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COI PIEDI
PER TERRA
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Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 260
del 12 giugno 2010
In questo
numero:
1. Giuseppe
Fava: i quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa
2. Per
contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna
per la riduzione del trasporto aereo
1. MEMORIA.
GIUSEPPE FAVA: I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE MAFIOSA
[Quello che
qui si ripubblica ancora una volta e' un indimenticabile articolo che ha il
valore di un documento storico del grande giornalista e scrittore catanese
Giuseppe Fava, I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa, pubblicato
originariamente nella rivista "I Siciliani", n. 1, nel gennaio 1983.
Un anno dopo Giuseppe Fava fu assassinato dalla mafia. E', a nostro avviso, un
testo di importanza fondamentale. E per molti motivi. E certo non e' casuale
che esso col titolo "La ballata dei cavalieri" costituisca il
capitolo finale e culminante dell'ultimo grande libro di Fava: Mafia. Da Giuliano
a Dalla Chiesa, una sorta di vero e proprio testamento politico e morale che
Fava lascia al movimento antimafia, e a tutte le donne e gli uomini di volonta'
buona.
Giuseppe
Fava e' nato a Palazzolo Acreide (Siracusa) il 15 settembre 1925. Laureato in
giurisprudenza nel 1947, giornalista professionista dal 1952, redattore e
inviato speciale nei settori di attualita' e di cinema per riviste come
"Tempo illustrato" e "La domenica del Corriere",
corrispondente di "Tuttosport", variamente collaboro' a "La
Sicilia", dal 1956 al 1980 capocronista del quotidiano "Espresso
sera". Drammaturgo, romanziere, autore di libri-inchiesta; nel 1975
ottiene grande successo il suo romanzo Gente di rispetto; nel 1977 pubblica un
altro grande romanzo: Prima che vi uccidano. Nel 1983 pubblica L'ultima
violenza, da molti considerato il suo capolavoro drammaturgico. Nei primi anni
'80 si consuma l'esperienza di direzione del quotidiano catanese "Giornale
del Sud", due anni di limpide battaglie civili, antimafia e pacifiste, ed
una rottura conclusiva di testimonianza esemplare. Nel gennaio del 1983 esce il
primo numero del mensile "I Siciliani" che Fava fonda con un gruppo
di giovani: sara' una delle esperienze decisive per il movimento antimafia che
si sta formando in Italia, e resta un punto di riferimento fondamentale. Il 5
gennaio 1984 Pippo Fava e' assassinato dalla mafia a Catania. Opere di Giuseppe
Fava: I. Opere letterarie e teatrali di Fava pubblicate in volume: Pagine,
Ites, Catania 1969; Gente di rispetto, Bompiani, Milano 1975; Prima che vi
uccidano, Bompiani, Milano 1977; Passione di Michele, Cappelli, Firenze 1980;
Teatro, Tringale, Catania 1988; II. Libri-inchiesta: Processo alla Sicilia,
Ites, Catania 1967; I Siciliani, Cappelli, Firenze 1980; Mafia. Da Giuliano a
Dalla Chiesa, Siciliani Editori - Editori Riuniti, Roma 1983; III. Opere
teatrali di Giuseppe Fava messe in scena: Vortice - Le vie della gloria,
Palazzolo Acreide 1947; La qualcosa, Catania 1960; Cronaca di un uomo, Catania
1967; La violenza, Catania 1970; Il proboviro, Catania 1972; Bello bellissimo,
Catania 1974; Opera buffa, Taormina 1977; Delirio, Catania 1979; Foemina
ridens, Catania 1981; Ultima violenza, Catania 1983; Maffia - Parole e suoni,
Catania 1984; Sinfonie d'amore, Catania 1987; IV. Opere teatrali di Giuseppe
Fava mai rappresentate: La rivoluzione; America America; Dialoghi futuri
imminenti; Il Vangelo secondo Giuda; Paradigma; L'uomo del Nord (incompiuta).
[Questa nota e' ripresa dal libro di Rosalba Cannavo', di seguito segnalato].
Opere su Giuseppe Fava: Claudio Fava, La mafia comanda a Catania, Laterza,
Roma-Bari 1991; Idem, Nel nome del padre, Baldini & Castoldi, Milano 1996;
Nando dalla Chiesa, Storie, Einaudi, Torino 1990 (e particolarmente il capitolo
primo, "I carusi di Fava"); Riccardo Orioles, L'esperienza de "I
Siciliani", in Umberto Santino (a cura di), L'antimafia difficile, Centro
siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1989; Rosalba Cannavo',
Pippo Fava. Cronaca di un uomo libero, Cuecm, Catania 1990]
Per parlare
dei cavalieri di Catania e capire cosa essi effettivamente siano, protagonisti,
comparse o semplicemente innocui e spaventati spettatori della grande tragedia
mafiosa che sta facendo vacillare la nazione, bisogna prima avere perfettamente
chiara la struttura della mafia negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli
uccisori, i pensatori, i politici. E per meglio intendere tutto bisogna prima
capire e identificare le prede della mafia nel nostro tempo. Una breve storia,
terribile e pero' mai annoiante, poiche' continuamente vedremo balzare innanzi,
come su un'immensa ribalta, tutti i personaggi. Ognuno a recitare se stesso
(Pirandello e' qui di casa) nel gioco delle parti.
Negli anni
ottanta le prede della mafia si dividono in due categorie perfettamente
separate che trovano punti di contatto soltanto in alcune fatali complicita'
organizzative. L'una categoria raggruppa tutte le tradizionali vocazioni
criminali volte al taglieggiamento dell'economia, i cosiddetti
"racket", che controllano quasi tutte le attivita' economiche di una
grande citta': i mercati generali; le concessionarie di prodotti industriali,
auto, elettrodomestici, televisori; negozi, teatri, alberghi, night; e su ogni
attivita' impongono una taglia, una specie di tassa che l'operatore economico
e' costretto a pagare se non vuole correre il rischio di vede bruciare la
propria azienda, o vedersi sciancato da alcune revolverate. In taluni casi
d'essere ucciso.
Si tratta di
un giro di centinaia o migliaia di miliardi, pero' frantumati e dispersi in
un'infinita' di rivoli e canali. Un apparato mafioso che lentamente,
inesorabilmente ha risalito la penisola inquinando anche le grandi citta' del
nord, oramai da anni anch'esse violentate da sparatorie, stragi, violenze dalle
quali emergono sempre volti e nomi di criminali emigrati dalla Sicilia, da
Napoli, dalla Calabria. E' la mafia cosiddetta dei manovali, senza vertici,
continuamente sconvolta da una battaglia interna per il predominio in un
quartiere o un settore.
Basta che un
racket tenti di invadere il territorio di un altro, o cerchi di imporre
estorsioni in un diverso settore economico, e lo scontro e' fatale. Sempre
mortale. Dura sei mesi, un anno, una fiamma di odio che insanguina un
quartiere, a volte percorre anche il territorio della nazione da una grande
citta' all'altra, Catania, Napoli, Milano, Torino, laddove i rackets in lotta
cercano disperatamente alleanze e armi, spesso tra consanguinei, amici,
parenti, fratelli. Una caratteristica di questa mafia e' infatti la presenza
costante della famiglia, cioe' del rapporto di parentela fra molti membri dello
stesso clan. Un giudice milanese ebbe a dire, forse senza nemmeno voler essere
cinico: "Una buona famiglia meridionale all'antica, in cui sono ancora
molto forti i sentimenti tradizionali della famiglia, puo' costruire un racket
mafioso di tutto rispetto. E' piu' temuta!". Questo spiega anche talune
agghiaccianti efferatezze dello scontro, vittime legate piedi e collo con un
filo elettrico in modo che lo sventurato lentamente si autostrangoli, organi
genitali resecati e infilati in bocca, teste mozzate e depositate dinnanzi
all'uscio di casa. Una crudelta' che scaturisce dall'odio definitivo di chi ha
visto cadere per mano avversa il padre, il figlio, il fratello. Lo scontro non
ha possibilita' di pace, di armistizio, nemmeno di compromesso e spesso dura
mortalmente fino al fatale annientamento del clan avverso, dovunque abbia
trovato scampo lo sconfitto o il superstite. La vendetta lo perseguitera' fino
nella piu' profonda cella di carcere.
E' la mafia
che miete la quasi totalita' delle vittime, centinaia, forse migliaia ogni anno
in tutte le citta' della Sicilia e dell'Italia. Quasi tutte le vittime sono
anch'esse creature criminali, o loro complici, talvolta anche avvocati, medici,
funzionari, insospettabili burocrati o professionisti che in un modo o
nell'altro si sono lasciati adescare e sottomettere da un racket mafioso. Al
momento in cui quel racket entra in guerra cadono anche le loro teste. E' una
malia che sembra animata da una tragica vocazione al suicidio e tuttavia
continuamente si rinnova, una specie di fetida tenia oramai intanato nel ventre
della nazione, dove si ingrassa, ininterrottamente divora se stesso e ricresce.
Sociologicamente sarebbe forse piu' esatto definirlo gangsterismo ma, come ora
vedremo, esso e' pero', mortalmente, indissolubilmente legato, proprio in un
rapporto fra manovalanza e ingegneria, al grande fenomeno mafioso.
E qui c'e'
il salto di qualita', diremmo di cultura criminale, fra le prede mafiose
tradizionali di base, mercati, estorsioni, sequestri di persona e le nuove
grandi prede che caratterizzano gli anni ottanta ed hanno fatto della mafia una
autentica tragedia politica nazionale. Esse sono essenzialmente due: il denaro
pubblico e
*
La droga
anzitutto. Essa costituisce uno degli affari mondiali, come il petrolio o il
mercato delle armi. La valutazione globale degli interessi che la droga
coinvolge si puo' fare solo nell'ordine di decine di migliaia di miliardi. La
contaminazione del vizio oramai e' intercontinentale, dall'Asia all'Africa,
all'Europa, alle due Americhe. I guadagni sono incalcolabili. Si calcola che ci
siano al mondo circa cento milioni di persone, molte oramai tossicodipendenti,
che fanno quotidianamente uso della droga, spendendo ciascuna in media (ma la
valutazione forse e' troppo esigua) circa diecimila lire al giorno. Sono mille
miliardi. Quasi quattrocentomila miliardi l'anno. Una cifra che fa paura. Molto
piu' alta del bilancio di una grande nazione industriale. I guadagni sono
anch'essi incalcolabili. Secondo gli studi attuali un quantitativo di cocaina,
acquistata alle fonti di produzione per poco piu' di un milione, dopo la
raffinazione puo' valere sul mercato da due a tre miliardi, secondo la purezza
del prodotto.
E non basta
la semplice e pur stupefacente valutazione economica per capire appieno la
imponenza del fenomeno-droga su scala mondiale, un evento quotidiano che
minaccia di deformare la societa' contemporanea. Ogni anno centomila esseri
umani, per lo piu' giovani o addirittura adolescenti e ragazzi, muoiono per
causa della droga; almeno nove o dieci milioni diventano irrecuperabili alla
vita sociale, sia per la loro definitiva incapacita' intellettuale o
inettitudine fisica al lavoro, sia per la loro costante pericolosita', cioe' la
disponibilita' a qualsiasi proposta criminale. Milioni di famiglie vengono
praticamente distrutte poiche' quasi sempre, accanto alla pietosa tragedia del
ragazzo drogato, c'e' la infelicita' di un intero gruppo umano, i genitori, i
fratelli, la moglie, per i quali il recupero - spesso impossibile - del
congiunto diventa una costante di dolore e disperazione.
La droga ha
ammorbato oramai anche alcune istituzioni fondamentali della nostra societa',
la scuola, lo sport, le carceri, gli ospedali, che si stanno trasformando in
luogo di autentico contagio. Punti fermi della grande struttura civile
collettiva vengono cosi' destabilizzati, ed e' tutta la struttura che comincia
a vacillare. La stessa lotta quotidiana a livello internazionale contro la
droga, esige un prezzo che diventa sempre piu' insostenibile; migliaia di
giornate lavorative perdute, migliaia di uomini, magistrati, studiosi,
poliziotti, medici, mobilitati costantemente per arginare l'avanzata della
droga; migliaia di miliardi spesi, talvolta sperperati, per tenere in vita
ospedali, centri di emergenza, istituti e cliniche di recupero umano e sociale.
E su tutto questo oceano, sporco e insanguinato di denaro, che scorre
ininterrottamente da un continente all'altro, l'ombra invulnerabile della
mafia.
Da dieci
anni la mafia tiene nel pugno l'immenso affare. Dapprima nelle grandi capitali
del mercato, che erano soprattutto Beirut, Il Cairo, Istambul, la grande plaga
del Medioriente, Marsiglia, New York, e ora definitivamente anche in Sicilia.
L'isola e' nel cuore del Mediterraneo e quindi passaggio obbligato per il
cinquanta per cento dei traffici dall'area afroasiatica verso le grandi nazioni
dell'occidente. Per qualche tempo in Sicilia la mafia si e' limitata a
controllare questo passaggio, garantendo punti di approdo e reimbarco,
sicurezza e rapidita' in qualsiasi operazione ed esigendo in cambio una
tangente. La Fiat fabbrica automobili e le affida ai concessionari: ebbene la
mafia pretende una tangente dai concessionari perche' possano svolgere il
lavoro senza rischi, ma la mafia non si sogna di sostituirsi alla Fiat per
fabbricare automobili. Per anni, incredibilmente, la mafia si comporto' allo
stesso modo per
Migliaia,
decine di migliaia di miliardi, una montagna, un fiume travolgente, una
tempesta, un mare di denaro che arriva da tutte le parti, che si rinnova e
cresce continuamente. Via via perfezionandosi negli anni, mettendo radici
sempre piu' profonde, integrando gradualmente e infine totalmente anche camorra
napoletana e 'ndrangheta calabrese, coinvolgendo definitivamente una massa di
uomini sempre piu' vasta, la mafia ha creato una struttura criminale che, per
le sue proporzioni e per il suo distacco da quella che e' la logica comune,
appare quasi un congegno di fantascienza. In verita' molte componenti di questa
struttura si sono determinate quasi per forza di cose, per la concatenazione
fatale di un gioco d'interessi, ma c'e' voluta indubbiamente una grande
capacita' di fantasia per intuire questa forza delle cose e questa
concatenazione d'interessi e costruirle insieme in un perfetto mosaico. Va
detto che la mafia del nostro tempo ha genio. Anche il demonio ha genio.
Negarlo sarebbe diminuire il merito di Domineddio.
Questa
struttura ha tre livelli, indipendenti, talvolta quasi sconosciuti l'uno
all'altro, eppure completamente fusi in un identico fenomeno. Cominciamo dal
basso. Il livello piu' propriamente criminale: gli specialisti dell'assassinio.
Centinaia di
migliaia di miliardi abbiamo detto. Per gestire valori economici cosi'
imponenti, legati all'impunita' della produzione e del traffico di migliaia di
tonnellate di droga e' indispensabile un controllo costante e totale del
territorio di traffico. Non ci deve essere un ostacolo, un rischio, una
trappola. E' necessaria quindi una folla di complicita' dovunque, in ogni settore
della societa', criminali comuni, impiegati del fisco, piccoli armatori
marittimi, dipendenti delle linee aeree, funzionari dello stato, probabilmente
anche funzionari di polizia, magistrati, ufficiali di finanza, amministratori
di enti locali, sindaci, assessori. Tutti costoro stanno al livello che abbiamo
detto della manovalanza criminale, ognuno pagato e ricattato per suo conto,
all'interno di un gruppo che garantisce il dominio di un piccolo territorio o
quartiere della citta'.
Solo alcuni
di loro gestiscono la droga, ognuno pero' con piccoli compiti, avvolti,
protetti, nascosti dal clan, ed ogni clan a sua volta con la funzione soltanto
di garantire il territorio. Ogni tanto taluno di questi gruppo si scontra con
un altro per il predominio su un territorio e allora accade l'ecatombe, trenta,
quaranta assassinii finche' un gruppo viene sterminato e la supremazia
criminale affermata. La strage terrificante fra i clan catanesi dei Santapaola
e dei Ferlito, conclusa con l'assassinio di Alfio Ferlito, assieme ai tre
carabinieri che lo accompagnavano nel trasferimento dal carcere di Enna a
quello di Trapani, rappresenta una delle battaglie piu' feroci per aggiudicarsi
la supremazia in una grande area metropolitana. Gli spettacolari assassinii di
Stefano Bontade e Gaetano Inzerillo a Palermo, epilogo spettacolare di una
catena di cinquanta omicidi, sono stati un altro momento di questa lotta che ha
visto la sanguinosa vittoria del clan dei Greco e dei Marchese. Ma anche i
vincenti, i padroni del clan, sono poco piu' di subappaltatori dell'immenso
palinsesto mafioso: governano l'impresa criminale su una zona, conoscono alcune
segrete strade della corruzione, sono ammessi in alcune anticamere del potere.
La loro autentica forza e' la capacita' di uccidere, disporre di trenta,
quaranta individui che sanno maneggiare tutte le armi piu' micidiali e
all'occorrenza poter contare sulla loro devozione e infallibilita'. Capimastri,
non di piu'! Governano la loro parte di cantiere ma non sono mai entrati nella
stanza dei progetti.
Molto piu'
in alto dei cosiddetti uccisori c'e' il livello dei pensatori, con la
lontananza, il distacco di autorita' che puo' esserci tra una fanteria alla
quale e' affidato soltanto il compito di conquistare, uccidere, presidiare,
morire, e le stanze imperscrutabili dello Stato maggiore dove si elabora la
grande strategia mafiosa. Scopo unico e massimo di questa strategia e' la
riciclazione del denaro continuamente prodotto dall'operazione droga, cioe' la
fase ultima e piu' delicata, quella appunto che esige una autentica capacita'
tecnica e finanziaria. Si tratta infatti di centinaia e migliaia di miliardi
che, per essere immessi nel mercato economico e diventare usufruibili, debbono
passare attraverso una serie di operazioni legali che li assorbano e
magicamente li riproducano come ricchezza. Ci vuole talento, ci vuole fantasia,
competenza tecnica. Non a caso abbiamo parlato di un salto nella cultura
mafiosa.
*
Gli
strumenti essenziali sono due: le banche e le grandi imprese economiche. Anzitutto
le banche: ricevono il denaro, lo fanno proprio, lo celano, lo amministrano,
conservano, proteggono, reimpiegano (cento miliardi provenienti dalla droga,
alle cui spalle sono decine di persone miseramente morte o uccise, e migliaia
di infelicita' umane, possono essere impiegati per la costruzione di un
grattacielo, un ponte, una diga, un'autostrada). Le banche gestite e
controllate dallo stato difficilmente potrebbero (ma non e' detto che non
possano) poiche' c'e' sempre il rischio di un funzionario di vertice che
indaga, spia, riferisce, protesta, accusa. Le banche private. Talune banche
private ovviamente. Non a caso Sindona aveva la vocazione di creare banche, ne
aveva l'estro,
Per
decifrare perfettamente la tragedia mafiosa sarebbe interessante sapere appunto
quante banche e quali banche con il suo vertiginoso talento, per cui riusciva a
sconvolgere persino gli alti burocrati della Banca d'Italia, Michele Sindona,
piccolo ragioniere di provincia, riusci' in meno di quindici anni a creare in
tutta Italia e soprattutto in Sicilia. Banche che fiorivano, si moltiplicavano,
esplodevano letteralmente nelle grandi citta' e nei centri di periferia dove
per gestire gli affari economici, i micragnosi affari della piccola borghesia
commerciale e agricola sarebbe stata gia' d'avanzo un'agenzia del Banco di
Sicilia. Banche invece che spalancavano di colpo i battenti: "Eccomi qua,
io sono la nuova banca! A disposizione!", tutto l'apparato gia' pronto,
direttori, impiegati, casseforti, banchi di metallo, sistemi elettronici,
computerizzazione, vetri antiproiettile, uscieri, gorilla con la divisa di
sceriffo e
Quante di
queste banche furono inventate da Sindona, con i capitali di Sindona e che
Sindona riceveva da imperscrutabili fonti? Un incauto giudice milanese dette
incarico a un famoso commercialista, l'avvocato Ambrosoli, di venire a Palermo
per indagare, capire. Era un professionista principe ma molto ingenuo.
Praticamente lo condannarono a morte. Prima ancora che potesse venire in
Sicilia gli fecero
In verita'
c'era stato un primo lontanissimo botto che avrebbe dovuto far trasalire la
nazione e invece parve soprattutto una cosa da ridere: quando un cocciuto
magistrato palermitano scopri' che il senatore democristiano Verzotto, per anni
segretario regionale del partito e presidente dell'Ente minerario siciliano
aveva versato centinaia di milioni di fondi neri e diversi miliardi dello
stesso ente minerario presso la filiale di una delle banche di Sindona e ne
percepiva clandestinamente gli interessi. Che la vicenda avesse indotto piu'
all'ironia che allo spavento, dipese probabilmente dalla sagoma del
protagonista, il nominato senatore Verzotto. Alto, imponente, ridente, capelli
grigi, taglio impeccabile del vestito, grande sigaro in bocca, cappotto di pelo
di cammello svolazzante sulle spalle, sembrava anche visivamente il personaggio
perfetto per una pochade politica piu' che per una tragedia mafiosa. Invece fin
d'allora si sarebbe dovuto intuire da quali altre e ben piu' profonde oscurita'
arrivavano i capitali per le banche di Sindona e dei suoi alleati, e come esse
servissero soprattutto alla riciclazione di una massa enorme di denaro che non
si sarebbe potuta altrimenti impiegare. Lo spiraglio aperto da un giudice
coraggioso e tenace avrebbe dovuto spalancare la strada, invece esso venne
precipitosamente sbarrato. Incredibilmente nemmeno ai vertici della banca di
stato, che dovrebbe controllare tutto il movimento del denaro sul territorio
nazionale, valutandone origini e destinazione, venne presa alcuna iniziativa
sulle banche che stavano proliferando nel sud. Nemmeno il governo del tempo ed
i ministri finanziari batterono ciglio. Tutti arretrarono di qualche passo per
prendere le distanze, a spintoni e calci venne fatto avanzare il solo
tuonitonante Verzotto, il quale infatti rimase solo alla ribalta, perche'
l'opinione pubblica potesse farci in conclusione una bella risata di scherno.
Verzotto
veniva dalla scuola di Enrico Mattei, il piu' sottile cervello politico
italiano del dopoguerra, ma non gli rassomigliava in niente; quanto quello era
ansimante, frettoloso, sciatto, ruvido ma geniale, tanto Verzotto era invece
calmo, opimo, quasi regale, elegante, cortese e, probabilmente, anche un po'
minchione. Per la magniloquenza del suo tratto era uno di quei personaggi
capaci di procurare grandi catastrofi con perfetta noncuranza e senza
probabilmente rendersene conto. Tuttavia dal suo esilio di Beirut, dove ebbe
l'agilita' di scappare una settimana prima dell'ordine di cattura, disse una
cosa significativa: "Come potete pensare che io vada a sporcarmi le mani
per un semplice affare di poche centinaia di milioni di interessi, quando in
una banca si possono manovrare invece interessi per centinaia di
miliardi!". Tutti pensarono alla malinconica battuta di uno sconfitto. Del
senatore Verzotto si sono perdute le tracce.
Anzitutto
banche, dunque! Talune banche, naturalmente. Che noi non conosciamo e che pero'
il potere politico e i vertici finanziari dello stato dovrebbero ben conoscere.
Ma le banche possono ricevere il denaro nero, sotterrarlo nei propri forzieri,
nasconderlo, mimetizzarlo, far perdere le tracce della sua provenienza, cioe'
reinvestirlo e cosi' purificarlo, ma non possono certo condurre in proprio le
operazioni tecniche di investimento. Qualcuno deve farlo. Accanto alle banche
ecco dunque le grandi imprese industriali e commerciali che, opportunamente,
saggiamente, prudentemente, garbatamente, silenziosamente amabilmente
finanziate, possono riuscire ad impiegare quei capitali, trasformandoli in
opere di sicuro valore economico. E non e' detto che non siano opere di
mirabile importanza e perfezione civile: un moderno ospedale, un carcere modello,
una citta'-giardino, un complesso sportivo, persino una nuova chiesa.
*
E qui sul
palcoscenico avanzano, quasi a passo di danza, i quattro cavalieri catanesi.
Dopo quello che e' accaduto, vien facile perfino la citazione: "I quattro
cavalieri dell'Apocalisse". L'Italia e' uno strano paese in cui si
sperimentano bizzarre onorificenze, per le quali cavaliere del lavoro invece di
essere un bracciante, anche analfabeta, che per trent'anni si e' spaccata la
vita in una miniera tedesca pur di riuscire a costruirsi una casa a Palma di
Montechiaro, e' invece un appaltatore che riesce a trovare fantasia e modo di
moltiplicare la sua ricchezza. Tutto questo in un paese dove la gestione e la
moltiplicazione della ricchezza, la grande fortuna economica o finanziaria, per
struttura stessa della societa' politica, deve fatalmente passare attraverso un
compromesso costante con il potere, con i partiti che sostanzialmente
amministrano la nazione, con gli uomini politici o gli altissimi burocrati ai
quali i partiti delegano praticamente tale funzione, lo spirito di nuove leggi
e decreti, la scelta delle opere pubbliche, l'assegnazione degli appalti. Chi
afferma il contrario e' candidamente fuori dal mondo oppure e' un amabile
imbecille.
A questo
punto della storia dunque avanzano sul palcoscenico i quattro cavalieri di
Catania, loro avanti di un passo e dietro una piccola folla di aspiranti
cavalieri di ogni provincia del Sud, affabulatori, consiglieri, soci in affari,
subappaltatori. Chi sono i quattro cavalieri di Catania? E' una domanda
importante ed anche spettacolare poiche' i quattro personaggi sembrano
disegnati apposta per costituire spettacolo. Profondamente dissimili l'uno
dall'altro, nell'aspetto fisico e nel carattere. Costanzo massiccio e
sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e improvvisamente collerico,
Finocchiaro soave, silenzioso e apparentemente timido, Graci piccolino e
indefettibilmente gentile con qualsiasi interlocutore, vestono pero' tutti alla
stessa maniera, almeno nelle apparizioni ufficiali, abito grigio o blu anni
cinquanta, cravatta, polsini, di quella eleganza senza moda proprio
dell'industriale self-made-man.
Tutti e
quattro hanno imprese, aziende, interessi in tutte le direzioni, industrie,
agricoltura, edilizia, costruzioni. Non si sa di loro chi sia il piu' ricco, a
giudicare dalle tasse che paga sarebbe Rendo, ma altri dicono sia invece
Costanzo, il piu' prepotente, l'unico che abbia osato pretendere e ottenere un
gigantesco appalto a Palermo; altri ancora indicano Graci, proprietario di una
banca che, per capitali, e' il terzo istituto della regione. La ricchezza di
Finocchiaro non e' valutabile. Molti ancora si chiedono: ma chi e' questo
Finocchiaro.
Costanzo
costruisce di tutto. Case popolari, palazzi, villaggi turistici (
Rendo ha
interessi piu' diversificati, diremmo piu' moderni, almeno culturalmente la sua
azienda sembra un gradino piu' in alto. Anche lui costruisce case, palazzi,
ponti, autostrade, dighe, ma possiede anche aziende agricole modello che
guardano con estrema attenzione agli sviluppi del mercato europeo e alle ultime
innovazioni tecniche. Ha un suo piccolo fiore all'occhiello, una fondazione
culturale che destina fondi alla ricerca scientifica a livello universitario.
Quanto meno ha capito che i soldi non possono servire soltanto a produrre altri
soldi. La sede della holding e' il ritratto stesso dell'azienda, una serie di palazzi
di acciaio, alluminio e metallo, l'uno legato all'altro, sulla cima di una
collina alle spalle di Catania, una immensa sagoma grigia e azzurra, come tre
palazzi della RAI di via Mazzini, incastrati insieme, e circondati da un
immenso giardino al quale si accede soltanto per un ingresso sorvegliato da
uomini armati. Sembra il passaggio di un confine. Anche Rendo naturalmente ha
la sua televisione privata con la quale garbatamente interviene nella
informazione della pubblica opinione. Ricordiamoci che Andropov, l'uomo nuovo
del Cremlino successore di Breznev, e' riuscito ad arrivare al vertice
dell'impero sovietico poiche' mentre era a capo dei servizi segreti invento'
l'ufficio della disinformazione, specializzato nel confondere
L'impero di
Graci non ha sede. Cuore e cervello motore di tutte le iniziative e'
probabilmente la Banca agricola etnea, di sua proprieta'. Per il resto Graci e'
pressoche' invisibile. Amico di Gullotti e di Lauricella, vive gran parte del
suo tempo a Roma, dove studia, coordina, dirige. Fra tutti e' quello che ha la
piu' vasta copia di interessi, cantieri di costruzione in ogni parte dell'isola
e dell'Italia, aziende agricole, villaggi turistici, immense estensioni di
terra dappertutto. Negli ultimi tempi la sua predilezione sono i grandi
alberghi di fama internazionale: il suo piu' recente acquisto l'hotel Timeo,
sulla collina di Taormina, a ridosso del Teatro Greco, uno degli alberghi piu'
belli del Mediterraneo, arredato in stile inglese primo novecento. Pare abbia
acquistato dal duca di Misterbianco (sembra una storia del Gattopardo,
raccontata cento anni dopo) il famoso lido dei Ciclopi, il piu' prezioso
giardino equatoriale, ricco di piante esotiche che non hanno eguali in Europa e
che per quarant'anni nessuno ha osato sottrarre alla sua destinazione balneare.
Di tutti i cavalieri del lavoro Graci, che fino a qualche anno fa era
sconosciuto a Catania, e il piu' riservato, raramente compare in prima persona.
Possiede anche lui la maggioranza azionaria di un'emittente privata e di un
giornale quotidiano, ma il suo nome non figura nei rispettivi consigli di
amministrazione. Narrano anche della sua generosita'. Ogni tanto organizza per
i suoi amici mitiche partite di caccia in uno dei suoi feudi siciliani!
Possiede anche una favolosa cantina di vini pregiati ai quali sono ammessi
soltanto gli amici di vertice.
Finocchiaro
sembra il cavaliere meno forte. L'ultimo arrivato dei quattro al rango di
massima potenza. Costruisce soltanto, e quasi sempre solo palazzi. Ha pero' una
sua regola: efficiente, preciso, puntuale, rapido, i suoi appalti sono stati
sempre terminati a tempo di record. In meno di due anni ha costruito il nuovo
palazzo della Posta ferroviaria, un gigantesco edificio moderno sul lungomare
di Catania, accanto alla stazione, e
Questi,
almeno dal punto di vista dello spettacolo, i quattro cavalieri di Catania. Ma
chi sono in verita'? Perseguiti dalla magistratura con mandati di cattura e
ordini di comparizione, alcuni sospettati di gigantesche frodi fiscali e
addirittura di associazione a delinquere, assediati dalla guardia di finanza
che sta frugando in tutti i loro conti, rifiutati dalla pubblica opinione,
soprattutto dai piu' poveri e sfortunati i quali non riescono mai ad amare le
fortune troppo rapide e sprezzanti, ed al momento in cui le vedono crollare
hanno un momento di trasalimento di felicita' e un grido: "Lo
sapevo!", i quattro cavalieri sono nell'occhio del ciclone, in mezzo al
quale sta immobile e sanguinoso l'assassinio del prefetto Dalla Chiesa, la piu'
feroce e tragica sfida portata dalla mafia all'intera nazione.
Chi sono
dunque i quattro cavalieri? Quale il loro ruolo in questo autentico tempo di
apocalisse? Gia' il fatto che questi quattro personaggi si siano riuniti
insieme per discutere e decidere il destino futuro dell'imprenditoria e quindi
praticamente dell'economia di mezza Sicilia e stiano li' segretamente, due piu'
due quattro, seduti l'uno in faccia all'altro, a valutare, soppesare, scartare,
annettere, distribuire, in una sala che e' facile immaginare di gelido vetro e
metallo, inaccessibile a tutti, nel cuore segreto dell'impero Rendo, con decine
di uomini armati dislocati ad ogni ingresso del palazzo; e che al termine del
convegno uno di loro, Costanzo, il piu' plateale, chiaramente tuttavia
portavoce di tutti e infatti mai smentito, dichiari spavaldamente al massimo
giornale italiano: "Abbiamo deciso di aggiudicarci tutte le operazioni e
gli appalti piu' importanti, quelli per decine o centinaia di miliardi,
lasciando agli altri solo i piccoli affari di due o tre miliardi, tanto perche'
possano campare anche loro!"; e che tutti e quattro siano giudiziariamente
accusati di evasioni per decine o forse centinaia di miliardi, tutto denaro
pubblico, quindi appartenente anche al maestro elementare, al piccolo
artigiano, al contadino, al manovale, all'impiegato di gruppo C, all'emigrante,
poveri innumerevoli italiani che sputano sangue per sopravvivere e spesso
maledettamente nemmeno ci riescono; e che taluni di loro siano stati amici del
bancarottiere Michele Sindona, o del boss Santapaola, ricercato per l'omicidio
di Dalla Chiesa, o del clan Ferlito il cui capo venne trucidato insieme a tre
poveri carabinieri di scorta: ebbene tutto questo non corrisponde all'immagine,
secondo costituzione, di cavalieri della repubblica.
Ma non e'
questo il punto. Il quesito e' un altro, ben piu' duro e drammatico: i quattro
cavalieri, o taluno di loro, e chi per loro, stanno in quel massimo e
misterioso livello che fa la storia della mafia? A questa domanda si possono
dare tre risposte secondo tre diverse prospettive: quello che appare, quello
che la gente pensa, e quello che probabilmente e' vero. Quello che appare e'
cio' che abbiamo descritto, cioe' di quattro potenti di colpo sospinti nel
cuore di una tempesta politica, inquisiti fiscalmente e giudiziariamente per
possibili e gravi delitti. Solo il magistrato potra' dire una verita' che puo'
essere tutto e il contrario di tutto.
Quello che
la gente pensa e' piu' brutale, e cioe' che i cavalieri di Catania, o taluno di
loro, partecipano alla grande impresa mafiosa e furono loro a impartire
l'ordine di uccidere Dalla Chiesa, appena il generale oso' chiedere allo stato
gli strumenti legali per rovistare nei loro imperi economici. Ma quello che
pensa la gente (e che anche tutti i grandi giornali, con perigliose acrobazie
di linguaggio hanno dovuto riferire) non puo' avere alcun valore giuridico e
nemmeno morale, poiche' puo' nascere da pensieri spesso mediocri, rancori
sociali, invidie umane. Non ci sono prove e quindi fino ad oggiAggiungi un
appuntamento per oggi non esiste!
Infine
quello che probabilmente e': cioe' di quattro personaggi i quali, con superiore
astuzia, temerarieta', saggezza, intraprendenza, hanno saputo perfettamente
capire i vuoti e i pieni della struttura sociale italiana del nostro tempo e
della classe politica che la governa, ed essere piu' rapidi e decisi nel trarne
i vantaggi. Enrico Mattei era maestro in questa arte. Anche Agnelli deve essere
piu' rapido e deciso dei concorrenti. Il rapporto con la mafia e' stato
agnostico: noi facciamo i nostri affari, voi fate i vostri! Noi vogliamo
costruire strade, palazzi, ponti, dighe, essere proprietari di banche e aziende
agricole, ottenere gli appalti delle opere pubbliche. Questo e' affar nostro.
Voi volete gestire la droga! Affar vostro! E pretendete anche i subappalti per
i lavori di scavo e trasporto! Che sia! Pero' non vogliamo bombe nei nostri
cantieri, nemmeno estorsioni, nemmeno che i nostri figli, parenti, fratelli,
amici, possano essere rapiti o sequestrati.
Se cosi' e',
tutto questo non e' morale, ma non e' nemmeno reato! E purtroppo non e' nemmeno
una vera risposta in un momento storico terribile in cui la tragedia mafiosa
non abbisogna di ipotesi ma di verita' definitive, anche se agghiaccianti.
Esiste infatti una realta' innegabile: perche' la mafia possa amministrare le
sue migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese private ed istituti
pubblici, uomini d'affari o di politica capaci di garantire l'impiego e la
purificazione di quell'ininterrotto fiume di denaro. La nazione ha finalmente
il diritto di identificarli! E la Sicilia il diritto di non essere data in
olocausto alla incapacita' dello stato (o peggio) di identificarli. Esiste
oltretutto una realta' che e' anche un fatto morale e politico di cui bisogna
onestamente parlare. Da decenni, forse da secoli, la societa' siciliana non ha
avuto una imprenditoria capace di esprimere le sue esigenze e metterle al passo
con la tecnica e
Improvvisamente,
nell'ultimo ventennio, sono emersi questi cavalieri del lavoro (non soltanto
questi quattro), rapaci, temerari, prepotenti, aggressivi, qualcuno anche
grossolano e ignorante, pero' dotati di fantasia, di straordinarie capacita'
industriali e tecniche, e di talento, precisione, velocita'. Hanno realizzato
opere pubbliche a tempo di record, hanno creato aziende e tecnici di altissima
specializzazione, incorporato in questa grande macchina di lavoro decine di
migliaia di altri siciliani, e la loro intraprendenza si spinge oramai su tutto
il territorio nazionale, in Europa, in Africa, nel Sud America. La loro
concorrenza e' spietata. Molte grandi aziende del nord non solo hanno perduto
il loro tradizionale feudo meridionale, ma si vedono insidiate nel loro stesso
territorio. Bene, la tragedia mafiosa certamente ha offerto la possibilita' di
una controffensiva su tutto il fronte, una specie di santa inquisizione. Il
tentativo di stabilire un rapporto di colonizzazione e' chiaro.
Allora a
questo punto il discorso e' gia' perfetto. Se tutti i cavalieri di Catania e di
Sicilia, tutta l'imprenditoria dell'isola fa parte della struttura mafiosa, che
la si sradichi e distrugga con tutti i mezzi della giustizia. Se solo alcuni di
loro sono dentro la mafia, allora bisogna colpire soltanto loro,
implacabilmente, eliminandoli dalla societa', e rilasciando cosi' agli altri,
ai superstiti, una possibilita' politica e morale di continuare l'opera di
evoluzione tecnica che per molti versi stava trasformando
*
Riguardiamola
questa struttura. In basso la sterminata folla di manovali che si contendono il
sottobosco del potere criminale, tutte le infinite cose dalle quali puo'
nascere ricchezza: i mercati, le concessioni, i subappalti, le estorsioni, una
moltitudine confusa e terribile che appesta e insanguina quasi tutte le
funzioni della societa' sottomettendo le province, le citta', i quartieri. Piu'
in alto, molto piu' in alto, i due livelli paralleli, i grandi, insospettabili
finanzieri e operatori che gestiscono migliaia di miliardi della droga; le
banche che ricevono, nascondono e riciclano quella massa infame e infinita di
denaro; le grandi holding siciliane, romane, milanesi, che assorbono quel
denaro e lo trasformano in ammirabili operazioni pubbliche e private. Manca
l'ultimo livello, il piu' alto di tutti, senza il quale gli altri non avrebbero
possibilita' di esistere. Il potere politico! Vi racconto una piccola atroce
storia per capire quale possa essere la posizione del potere politico dentro
una vicenda mafiosa, una storia vecchia di alcuni anni fa e che oggiAggiungi un
appuntamento per oggi non avrebbe senso e che tuttavia in un certo modo
interpreta tutt'oggiAggiungi un appuntamento per oggi il senso politico della
mafia. Nel paese di Camporeale, provincia di Palermo, nel cuore della Sicilia,
assediato da tutta la mafia della provincia palermitana c'e' un sindaco
democristiano, un democristiano onesto, di nome Pasquale Almerico, il quale
essendo anche segretario comunale della Dc, rifiuto' la tessera di iscrizione
al partito ad un patriarca mafioso, chiamato Vanni Sacco ed a tutti i suoi
amici, clienti, alleati e complici. Quattrocento persone. Quattrocento tessere.
Sarebbe stato un trionfo politico del partito, in una zona fin allora feudo di
liberali e monarchici, ma il sindaco Almerico sapeva che quei quattrocento
nuovi tesserati si sarebbero impadroniti della maggioranza ed avrebbero
saccheggiato il comune. Con un gesto di temeraria dignita' rifiuto' le tessere.
Respinti dal
sindaco, i mafiosi ripresentarono allora domanda alla segreteria provinciale
della Dc, retta in quel tempo dall'ancora giovanile Giovanni Gioia, il quale
impose al sindaco Almerico di accogliere quelle quattrocento richieste di
iscrizione, ma il sindaco Almerico, che era medico di paese, un galantuomo che
credeva nella Dc come ideale di governo politico, ed era infine anche un uomo
con i coglioni, rispose ancora di no. Allora i postulanti gli fecero
semplicemente sapere che se non avesse ceduto, lo avrebbero ucciso, e il
sindaco Almerico medico galantuomo, sempre convinto che la Dc fosse soprattutto
un ideale, rifiuto' ancora. La segreteria provinciale si incazzo', sospese dal
partito il sindaco Almerico e concesse quelle quattrocento tessere. Il sindaco
Pasquale Almerico comincio' a vivere in attesa della morte. Scrisse un
memoriale, indirizzato alla segreteria provinciale e nazionale del partito
denunciando quello che accadeva e indicando persino i nomi dei suoi probabili
assassini. E continuo' a vivere nell'attesa della morte. Solo, abbandonato da
tutti. Nessuno gli dette retta, lo ritennero un pazzo visionario che voleva
solo continuare a comandare da solo la citta' emarginando forze politiche nuove
e moderne. Talvolta lo accompagnavano per strada alcuni amici armati per
proteggerlo. Poi anche gli amici scomparvero. Una sera di ottobre mentre
Pasquale Almerico usciva dal municipio, si spensero tutte le luci di Camporeale
e da tre punti opposti della piazza si comincio' a sparare contro quella povera
ombra solitaria. Cinquantadue proiettili di mitra, due scariche di lupara. Il
sindaco Pasquale Almerico venne divelto, sfigurato, ucciso e i mafiosi
divennero i padroni di Camporeale. Pasquale Almerico, per anni, anche negli
ambienti ufficiali del partito venne considerato un pazzo alla memoria.
E' una
storia oramai lontana e dimenticata, nella quale erano in gioco soltanto
quattrocento voti di preferenza: una piccola storia pero' perfetta come un
teorema poiche' spiega come puo' il potere politico gestire la vicenda mafiosa
e starci da protagonista. E come ancora oggiAggiungi un appuntamento per oggi
negli anni '80, al vertice di ogni livello di mafia stia immobile e
inalterabile una parte del potere politico. Il potere politico che e'
misterioso sempre e mai perfettamente identificabile, spesso nemmeno
perseguibile dalla giustizia, che ha nelle mani tutti gli strumenti, positivi e
negativi della potenza: dovrebbe proteggere ecologicamente un territorio e
invece lo abbandona alla morte chimica o alla speculazione selvaggia; gia' da
dieci anni avrebbe dovuto abolire il segreto bancario e non lo ha mai fatto;
dovrebbe emarginare gli uomini corrotti, ignoranti, violenti e viceversa li
conduce talvolta in parlamento e gli affida uffici ministeriali onnipotenti;
dovrebbe garantire la regolarita' dei concorsi e invece assedia le commissioni
di esame con raccomandazioni e violenze morali; dovrebbe costruire una diga in
quella provincia e invece costruisce un villaggio turistico in un'altra;
dovrebbe smantellare determinati uffici di procura e invece li abbandona nelle
mani di giudici inerti, paurosi, o peggio. Il potere politico che nasconde,
protegge, mimetizza, informa, contratta, archivia. Il potere politico che
stabilisce la spesa di migliaia di miliardi per opere pubbliche, determina
l'ubicazione e consistenza delle opere, ne affida gli appalti. Il presidente
della regione Pier Santi Mattarella, anche lui democristiano onesto, venne
ucciso perche' aveva deciso di spendere onestamente i mille miliardi della
legge speciale per il risanamento di Palermo. Quasi certamente fra coloro che
assistettero commossi ai funerali, espressero sincere condoglianze, e baciarono
la mano alla vedova, c'erano i suoi assassini. Probabilmente gli stessi che
avevano seguito dolorosamente i funerali del vice questore Boris Giuliano, del
giudice istruttore Cesare Terranova, del procuratore della repubblica Gaetano
Costa, del segretario comunista Pio
*
Anche il
generale Dalla Chiesa aveva capito. Era uno sbirro nel senso eccellente della
parola. Non dimentichiamo che aveva presentato domanda di iscrizione alla P2.
La domanda non era stata accettata poiche' Gelli aveva fiutato l'infido e
cercato di prendere tempo. E lo stesso Dalla Chiesa ebbe poi a giustificarsi
affermando di aver compiuto quella oscura mossa personale per scoprire alcune
verita' politiche all'interno della loggiAggiungi un appuntamento per oggia
massonica segreta. Quanto potesse essere sincero lo seppe soltanto lui. Certo
era un uomo che da tempo aveva intuito la connessione fra potere politico,
ricchezza e violenza. La lunga e atroce lotta contro le BR gli aveva fornito
preziosi elementi di prova, ed altri ne aveva acquisiti in centinaia di
interrogatori. Si stava disegnando una sua mappa dell'occulto. Quando arrivo' a
Palermo con la carica di superprefetto, i vertici criminali sapevano
perfettamente di avere di fronte l'avversario piu' duro e cosciente. Rispetto
agli altri che erano caduti prima di lui, egli aveva in piu' un prestigio
mitico, ma soprattutto stava per avere in pugno gli strumenti giuridici, le
armi decisive per condurre la lotta fino in fondo: quei superpoteri che incredibilmente
(un giorno bisognera' pur riscriverla perfettamente questa storia) lo Stato
continuava a negargli e che tuttavia alla fine avrebbe dovuto concedergli.
Dalla Chiesa commise un solo errore. Di vanita'. In fondo egli restava un
militare e quindi soprattutto un retore. Gli piaceva trasformare qualsiasi
lotta in guerra aperta, con tutte le vanaglorie del combattimento: bandiere,
tamburi, proclami, applausi, dimostrazioni di amore popolare. Tutto questo
contro un avversario che era sempre sottoterra, un gelido, sinistro groviglio
di serpenti che potevano essere dovunque, in ogni momento sotto i suoi piedi,
che potevano sedere accanto a lui sul palco di una festa nazionale, stringergli
la mano, fargli auguri e congratulazioni. Seguire poi tristemente il suo
funerale, come poi certamente accadde. La guerra contro un tale nemico e'
oscura e senza gloria, e infinitamente piu' terribile di ogni altra, non si
puo' vincere in una serie infinita di scaramucce, poiche' i serpenti restano
dovunque, muoiono e si moltiplicano, ma bisogna vincerla in una volta sola, una
sola battaglia, preparata con paziente perfezione in ogni dettaglio. Invece il
generale Dalla Chiesa faceva discorsi, rilasciava interviste, invocava,
accusava, era l'unico personaggio italiano che poteva chiedere ed ottenere i
poteri speciali, e quindi anche la facolta' di indagini nelle banche e nei
patrimoni privati, e lo fece sapere a tutti: praticamente come se dicesse a
tutti, gridasse: "So chi siete, da un momento all'altro vi strappero' la
maschera! Fate presto a uccidermi o non avrete tempo!".
E come tutti
i retori era anche ingenuo. Avrebbe dovuto preparare la battaglia, chiuso in un
bunker, protetto da cento carabinieri e da ogni diavoleria elettronica, e
invece viaggiava su una macchinetta con la giovane moglie accanto e solo un
povero agente di scorta. Proprio questo poveraccio avrebbe dovuto rifiutarsi:
"Generale, io cosi' con lei non viaggio!". Ma Dalla Chiesa era un
mito! Infatti lo uccisero con una facilita' irrisoria, a colpo sicuro, (se e'
vero quello che finora ha detto la magistratura) con due rozzi killer, proprio
manovali della mafia fatti venire da un'altra provincia della Sicilia e
addirittura dalla Calabria.
Dalla Chiesa
mori', ma il suo colpo tremendo l'aveva gia' vibrato, forse proprio con la sua
ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a tutta la nazione,
clamorosamente, quello che tanti altri ministri, anche altissimi ufficiali e
magistrati, sapevano e pero' non dicevano, cioe' dov'era il groviglio dei
serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo scoperto e schiacciarli.
2.
RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL MEGA-AEROPORTO DI
VITERBO E S'IMPEGNA PER
Per
informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute,
dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail:
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contattare direttamente la portavoce del comitato,
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responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel.
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Numero 260
del 12 giugno 2010
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