneo
di giovani, egli aveva promosso una marcia da Milano a Roma, per manifestare
soprattutto la loro opposizione alla guerra nel Vietnam. Nel raccontare questa
marcia, Dolci scrive: "Poiche' alcuni gruppetti di ragazzi a tratti
scandiscono "Johnson torna alle tue vacche" molti contadini dei
borghi che attraversiamo, soprattutto in Emilia, non sembrano affatto persuasi;
sono come offesi: "le vacche non sono forse importanti?", mormorano.
I ragazzi cominciano a comprendere chilometro dopo chilometro la distinzione
tra sfogo rabbioso e capacita' di penetrare nelle popolazioni affinche' ciascuno
si muova ad assumere una posizione cosciente ed esplicita di fronte alla
guerra". Cosi', quando giungeranno a Roma, gli slogan scelti si
riveleranno piu' incisivi e piu' efficaci.
Conviene
sottolineare l'importanza, nel corso di queste manifestazioni pubbliche, dell'atteggiamento
esteriore dei manifestanti che e' un mezzo essenziale di espressione e di
comunicazione. "Al di la' delle parole scritte e pronunciate, il corpo
umano e' impiegato per testimoniare in modo drammatico i fatti e le verita'
legati al problema in questione" (Hildegard Gos-Mayr). Soltanto un
atteggiamento calmo e disciplinato da parte dei manifestanti potra' dare alla
manifestazione un carattere di nobilta' e di dignita' che le dara' una maggiore
forza. Al contrario, un atteggiamento rilassato e disordinato dei manifestanti
non potrebbe non incidere negativamente sugli spettatori.
Queste prime
manifestazioni pubbliche devono essere innanzitutto strumenti di persuasione
capaci di far valere la giustezza della causa sostenuta, ma esse costituiscono
gia' dei mezzi di pressione che preparano la messa in opera dei mezzi di
costrizione.
Senza
pretendere di essere esaurienti, citiamo alcuni metodi di manifestazione
pubblica:
-
Comunicati. La presa di posizione pubblica di diverse personalita' attraverso un
comunicato rilasciato alla stampa puo' fornire una preziosa garanzia a questa o
a quella rivendicazione. Tuttavia un tale metodo e' efficace solo se il testo
dei comunicato e' sufficientemente forte e preciso in modo che il fatto di
sottoscriverlo sia gia' di per se stesso un impegno. Purtroppo cio' non e' il
caso della maggior parte dei comunicati a cui siamo abituati, soprattutto in
Francia. Troppi intellettuali e artisti "di sinistra" - in pratica
sempre gli stessi - si accontentano di firmare regolarmente comunicati che
protestano per principio contro questo o quell'attentato alla democrazia, senza
che cio' abbia in genere la minima incidenza sul fatto in questione. Precisiamo
tuttavia che non si deve rimproverare a questa elite di fare questo, ma le si
deve rimproverare di far soltanto questo.
- Petizioni.
Promuovere una petizione significa raccogliere il maggior numero di firme in
fondo a un testo che denunci una certa ingiustizia e richieda una certa
soluzione appropriata. Questo testo verra' successivamente spedito, o
consegnato direttamente da una delegazione, a quelli che hanno il potere di
decidere in merito al problema posto. Questa procedura puo' rivelarsi efficace
nel caso in cui sia possibile raccogliere un numero rilevante di firme. Tuttavia
la facilita' con cui si firma un testo rischia di ridurre la portata di una
tale iniziativa.
Facciamo
notare a questo punto che le due prime azioni politiche di Gandhi furono
appunto la redazione e l'invio di due petizioni. Infatti, nel 1894 quando
Gandhi, su proposta dei compatrioti residenti nel Sud-Africa, accetto' di
rinviare il suo ritorno in India per condurre sul posto la lotta contro il
razzismo che gravava sulla comunita' indiana, la prima decisione che egli
prende e' di redigere una petizione, rivolta all'Assemblea legislativa del
Natal, per chiedere di respingere il progetto di legge che privava gli indiani
del diritto di voto. "I giornali - ricorda Gandhi nella sua autobiografia
- la riportarono con commenti favorevoli, impressiono' anche l'assemblea, fu
discussa alla Camera. (...) Pero' la legge fu approvata". Questa prima
petizione fu dunque un insuccesso. Ma essa permise agli indiani, fino allora
rassegnati e passivi, di mobilitarsi in difesa dei loro diritti. "Questa
petizione - scrive Gandhi - fu la prima ad essere mai stata spedita dagli
Indiani ai legislatori sudafricani. Era il primo tentativo da parte degli
indiani di usare una tale procedura e un'ondata di entusiasmo attraverso' tutta
la comunita'".
Allora
Gandhi non si scoraggio' e decise di far giungere al governo inglese "una
petizione fiume". Bisogna tuttavia sottolineare che Gandhi decise "di
non accettare una sola firma se il firmatario non avesse prima capito a pieno
il significato esatto della petizione". In quindici giorni furono raccolte
diecimila firme: un successo considerevole. La petizione fu spedita a Lord
Ripon, allora segretario di Stato alle Colonie. Inoltre, "ne erano state
stampate un migliaio di copie per farle circolare e per distribuirle; era la
prima volta che si informava la popolazione indiana di quali fossero le sue
condizioni nel Natal. Inviai copie a tutti i pubblicisti di mia conoscenza.
"The Times of India", in un articolo di fondo sulla petizione,
difendeva a spada tratta le richieste indiane. Furono inviate copie anche ai
periodici e pubblicisti di diversi partiti in Inghilterra: il "Times"
di Londra si dichiaro' favorevole alle nostre rivendicazioni e cominciammo a
sperare che alla legge fosse posto il veto". Infatti il governo di Londra,
impressionato dalla campagna di Gandhi, oppose il veto al progetto di legge
ritenendo che esso stabiliva una discriminazione razziale nei confronti di una
minoranza dell'Impero. Gandhi otteneva cosi' il suo primo successo. Tuttavia
questo non fu che parziale, perche', alla fine, i bianchi del Natal seppero
aggirare l'ostacolo che Londra aveva messo sulla loro strada: essi formularono
la loro legge in termini che non potevano piu' essere qualificati come
razzisti. Questo progetto di legge, cosi' emendato, ma che portava agli stessi
risultati pratici, fu approvato e votato. Gandhi doveva riprendere la lotta ma
era sicuro, questa volta, di poter contare sulla determinazione dei suoi
compatrioti che avevano preso coscienza della loro forza e vinto la loro paura.
- Sfilata.
Si parla di sfilata quando i manifestanti formano un corteo e percorrono a
piedi la citta' da un punto all'altro. Cartelli e slogans informano gli
spettatori sulle ragioni obiettive della manifestazione. La sfilata e' il
metodo piu' classico della manifestazione pubblica. Cosi', quando viene
annunciato che il tal partito, il tal sindacato o il tale movimento invita la
popolazione a partecipare ad una manifestazione, si tratta generalmente di una
sfilata.
Facciamo
solo presente che, dal punto di vista della strategia della nonviolenza,
l'organizzazione di una sfilata deve soddisfare le esigenze caratteristiche
dell'azione nonviolenta. Si puo' ragionevolmente pensare che queste esigenze
non saranno soddisfatte se non sara' in precedenza deciso che debbano esserlo, e
se non vengano prese precauzioni particolari perche' lo siano effettivamente.
Pensiamo in particolare alla scelta degli slogan e all'atteggiamento dei
manifestanti nei confronti delle forze di polizia.
- Marcia. Si
parlera' di marcia quando i manifestanti percorrono a piedi lunghe distanze da
una citta' all'altra attraverso uno o piu' paesi. Il fine e' di sensibilizzare
la popolazione delle regioni attraversate sull'ingiustizia che si vuole
denunciare. Cartelli e striscioni con qualche semplice scritta e volantini che
diano maggiori spiegazioni devono permettere agli spettatori di essere
informati sulle ragioni e sugli obiettivi della marcia. In ciascuna
citta'-tappa si possono organizzare delle riunioni pubbliche per informare gli
abitanti e per provocare un dibattito pubblico sul problema in questione. Sara'
utile stabilire dei contatti con le personalita' e i movimenti capaci di
prendere posizione in favore dei manifestanti e di promuovere a loro volta
delle manifestazioni. Delegazioni possono chiedere di essere ricevute dalle
autorita' locali per far valere nei loro confronti il punto di vista dei
manifestanti.
La marcia
puo' avere il fine preciso di richiamare l'attenzione dei pubblico su un'azione
che avverra' al termine di essa. Un esempio particolare e' dato dalla famosa
"marcia del sale" intrapresa da Gandhi allo scopo di preparare il
popolo indiano a violare la legge con la quale il governo faceva pagare ad ogni
indiano una forte tassa per ogni acquisto di sale. Dopo aver percorso a piedi
Nel 1971
venne promossa, dal leader nonviolento spagnolo Gonzalo Arias e da numerosi
suoi compatrioti, una "marcia sul carcere", da Ginevra a Madrid, allo
scopo di esprimere la propria solidarieta' con l'obiettore Jose' Beunza
detenuto allora a Valenzia, e di far pressione sul governo perche' venisse
riconosciuto uno statuto legale a lui e agli altri obiettori. La marcia, a cui
partecipavano pure manifestanti di diversi paesi, dovette interrompersi al
posto di frontiera di Bourg-Madame dove gli spagnoli furono arrestati e gli
altri marciatori respinti verso
- Sciopero
della fame limitato. Quando lo sciopero della fame si iscrive nella strategia
dell'azione nonviolenta ripugna chiamarlo con il suo nome: si preferisce allora
parlare di digiuno. Ma pensiamo che cio' sia un errore. Ci sembra importante
distinguere il digiuno intrapreso per motivi di ordine religioso o terapeutico
dallo sciopero della fame intrapreso per motivi di ordine politico. Di
conseguenza, il digiuno e' un'azione privata, mentre lo sciopero della fame e'
un'azione pubblica.
Lo sciopero
della fame limitato a qualche giorno, tra i 3 e i 20 giorni, mira a denunciare
pubblicamente un'ingiustizia e ad informare l'opinione pubblica su di essa. Si
tratta di un'azione di protesta che di per se stessa non potra' generalmente
pretendere di sopprimere l'ingiustizia. Ma essa puo' avere un effetto
considerevole sull'opinione pubblica e cio' in particolare se la personalita'
di chi la compie e' importante. Facciamo pero' notare che il moltiplicarsi
sconsiderato degli scioperi della fame rischia di stancare l'opinione pubblica
e di screditare questo mezzo. Percio' e' opportuno ricorrervi con molta
cautela.
Al termine
di queste manifestazioni, converra' ripresentare all'avversario delle proposte
precise in vista di un regolamento negoziato dei conflitto. E' possibile che la
pressione esercitata dall'opinione pubblica sia abbastanza forte da costringere
l'avversario a non portare avanti uno scontro di cui puo' temere che torni a
suo svantaggio. In un regime democratico (certo, tutto e' relativo, e si
potrebbe avanzare che nessun regime e' veramente democratico, ma diversi
confronti che si impongono permettono di dire che certi lo sono e certi non lo
sono affatto), la "forza dell'opinione pubblica" e' reale e puo' far
maturare certi problemi fino a che le soluzioni desiderabili diventino
possibili. Ci sembra pero' che molti liberali, a cui ripugna per temperamento
il ricorso all'azione diretta, tendano a sopravvalutare questa forza. Quando si
tratta di opporsi a una decisione del governo, non basta il piu' delle volte
che l'opinione pubblica si esprima perche' la pressione esercitata su di esso
sia abbastanza forte per costringerlo a cedere. Sara' allora necessario
ricorrere all'azione diretta, o almeno lasciar capire chiaramente che si e'
decisi a farlo.
*
5. Invio di
un ultimatum
Di fronte al
fallimento degli ultimi tentativi di negoziato, diventa necessario fissare
all'avversario un ultimo termine al di la' del quale saranno date disposizioni
di ricorrere all'azione diretta. L'ultimatum, che ricorda le ragioni e gli
obiettivi dei movimento, i tentativi precedenti di negoziare e i loro
fallimenti, puo' essere considerato come l'ultimo passo in vista di un accordo
negoziato. Effettivamente, la prova di forza incomincia con l'ultimatum. Questo
in effetti e' piu' un mezzo di costrizione che un mezzo di persuasione. E'
d'altronde verosimile che l'avversario si rifiuti di cedere di fronte a cio'
che bisogna pur chiamare una minaccia e che egli considerera' un
"inammissibile ricatto". Egli rifiutera' l'ultimatum sostenendo di
non temere la prova di forza. Inoltre, l'ultimatum e' un appello all'opinione
pubblica per invitarla a mobilitarsi in vista dell'azione. Conviene percio'
rendere pubblico il testo dell'ultimatum e, a questo scopo, farlo pervenire
alla stampa, ai movimenti e alle personalita' suscettibili di solidarizzare con
quelli che sono decisi ad agire.
Nel racconto
della lotta condotta nel Sudafrica, Gandhi spiega a lungo in quali condizioni,
nel 1908, egli spedi' un ultimatum al generale Smuts. L'azione che stava
conducendo allora era diretta contro l'Atto asiatico, detto anche l'"Atto
Nero", che rendeva obbligatorio a tutti gli indiani di iscriversi nei
registri del governo. Questa legge stabiliva che "quasi in ogni momento o
luogo, gli indiani potevano essere invitati ad esibire il certificato di
registrazione; gli esperti di polizia potevano entrare nelle case degli Indiani
per esaminare i permessi". Gandhi giudico' questa legge contraria alla
dignita' degli indiani e invito' i suoi compatrioti a combatterla fino a che
non fosse abolita. Dopo una prima prova di forza, durante la quale gli indiani
si erano rifiutati di farsi registrare, Gandhi accetto' il compromesso un po'
paradossale propostogli dal generale Smuts a nome del governo. Questo
permetteva di abolire l'Atto asiatico se gli indiani si fossero impegnati a
iscriversi volontariamente. Gandhi ci tenne a iscriversi per primo e chiese ai
suoi compatrioti di fare altrettanto in conformita' agli impegni presi. Gandhi
aveva pero' commesso l'errore di accettare un accordo sospendendo l'azione
diretta davanti ad una semplice promessa: infatti il generale Smuts non
mantenne il suo impegno e rifiuto' ostinatamente di abolire l'"Atto
Nero". A quel punto Gandhi si trovo' costretto a riprendere l'offensiva
rilanciando l'azione diretta. Egli si decise allora a spedire un ultimatum al
generale Smuts. "Infine - riferisce nel suo racconto - fu spedito un
ultimatum al governo. Non adoperammo la parola "ultimatum", ma fu
cosi' che il generale Smuts chiamo' la lettera che gli spedimmo in cui veniva
espressa la determinazione della comunita'". Il testo dell'ultimatum
ricordava l'accordo raggiunto precedentemente e precisava: "La comunita'
ha spedito numerosi comunicati al generale Smuts e preso tutte le iniziative
legali possibili per ottenere giustizia, ma esse finora non hanno portato ad
alcun risultato. Siamo spiacenti di dover affermare che se l'Atto asiatico non
verra' abolito in conformita' all'accordo, e se la decisione del governo a
riguardo non sara' comunicata agli indiani entro una data stabilita (la data fu
fissata per il 16 agosto), i certificati ritirati dagli indiani verranno bruciati
e gli stessi ne sopporteranno le conseguenze umilmente ma con fierezza".
Gandhi e i
suoi esitarono molto prima di spedire questo ultimatum: "Ci furono molte
discussioni - egli racconta - quando fu spedito l'ultimatum. La richiesta di
una risposta entro un termine stabilito non sarebbe stata considerata
insolente? Non avrebbero avuto l'effetto di irrigidire il governo e di portarlo
a respingere i nostri termini che altrimenti avrebbe potuto accettare?".
Ma alla fine tutti gli indiani della comunita' africana decisero di spedire
l'ultimatum: "Dovemmo - continua Gandhi - correre il rischio di essere
accusati di mancanza di cortesia, e pure quello di vedere il governo rifiutare,
per risentimento, cio' che altrimenti avrebbe potuto accordare. (...) Dovemmo adottare
un atteggiamento diretto senza esitazione. (...) Il linguaggio dell'ultimatum
si inseriva in una progressione naturale e appropriata".
Per il
giorno in cui doveva scadere l'ultimatum, Gandhi organizzo' una manifestazione
per bruciare i certificati nel caso in cui il governo si fosse ostinato a
rinnegare l'impegno che aveva assunto. Smuts respinse l'ultimatum con
disprezzo: "Quelli - egli disse allora - che hanno rivolto una simile
minaccia al governo non si rendono conto della sua potenza. Mi dispiace che
qualche agitatore stia tentando di eccitare dei poveri indiani, che si
troveranno sul lastrico se soccomberanno ai loro incitamenti". Quando la
manifestazione stava per incominciare, Gandhi ricevette un telegramma nel quale
era detto che "il governo si doleva della decisione della comunita'
indiana, ma non poteva cambiare la propria linea di condotta". La
manifestazione incomincio' e Gandhi insistette sulle gravi conseguenze che
potevano derivare dal fatto di bruciare il proprio certificato e chiese ai
presenti di calcolare i rischi che stavano per assumersi. Ma i partecipanti
furono unanimi nel decidere di passare ai fatti e piu' di duemila certificati
furono bruciati. Infine, dopo molte altre peripezie, l'"Atto Nero"
venne annullato.
(Parte prima
- continua)
3.
RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL MEGA-AEROPORTO DI
VITERBO E S'IMPEGNA PER
Per
informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute,
dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail:
info@coipiediperterra.org , sito: www.coipiediperterra.org
Per
contattare direttamente la portavoce del comitato,
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questo notiziario: nbawac@tin.it
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COI PIEDI
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Direttore
responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel.
0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 261
del 13 giugno 2010
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