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COI PIEDI PER TERRA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 169 del 25 marzo 2009
In questo numero:
1. Predoni allo sbaraglio
3. Comitato contro l'ampliamento dell'aereoporto di
Ampugnano-Siena: Dopo le dimissioni dell'amministratore delegato di
"Aeroporto di Siena spa", una diffida
4. Guido Armellini: Letteratura e educazione interculturale
5. Per contattare il comitato che si oppone all'aeroporto di
Viterbo
1. EDITORIALE. PREDONI ALLO SBARAGLIO
Mentre si susseguono spaventosi incidenti aerei in tutto il
mondo; mentre scienziati, premi Nobel e statisti avvertiti chiedono una
immediata e drastica riduzione del trasporto aereo; mentre sempre piu' evidente
e' che il trasporto aereo contribuisce in ingente misura all'effetto serra che
minaccia il pianeta; mentre tutti gli indicatori rivelano che la costruzione di
nuovi aeroporti in paesi che ne hanno gia' troppi come l'Italia e' un crimine
ed una follia; mentre tutto questo accade, a Viterbo una lobby
politico-affaristica irresponsabile e devastatrice di predoni allo sbaraglio
preme per realizzare un nocivo e distruttivo mega-aeroporto, un illegale ed
insensato mega-aeroporto.
*
Un mega-aeroporto che scempiera' per sempre l'area termale del
Bulicame, peculiare ed insostituibile bene naturalistico e storico-culturale,
terapeutico e sociale; un mega-aeroporto che massacrera' beni archeologici,
beni ambientali ed artistici, attivita' agricole pregiate; un mega-aeroporto
che avvelenera' la vita di migliaia di cittadini che abitano popolosi quartieri
a breve distanza dal sedime aeroportuale; un mega-aeroporto che costituira' uno
sperpero faraonico di soldi pubblici per provocare un danno immenso alla
comunita' locale; un mega-aeroporto che viola tanto fondamentali leggi italiane
ed europee quanto imprescindibili norme di salvaguardia degli strumenti di
pianificazione territoriale ed urbanistica regionali e locali.
*
L'ultima scellerata mossa della lobby politico-affaristica
irresponsabile e devastatrice fautrice del mega-aeroporto e' la proposta di
stravolgere il piano regolatore generale della citta' di Viterbo, poiche' il
rispetto dello strumento urbanistico ovviamente impedisce la realizzazione
della dissennata opera aeroportuale.
L'amministrazione comunale di Viterbo, dominata dalle mene di
politicanti insipienti o collusi e di personaggi legati anche da flagranti
interessi affaristici e di consorteria all'operazione del mega-aeroporto, ha
infatti annunciato l'intento di stravolgere il Prg cittadino per poter
realizzare il mega-aeroporto ed una ulteriore serie di operazioni ad esso
connesse.
*
Diciamolo chiaro e forte: anche se la lobby speculativa del
mega-aeroporto riuscisse a stravolgere lo strumento urbanistico comunale,
esistono leggi italiane ed europee efficienti e sufficienti ad impedire che
un'opera sciagurata e fuorilegge come il mega-aeroporto sia realizzata.
Diciamolo altrettanto chiaro e forte: i consiglieri comunali che
si rendessero complici di questo ennesimo tentativo di aggressione all'ambiente
e alla salute dei cittadini dovranno risponderne in solido dinanzi alle
competenti magistrature quando finalmente l'intera operazione del
mega-aeroporto giungera' nelle corti di giustizia amministrative, civili e
penali, ed i responsabili di questo tentativo di aggressione saranno chiamati a
rispondere dei loro atti.
*
Viterbo ha bisogno di potenziare le ferrovie; Viterbo ha bisogno
di difendere e valorizzare i suoi beni ambientali e culturali e le sue
autentiche vocazioni produttive; Viterbo ha bisogno di tutelare e promuovere la
salute, la sicurezza e i diritti della popolazione; Viterbo ha bisogno di
verita' e di legalita'.
La popolazione di Viterbo e dell'Alto Lazio, che gia' ha subito
l'aggressione di ingenti servitu' e speculazioni che ne hanno devastato
territorio e diritti, sapra' opporsi a questa ennesima violenza ed ottenere
infine giustizia in tutte le sedi istituzionali competenti.
*
Il mega-aeroporto dei nuovi attila non si deve fare, ne' a
Viterbo ne' altrove.
Il trasporto aereo va ridotto, subito e drasticamente.
2. APPELLI. L'ASSOCIAZIONE "RESPIRARE" CONTRO LO
STRAVOLGIMENTO DEL PIANO REGOLATORE DI VITERBO
[Riportiamo il seguente comunicato dell'associazione "Respirare"
del 23 marzo 2009]
L'intenzione dell'amministrazione comunale di Viterbo di
stravolgere il Piano regolatore generale della citta' e' una barbarie ed una
follia.
*
"Cui prodest?", "a chi giova?" e' la domanda
ineludibile.
Non ai cittadini, non al territorio, non alla difesa e alla
valorizzazione dei beni ambientali e culturali, non alla promozione delle
risorse produttive e della qualita' della vita.
Lo stravolgimento del Prg di Viterbo gioverebbe soltanto agli
interessi di ristrette lobbies affaristiche e speculative, agli attila
onnidevastatori, alla cricca del nocivo e distruttivo mega-aeroporto.
*
E questo e' il nocciolo della questione: il nocivo e distruttivo
mega-aeroporto, un'opera illegale che devasterebbe beni insostituibili, che
avvelenerebbe la vita di migliaia di cittadini, che distruggerebbe risorse
economiche fondamentali; un'opera che viola strumenti urbanistici,
pianificazioni territoriali, leggi italiane ed europee; un'opera scandalosa che
solo amministratori insipienti o arruolati nella cordata speculativa possono
ancora voler forsennatamente imporre quando e' ormai definitivamente dimostrato
che essa non deve e non puo' essere realizzata.
*
Va quindi respinto lo stravolgimento del piano regolatore di
Viterbo, come le altre manovre che per il profitto di pochi sono intese ad
attentare al bene comune ed a provocare immensi danni alla collettivita'.
Gli appetiti speculativi delle camarille affaristiche non devono
prevalere sui diritti dell'intera popolazione.
3. DOCUMENTI. COMITATO CONTRO L'AMPLIAMENTO DELL'AEROPORTO DI
AMPUGNANO-SIENA: DOPO LE DIMISSIONI DELL'AMMINISTRATORE DELEGATO DI
"AEROPORTO DI SIENA SPA", UNA DIFFIDA
[Dal Comitato contro l'ampliamento dell'aereoporto di
Ampugnano-Siena (per contatti: ampugnano@gmail.com) riceviamo e diffondiamo]
Il Comitato contro l'ampliamento dell'aeroporto di Ampugnano
considera le dimissioni dell'Amministratore Delegato di "Aeroporto di
Siena spa" un atto obbligato, poiche' la nomina dell'ing. Riccardo
Raimondi, il 5 maggio 2008, fu uno dei tanti atti arbitrari ed illegali della
Societa'; auspica che dette dimissioni siano irrevocabili poiche' il Comitato,
in caso contrario, perseguira' fino in fondo la denuncia relativa alla
indennita' di 150.000 euro (oltre a rimborso spese senza limite) deliberata a
favore dell'A. D. in dispregio della legge vigente il 14 maggio 2008; richiama
i Consiglieri in carica e i Soci Pubblici e Privati alle responsabilita' civili
e penali per ogni deliberazione da essi assunta in assenza della necessaria e
preventiva approvazione dell'Accordo ai sensi dell'art. 5 D.M. 521/97 da parte
del Ministero dei Trasporti.
4. RIFLESSIONE. GUIDO ARMELLINI: LETTERATURA E EDUCAZIONE
INTERCULTURALE
[Da "Lo straniero", n. 92, febbraio 2008, riprendiamo
il seguente testo (disponibile anche nel sito: www.lostraniero.net)]
Una scommessa ardua, dai confini incerti
Sguardi stranieri sulla televisione italiana. Da cinque anni
lavoro, con grande coinvolgimento e soddisfazione, in una scuola di italiano
per immigrati, fonte di continui apprendimenti e shock culturali per noi
insegnanti. Uno degli esercizi che assegniamo agli studenti consiste nello
scrivere testi liberi, che vengono poi trascritti alla lavagna, decifrati e
corretti cooperativamente. Mispa, una giovane camerunese, un giorno ci porto'
una storia patetica: una ragazza era fuggita di casa per andare a vivere con un
ragazzo, che nel corso del tempo si era rivelato ingrato e inaffidabile e aveva
cominciato a essere violento; cosi' lei aveva deciso di ritornare dalla mamma, la
quale pero' non le voleva piu' parlare, e ogni tentativo di riconciliazione era
stato rifiutato... Dopo aver ricostruito, con una certa fatica e con l'aiuto di
tutta la classe, il filo del racconto, ho chiesto a Mispa da dove avesse tratto
una storia tanto emozionante. "Da 'C'e' posta per te' di Maria De
Filippi!", mi ha risposto con naturalezza. Va notato che tutti gli altri
studenti - un'infermiera brasiliana, un facchino ghanese, una badante ucraina,
una baby-sitter dello Sri Lanka, un metalmeccanico nigeriano - erano spettatori
abituali della trasmissione. L'unico dei presenti escluso da questo presupposto
culturale ero proprio io, l'insegnante di italiano. Credo che questo episodio
dia un'idea di quanto sia complesso il concetto di educazione interculturale:
non si tratta soltanto di entrare in relazione con le culture del Brasile, del
Ghana, del Camerun, dell'Ucraina, dello Sri-Lanka, della Nigeria... (e gia' non
sarebbe poco). Occorre riconoscere che l'emigrazione produce mondi culturali
nuovi, mutevoli, meticci, che tendono a scardinare ogni confine precostituito
tra cio' che e' autoctono e cio' che e' alloctono, determinando situazioni di
inevitabile spiazzamento e cadute di consolidati pregiudizi (per esempio
qualcuno potrebbe sostenere in modo non infondato che persino programmi trash
come quelli della De Filippi hanno il merito di favorire positivi processi di
integrazione e di socializzazione).
Un atteggiamento "naturale". Un secondo contributo
utile a cercare di definire il nostro tema mi viene dallo scrittore tedesco
Hans Magnus Enzensberger, che, in un suo pamphlet dedicato ai rapporti tra
nativi e migranti, prende come paradigma cio' che avviene solitamente in uno
scompartimento ferroviario di fronte all'arrivo di nuovi passeggeri: "Due
passeggeri in uno scompartimento ferroviario. Non sappiamo nulla della loro
storia, non sappiamo da dove vengono, ne' dove vanno. Si sono sistemati
comodamente, hanno preso possesso di tavolino, attaccapanni, portabagagli. Sui
sedili liberi sono sparsi giornali, cappotti, borse. La porta si apre, e nello
scompartimento entrano due nuovi viaggiatori. Il loro arrivo non e' accolto con
favore. Si avverte una chiara riluttanza a stringersi, a sgombrare i posti
liberi, a dividere lo spazio disponibile del portabagagli. Anche se non si
conoscono affatto, fra i passeggeri originari nasce in questo frangente un
singolare senso di solidarieta'. Essi affrontano i nuovi arrivati come un
gruppo compatto. E' loro il territorio che e' a disposizione. Considerano un
intruso ogni nuovo arrivato. La loro autoconsapevolezza e' quella
dell'autoctono che rivendica per se' tutto lo spazio. Questa visione delle cose
non ha una motivazione razionale ma sembra essere profondamente radicata.
Eppure quasi mai si arriva a uno scontro aperto. Cio' si deve al fatto che
tutti i passeggeri sottostanno a un insieme di regole sul quale non possono
influire. Il loro istinto territoriale viene frenato da un lato dal codice
istituzionale delle ferrovie, dall'altro da norme di comportamento non scritte,
come quelle della cortesia. Quindi ci si limita a qualche occhiata e a
mormorare fra i denti formule di scusa. I nuovi passeggeri vengono tollerati.
Ci si abitua a loro. Ma restano bollati, anche se in misura decrescente. [...]
Ora altri due passeggeri aprono la porta dello scompartimento. A partire da
questo momento cambia lo status di quelli entrati prima di loro. Solo un attimo
prima erano loro gli intrusi, gli estranei; adesso invece si sono
improvvisamente trasformati in autoctoni. Appartengono al clan dei sedentari,
dei proprietari dello scompartimento e rivendicano per se' tutti i privilegi
che questi credono spettino loro. Paradossale appare in questo contesto la
difesa di un territorio 'ereditario' appena occupato, e' degna di nota la
totale mancanza di empatia per i nuovi arrivati che si accingono a combattere
contro le stesse resistenze e devono sottoporsi alla stessa difficile
iniziazione a cui si sono dovuti sottoporre i loro predecessori; peculiare con
quanta rapidita' si riesca a dimenticare la propria origine che viene nascosta
e negata" (1).
Questa lucida descrizione di emozioni e atteggiamenti
universalmente umani (e' il caso di dire: "chi e' senza peccato scagli la
prima pietra") ci dice che, persino tra persone della stessa nazionalita'
e in una sede mobile, provvisoria e pubblica come uno scompartimento
ferroviario, si scatena inesorabilmente il meccanismo della definizione di un
territorio e di un "noi" contrapposto a un "voi". La
xenofobia e' un fenomeno "naturale", piu' fisiologico che patologico
(2), profondamente radicato nella specie umana, e contrastarlo frontalmente e'
un'impresa ardua se non impossibile.
Per venire alla scuola, e' evidente che, di fronte a una simile
sfida, una semplice revisione di contenuti didattici non e' sufficiente: si
tratta di ripensare al senso stesso dell'insegnare e dell'imparare alla luce
della situazione nuova nella quale ci troviamo. D'altra parte, come insegnanti,
non possiamo fare a meno di misurarci con gli aspetti piu' immediati e pratici
del nostro mestiere. Per questo nella prima parte di questo intervento
accennero' brevemente alla questione dei contenuti, per soffermarmi poi, con
piu' calma, su quelli che mi sembrano i problemi di fondo.
*
Lo straniero, l'appartenenza, l'identita'
L'immagine dello straniero. Una ridefinizione in chiave
interculturale dei contenuti dell'educazione letteraria puo' essere pensata in
due direzioni, che non si escludono ma si implicano reciprocamente: a) la
rilettura delle opere tradizionalmente proposte dalla scuola con uno sguardo
attento alle tracce dirette o indirette sedimentate in esse
dall'incontro-scontro con altri popoli e culture (3); b) l'apertura del canone
scolastico ad autori e opere appartenenti a popoli e culture fino a ora assenti
dai programmi (4). Per quanto riguarda il primo punto, non sono mancate negli
ultimi anni proposte didattiche centrate sulle diverse connotazioni assunte
dalle immagini dell'"altro" e dello "straniero" nelle
letterature italiana ed europea: puro e semplice modello negativo, specchio
rovesciato utilizzato per definire per contrasto la "nostra"
identita', figura ambivalente che - al di la' delle intenzioni stesse
dell'autore - puo' spiazzare le certezze ideologiche e identitarie del lettore
(5).
Uno sguardo africano sulla storia. Sul secondo punto, le
relazioni che ascolteremo oggi e domani promettono di offrire risposte di
grande apertura, novita' e interesse. Per quel che mi riguarda, vorrei
soffermarmi, a titolo di esempio, su una pagina esemplare tratta da Il crollo
di Chinua Achebe, uno dei maggiori scrittori nigeriani contemporanei. E' il
primo romanzo di una trilogia dedicata al tema dell'impatto distruttivo della
colonizzazione bianca sulla societa' nigeriana. La vicenda si svolge a cavallo
tra l'Ottocento e il Novecento, e racconta il primo incontro-scontro tra il
popolo Ibo e i colonizzatori inglesi. Achebe sintetizza cosi' il discorso del
primo missionario cristiano entrato in contatto con la tribu': "E parlo'
loro di questo nuovo dio, il creatore del mondo intero e di tutti gli uomini e
le donne. Disse loro che essi adoravano falsi dei, dei di legno e di pietra.
Quando disse cosi', un profondo mormorio serpeggio' tra
Nei suoi romanzi Achebe si propone di raccontare "la storia
africana da un punto di vista africano". Coerentemente con questa
intenzione, l'arrivo del missionario - primo contatto col mondo occidentale dal
quale scaturira', per passi successivi, la disgregazione della societa' Ibo -
e' filtrato attraverso le reazioni degli abitanti del villaggio. Il missionario
si presenta subito dichiarando false le divinita' degli Ibo e minacciando la
dannazione eterna a chi perseverera' nelle credenze tradizionali. Di fronte a
un approccio cosi' arrogante il lettore si aspetterebbe reazioni violente, o
almeno fortemente irritate, da parte della popolazione.
Personaggi dissonanti. Ma Achebe non si limita a capovolgere il
binomio colonialista civilta'/barbarie contrapponendogli l'immagine altrettanto
schematica di una societa' africana "buona" invasa da una societa'
occidentale "cattiva". Tra coloro che ascoltano il missionario c'e'
un ragazzo che rimane profondamente impressionato da alcuni aspetti della nuova
religione: "Ma c'era un giovane che era stato conquistato. Si chiamava
Nwoye, il primo figlio di Okonkwo. Non era la folle logica della Trinita' ad
attirarlo. Non
Nwoye e' un Ibo anomalo, di indole dolce e riflessiva, che non
riesce a condividere i valori virili della tribu' e alcune sue credenze. In
particolare l'uso di lasciar morire i gemelli neonati nel bosco perche' si
riteneva portassero disgrazia, e l'uccisione del suo amico Ikemefuna,
sacrificato per ordine dell'oracolo della tribu', gli avevano procurato
un'angoscia e uno smarrimento a cui non sapeva dare un nome. Ora la religione
dei bianchi sembra venire incontro a questa sua inquietudine, offrendogli le
parole per dirla.
Identita' e appartenenza. Cosi' Achebe da un lato denuncia gli
effetti catastrofici prodotti sulla societa' Ibo dall'infiltrarsi del
cristianesimo e dal parallelo affermarsi della dominazione britannica, fenomeni
che inquinano e disintegrano un ordine tradizionale e un sistema di valori
consolidato; dall'altro lato mette in luce aspetti della stessa societa' Ibo
che risultano inaccettabili al lettore di oggi, e lineamenti della nuova
religione che sembrano dare risposta alle esigenze profonde di alcuni individui
dissonanti. La presenza nel romanzo di personaggi - bianchi e neri - che non
sono in sintonia con i modelli di comportamento dominanti presso i loro popoli
sgretola la definizione rigida delle identita' contrapposte. Questo e' forse
l'aspetto piu' avvincente delle opere di Achebe: nonostante l'esplicito e netto
impegno anticolonialista, i personaggi non sono dei "tipi", identificati
in base alla loro appartenenza a una delle collettivita' in conflitto, ma degli
individui complessi e problematici.
Questa e' una lezione importante per il lettore di oggi.
L'identita' - si potrebbe dire con lo scrittore libanese Amin Maalouf - e'
"cio' che fa si' che io non sia identico a nessun'altra persona", e
scaturisce da una mutevole pluralita' di appartenenze che si combinano in ogni
essere umano in modo unico e irripetibile: "Ciascuna delle mie
appartenenze mi unisce a un gran numero di persone; tuttavia, piu' le
appartenenze che prendo in considerazione sono numerose, piu' la mia identita'
risulta specifica". I guai - sostiene Maalouf - cominciano quando si
seleziona "una sola appartenenza fondamentale" e la si sclerotizza in
un'identita' collettiva statica e rigida, che sia religiosa, etnica, nazionale
o di altra natura (8).
*
Educazione interculturale, consapevolezza e inconsapevolezza
Cambiare presupposti. Le ultime considerazioni ci riconducono a
Enzensberger e ai suoi passeggeri che, di fronte all'arrivo di facce nuove
nello scompartimento, si compattano immediatamente nell'appartenenza alla
tribu' di "quelli che erano li' da prima". Come governare la nostra
tendenza profonda a costruire identita' collettive basate sul meccanismo del
"noi contro loro"?
Per azzardare una possibile risposta, vorrei fare riferimento a
una situazione in cui i conflitti sono ben piu' tragici, motivati e violenti
che in un comune scompartimento ferroviario. Qualche anno fa ho avuto occasione
di ascoltare, in un incontro pubblico, due membri del "Parents
circle", l'associazione di famiglie israeliane e palestinesi che, avendo
perso un parente nel conflitto che divide i due popoli, anziche' rafforzare -
come sarebbe "naturale" - le ragioni dell'ostilita' e della violenza,
cercano di lavorare insieme per
L'incontro tra Ali Abu Awad e i membri israeliani del
"Parents' Circle" favorisce la nascita di una nuova concezione
dell'identita': non piu' un "loro" contrapposto a un "noi",
ma un dialogo fra "io" e "tu", nel quale l'appartenenza a
collettivita' in reciproco conflitto e' solo uno dei fattori in campo, e non il
piu' importante. Grazie a questo passaggio, entrambi gli interlocutori possono
permettersi di mettere da parte il presupposto condiviso che consente da sempre
a tutti gli schieramenti nemici di continuare a combattersi: "Noi abbiamo
ragione, voi avete torto".
"Ragioni della ragione" e "ragioni del
cuore". Attraverso quale percorso il giovane palestinese ha cambiato cosi'
radicalmente il suo atteggiamento? Non si tratta evidentemente di
un'acquisizione di nuove informazioni sul conflitto, ne' di un cedimento
all'arte retorica dei suoi interlocutori, e neppure dell'adesione a una
perorazione morale basata sull'ottimo ed ovvio argomento che la pace e' meglio
della guerra: cose di questo tipo Ali ne aveva sicuramente gia' udite in
abbondanza. Cio' che e' avvenuto dentro di lui e' simile all'evento che nel
linguaggio biblico si chiama "conversione" e che piu' laicamente
Gregory Bateson definisce "apprendimento 3": un processo "di
liberazione dalla tirannia dell'abitudine" che scaturisce da un'esperienza
relazionale "in cui avviene una profonda riorganizzazione del
carattere" (10). Secondo Bateson, una caratteristica fondamentale di
questi processi e' di essere costitutivamente imprevedibili, di non poter
passare attraverso percorsi pianificati, consapevoli e razionali: improvvisamente
accade "qualcosa", e il nostro modo di pensare, e di pensare noi
stessi in relazione agli altri, e' profondamente cambiato. Questo non significa
naturalmente che Ali Abu Awad abbia rinunciato a ragionare, ad essere
consapevole di se': Bateson sottolinea che l'"apprendimento 3", per
non sfociare in una crisi pericolosa per l'equilibrio psichico, implica la
messa in campo, contemporaneamente, dell'inconsapevolezza e della
consapevolezza, delle "ragioni del cuore" e delle "ragioni della
ragione" (11), del rigore e dell'immaginazione: "i due grandi poli
del processo mentale, letali entrambi se presi da soli. Il rigore da solo e' la
morte per paralisi, ma l'immaginazione da sola e' pazzia" (12).
L'essenziale non programmabile. L'accostamento di questa
esperienza al nostro tema di oggi puo' sembrare sproporzionato, ma credo che
sia possibile trarne qualche suggerimento. Un'educazione interculturale che
voglia raggiungere il suo scopo deve certamente trasmettere consapevolmente
nuovi contenuti attraverso tecniche didattiche efficaci, ma cio' che piu' conta
e' che sappia mettere in moto negli studenti - e prima ancora negli insegnanti
- quell'inafferrabile e imprevedibile capacita' di uscire dai propri
pre-giudizi senza la quale rischiamo tutti di restare imprigionati nel
meccanismo identitario descritto cosi' bene da Enzensberger. Questo significa
che solo una parte degli obiettivi dell'insegnamento potranno essere
programmati e verificati secondo le usuali categorie della didattica, mentre
altri, quelli piu' rilevanti e risolutivi, dovranno essere affidati
all'imprevedibilita' delle relazioni tra gli esseri umani, e tra gli esseri
umani e i libri. All'insegnante spettera' di allestire esperienze favorevoli,
di promuovere incontri significativi, ma
non potra' presumere di controllare consapevolmente il processo e di misurarne
i risultati. Le teorie della valutazione piu' diffuse affermano che gli unici
obiettivi che vale la pena di perseguire sono quelli che possono essere
misurati col massimo di precisione e di attendibilita'; una prospettiva
pedagogica seriamente interculturale ci ricorda che, in educazione, "cio'
che veramente conta non puo' essere contato" (13).
*
Il posto della letteratura
Una peculiarita' dell'esperienza letteraria. Credo che la
letteratura possa avere un ruolo specifico nell'ambito dell'idea di educazione
interculturale che ho cercato di abbozzare finora. Mi riferisco al carattere
intrinsecamente paradossale dell'esperienza letteraria.
Leggo: "Vaghe stelle dell'orsa, io non credea..." e
quell'"io" che sto pronunciando mentalmente, a chi si riferisce? a
Leopardi, a me, o a entrambi contemporaneamente?
Scorro le pagine di un romanzo, e sono disposto ad appassionarmi
a vicende che so benissimo essere irreali, come se riguardassero esseri umani
"veri" a cui sono affezionato, donne e uomini che vivono le loro vite
secondo i tempi, le esitazioni, le accelerazioni, le pause della mia lettura.
Queste peculiarita' dell'esperienza letteraria - che, potremmo
dire con Bateson, tengono insieme in modo del tutto particolare consapevolezza
e inconsapevolezza, rigore e immaginazione - propiziano nei lettori processi
psicologici singolari. Recentemente me ne e' capitata sotto gli occhi una
testimonianza interessante, che risale alla meta' del XIX secolo. Appartiene a
William George Clark, un critico inglese che intervenne nell'acceso dibattito
suscitato nel 1847 dall'uscita di Jane Eyre: il romanzo dapprima era stato
attribuito a un uomo, per il vigore narrativo che sembrava irraggiungibile da
parte di una scrittrice. Quando poi si scopri' definitivamente che l'autrice
non poteva essere che una donna, fioccarono le stroncature. Dunque Clark
scrive: "Abbiamo preso in mano Jane Eyre una sera d'inverno, irritati in
un certo senso dalle lodi eccessive che avevamo udito e irremovibilmente decisi
ad essere critici come Coker. Ma, continuando a leggere, dimenticammo sia le
lodi sia le critiche, ci identificammo con Jane in tutte le sue peripezie, e
sposammo infine mr. Rochester verso le quattro del mattino" (14).
L'esperienza di Clark e' molto meno tragica e profonda di quella
che ho appena raccontato a proposito del "Parents' circle", ma mi
pare che tra i due eventi ci sia un'evidente somiglianza: anche in questo caso
un pregiudizio radicato viene scardinato da un processo mentale imprevisto e
imprevedibile, scaturito da un'intensa esperienza relazionale. Potremmo persino
affermare che, senza essere uscito dai confini nazionali della letteratura
inglese, Clark sia passato, senza saperlo, attraverso un riuscito esperimento
di educazione interculturale.
La letteratura come zona franca. Questa testimonianza di un
illustre critico - a cui si possono accostare le esperienze affini di tanti
lettori comuni - mette in luce una prerogativa tipica della letteratura: la
possibilita' di vivere come nostri i pensieri, i sentimenti e i punti di vista
di esseri umani anche molto diversi da noi. Grazie alla sospensione del
criterio vero/falso, un uomo puo' identificarsi con una donna, un sano con un
malato, un giovane con un vecchio, uno stanziale con un nomade, e viceversa. E
tutto questo puo' avvenire in una zona franca, che ci consente di vivere
emozioni intense, lasciandoci contemporaneamente sempre aperta la possibilita'
di dire a noi stessi "questo e' un gioco". Cosi', se tra insegnante e
studenti confrontiamo le nostre risposte di lettori, ci troviamo ad avere a che
fare con un vissuto psicologico che e' sufficientemente "vicino" da
coinvolgerci profondamente, e sufficientemente "lontano" da aggirare
il rischio di invischiamenti inadatti al contesto di una classe scolastica.
Bonta' dei cattivi sentimenti. Grazie a questo sottile
equilibrio tra ragione e immaginazione, coinvolgimento e distacco, l'esperienza
letteraria consente al lettore di mettersi provvisoriamente anche nei panni del
cattivo, dell'assassino, persino del mostro, assaporando, senza far danno a se
stesso e agli altri, quelle pulsioni trasgressive che nella realta' quotidiana
sono represse. Credo che l'esperienza di riconoscere, nominare, oggettivare i
cattivi sentimenti che fanno parte del corredo emozionale di ogni essere umano
sia una precondizione necessaria dell'educazione interculturale: se vogliamo
mettere il razzista che abita dentro ciascuno di noi in condizione di non
nuocere, dobbiamo prima di tutto frequentarlo e conoscerlo bene, e persino
dargli qualche piccola soddisfazione. Altrimenti corriamo il rischio di cadere
nel genere letterario della predica edificante, che produce il piu' delle volte
effetti controproducenti nei ragazzi: una crescita smisurata di sentimenti
cattivi, o un'afasia emozionale simile a quella del giovane paziente citato in
un saggio di Bruno Bettelheim: "Dopo un lungo lavoro terapeutico, un
ragazzo che alla fine del suo periodo di latenza era improvvisamente diventato
muto spiego' l'origine del suo mutismo. Disse: 'Mia madre mi lavo' la bocca col
sapone per via di tutte le brutte parole che dicevo, ed erano proprio brutte
parole, lo ammetto. Quello che non sapeva era che lavandomi la bocca da tutte
le brutte parole lavo' via anche quelle buone'. In terapia tutte queste parole
cattive furono liberate, e con esse comparvero anche quelle buone" (15).
Troppo poco? Penso che un'educazione letteraria che privilegi
questi aspetti della letteratura possa creare le condizioni per far scoccare,
anche in noi e nei nostri studenti, quell'imprevisto ampliamento della mappa
del mondo che ci libera dalle identita' sclerotizzate e ci consente di
incontrare con maggiore apertura chi prima percepivamo come diverso o
addirittura come nemico. Naturalmente il successo non e' garantito, e le
risorse di cui disponiamo possono sembrarci troppo esigue di fronte
all'immensita' della sfida che abbiamo di fronte.
Per questo mi piace concludere questo intervento con un ultimo
aneddoto, che verte sulla natura e sull'entita' del contributo che ciascuno di
noi puo' dare al miglioramento del mondo. Qualche anno fa il Dalai Lama venne
in Italia e fu ricevuto nell'aula magna dell'universita' "La
sapienza" di Roma. il rettore lo accolse con un saluto ufficiale, e altri
oratori fecero lunghi e facondi discorsi. Il pubblico attendeva con ansia
l'intervento del Dalai Lama, il quale si limito' a ringraziare, e sembrava che
tutto finisse li'. Uno dei presenti si alzo' e gli chiese un messaggio di
speranza. Il Dalai Lama ci penso' un po' su, poi disse: "Quando uscite da
una stanza spegnete la luce" (16).
*
Note
1. H. M. Enzensberger, La grande migrazione, Einaudi, Torino
1993.
2. Come scrive Stefano Levi Della Torre, "la xenofobia ha
fondamento fisiologico prima che patologico, e criminalizzarla a priori
significa incorrere nello stesso abbaglio di uno spiritualismo che condanna non
gia' certe manifestazioni della corporeita', ma la corporeita' stessa: un
abbaglio che rende impotenti a comprendere i fatti e a intervenire su di essi"
(Zone di turbolenza. Intrecci, somiglianze, conflitti, Feltrinelli, Milano
2003).
3. Anche per la tradizione letteraria italiana ed europea vale
quanto scrive Claude Levi-Strauss in un suo saggio fondamentale: "La
possibilita' che una cultura ha di totalizzare quel complesso insieme di
invenzioni di ogni ordine che chiamiamo una civilta', e' funzione del numero e
della diversita' delle culture con cui essa partecipa all'elaborazione - il
piu' delle volte involontaria - di una comune strategia" (Razza e storia,
Einaudi, Torino 1967).
4. Un utile compendio di prese di posizione sulla questione del
canone si trova in U. M. Olivieri (a cura di), Un canone per il terzo
millennio, Paravia Bruno Mondadori, Milano 2001. Per gli aspetti pedagogici e
didattici rinvio a G. Armellini, Come e perche' insegnare letteratura,
Zanichelli, Bologna 1987, e Letteratura e altro: tra aperture teoriche,
trappole buro-pedagogiche e artigianato didattico, in "Allegoria",
XIII, 38, maggio-agosto 2001.
7. Ivi, pp. 136-137.
9. Aa. Vv., Per mano, "Una Citta'", Bertinoro 2005.
11. Cfr. S. Manghi, Questo non e' un albero. Lezioni di
sociologia della conoscenza, Monte Universita' di Parma Editore, Parma 2003.
13. W. I. Thompson, "Le implicazioni culturali della nuova
biologia", in W. I. Thompson (a cura di), Ecologia e autonomia,
Feltrinelli, Milano 1988. Sulla centralita' del perseguimento dell'attitudine a
"disabituarsi" in ambito educativo, cfr. S. Manghi,
"Disabituarsi. La conoscenza ordinaria nella societa' dell'informazione
incoerente", in L. Leonini (a cura di), Identita' e movimenti sociali in
una societa' planetaria, Guerini e Associati, Milano 2003.
14. W. C. Clark, in "Fraser's", dicembre 1849,
"Il processo della lettura", in R. C. Holub (a cura di), Teoria della
ricezione, Einaudi, Torino 1989.
15. B. Bettelheim, "Le fiabe e le paure dei bambini",
in G. Amellini (a cura di), Il piacere di aver paura,
16. Questo episodio mi e' stato riferito da Rosalba Conserva.
5. RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE
ALL'AEROPORTO DI VITERBO
Per informazioni e contatti: Comitato contro l'aeroporto di
Viterbo e per la riduzione del trasporto aereo: e-mail:
info@coipiediperterra.org , sito: www.coipiediperterra.org
Per contattare direttamente la portavoce del comitato,
Per ricevere questo notiziario: nbawac@tin.it
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COI PIEDI PER TERRA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara
9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 169 del 25 marzo 2009
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